Gli ultimi sviluppi della VIA – intervista a Virginio Bettini

Il tema della Valutazione di Impatto Ambientale è balzato più volte agli onori della cronaca in questi ultimi anni, sia per l’inefficacia con cui tale procedura è stata applicata alle grandi opere realizzate in Italia, sia per la notevole importanza e completezza che questa ha invece assunto a livello europeo e internazionale nella gestione di problematiche ambientali legate alla realizzazione di progetti di media e grande portata, o comunque di sicura influenza sugli ecosistemi circostanti. Tra i massimi esperti del settore vi è senza dubbio la figura di Virginio Bettini, professore di Analisi e valutazione ambientale presso la Facoltà di Scienza della Pianificazione Urbanistica e Territoriale dell’Università di Venezia, che ha sviluppato e perfezionato negli anni i passaggi fondamentali di tale procedura, e ha applicato sul campo i miglioramenti apportati su piano teorico in tantissimi studi del settore. La critica alla superficialità e al permissivismo con cui la legislazione italiana ha gestito il tema della VIA permea buona parte delle sue innumerevoli opere sull’argomento, e ha segnato anche la sua attività al Parlamento Europeo. Vediamo dunque in questa intervista qual è l’attuale situazione, a livello italiano e internazionale, nel campo della Valutazione di Impatto Ambientale, descritta da uno dei massimi esperti del settore.

L: Dai suoi lavori emerge uno spirito polemico e critico nei confronti delle attuali metodologie, e soprattutto della loro applicazione, nel campo della valutazione dell’impatto ambientale in Italia. Perché? 

B: La mia polemica non riguarda tanto le metodologie, quanto il loro completo oblio in funzione di due strade preferenziali: i modelli inventati al momento per rendere il progetto accettabile ed il naufragio nel mare tempestoso di leggi, direttive e regolamenti. Molte valutazioni di impatto ambientale (cito per tutte la più recente che ho esaminato, quella del termovalorizzatore di Trento in località Ischia Podetti, lungo l’Adige) sono una somma di scorciatoie legislative e di modellistica.
Si dimentica il suggerimento di Cristoforo Serio Bertuglia e Franco Vaio in “Non linearità, caos e complessità, le dinamiche dei sistemi naturali e sociali” (Torino, Bollati Boringhieri, 2003):”E’ evidente che nessun modello potrà mai fornire una descrizione completa ed esatta (intendendo per “esatta” come “con precisione arbitrariamente grande”) per nessun sistema reale, tanto nelle scienze della natura che in quelle della società”, pag. 258.
L’insieme delle metodologie attendibili ed accettabili sono state da me proposte, con Larry Canter (Università di Oklahoma, Norman) e Leonard Ortolano (Università di Stanford, California) in “Ecologia dell’impatto ambientale” (Torino, UTET Libreria, 2000). Ci prepariamo, a partire dal prossimo anno, a condurre una completa analisi ed aggiornamento delle metodologie classiche. La prima di queste metodologie, che colleghi ed apprendisti stregoni della VIA proprio non vogliono adottare, è quella dell’ipotesi a quattro scenari: si fa come da progetto, non si fa, si fa altrove, si fa ridimensionando il progetto. A mio parere una VIA è accettabile solo se si struttura su questo schema, indipendentemente dalle ridondanze nei quadri giuridici, progettuali ed ambientali.

L: L’attuale situazione italiana non sembra, almeno dal punto di vista pratico, considerare il do nothing come una delle opzioni possibili, e anche eventuali azioni mitigative o modifiche ai progetti originali sembrano sempre essere subordinate alle volontà del proponente…

