La VIA in Italia: c’è ancora molto da fare

La VIA, o Valutazione di Impatto Ambientale (EIA, da Environmental Impact Assessment per gli anglosassoni), nasce nei primi anni sessanta ad opera dei ricercatori statunitensi Larry Canter dell’Università dell’Oklahoma e Norman e Leonard Ortolano dell’Università di Stanford come studio preliminare di ricerca dei possibili effetti negativi sull’ambiente di un’opera in progetto di realizzazione. La finalità di tale studio è inquadrare eventuali modifiche al progetto iniziale, qualora necessarie, al fine di mitigare tali effetti entro i limiti consentiti dalla legge, fino all’opzione do nothing, che prevede la non realizzazione dell’opera stessa. In Italia la VIA è stata introdotta con la legge istitutiva del Ministero dell’Ambiente 349 del 1986, prendendo spunto dai contenuti della direttiva comunitaria 85/337/CEE, che regola gli aspetti fondamentali della pianificazione del territorio a livello europeo. Dopo l’iniziale recepimento la via burocratica seguita dalla Valutazione di Impatto Ambientale per diventare legge e -soprattutto- procedura rigida, affidabile e scientificamente rigorosa è stata molto più che tortuosa, ed è tuttora ben lontana dall’essere conclusa.

Il principale problema riguardante questo tipo di ricerche è l’effettiva assenza dell’opzione “zero” (il suddetto do nothing), che nella realtà dei casi non viene mai applicata, trasformando lo studio in poco più che un giustificativo da allegare al progetto, al fine di permettere la sua realizzazione. L’eccessivo potere in mano ai committenti permette infatti di rendere tacitamente obbligata una valutazione positiva, imponendo la conferma della realizzabilità del progetto già nella scelta dei ricercatori impegnati nello studio, che ovviamente vengono trasformati in vassalli di chi propone l’opera in oggetto.

Oltre a questo, la legislazione italiana è assolutamente carente nel dare indicazioni ben dettagliate su come tale studio debba essere realizzato, privandolo pertanto di ogni rigore scientifico e di una procedura standard che permetta di creare un protocollo rigido e immutabile, e conseguentemente dei precedenti a cui rifarsi. I miglioramenti nella procedura a livello internazionale sono stati importanti: i principi su cui si basava questo tipo di ricerca quando venne concepita (fine anni Sessanta) prevedevano una gestione dell’ambiente impostata su parametri ancora approssimativi; non veniva ad esempio considerata la possibilità della partecipazione del pubblico alle osservazioni generali sull’esecuzione dei progetti, non erano studiati i cosiddetti “impatti cumulativi”, dovuti all’interazione di elementi diversi, gli unici fattori ritenuti importanti ai fini della valutazione erano di natura prettamente economica e, soprattutto, le risorse naturali venivano considerate come infinite, carattere evidente di una coscienza ecologica ancora acerba.

Sotto tutti questi aspetti la procedura si è affinata ed è diventata completa e affidabile: i fattori umani e di partecipazione del pubblico, le eventuali modifiche ai progetti e la VAS (Valutazione Ambientale Strategica) come studio preliminare sull’effettiva possibilità di realizzare un progetto operano ormai un ruolo fondamentale negli studi di impatto, almeno a livello europeo; gli esempi sono assolutamente innumerevoli, e possono essere ricondotti ad alcuni modelli di base, come l’impianto petrolchimico (uno studio realizzato da R.Bisset in Scozia crea un eccellente modello per equivalenti ricerche successive), la discarica (la raccolta dei rifiuti nel porto di Rotterdam, valutata da P.de Jongh), l’autostrada, la miniera, etc. Lo stesso ponte Vasco Da Gama sul fiume Tago in Portogallo, inaugurato nel 1998, progetto faraonico e discutibile dal punto di vista ambientalistico, creato oltretutto ignorando buona parte delle indicazioni fornite dalla ricerca, è stato fortemente osteggiato da buona parte delle associazioni ambientalistiche e dall’opinione pubblica al punto da diventare, ironicamente, un esempio da seguire per quanto riguarda le modifiche successive alla realizzazione dell’opera, dall’ampliamento delle aree protette nella zona circostante, ai rigidissimi studi di monitoraggio, e così via.

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Il ponte Vasco Da Gama sul fiume Tago, in Portogallo.

La situazione in Italia, purtroppo, è ancora ben lontana dagli standards qualitativi europei. Oltre all’ancora inesistente partecipazione del pubblico agli studi di valutazione, gran parte delle ricerche si sono più volte dimostrate semplici giustificativi delle opere, anche quando queste rivelano già a livello progettuale impatti notevolissimi (due esempi significativi sono il collegamento ferroviario ad alta capacità Torino-Lione e la metropolitana sublagunare di Venezia). La Commissione nazionale della Via, istituita dal Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio, creata come organo super partes in grado di giudicare l’effettiva imparzialità di questo tipo di ricerche, si è finora rivelata assolutamente inefficace, e una procedura accelerata prevista dal Governo per determinate opere ritenute “di interesse nazionale” riduce la VIA a poco più di una farsa per gran parte dei progetti coinvolti.

Le grandi opere previste per il futuro prossimo saranno presumibilmente assoggettate a questo tipo di valutazione “all’acqua di rose”, e la nuova procedura della “Valutazione di incidenza”, prevista per tutti i progetti rientranti nei SIC (Siti di Interesse Comunitario, zone di particolare pregio naturalistico), manca anch’essa di un protocollo procedurale di riferimento e legalmente riconosciuto.

Il futuro prossimo, in tal senso, appare tutt’altro che roseo, almeno fino a quando la filosofia che si cela dietro alla realizzazione delle grandi opere sarà quella del “tutto e subito”.

Riferimenti bibliografici: l’opera del professor Virginio Bettini, professore di Analisi e valutazione ambientale presso la Facoltà di Scienza della Pianificazione Urbanistica e Territoriale dell’Università di Venezia e di Principi di Valutazione di Impatto Ambientale presso la Facoltà di Scienze Ambientali di Sassari è assolutamente fondamentale, in quanto massimo esperto nel settore in Italia e membro dell’International Association for Impact Assessment (IAIA); nelle sue opere lo spirito critico e ‘militante’ verso la superficialità con cui tali tematiche vengano affrontate in Italia rende la lettura di estremo interesse, poiché in grado di fornire uno specchio realistico e tristemente disilluso su tali problematiche; tra queste segnalo Valutazione di Impatto Ambientale, UTET 2002, realizzata in collaborazione con i ricercatori dell’Università di Sassari, e L’impatto ambientale – Tecniche e Metodi, CUEN 1995, breve ma completo compendio dell’attuale situazione italiana a confronto con la situazione comunitaria, completo di una ricca bibliografia per argomenti. Dal punto di vista strettamente legislativo, l’opera più completa è sicuramente Valutazione di Impatto Ambientale di Andrea Martelli, Sistemi Editoriali 2003, in cui vengono approfonditi nel minimo dettaglio gli aspetti burocratici e giuridici della questione, con un cd completo di tutte le normative nazionali e regionali sull’argomento.

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