Lasciate stare i credenti

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Frans de Waal

(Precisazione forse superflua, ma che nel dubbio è meglio fare: chi scrive è un agnostico con una forte propensione all’ateismo, ma questa posizione, ai fini di quanto contenuto nel post che segue, è del tutto irrilevante)

Ne ha parlato diffusamente Frans de Waal in un suo intervento su Salon.com (che poi in realtà intervento non era, si trattava di un breve estratto del suo libro Il bonobo e l’ateo), in cui, molto semplicemente, si era chiesto se alcune nuove forme di ateismo militante rischiassero di diventare religione a sé stante. Insomma, combattere i dogmatismi con un atteggiamento a sua volta dogmatico.

Ovviamente la polemica, tra commenti e risposte via blog, articoli e social network, non si è fatta attendere, soprattutto da parte di chi pensa che si debba abbracciare un atteggiamento bellicoso nei confronti della religione, forse in risposta a una presunta ostilità delle istituzioni ecclesiastiche nei confronti della comunità scientifica. Della gran parte delle risposte alla questione, tra l’altro, ben poche erano strettamente attinenti ai contenuti del pezzo, forse a testimoniare il fatto che molte persone si rapportano al dibattito scienza-religione con un atteggiamento decisamente aggressivo. Alla fine, per chiarire la situazione, de Waal ha dovuto fare un altro intervento in cui ha spiegato che in realtà il suo libro parla solo in minima parte di queste tematiche, mentre si dedica molto di più a domandarsi se la religiosità, e in termini anche più ampi la moralità, possa avere radici evoluzionistiche. Questo perché atteggiamenti di empatia, di solidarietà e di compassione si possano incontrare in molti animali, come le scimmie superiori o gli elefanti. Insomma, di “guerre di religione” tra atei e credenti non ne vuole sentir parlare.

E come dargli torto? Sebbene – parere personale – il libro in sé mi sia sembrato piuttosto noiosetto e anche ridondante in alcune parti (forse per troppe derive filosofiche), il succo della questione è ineccepibile: gli scienziati devono fare gli scienziati, occuparsi dei fatti, non perdersi in inutili zuffe con i credenti, soprattutto con quelli che ritengono che il loro lavoro sia una minaccia (ad esempio i Creazionisti). E questo non perché si debba essere convinti per forza che scienza e religione possano coesistere (anzi), ma per il semplice fatto che se si vogliono intavolare discussioni scientifiche i propri interlocutori devono ragionare in maniera ugualmente scientifica: per sostenere le proprie tesi devono utilizzare prove replicabili, verifiche a doppio e triplo cieco, metodo galileiano, revisione paritaria, quelle robe lì che tanti non conoscono o non capiscono quando provano a parlare di Scienza. Quindi, visto che, spesso e volentieri, si ragiona su due piani diversi, a cosa servono queste polemiche?

Ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole, in fondo. Qualche tempo fa la pagina facebook di Le Scienze ha rispolverato un vecchio e lunghissimo articolo che attaccava (a ragionissima, per carità) le convinzioni dei Creazionisti. In breve si è scatenato il pandemonio, con migliaia di commenti (alcuni particolarmente inviperiti) di chi vedeva questo come un attacco non all’antiscientificità di alcune posizioni, ma alla religione presa nel suo insieme. Testimonianza chiarissima di un nervo scoperto sull’argomento, perlomeno in una buona fetta di pubblico. E la cosa divertente, in questo caso, era che l’articolo in sé non era antireligioso, ma spiegava i fatti che ci sono alla base dell’evoluzionismo: erano semplici repliche a chi contesta i dati a sostegno della visione di Darwin.

Non mi sembra che ci sia bisogno di raccontare tutte le continue, pedanti, stucchevoli, superflue uscite di Richard Dawkins in attacco ai credenti: ormai
da un paio di decenni la sua attività (peraltro brillantissima) di biologo è passata in secondo piano rispetto al suo lavoro a supporto di questo Nuovo Ateismo, militante e gratuitamente attaccabrighe. Una sorta di scuola di pensiero che, invece di attaccare le pseudoscienze o le posizioni antiscientifiche in generale, punta il dito verso l’intero mondo della religione e dei credenti, nella speranza di, boh? Illuminarli su cose che non conoscono? Far loro abbandonare le loro convinzioni? Offenderli e basta?

(avete presente quei settantenni che cercano di fare i giovani a tutti i costi e finiscono col dire, fare e, in certi casi, indossare cose ridicole? Ecco.)

Di livello ancora più basso le uscite di Piergiorgio Odifreddi, il matematico cuneese che, senza neanche avere lo spessore scientifico e la carriera di Dawkins alle spalle, sembra aver preso di punta chiunque difenda anche solo in parte l’operato della Chiesa Cattolica, o delle religioni in generale. Il che è un problema mica da poco, visto che spesso tratta argomenti importantissimi come la laicità dello Stato o determinati temi di bioetica (che andrebbero difesi a spada tratta da tutti, mica solo dagli atei) per attaccare in blocco tutti i credenti, persino quelli che la pensano come lui. E in questa sua personalissima crociata contro qualche miliardo di persone, il nostro eroe non lesina toni frequentemente arroganti (e talvolta persino offensivi) verso i suoi oppositori. Trattandosi di una persona affetta da “Sindrome di Fonzie“, ovvero l’incapacità di ammettere di avere torto anche solo parzialmente (e in questo è in effetti molto simile a Dawkins), spesso finisce col produrre uscite di una crudezza e insensibilità tali che riesce a infastidire persino gli atei più convinti. Ad esempio, facendo elucubrazioni pseudofilosofiche sulla morte di una persona. Forse in certi casi non è neppure il buonsenso a rendersi necessario, ma proprio il buon gusto.

PIERGIORGIO ODIFREDDI MATEMATICO UNIVERSITA' DI TORINO CORNELL UNIVERSITY

dicevamo…

Beh, il punto è che si sta rischiando di utilizzare singoli elementi di discussione (talvolta importantissimi) per attaccare miliardi di persone solo per la loro religiosità. Un conto è prendersela con chi è convinto che l’evoluzione non esista, decisamente un altro offendere chi crede semplicemente “perché crede”. Esattamente che senso ha un atteggiamento del genere? Gli scienziati non dovrebbero solamente fornire dati certi e verificati con cui poi l’uomo comune potrà farsi la propria idea sul mondo? È necessario che gli insegnino anche come devono vederlo?
E questo è solo uno degli aspetti della questione. Un altro può essere, molto semplicemente, l’impossibilità di instaurare una discussione insultando i propri interlocutori: le persone si rispettano, casomai sono le idee che vanno attaccate. È una semplicissima regola della retorica, vecchia di migliaia di anni e che sarebbe il caso di ricordarsi sempre. E inoltre è controproducente: cosa si spera di ottenere? Le discussioni non si “vincono”, soprattutto su tematiche del genere. O, come avevo scritto sempre su questo blog, si è in malafede e si cerca solo la zuffa per ottenere notorietà spicciola, oppure si combatte una battaglia contro i mulini a vento. Se volete convincere il vostro pescivendolo a diventare un macellaio questo vi risponderà molto, ma molto male: è una questione  di invasione di spazi personali. Se invece fate un tranquillo, lento e pacifico lavoro di informazione sui vantaggi per cui vendere carne è più bello, proficuo e gratificante di vendere pesci, forse (ed è un forse bello grande), dopo anni e anni il vostro amico cambierà finalmente settore merceologico. Ma ne vale davvero la pena?

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