B: Confermo, la struttura della VIA sembra ormai obbedire alla volontà del proponente, il quale non vorrebbe mai sentirsi dire che il suo progetto provoca un impatto irreversibile, impossibile da compensare e che quindi non è realizzabile. Basta guardare al Ponte sullo Stretto (Bettini V., Guerzoni M., Riparo A., Il Ponte insostenibile, l’impatto ambientale del manufatto di attraversamento stabile dello Stretto di Messina, Firenze, Alinea Editrice, 2002), ad alcuni tratti della TAV(Bettini V., Cancelli C., Galantini R., Rabitti P., Tartaglia A., Zambrini M., Alta velocità, valutazione economica, tecnologica e ambientale del progetto, Napoli, CUEN, 1997), all’uscita dal Frejus in Val Cenischia della Torino-Lione, a strade che scardinano boschi planiziari come la bretella autostradale di Ceggia-Cessalto, alla conversione a carbone di grandi impianti termoelettrici nelle aree estuariali del Po (Bettini V., Borotalco nero, Milano, Franco Angeli, 1984)…
Non sono il solo a pensare che la VIA sia ormai uno strumento inutile, un passaggio burocratico e professionale (nel senso di dar da mangiare ai professionisti della VIA), un documento giustificativo da aggiungere ai faldoni di permessi e licenze. In troppi casi la VIA si configura come analisi volutamente parziale ed incompleta. La biosfera è un sistema complesso, composto da sottosistemi complessi ed interagenti. Come tale dovrebbe essere considerata. La VIA tende a considerare il Sistema, la Biosfera, come somma di parti separate, cadendo così in un serio problema di attendibilità ed efficienza per quanto attiene e riguarda la teoria dell’informazione.
Di regola la VIA si conduce su Sistemi Sensibili alle Condizioni Iniziali (SIC), noti anche come sistemi caotici:
Per poter predire l’evoluzione nel tempo di un tale sistema, le condizioni iniziali debbono essere conosciute con grande precisione. L’ammontare delle informazioni sulle condizioni iniziali cresce molto rapidamente con l’ampiezza temporale sulla quale il comportamento del sistema va analizzato, per cui risulta computazionalmente impossibile allargare la finestra di osservazione oltre certi limiti; dopo che un certo lasso di tempo è trascorso, il valore delle variabili effettive può largamente differire da quelle calcolate per cui qualsiasi calcolo, anche con l’aiuto di computer, si presenta distorto ed inaffidabile…”non è possibile pensare di affrontare le conseguenze di questa interdipendenza in termini di analisi parziali, basate su paradigmi e su metodi fino ad ora usati, che pretendono di valutare l’impatto ambientale di singole azioni o progetti.” (Sandro Pignatti, Bruno Trezza, Assalto al pianeta, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pag. 155-156)

L: Le grandi opere attualmente in progetto in Italia sembrano, sempre sotto questa ottica, una minaccia piuttosto che un’opportunità di stabilire una metodologia standard nel campo della VIA…

B: Le grandi opere potevano essere grandi opportunità, ma nella loro valutazione è prevalso l’aspetto economico in funzione di un’espansione permanente del sistema capitalistico. Le grandi opere potevano essere l’occasione per definire finalmente le differenze profonde che esistono tra ecosistema e sistema produttivo, tra ecosistema, caratterizzato dalla lontananza dall’equilibrio, da modelli frattali ed infrastrutture e sistema produttivo, caratterizzato dalla vicinanza all’equilibrio e dalla linearità. Ricordando un passaggio fondamentale dei già citati Pignatti e Trezza, voglio sottolineare che: “Per l’ipotesi che i due sistemi debbano coesistere formando un sistema di ordine superiore (e questa è la condizione nel mondo reale), si prospetta, in questo modo, una situazione di incompatibilità tra un componente stabile ed uno in continua crescita. La collisione tra i due non sembra evitabile in quanto, in tal modo, il sistema economico non può non raggiungere un livello di incompatibilità con il mantenimento dei cicli della biosfera”.
Resta solo da accertare, questa potrebbe essere una sfida della VIA Strategica, quale sarà il punto, il momento in cui la crisi sarà inevitabile.

L: Negli studi di impatto ambientale emerge spesso l’espressione “impatti cumulativi”. Cosa sta a indicare, e soprattutto, in che modo possono essere previsti questo tipo di effetti delle opere sul territorio?

B: Agli impatti cumulativi ho dedicato, con la mia collaboratrice Chiara Rosnati dell’Università di Sassari ed il mio collega Larry Canter della Oklahoma University, Norman, un capitolo del mio ultimo libro sulla VIA (Bettini V., Valutazione dell’Impatto Ambientale, le nuove frontiere, Torino, UTET Libreria, 2002, cap. 7, Gli impatti cumulativi, pag. 203-245). Lì sono indicate teorie, procedure, metodologie relative a quelli che gli anglosassoni chiamano CEA, Cumulative Effects Assessment, impatti cumulativi di tipo additivo ed interattivo, per definire i quali si deve passare attraverso lo scoping, la definizione dell’ambiente interessato e la definizione delle conseguenze ambientali, identificando confini spazio-temporali. Esistono molti metodi, disponiamo dei criteri per selezionarli, possiamo prevedere gli impatti cumulativi, individuare indici ed indicatori.
Per quanto mi riguarda, dopo tanta teoria, sono in attesa di poter applicare il metodo sull’area urbana di Brescia, interessata da inquinamento da PCB e diossine.

L: La partecipazione del pubblico può in qualche maniera migliorare le attuali procedure? Esistono esempi, in Italia e all’estero, in cui questa ha avuto qualche effetto sul risultato finale? 

