Cinema: ‘Il Popolo Migratore’ di Jacques Perrin

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Per gli amanti della natura il nome di Jacques Perrin non deve suonare nuovo, dato che documentari scientifici dal taglio cinematografico come  Himalaya portano la sua firma; in questo caso, Perrin dedica la sua opera al mondo degli uccelli migratori, e ai loro incredibili viaggi sopra i cieli dei cinque continenti.

Il popolo migratore non può però essere considerato come un documentario scientifico rigoroso, ma deve essere visto nell’ottica entro cui il suo autore l’ha creato, ovvero rivolto a un pubblico estremamente ampio e non necessariamente competente, come è consuetudine dell’opera cinematografica. In questo caso infatti non ci troviamo di fronte a un documentario tout-court, con termini e descrizioni scientifiche accurate e approfondite, e anzi la voce narrante si presenta sporadicamente a sottolineare unicamente alcuni eventi fondamentali nel corso del racconto.
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Dal punto di vista puramente visivo l’opera è sensazionale, con una fotografia strepitosa che riesce a far sentire lo spettatore parte dello straordinario viaggio degli uccelli migratori; in particolare le tecniche di ripresa, mai così all’avanguardia nel campo della documentaristica, grazie alle riprese di telecamere poste sul dorso degli uccelli stessi o a operatori in deltaplano, riescono a farci sentire parte degli stormi dei migratori e a provare l’ebbrezza del volo sopra paesaggi di rara bellezza, su sfondi naturali, come ad esempio il Grand Canyon immortalato dai film di John Ford o le infinite distese oceaniche dell’Atlantico o desertiche dell’Africa, ad altri artificiali, ma visti sotto un’ottica totalmente inedita, come la Statua della Libertà e le torri gemelle di New York, la torre Eiffel di Parigi o Mont Saint-Michèl nel nord della Francia.
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Allo stesso modo della narrazione le musiche, a opera di Bruno Coulais ed eseguite dall’Orchestra Bulgara, presenti ma mai invadenti, riescono ad arricchire la poesia dell’opera, alternandosi a momenti di silenzio o ai suoni della natura che fanno da cornice a gran parte delle scene. Le voci sono invece di Nick Cave e Robert Wyatt, artisti celebri per i loro amore per la natura e per le tematiche ecologiche.

La pellicola riesce a dare un’immagine realmente toccante e drammatica del viaggio che gli uccelli devono compiere per giungere ai luoghi di svernamento; le scene fanno talvolta sorridere, come nel caso di uno stormo di anatre che si posa su una portaerei in alto mare nel corso di una tempesta, talvolta riflettere, e in certi casi anche commuovere lo spettatore: è ad esempio estremamente dolorosa la scena di una sterna che, appena giunta sulle coste dell’Africa con un’ala spezzata, dopo migliaia di chilometri di volo, viene raggiunta e divorata dai granchi sulla spiaggia.
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Gli uccelli presenti nel film sono innumerevoli, e non si tratta unicamente di migratori: si va dai classici viaggiatori di lunghe tratte come oche, aironi e cicogne, anatre e sterne, a specie stanziali, come ad esempio le colonie di pinguini imperatori in Antartide, a mille altre varietà fotografate in uno straordinario viaggio sopra i cinque continenti. Si va dai volatili ben noti alle nostre latitudini, come il pettirosso che apre e chiude la narrazione del film, o il cuculo che, ancora implume, viene colto nell’atto di cacciare fuori dal nido le uova dei suoi “fratellastri”, fino a specie esotiche come i pappagalli Ara delle foreste fluviali, o il condor delle Ande, o ancora l’albatros, che trascorre gran parte della sua esistenza in volo sopra i mari glaciali. Tra i principali protagonisti della seconda parte del film, che coincide con l’arrivo dei migratori nelle terre di svernamento, ci sono i pellicani bianchi africani, l’oca delle nevi, la gru del Giappone e molti altri ancora.
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Anche l’uomo è presente: non sempre si vede ma il più delle volte si intuisce la sua presenza, quando ad esempio gli stormi di anatre migratrici vengono raggiunti e decimati dai colpi di doppietta, oppure quando queste si vanno a rifugiare tra gli scarichi di una fabbrica, rimanendo impantanate, oppure ancora ricercano sollievo dal calore del deserto nascondendosi all’ombra di un camion abbandonato lungo la strada. Altre volte invece gli uomini si vedono: il ragazzo che spaventa le anatre nello stagno ad esempio, oppure la vecchietta che dà da mangiare alle gru appena arrivate e stremate dal lungo viaggio.
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La frase di Perrin La promessa del ritorno è stata mantenuta…, in coincidenza col ritorno sui territori di riproduzione da parte dei migratori, chiude un documentario stupendo e toccante, eccezionale dal punto di vista visivo e incredibilmente efficace nel descrivere le meraviglie della natura, e la grave perdita che non tutti subiremmo se decidessimo di distruggere queste specie e questi paesaggi per perseguire i nostri interessi economici. Un autentico capolavoro, ricco di poesia e dotato della capacità, sempre più rara nei film odierni, di meravigliare lo spettatore con immagini vere tratte dal mondo reale. Consigliato a tutti.

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