Niko Tinbergen – Naturalisti curiosi

Il celebre etologo Niko Tinbergen è sicuramente noto ai più per il premio Nobel di cui venne insignito nel 1973, insieme agli amici Konrad Lorenz e Karl Von Frisch, per le sue scoperte nel campo del comportamento animale; ciononostante, in Inghilterra la sua notorietà è legata anche a questo splendido saggio, scritto nel 1958, in cui descrive alcuni dei più importanti studi compiuti da lui in persona e dai suoi assistenti, prima in Olanda, paese di cui è originario, e poi in Gran Bretagna, nazione in cui si trasferì dopo aver occupato una cattedra all’università di Oxford. 

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Niko Tinbergen (1907-1988)

Le esperienze di studio e i vari tipi di sperimentazione vengono descritti minuziosamente, con un attento rapporto su ogni singola osservazione, proprio come in un vero e proprio diario di campo. Il piacere della lettura si accompagna a quella curiosità, citata dallo stesso autore, che spinge lo scienziato (e, istintivamente, il lettore stesso) a non sentirsi mai appagato, ma a cercare sempre nuovi interrogativi ai quali trovare risposta. Tinbergen riesce, con una freschezza narrativa non indifferente, a trasmettere a chi legge lo stesso entusiasmo provato da lui ad ogni singola scoperta o progresso nelle indagini di campo, rendendo la lettura immediata e coinvolgente.

La narrazione si dipana inizialmente sugli studi effettuati in Olanda nei primi anni ‘30 sulle interessanti vespe scavatrici Philantus; questi insetti dimostrano difatti straordinarie capacità di orientamento nel riuscire a ritrovare il nido, scavato nella terra, in cui depongono le proprie uova. Le indagini di Tinbergen e dei suoi collaboratori furono rivolte a scoprire con quali mezzi questi animali riuscissero a ritrovare la via di casa. Dall’utilizzo di segnali visivi (come un cerchio di pigne disposto attorno al nido dell’insetto, poi spostato al suo ritorno, e che spesso aveva l’effetto di disorientarlo), a quello di riferimenti olfattivi e visivi, questi ultimi di varia forma e dimensione, gli esperimenti rivelarono numerosi dati su come questi insetti si orientano, sia per tornare al proprio nido, sia quando vanno a caccia (sono predatori di altri imenotteri, come le api domestiche), e sui sensi utilizzati in base alla situazione in cui essi venivano a trovarsi; una delle scoperte più affascinanti fu vedere che i Philantus, quando cacciano le api, utilizzavano inizialmente i sensori olfattivi posti sulle antenne (come venne rivelato dal fatto che essi scorgevano i propri nemici solamente controvento), mentre soltanto per la fase di attacco vera e propria essi utilizzavano la vista.

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Philantus

Un altro campo di indagine di Tinbergen furono un altro gruppo di vespe della sabbia, le Ammophila, predatrici principalmente di bruchi di altri insetti, che utilizzano per nutrire le loro larve, protette all’interno di un nido scavato nella terra e nascosto accuratamente. Le cure parentali di questi insetti, che possono accudire più nidi contemporaneamente, sono legate da fasi estremamente ben regolate. Inizialmente alla larva, che si accresce all’interno della tana dopo la schiusa, viene lasciato un unico bruco come scorta alimentare. Dopo qualche giorno il genitore ritorna e riporta una nuovo approvvigionamento  in questo caso di 2-3 bruchi, che permettono alla larva di nutrirsi e accrescersi fino alla terza e definitiva visita, in cui la vespa madre porta un rifornimento ancora più cospicuo, sigilla la tana e la abbandona per sempre. Di lì a breve la larva si trasformerà in adulto e abbandonerà il nido. 

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Ammophila con una preda

La scoperta più incredibile sulla precisione di queste fasi riguardava la capacità autoregolativa dei genitori: utilizzando un nido di gesso estraibile dal suolo, che fortunatamente non confuse le vespe, vennero più volte modificate le larve presenti al loro interno, ma ciononostante, effettuando dei rapidi controlli, i genitori riuscirono sempre a portare il corretto nutrimento alle proprie larve in base allo stadio in cui si trovavano. Questo sottolineò ancora di più la straordinaria capacità delle Ammophiladi gestire contemporaneamente più nidi, anche con larve in diversi stadi di sviluppo.

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Larva di Ammophila all’interno del nido

Ulteriore argomento di discussione del saggio riguarda una classica tematica dell’etologia: il mimetismo degli animali per sfuggire alla predazione. Dagli esempi classici di mimetismo ‘criptico’, in cui cioè l’animale cerca di mimetizzarsi con l’ambiente circostante (il classico esempio ne è l’insetto stecco), si passa agli esempi di animali dalle livree particolarmente vistose aventi la funzione di segnalare a eventuali predatori di non essere commestibili (né sono chiaro esempio molti bruchi di Lepidotteri, spesso simili tra loro e ad alcuni ‘modelli base’, secondo il cosiddetto mimetismo ‘mulleriano’), e al mimetismo di animali che, pur essendo commestibili, si proteggono dalla predazione imitando la livrea di altri animali, disgustosi o velenosi (mimetismo ‘batesiano’).