B: La partecipazione del pubblico è uno dei buchi neri della procedura di VIA. Noi la stiamo utilizzando, con buoni risultati, sia nella valutazione del sito di Brescia che nella valutazione degli impatti del polo petrolchimico di Ottana, in Sardegna. Insistiamo in particolare sui focus groups. Resta comunque aperto il problema: la partecipazione viene intesa solo come assimilazione all’assenso (si veda in questo senso il daffare di Nimby Forum della Confindustria), non come dissenso costruttivo e propositivo. Farò due esempi: un comitato popolare a Ceggia (provincia di Venezia) cerca di interloquire con l’amministrazione per impedire che una bretella autostradale interrompa l’area cotonale del bosco planiziale di Cessalto, con una proposta alternativa che non viene recepita. A Spilamberto, in provincia di Modena, un altro comitato contesta la bonifica, a fini edilizi e speculativi, dell’area ex Sipe-Nobel, una polveriera storica, ora diventata, naturalmente bosco planiziale. Nessuno li considera, sono degli invisibili Garobombo. Ci sarebbero altri esempi. La partecipazione viene considerata cammino verso il consenso, se è altro non la si accetta.

L: Esistono, a livello internazionale, dei precedenti da seguire, sia a livello pratico, di studi già effettuati su determinati tipi di progetto? E a livello organizzativo/burocratico ci sono nazioni che potrebbero rappresentare un modello valido?

B: Alla prima domanda rispondono i contenuti di “Ecologia dell’impatto ambientale” che ho scritto con Canter ed Ortolano. Alla seconda domanda risponderei: forse la Svizzera.

L: Alta velocità, gestione dei rifiuti, opere idrauliche, pianificazione urbanistica, energie rinnovabili, incendi boschivi: lo studio dell’impatto ambientale si dipana su più fronti. Esiste qualche esempio da prendere a modello per poter creare un precedente, e soprattutto un modello gestionale fisso a cui attenersi?

B:Non esistono modelli gestionale fissi e riferimenti assoluti cui attenersi.

L: La legislazione vigente non sembra essere attualmente d’aiuto a questo tipo di ricerche, proprio per il fatto che non esiste una procedura standard, né dei precedenti legislativi realmente validi. La situazione è destinata a migliorare?

B: Bisogna chiederlo ai legislatori. Nel corso del mio mandato al parlamento europeo (1989-1994) ho fatto del mio meglio, ma anche in quel contesto ero molto isolato e devo dire che la legislazione è continuamente oggetto di ritocchi in negativo. Il top lo abbiano raggiunto con le valutazioni di incidenza, con Valsia e Valsat in provincia di Bologna.
Anche Agenda 21 e certificazioni hanno fatto del loro meglio per banalizzare i principi ed i modelli scientifici della VIA. L’unica soluzione sarebbe la dignitosa riqualificazione del do nothing. Resto in attesa, potrebbe essere una sfida futura del centrosinistra, ma se sto ai risultati, in termini di VIA, della legislatura 1996-2001 mi vengono i brividi.

L: La comunità europea, con la ‘Rete Natura 2000’ ha designato numerose aree sottoposte a particolare tutela, i cosiddetti SIC (Siti di Interesse Comunitario); per le opere in fase di realizzazione all’interno delle stesse è previsto uno studio preliminare sui loro possibili effetti denominato ‘valutazione di incidenza’; data la numerosità di tali siti questo tipo di studio potrebbe assumere un’importanza non secondaria nella pianificazione territoriale. Che ne pensa?

B: Non credo nella valutazione di incidenza e, dalla mia esperienza, non ha effetti significativi sui piani.

L: Fra gli elementi che sembrano poter migliorare alla radice la nascita di nuove opere c’è sicuramente la cosiddetta VAS (Valutazione Ambientale Strategica). Che metodologie vanno applicate in questo tipo di approccio?

B: Bisogna subito fare luce sul fatto che la VAS non è semplice valutazione di collages di piani e progetti, ma, per essere considerata un metodo serio, deve fare riferimento alle indicazioni proposte dalla International Association for Impact Assessment, da Maria do Rosario Partitario e dalla sua specifica necessità di esistere: si arriva alla VAS dopo essere passati attraverso le valutazioni degli impatti cumulativi. Le altre strade sono solo fumo.

L: Fra le sue recenti opere emerge un lavoro riguardante la VIA realizzato in collaborazione con alcuni studenti del master dell’Università di Sassari. Cosa si sente di consigliare a chi comincia, terminati gli studi, a occuparsi di questo tipo di attività?

B: Il tecnico della VIA poteva essere una nuova professionalità. Oggi non è più così: chi lavora sulla VIA sa che deve assoggettarla alla volontà del proponente, dovrà redigere un rapporto giustificativo. Chi vuole occuparsi seriamente di VIA oggi deve stare dalla parte dell’amministrazione pubblica o delle popolazioni interessate, una scelta che non dà pane.

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