L’estinzione dei Dinosauri – L’ipotesi impatto extraterrestre

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Il tramonto dei Dinosauri, opera di Julian Baum

L’evento cataclismico che condusse all’estinzione di massa della fine del Cretaceo, all’incirca 65 milioni di anni fa, lasciò via libera al successo evolutivo dei Mammiferi sul pianeta a discapito di quelli che al tempo erano i dominatori della Terra, i Dinosauri. Le sue origini sono però ancora fonte di accesi dibattiti presso la comunità scientifica. Questo perché i dati risalenti all’epoca sono ovviamente frammentari, sia per quanto riguarda le scarse testimonianze fossili sia per la difficoltà di interpretazione degli strati geologici risalenti al periodo in cui tale estinzione è avvenuta.

Ciononostante, le principali linee seguite dalla ricerca optano verso le due uniche possibilità ritenute effettivamente credibili, ovvero l’impatto di un corpo extraterrestre (una cometa o un asteroide), o una lunga serie di violente eruzioni vulcaniche. In entrambi i casi, tali eventi avrebbero portato profonde e radicali modificazioni climatiche e ambientali sul pianeta, in tempi troppo brevi per permettere agli animali più sfavoriti da queste di riadattarsi almeno ad un livello che garantisse la sopravvivenza delle specie.

Tali modificazioni avrebbero presumibilmente causato un lungo oscuramento della luce solare su tutto il globo, al punto da bloccare la fotosintesi e mettere in crisi l’intera catena alimentare, oltre a creare un lungo ‘inverno nucleare’ con forti abbassamenti delle temperature, e un successivo periodo di forte riscaldamento in cui, a causa degli effetti di tale evento, la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera si sarebbe notevolmente innalzata, causando un effetto serra su scala globale. Gli organismi pertanto sopravvissuti al primo periodo freddo avrebbero poi dovuto affrontare un lungo intervallo di tempo con temperature eccezionali su tutto il pianeta.

In aggiunta alle modificazioni termiche, l’aumento di CO2 nell’atmosfera avrebbe causato piogge acide diffuse, e questo spiegherebbe la successiva scomparsa di numerosi gruppi tassonomici marini come ad esempio le Ammoniti, i cui gusci carbonatici erano solubili nelle acque acide. Non si esclude inoltre la diffusione su scala globale di vasti incendi che avrebbero causato la distruzione di circa metà delle foreste presenti sul globo: una notevole presenza di fuliggine negli strati geologici dell’epoca potrebbe confermare tale ipotesi. Questa sarebbe stata causata della ricaduta di lapilli nel caso di lunghe eruzioni, o di frammenti incandescenti nel caso di un impatto meteoritico.

In poche parole, una catastrofe su scala globale, che avrebbe favorito soltanto le specie in grado di adattarsi in tempi sufficientemente brevi e di sopravvivere a condizioni ambientali estreme: ciò andrebbe oltretutto a supporto della teoria degli equilibri puntiformi di Stephen Jay Gould e Niles Eldredge, secondo cui la storia dell’evoluzione della vita sulla Terra non avrebbe sempre premiato le specie più adattate, ma quelle più capaci di resistere a quegli eventi cataclismici che hanno portato alle estinzioni di massa: per molti versi, le più fortunate.

Nei primi anni ‘80 Walter Alvarez insieme a suo padre Luis per primo portò agli occhi della comunità scientifica l’ipotesi dell’impatto extraterrestre, e lo fece adducendo una lunga lista di dati scientifici a favore alla sua teoria: per prima cosa, studiando lo strato geologico KT (da Kreide, Cretaceo in tedesco e Terziario, l’epoca geologica successiva), ossia quello interessato dagli eventi immediatamente precedenti e immediatamente successivi all’evento catastrofico, venne scoperta, in ogni parte del mondo in cui tale strato venne studiato, un’anomala abbondanza dell’elemento Iridio, componente estremamente raro sulla crosta terrestre, in concentrazioni e rapporti con gli altri elementi presenti molto simili a quelli rinvenuti sulle meteoriti litoidi risalenti a quell’epoca geologica.

Uno dei siti di ricerca più importanti a livello mondiale riguardante queste ricerche è situato a Gubbio, in Italia, dove uno strato argilloso di circa 2 cm di spessore delimita chiaramente il KT, differenziandosi completamente, anche dal punto visivo, dagli strati calcarei soprastanti e sottostanti. La caduta di un meteorite, di circa 10 km di diametro e alla velocità stimata di 10 Km/sec, avrebbe causato la formazione di un cratere di circa 150 Km di diametro, e l’impatto avrebbe riversato nell’atmosfera tali quantità di materiale proveniente dal corpo extraterrestre da permetterne una sua diffusione negli strati alti dell’atmosfera, e una ricaduta di questo sotto forma di precipitazioni su tutto il globo.

