Jane Goodall – Le ragioni della speranza (1999)

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Questo libro non è una semplice autobiografia della protagonista di alcune delle più grandi scoperte riguardanti le scimmie antropomorfe più vicine a noi, ovvero gli scimpanzé, né un arido trattato scientifico in cui vengono elencati gli sviluppi dei suoi studi, ma si tratta in realtà della risposta a una domanda frequentemente posta alla sua autrice: c’è ancora speranza per il mondo in cui viviamo? La domanda che mi viene rivolta più spesso nei miei viaggi intorno al mondo scaturisce dal timore più profondo della gente: Jane, lei pensa che ci sia speranza? C’è speranza per le foreste pluviali in Africa? Per gli scimpanzé? Per gli africani? C’è speranza per il pianeta, il nostro bel pianeta che stiamo saccheggiando? C’è speranza per noi e per i nostri figli e nipoti?, scrive la Goodall.

La risposta fornita in questo libro a tutti questi interrogativi è il racconto della vita di una donna condotta prima in Inghilterra, poi tra le montagne dell’attuale Tanzania, a Gombe, nello studio ravvicinato degli scimpanzé in libertà, e infine, ed è tuttora così, in giro per il mondo a promuovere, con passione e coinvolgimento, il lavoro del Jane Goodall Institute, per la salvaguardia non solo del futuro delle scimmie a noi più simili e del loro habitat naturale, ma anche e soprattutto del mondo in cui viviamo. Speranza mantenuta e accresciutasi negli anni nonostante le infinite avversità che la Goodall ha dovuto affrontare, a cominiciare dall’infanzia vissuta in Inghilterra nel periodo bellico, la visita ad Auschwitz, la morte di una sua collega in Africa durante i suoi studi e al rapimento di altri quattro per chiederne un riscatto, la morte del secondo marito per cancro e altre mille difficoltà incontrate da una donna che ha sempre fatto della perseveranza, basata su una forte fede religiosa, il suo credo.

La narrazione della Goodall, fresca e coinvolgente, ci porta a far nostra la sua passione per la natura, gli animali e i viaggi in terre lontane e inesplorate, avuta sin dall’infanzia e che la condusse a fare il suo primo viaggio in Africa a 23 anni, per far visita a un’amica, e che cambiò radicalmente la sua vita. Ci racconta della scelta da parte del grande antropologo Louis Leakey di fare di lei la prima vera studiosa degli scimpanzé nel loro habitat naturale, dell’aver successivamente osservato l’utilizzo da parte di questi di ramoscelli, ben ripuliti e lisciati, per la raccolta delle termiti (scoperta rivoluzionaria nel campo delle scienze antropologiche, dato che fino ad allora solo l’uomo era ritenuto capace di creare e utilizzare degli utensili), dell’incontro con David Greybeard, primo degli scimpanzé ad aver stretto un contatto con lei e ad averla introdotta nel branco creando fiducia e rispetto tra i suoi compagni nei confronti della nuova arrivata, dell’osservazione diretta e commovente dei mille sentimenti ed emozioni che vivono i nostri cugini nel condurre la loro esistenza, del successo dei suoi studi e della nascita del Jane Goodall Institute for Wildlife Research, Education and Conservation e infine delle mille battaglie vinte per sensibilizzare l’opinione pubblica sui gravi danni che l’umanità sta arrecando al pianeta.

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E la risposta è chiaramente sì, c’è ancora speranza, perchè se è vero che da un lato le sofferenze, le atrocità e le ingiustizie che l’uomo arreca ai suoi simili e al mondo in cui vive sono sotto gli occhi di tutti, da un altro è innnegabile, e la vita della Goodall ne è una prova, che avendo fiducia nelle proprie possibilità e trovando tante persone nobili e generose che aiutano le giuste cause (è commovente l’incontro con Henri Landwirth, magnate sopravvisssuto in gioventù alla prigionia ad Auschwitz, emigrato in America, creatore dell’associazione Give Kids the World per i bambini malati terminali), alla fine si può essere ripagati appieno della propria opera e dei risultati ottenuti con essa, anche se, ed è Jane Goodall stessa a ricordarcelo, il viaggio non finisce mai.

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Jane Goodall in una foto recente

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