Isole di guerra, isole di pace

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L’Isola di Pasqua è uno dei lembi di terra più remoti al mondo: si trova a 3600 chilometri a ovest dalle coste del Cile e a circa 2000 chilometri a est dalle isole Pitcairn.

Quest’isola non è soltanto un’affascinante meta turistica, ma rappresenta soprattutto una testimonianza storica importante, dato che è stata teatro del primo disastro ambientale causato dall’uomo.

Colonizzata dai Polinesiani intorno all’anno 1000, la popolazione di Rapa Nui, dopo un periodo di grande prosperità testimoniato dalla presenza degli imponenti Moai, le mastodontiche statue che celebrano gli antichi capi delle tribù locali, conobbe un progressivo declino che portò a guerre civili e carestie. Che cosa era successo?

I nativi, oltre che per creare imbarcazioni e capanne, utilizzarono quantità sempre maggiori di legname per il trasporto delle immense e pesantissime statue.

Estese popolazioni di uccelli marini furono completamente sterminate dai cacciatori e, quando per necessità la pesca divenne la principale fonte di sostentamento degli isolani, essi dovettero combattere per accaparrarsi il poco legname rimasto, indispensabile per creare le imbarcazioni.

Dopo secoli di sfruttamento intensivo, sull’isola non rimasero più alberi e, con la loro scomparsa, sopravvennero ben presto carestia e guerre tra clan. I pochi sopravvissuti, incontrati dal capitano Cook nel XVIII secolo, non erano che una pallida ombra di quella che era stata una civiltà florida, divenuta poi vittima della propria incoscienza.

L’albero Toromiro, endemico dell’isola ed estinto in natura, è ancora presente nei giardini botanici continentali di Kew Gardens a Londra e di Goteborg, ed è attualmente in corso un programma di riproduzione e reintroduzione nell’ormai desolato ambiente naturale, che un tempo era interamente ricoperto da rigogliose foreste.

Ma nel sud del Pacifico c’è un’altra storia di popoli isolani, che offre invece uno spiraglio di speranza per il futuro.

Anuta, un microscopico lembo di terra di meno di mezzo chilometro quadrato di estensione nell’arcipelago delle isole Salomone, separato da decine di chilometri di oceano aperto dalla terra emersa più vicina, è infatti casa di una popolazione completamente autosufficiente di circa trecento uomini e donne che vivono in assoluta armonia.

Gli stili di vita sono cambiati pochissimo da quando, circa 400 anni fa, i loro progenitori polinesiani arrivarono a colonizzare quest’isola.

Le risorse su Anuta sono scarse: l’isola è talmente piccola che non è possibile allontanarsi dalla costa fino a non sentire più il rumore delle onde. Una densità di popolazione equiparabile al Bangladesh su un’isola delle dimensioni di un paio di isolati rende indispensabile un’attentissima gestione delle risorse.

Gli isolani conoscono più tecniche di pesca di qualunque altra popolazione del sud Pacifico, dato che questa pratica è essenziale per il loro sostentamento. Per integrare il raccolto dei pescatori, l’isola è coltivata con piante di taro e di albero del pane, e parte dei raccolti viene sotterrata per i momenti difficili, in particolare quando l’arrivo di un ciclone impedisce ai pescatori di avventurarsi al largo.

Anche su Anuta gli alberi sono pochi, e le canoe sono viste come oggetti preziosi: alcune sono state utilizzate costantemente per quasi cinquant’anni.

L’isolamento, le dimensioni minime e le poche risorse hanno modellato la società: troppo distanti per poter commerciare con le altre isole, gli isolani hanno sviluppato un fortissimo senso di comunità, in cui tutti lavorano per il bene comune. Tutte le risorse vengono equamente distribuite, secondo i principi dell’Aropa, ossia della condivisione equa e della compassione, che porta non solo a condividere cibo e oggetti di uso comune, ma persino i figli: quelle coppie che non concepiscono naturalmente possono chiederli in adozione alle famiglie che ne hanno più di uno, e ben difficilmente verrà loro detto di no, in modo da mantenere un equilibrio in cui tutti sull’isola possano essere felici. Più in generale, i bambini vengono visti come una risorsa comune, a cui tutti i membri della comunità devono prestare cure e attenzione, per il bene della società.

Sorti così diverse per ambienti così simili come Rapa Nui e Anuta possono darci un chiaro segnale: le risorse naturali sono limitate, sia che lo scenario sia una sperduta isola in mezzo al Pacifico o una grande nazione occidentale. Il futuro dipende da noi, dalle nostre scelte, dal rifiutare gli sprechi con una forte presa di coscienza. Esempi in piccolo come questi ci possono far vedere e toccare con mano gli effetti tangibili delle scelte umane sull’ambiente, ed è bene ricordarli sempre, per il bene comune degli uomini e di tutto il pianeta.

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