Cinema: ‘Microcosmos – Il popolo dell’erba’ di Claude Nuridsany e Marie Pérennou (1996)

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Molti spettatori ritengono che per assistere alle più grandi e spettacolari manifestazioni del mondo naturale sia necessario visitare le savane africane o le foreste pluviali del Borneo o dell’Amazzonia, quando in realtà intorno a noi è presente un mondo incredibilmente variegato, popolato da un’infinita moltitudine di forme animali e vegetali strane e misteriose, di timidi erbivori e feroci predatori, di strenue lotte quotidiane per il successo e la sopravvivenza, di mille sfide avvincenti e affascinanti. L’unica differenza, rispetto alle tematiche trattate dai classici documentari naturalistici, è la scala su cui opera questo Microcosmos.

Ambientato nella campagna francese dell’Aveyron, e nel corso di un singolo ciclo di 24 ore di un giorno d’estate, questo documentario ci mostra un mondo quasi inesplorato o, perlomeno, mai visto con gli occhi dei suoi protagonisti: le proporzioni cambiano, i tempi si accelerano, la vita vista sotto l’ottica degli insetti assume un aspetto magico e avventuroso: la pioggia, con le sue enormi gocce, è un pericolo concreto, semplici sassi si trasformano in montagne così come uccelli di dimensioni anche ridotte diventano temibili predatori, e lo stesso ciclo della vita cambia completamente i tempi a cui siamo abituati: un giorno dura un’ora, una stagione un giorno, una vita una stagione.

La giungla inestricabile che fa da ambiente naturale per i protagonisti del documentario altro non è che un semplice prato erboso, e creature piccole, quasi insignificanti all’occhio umano, si trasformano in protagonisti assoluti della scena, proiettando lo spettatore in una dimensione completamente nuova e inedita.

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L’intento dei registi Claude Nuridsany e Marie Pérennou non è difatti quello di creare un rigoroso documentario scientifico ricco di termini e descrizioni della vita dei suoi piccoli protagonisti, ma di far semplicemente sentire l’osservatore parte di quel mondo in miniatura, in cui la lotta per la sopravvivenza e le piccole sfide di ogni giorno hanno lo stesso peso e difficoltà di quelle del mondo su scala ‘umana’. L’intento di umanizzare gli insetti viene svolto egregiamente non soltanto dalla scelta di scene azzeccate e particolarmente significative, ma anche da un sottofondo musicale introspettivo e indovinato, che spesso si alterna a rumori della natura che non siamo soliti ascoltare, come il rumore dei passi delle formiche, o lo scontro tra le temibili armi da combattimento di due cervi volanti in lotta.

La stessa voce narrante si limita a un breve cenno introduttivo, per poi lasciare totalmente spazio alle voci della natura. Tale scelta è presente in altre opere dello stesso produttore Jacques Perrin, come Il popolo migratore o Himalaya, tra i più celebri e acclamati film-documentario usciti negli ultimi anni nelle sale cinematografiche.
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Le tecnologie di ripresa utilizzate sono assolutamente innovative e all’avanguardia, e si basano principalmente, come è ovvio, sulla tecnica macro, che permette un dettaglio eccellente anche su scene di pochi centimetri di ampiezza. Molte delle apparecchiature di ripresa utilizzate sono state create ad hoc per la realizzazione del documentario stesso, e soltanto i tempi di preparazione delle ambientazioni e delle apparecchiature ha richiesto due anni di lavoro, oltre ai tre anni necessari per completare le riprese.

Tempi così lunghi non sono casuali: determinati avvenimenti, come la cova delle libellule (che dura soltanto 15 giorni), avvengono in un breve periodo dell’anno, e se le riprese necessarie non sono state finite, bisogna attendere l’anno successivo per poterle completare.

L’ambientazione e la sceneggiatura rigorosa, con scene ben definite e talvolta complesse, pur favorendo l’eccezionale risultato finale, ha reso estremamente difficoltoso il lavoro per i realizzatori del documentario. In determinati casi le ambientazioni proposte erano totalmente inedite, come ad esempio nel caso di una straordinaria inquadratura all’interno di un formicaio, con le abitanti della colonia in stato di allarme generale a causa dell’attacco di un gigantesco predatore, in questo caso un fagiano.

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Altre scene si sono rivelate difficili da immortalare proprio perché rare e poco frequenti, come la creazione della ‘campana’ di aria subacquea da parte dell’argironeta, l’unico ragno ‘sommozzatore’ esistente al mondo. Altre scene, pur se più frequenti in natura, presentano comunque una bellezza particolare perché mai viste in maniera così completa e dettagliata: un esempio è fornito dagli afidi, piccoli animali che estraggono la linfa da determinate piante e forniscono alle formiche una soluzione zuccherina in cambio di protezione; e la protezione stessa non tarda a farsi vedere, quando sul ramo popolato di afidi arriva una coccinella, loro predatrice, che viene prontamente scacciata dalle formiche di guardia. Altre scene ancora, come la nascita delle zanzare dall’uovo deposto sul pelo dell’acqua, o il ragno argiope intento ad avvolgere alcune malcapitate cavallette vittima della sua tela, pur se non particolarmente rare, assumono un fascino assolutamente unico viste sotto l’ottica dei loro protagonisti. Lo stesso combattimento tra cervi volanti, assume, immerso nell’oscurità e illuminato unicamente dalla flebile luce lunare, una drammaticità unica.

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La stessa scelta dei protagonisti delle scene è stata tutt’altro che semplice per i realizzatori del film, poiché, a differenza di quanto si potrebbe credere, ogni esemplare ha un suo carattere particolare, e sono rari gli insetti che si comportano naturalmente e a loro agio sotto la macchina da presa. Determinate scene, come hanno rivelato gli stessi Nuridsany e Pérennou, sono state realizzate utilizzando diversi ‘protagonisti’ e addirittura qualche comparsa: un caso in tal senso è la divertente scena di uno scarabeo sacro intento a trasportare la sua pallina di sterco, il quale, novello Sisifo, incontra mille ostacoli durante il suo tragitto che lo rallentano e lo bloccano, ma lui, imperterrito e dotato di rara tenacia e testardaggine, le supera tutte per portare il suo raccolto alla propria tana.

Persino la lunga marcia dei bruchi, in rigorosa fila indiana, ci viene raccontata in modo inedito, e ci mostra in maniera affascinate e insolita le particolari regole che controllano la formazione delle colonne dei piccoli Lepidotteri.

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Durante la narrazione ci veniamo, in sostanza, a trovare in un pianeta Terra parallelo, con tempi, proporzioni e protagonisti diversi dal solito, che ci appaiono inediti e a cui non siamo abituati, sebbene ci circondino nella nostra vita di tutti i giorni. L’idea dei registi è stata difatti quella di ricostruire un mondo invisibile in gran parte all’occhio umano, e di farne sentire il profumo, le sensazioni, la magia.

Il risultato è assolutamente eccezionale e imperdibile per ogni buon amante della natura, e ci fa comprendere che il mondo in cui viviamo è straordinario e incredibilmente variegato anche alle nostre latitudini, e per rendersene conto è sufficiente cambiare il nostro punto di vista, o le proporzioni a cui siamo solitamente abituati.

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