Altra prova a favore di questa ipotesi è la presenza, negli strati geologici interessati dall’evento, di granuli di quarzo con deformazioni laminari dovute a shock da ipervelocità; questi tipi di strutture sono reperibili solo in siti di esplosioni nucleari, o in prossimità di crateri da impatto meteorico, e possono essere ricreate in laboratorio sottoponendo granuli di quarzo della crosta terrestre a fortissime pressioni e temperature.

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Granulo di quarzo con deformazioni laminari dovute a shock da ipervelocità

La prova schiacciante, definitiva a favore di tale teoria sarebbe però il rinvenimento del cratere da impatto che avrebbe causato la catastrofica estinzione, e questo non è mai stato trovato, pur ricercandolo su ogni parte del globo. Un’area della penisola dello Yucatan in Messico alcuni anni orsono è stata indicata come uno dei possibili luoghi dell’impatto, ma le testimonianze fossili non hanno mai confermato tale ipotesi. Non va però esclusa la cancellazione del cratere in seguito all’erosione superficiale di 65 milioni di anni, o alla sua scomparsa, sprofondato con quel 25% della crosta terrestre presente alla fine del Cretaceo che è stato ‘inghiottito’ per subduzione.

Non è stata esclusa, soprattutto negli ultimi anni, la possibilità di un impatto multiplo di più corpi, o addirittura una pioggia meteorica. In effetti sono presenti sulla superficie terrestre alcuni crateri doppi, dovuti pertanto a impatti multipli. Inoltre il corpo centrale di una cometa avrebbe potuto disgregarsi in più parti per l’attrito con l’atmosfera terrestre, essendo composto in gran parte di ghiaccio.

E’ interessante anche la teoria secondo cui una stella compagna del Sole, denominata  Nemesis, nel suo periodo di rotazione attorno alla stella principale si ripresenterebbe in prossimità del sistema solare ogni circa 32 milioni di anni, portando ripetute piogge meteoritiche di proporzioni catastrofiche e conseguenti estinzioni di massa. Le prove fossili sembrano dare supporto a tale teoria, sebbene la stella stessa non sia mai stata rinvenuta dagli astronomi.

L’intervallo di tempo entro cui questa tragedia si sarebbe compiuta è uno dei principali pomi della discordia: la teoria dell’impatto supporrebbe un tempo relativamente breve (di circa 1000 anni) in cui l’estinzione di massa avrebbe avuto luogo – e parte delle testimonianze fossili sembrano confermare tale possibilità – mentre per la teoria di un vulcanismo diffuso i tempi in cui le modificazioni ambientali avrebbero portato alla scomparsa di Dinosauri, Ammoniti e compagni di sventura sarebbero ben più lunghi, nell’ordine del mezzo milione di anni.

Entrambe le parti sono tuttora impegnate nella ricerca di prove inconfutabili a sostegno della propria teoria, e la durata del periodo di tempo interessato dall’estinzione di massa è ancora oggi uno dei punti focali del dibattito. Nei primi anni ‘80, periodo in cui le tensioni USA-URSS erano ancora marcate e gli Stati Uniti avevano in progetto di realizzazione uno ‘scudo spaziale’ di protezione da eventuali attacchi d’oltre cortina, la nuova ipotesi dell’impatto extraterrestre ebbe un grande successo tra il pubblico e la stampa come ulteriore supporto a tale progetto di difesa (non si sa bene su quali basi), e i finanziamenti per la ricerca aumentarono, così come l’impegno degli scienziati nella ricerca di una prova definitiva a supporto di questa ipotesi.

La teoria dell’impatto extraterrestre rimane tuttora l’ipotesi più diffusa e più conosciuta, sebbene non l’unica e non necessariamente la più supportata da prove scientifiche; è curioso notare comunque che – vuoi per la sindrome da ‘Jurassic Park’, che ha sempre cercato di spettacolarizzare al massimo la ricerca nel campo, vuoi per le particolari condizioni socio-politiche in cui venne ipotizzata – essa rimanga per il grande pubblico l’unica possibile causa della scomparsa dei Dinosauri. Potenza dei media…

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Punti del globo in cui in corrispondenza dello strato KT sono state trovate anomalie nei livelli di Iridio e granuli di quarzo deformati per ipervelocità

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