Aral, il lago fantasma

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Una spettrale flotta, composta dagli scafi arrugginiti di vecchi pescherecci arenati in mezzo al deserto, è la principale attrazione della città di Moynaq, in Uzbekistan. Qui un tempo c’era un porto e un florido mercato ittico. Quindicimila persone erano giornalmente impegnate nell’industria della pesca. Oggi la linea di costa si trova a oltre 100 chilometri dalla città e continua ad allontanarsi, giorno dopo giorno.

Moynaq era uno dei principali centri commerciali eretti lungo le sponde del lago d’Aral, a cavallo tra l’Uzbekistan e il Kazakistan. Oggi, a ricordo di quel che era un florido mercato, non è rimasta che qualche pallida insegna sbiadita al sole; a causa di una forte emigrazione la città sta rapidamente scomparendo, così come il lago sulle cui sponde un tempo si affacciava. Oggi una delle poche fonti di sostentamento rimaste è un macabro turismo che conduce i visitatori a bordo di fuoristrada sull’antico letto del lago, ora un deserto incrostato di sale, alla ricerca delle carcasse arenate di vecchi pescherecci.

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Il lago d’Aral era un tempo un immenso bacino, esteso quasi quanto l’Irlanda, ben distinguibile su tutte le mappe dell’Asia centrale. Oggi è ridotto a circa un decimo delle sue dimensioni originarie. Persino il suo nome, “il mare delle isole” in chirghiso, ha perso ogni significato, dato che i tanti lembi di terra che un tempo costellavano le sue acque si sono ormai tramutati in timide colline che emergono dal fondo del deserto.

A causare l’improvvisa scomparsa del bacino è stata la mano dell’uomo: il prosciugamento è infatti avvenuto per le folli pianificazioni agricole dell’ex Unione Sovietica, nel giro di pochi decenni. Una gigantesca rete di canali, creata a partire dagli anni ‘40 per irrigare le colture intensive di cotone, create ex-novo nei territori desertici di Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan e particolarmente avide di acqua, ha progressivamente prosciugato i due imponenti immissari del lago, l’Amu Darya e il Syr Darya. In aggiunta, i canali sono stati costruiti in fretta e furia e con gravi problemi strutturali, causando lo perdita lungo il tragitto di buona parte delle acque raccolte. Il resto lo ha fatto la massiccia evaporazione, alimentata dalla stessa scomparsa del lago, che un tempo regolava il clima di tutta la regione. Oggi le estati sono più calde e aride, e le piogge sempre meno frequenti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la linea di costa arretra ogni giorno, e il bacino originario risulta ormai diviso in due, con il “piccolo Aral” a nord, in territorio kazako, e il “grande Aral”, la parte più sofferente, a cavallo tra Kazakistan e Uzbekistan, a sud.

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Nella loro lucida follia, i piani quinquennali che hanno causato la scomparsa del lago avevano messo in preventivo la sua triste sorte: addirittura alcuni politici sovietici, ignorando totalmente gli ovvi cambiamenti di salinità, clima, composizione del terreno che l’evento avrebbe causato, avevano previsto che il fondo del lago, una volta tramutato in palude acquitrinosa, avrebbe potuto essere utilizzato per ospitare immense piantagioni di riso. La scomparsa dell’Aral ha invece causato la nascita dell’Aralkum, il deserto salato che si estende oggi dove un tempo si trovavano le sue acque. In aggiunta, la gestione totalmente dissennata delle coltivazioni di cotone, priva di rotazione delle colture e aggravata da un massiccio uso di erbicidi per liberare lo spazio per i campi e di fertilizzanti per fronteggiare l’impoverimento dei terreni, ha portato sul fondo disseccato del lago e sui centri che un tempo popolavano le sue coste una nuova piaga: le tempeste di sabbia miste a pesticidi.

Il risultato è stato una massiccia diffusione di malattie, in particolare itterizia, e la scomparsa di gran parte della biodiversità della zona. Oltre l’80% delle specie ittiche che popolavano le acque dell’Aral, e che costituivano la principale fonte di sostentamento economico di tutta la zona, sono scomparse, uccise dal fortissimo aumento della salinità, che è quintuplicata nel giro di pochi decenni e che ha ormai raggiunto il triplo dei valori medi dell’acqua marina. Nel folle tentativo di salvare l’economia locale, nei primi anni ‘80 il governo sovietico ha imposto che parte del pesce pescato nel lontanissimo mar Baltico venisse trasportato negli stabilimenti di Moynaq per l’inscatolamento, fino all’inevitabile abbandono di questa politica dai costi proibitivi.

C’è poi un’altra brutta, orribile pagina di storia recente strettamente legata al lago d’Aral: l’isola di Vozroždenie, un tempo circondata dalle sue acque ma ormai tramutata in penisola dal loro progressivo ritiro, è stata la sede del misterioso insediamento militare di Kantubek, dove per decenni sono state sviluppate dall’URSS armi batteriologiche a base di spore di antrace e di bacilli di peste bubbonica, mentre i residui della loro lavorazione sono stati regolarmente rilasciati nelle acque del lago. La segretezza della base era tale che molti degli scienziati che vi lavoravano venivano qui trasportati con voli aerei anonimi, senza che venisse loro comunicata la destinazione. Il laboratorio, dismesso nel 1991, è rimasto per oltre un decennio un pericolosissimo magazzino abbandonato di materiali contaminanti, mentre il progressivo ritiro delle acque e il ricongiungimento con la terraferma ha reso sempre più plausibile uno scenario in cui alcuni animali selvatici, accedendo casualmente ai vetusti magazzini di antrace, scatenavano una pandemia. Nel 2002 un team americano guidato dall’ingegnere biochimico Brian Hayes ha condotto una spedizione per bonificare l’area, neutralizzando oltre 100 tonnellate di antrace.

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L’isola di Vozroždenie nel 1994. Il lembo di terra è diventato una penisola nel 2002, a causa del ritiro delle acque del lago Aral.

Quale sarà il futuro del lago? Probabilmente per il “grande Aral” il destino è già segnato, complice la scoperta di giacimenti di gas naturale sul fondo dell’antico letto, che rendono estremamente improbabile qualunque tipo di scelta a favore di un recupero del bacino, soprattutto per quanto riguarda la sua parte in Uzbekistan, guidato da oltre vent’anni dal presidente Islom Karimov, giudicato da molti uno dei principali artefici del disastro ambientale. I soldi delle compagnie petrolifere, interessate all’estrazione del gas, hanno messo in sordina i reclami delle popolazioni locali, stremate da crisi economica, siccità e inquinamento. L’unica iniziativa presa dal governo uzbeko, di fatto, è stata l’introduzione degli “alberi del sale”, arbusti particolarmente adattati a condizioni di estrema salinità, per fronteggiare in qualche modo le ricorrenti tempeste di sabbia.

Qualche timido segnale di recupero è invece arrivato dalla parte kazaka, grazie alla creazione della diga Kokaral negli anni ‘90, lunga 12 chilometri, che, nonostante svariati problemi tecnici e un crollo nel 2005, fronteggiato con i fondi della Banca Mondiale, ha portato a un sensibile recupero del “piccolo Aral”, grazie, ironia della sorte, al suo isolamento dal bacino meridionale.

Il disastro del lago Aral, definito sia da Al Gore sia da Ban Ki-moon come una delle più grandi catastrofi ambientali di sempre, è la testimonianza di come l’uomo possa creare, con la dissennatezza delle proprie scelte, danni irreparabili al territorio in tempi brevissimi su ambienti di dimensioni imponenti. Un esempio da tenere sempre a mente e da non ripetere mai.

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