L’estinzione dei Dinosauri – L’ipotesi vulcanismo

Secondo recenti scoperte paleontologiche, le tracce fossili a noi giunte sembrano rivelare una nuova realtà riguardo all’estinzione di massa che, al termine dell’era geologica del Cretaceo, circa 65 milioni di anni fa, colpì alcuni dei maggiori gruppi animali che popolavano la terra, tra cui i Dinosauri e le Ammoniti; secondo tali scoperte, il periodo in cui avvenne questa autentica ecatombe fu molto più lungo di quanto si era finora stimato. Se, difatti, con la teoria degli Alvarez dell’impatto extraterrestre si supponeva un evento perdurato all’incirca un migliaio di anni, periodo quasi istantaneo se paragonato alla storia geologica del pianeta, tracce fossili e studi geologici e stratigrafici sembrano dimostrare che per molti gruppi tassonomici il declino prima della scomparsa sia stato ben più lungo, di decine o anche centinaia di migliaia di anni.

Non solo: le stesse prove volte a sottolineare l’immediatezza di tale evento, come lo strato KT, che segna il limite tra Cretaceo e Terziario, caratterizzato dall’innaturale concentrazione di Iridio tipica delle meteoriti, sembra essersi depositato in tempi ben più lunghi di quanto ipotizzato finora. Tali scoperte sembrano dare maggiore credito all’altra teoria che cerca di spiegare le cause dell’evento catastrofico del Cretaceo, ovvero l’ipotesi del vulcanismo. Una lunga serie di violentissime eruzioni si sarebbe protratta per migliaia di anni, causando un’enorme immissione di polveri nell’atmosfera, e generando un ‘inverno nucleare’, così come stimato per l’ipotesi di un impatto meteorico, con gli stessi drammatici effetti sulle forme di vita del pianeta.

A sottolineare questi aspetti vi è anche il fatto che, dallo studio di numerose eruzioni vulcaniche, tra cui il vulcano Kilauea delle isole Hawaii, i prodotti gassosi e il materiale piroclastico espulso sembra presentare alte concentrazioni di Iridio, ben più alte di quanto normalmente presente sulla crosta terrestre, e in rapporti con gli altri componenti analoghi a quelli del livello KT. L’attività di alcuni vulcani, come quelli hawaiani, è legata alla presenza di pennacchi o ‘punti caldi’ (hot spots), che sembrano aver avuto difatti un ruolo importante nella storia evolutiva del pianeta. Un hot spot è una zona di risalita di materiale magmatico proveniente da altissime profondità, dal punto di incontro tra mantello inferiore e nucleo, e, sostanzialmente, nel corso della storia geologica, non cambia la sua posizione in base ai movimenti della crosta, avendo origini molto più profonde. Questo comportamento si differenzia da tutti gli altri fenomeni vulcanici, aventi origini molto meno profonde e strettamente legate all’attività della litosfera.

Un punto caldo lascia traccia di sé sulla crosta terrestre; ne è proprio un classico esempio l’arcipelago delle Hawaii, in cui si possono vedere tutta una serie di vulcani, sepre più antichi via via che ci si allontana dall’hot spot: questa è una ‘traccia’ evidente del movimento che ha avuto la crosta terrestre nel corso di milioni di anni, che ha registrato l’attività del punto caldo sotto forma di edifici vulcanici. Una situazione analoga si può osservare in corrispondenza del punto caldo attualmente presente sotto l’isola di Reuniòn, nell’oceano Indiano, in prossimità del Madagascar e in corrispondenza del vulcano Piton de la Fournaise: tutta una lunga serie di isole vulcaniche, o di vulcani sommersi, sempre più antica man mano che ci si allontana verso nord, si presenta allineata fino all’India, dove è presente un’imponente formazione basaltica di origine vulcanica, i Trappi del Deccan.

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I Trappi del Deccan

Questa è la più antica formazione legata all’attività del pennacchio di mantello che avrebbe generato l’hot spot e ha dimensioni imponenti: ricopre difatti un’area di circa 10.000 Km², ha un volume che supera i 10.000 Km³, lo spessore delle singole colate varia mediamente dai 10 ai 50 metri, con punte di 150 metri, e in determinate zone dell’India nordoccidentale la coltre lavica raggiunge uno spessore totale di oltre 2400 metri. Pertanto tale formazione deve per forza essere stata associata a una importantissima serie di attività vulcaniche nella storia della Terra.

Fino alla fine degli anni ‘80 si stimava che tali formazioni avessero un’età variabile tra gli 80 e i 30 milioni di anni, ma studi più recenti compiuti studiando i cristalli lavici, i quali una volta raffreddatisi rivelano l’orientamento dei poli magnetici (che si invertono regolarmente) presente al momento della loro formazione, hanno dimostrato che questi risalgono proprio al periodo KT, e hanno un’età approssimativa di circa 500.000 anni. Questa sembrerebbe un’importantissima prova a favore della teoria del vulcanismo, se non altro perché un evento di tale portata in ogni caso avrebbe dovuto influire sull’evoluzione biologica del pianeta, apportando cambiamenti sensibili a livello climatico e di composizione atmosferica. In aggiunta a questo, sembra che la presenza di ciascuno di questi ‘trappi’ di grande estensione sia direttamente correlata a tutte le grandi estinzioni di massa finora verificatesi sul pianeta Terra: ad esempio un’immensa formazione di questo tipo presente in Siberia ha un’età stimata di 250 milioni di anni, e si sarebbe formata proprio in occasione della più grande estinzione di massa mai registrata sul pianeta.

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Le principali province basaltiche terrestri, associate ai rispettivi hot spots

In aggiunta a questi aspetti, sembra ormai dimostrato che la formazione di granuli di quarzo

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con laminazioni dovute a stress da ipervelocità non avvenga soltanto nel caso di cadute di meteoriti, ma anche nel caso di eruzioni vulcaniche di tipo esplosivo. Lo conferma il fatto che queste vengono trovate anche in zone sottoposte a test nucleari, associate pertanto a fortissimi eventi esplosivi. Insomma, negli ultimi anni i sostenitori della teoria dell’estinzione dei Dinosauri dovuta a un prolungato periodo di forte attività vulcanica sembrano aver acquisito prove importanti a suo favore, soprattutto grazie alla datazione dei Trappi del Deccan, che fornirebbe il vero e proprio ‘luogo del delitto’, che per i sostenitori dell’impatto extraterrestre manca ancora: difatti non è stato tuttora trovato uno o più crateri meteorici associabili all’ipotizzato evento di impatto extraterrestre.

Ciononostante, il dibattito continua, soprattutto perché le risposte certe in questi casi sono difficili da ottenere, sia per la rarità delle testimonianze fossili, sia perché i metodi di datazione degli strati geologici sono ancora molto perfezionabili e lasciano tuttora un amplissimo margine di errore. Noi ci accontentiamo di seguire gli sviluppi di questa affascinante ricerca, fiduciosi del fatto che in tempi brevi, visti gli enormi progressi degli ultimi anni, si possa giungere a una risposta certa su chi sia il colpevole della scomparsa dei Dinosauri dalla Terra.

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-Signori, la situazione sta precipitando… il clima è cambiato, i Mammiferi ci incalzano e noi abbiamo un cervello troppo piccolo per questi grandi problemi… (Illustrazione di Gary Larson)

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