I “pennacchi” di San Marco

Tra i vari argomenti trattati da Stephen Jay Gould nei suoi saggi celebre fu la polemica sul cosiddetto adattazionismo, comportamento tipico di molti scienziati evoluzionisti che, in tempi ancora piuttosto recenti, cercavano di far risalire alle teorie darwiniste e a un’azione costante dell’evoluzione qualsiasi manifestazione del mondo naturale, ignorando totalmente alcuni aspetti fondamentali che intervengono nella genesi della diversità biologica come la casualità, e, va detto, spesso servendosi di ragionamenti molto liberi e discutibili, che talvolta sfociavano nel libero volo pindarico.

L’attacco più forte sferrato da Gould a questi scienziati avvenne negli atti della Royal Society di Londra, in compagnia del suo amico e collega Richard Lewontin, nel 1978. Il titolo dell’articolo era quantomeno curioso:I pennacchi di San Marco e il paradigma di Pangloss: una critica al programma adattazionista. I ‘pennacchi’ a cui si riferisce il titolo sono delle strutture architettoniche della basilica di San Marco a Venezia, indispensabili dal punto di vista strutturale in quanto necessarie a sorreggere le cupole e le volte e a scaricare il loro peso sulle colonne, ma comunque pregevolissime dal punto di vista artistico, in quanto meravigliosamente decorate da ricchi mosaici. L’armonia dell’insieme è proprio data dal fatto che tali ornamenti vanno ad arricchire tutte le parti che compongono la struttura della basilica. Ovviamente la costruzione della chiesa aveva tenuto conto delle leggi della statica, e la creazione di tali pennacchi era stata necessaria per mantenere la stabilità del insieme; solo in seguito i decoratori avevano provveduto ad arricchire di mosaicature tutte le superfici disponibili.

Secondo Gould e Lewontin, un’interpretazione adattazionista avrebbe sostenuto che la forma dei pennacchi era dovuta alla necessità di inserire al loro interno mosaici così belli, piuttosto che alla loro funzione strutturale di sostegno. Allo stesso modo i biologi cadrebbero in un errore analogo se considerassero tutti gli aspetti delle entità biologiche come generate dall’azione evolutiva, ignorando totalmente che queste sono, almeno in parte, condizionate dalle forme preesistenti.

L’interesse non sarebbe insomma quello di risalire alle reali cause che hanno portato alla comparsa di determinati organismi, ma dimostrare a ogni costo, spesso anche opponendosi a quanto dettato dalla semplice logica, che queste sono state generate esclusivamente dall’azione evolutiva. Chiunque abbracci questo tipo di ottica è affetto, secondo i due ricercatori di Harvard, della cosiddetta sindrome di Pangloss. Pangloss, nel celebre romanzo Candide di Voltaire, è l’istitutore del protagonista, e ciò che lo caratterizza è una visione estremamente idealistica del mondo in cui vive, al punto da ritenere che ‘tutto va per il meglio’, anche di fronte alle più atroci disgrazie.

L’interno della basilica. I settori triangolari che connettono le volte e i pilastri sono i pennacchi trattati nell’articolo di Gould e Lewontin

La risposta a tale ironico e pungente attacco la fornì dopo breve tempo il ricercatore ed evoluzionista britannico John Maynard Smith, che nello stesso anno sulla Annual review of Ecology and Systematics fornì argomentazioni solide in difesa dei modelli di studio evoluzionistici, pur ammettendo che talora più di un ricercatore cadeva nella tentazione di abbandonare il rigore scientifico pur di dimostrare le proprie teorie in qualunque contesto. Il punto fondamentale della difesa risiedeva negli studi comparativi tra specie e specie, e tra le specie attuali in relazione con le testimonianze fossili.

L’aspetto però più interessante di tutta questa diatriba fu un primo delinearsi dell’opposizione tra le differenti mentalità della scuola americana dell’evoluzione, legata principalmente alla teoria degli equilibri puntiformi e sostanzialmente contraria al gradualismo, e quella britannica, che abbraccia la visione darwiniana dell’evoluzione che opera tramite piccoli, impercettibili passi.

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