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Insetto stecco

Altri studi riguardano i ‘falsi occhi’ che decorano le ali di alcune farfalle, e che, come lo stesso Tinbergen ha dimostrato, si rivelano essere dei buoni deterrenti nei confronti degli uccelli predatori, che permettono alla preda di guadagnare quei pochi attimi preziosi per poter sfuggire al proprio assalitore. Non mancano casi significativi di come la selezione operi anche in questo campo: l’esempio più classico è dato dalla Biston betularia, farfalla notturna che popola i boschi inglesi di betulla (da cui il nome). Questa falena ha pagato pesantemente gli effetti dell’inquinamento portato dalla rivoluzione industriale: la sua livrea difatti si mimetizzava alla perfezione con le cortecce grigiastre di betulla, ma quando buona parte di queste si sono annerite a causa dei fumi delle fabbriche, essa è diventata un bersaglio fin troppo facile per gli uccelli suoi predatori. L’evoluzione ha premiato in tal senso solo la variante melanica (ovvero completamente nera) Biston betularia carbonaria, che è diventata ormai predominante nei boschi inglesi rispetto alla forma originaria biancastra, grazie proprio ai vantaggi mimetici offerti dalla sua livrea.

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Biston betularia e la sua variante melanica su una corteccia di betulla normale e su una annerita dall’inquinamento

Il saggio si chiude con la descrizione dei lunghi e appassionati studi compiuti dall’etologo olandese e dai suoi assistenti sulle colonie dei gabbiani, svoltisi inizialmente a Ravenglass, lungo delle spiagge sabbiose, all’osservazione dei complessi comportamenti sociali del gabbiano comune (Larus ridibundus) e dell’efficacia del mimetismo delle uova rispetto al rischio di predazione da parte di cornacchie e volpi. Successivamente, vengono trattati le ricerche effettuate nelle Isole Farne sui comportamenti e la territorialità dei gabbiani tridattili (Rissa tridactyla), adattati alla vita di scogliera a tal punto da non temere alcun rischio di predazione, e i cui stessi pulcini dimostrano una straordinaria capacità di orientamento e adattamento alla vita su pendii estremamente scoscesi.

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Gabbiano comune e gabbiano tridattilo

Come nota conclusiva, Tinbergen tiene a sottolineare l’importanza di essere curiosi nel mondo della ricerca, perché è la sete di conoscenza e di ‘spingersi un gradino più avanti’ che ha portato l’uomo a scoprire e interpretare tanti misteri del mondo che ci circonda, e perché in fondo non c’è niente di male a vivere la natura con interesse e passione. Forse è questo uno dei motivi per cui questo breve ma appassionante saggio ha avuto un così grande successo tra i gli amanti delle scienze naturali, ed è per questi una lettura di estremo interesse anche al giorno d’oggi, a quasi cinquant’anni dalla sua uscita.

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Niko Tinbergen mentre dipinge alcuni gusci di uova di gallina per verificare le capacità mimetiche a confronto con le uova naturalmente chiazzate del gabbiano.

Gli studi sullo spinarello

Tra gli studi più celebri sul comportamento compiuti dal grande etologo olandese, un peso di assoluto rilievo è occupato dallo spinarello (Gasterosteus aculeatus), sebbene non venga trattato nel saggio in questione; questo piccolo pesce nella sua forma di acqua dolce presenta forti caratteri di territorialità, soprattutto durante il periodo riproduttivo, e i comportamenti che utilizza per difendere il proprio nido sono stati a lungo oggetto di studio da parte di Tinbergen. 

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Maschio di spinarello (Gasterosteus aculeatus) in periodo riproduttivo

Durante il periodo riproduttivo i maschi, che assumono una vivace colorazione rossastra sul ventre, creano un nido di alghe agglutinate ancorate sul fondo e utilizzano una particolare danza rituale (composta da alcuni prestabiliti movimenti a zig-zag) per attirare le femmine all’accoppiamento e alla deposizione delle uova nel proprio nido; chiaramente l’avvicinamento di un altro maschio, ben riconoscibile per la livrea vivace, scatena invece reazioni di grande aggressività. La leggenda vuole che Tinbergen abbia scoperto che la causa scatenante di tale istintiva combattività risieda proprio nel colore rosso, che contraddistingue i maschi nel periodo dell’accoppiamento, dopo aver visto che i pesci apparivano estremamente irrequieti al passaggio oltre la finestra del furgone postale, guardacaso proprio di color rosso fuoco!
Gli studi sul comportamento di tali pesci hanno stabilito, mediante l’utilizzo sia di esemplari vivi tenuti dentro un tubo di vetro che di modelli colorati e di varie forme, colori e dimensioni, quali siano i rigidi limiti territoriali che il pesciolino utilizza per difendere la propria tana, come aumenti la sua veemenza all’apice del periodo riproduttivo e soprattutto come muti il suo comportamento al ridosso di tale confine.
Se difatti lo spinarello si trova al di qua del limite, l’aggressività e la territorialità prevalgono sui comportamenti remissivi e di fuga, non solo per la necessaria difesa del proprio territorio, ma anche per la maggior fiducia data dalla conoscenza di questo; oltre tale invisibile confine, invece, all’incontro con un rivale è più prevedibile un comportamento remissivo o di fuga. Secondo gli studiosi un approssimativo confine del territorio dello spinarello può proprio essere stabilito da come il pesciolino reagisce all’avvicinamento di un altro maschio alla tana.
Gli studi dello scienziato olandese sugli spinarelli costituiscono una delle pietre miliari nella storia dell’etologia, e sono tanti gli studiosi del comportamento che hanno utilizzato i pesciolini come prima ‘palestra’ per esercitare le proprie capacità di pazienza e osservazione, doti fondamentali per qualunque etologo che si rispetti, e in cui guardacaso Niko Tinbergen era maestro.

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