L’Indonesia brucia

Immagine satellitare del Southeast Asian Haze - Wikimedia Commons/NASA

Immagine satellitare del Southeast Asian Haze – Wikimedia Commons/NASA

Pur trattandosi di un evento che si ripete ogni anno in questa stagione (nel 1997 gli effetti erano stati drammatici), quest’anno i risultati degli incendi dolosi causati dal disboscamento in Indonesia sembrano destinati a diventare i peggiori di sempre: 500.000 persone sono state in qualche modo colpite della nube di fumo e polveri che ha raggiunto e colpito tutte le nazioni limitrofe (Thailandia, Cambogia, Singapore, Malaysia, Vietnam e Filippine); 140.000 persone, solo in Indonesia, hanno registrato problemi respiratori legati alla nube tossica, e c’è stato anche qualche decesso. Molte scuole in tutto il Sudest asiatico sono state chiuse, tantissimi i voli cancellati per motivi di sicurezza.

L’origine degli incendi sono principalmente le isole di Sumatra e Kalimantan, dove i disboscatori, ormai da qualche decennio, si servono del metodo più economico ed efficace a loro disposizione: il fuoco. Il problema è che il 2015, così come ai tempi il 1997, ha vissuto un’estate particolarmente arida sia per il riscaldamento globale, ma anche per effetto del Niño, che ha contribuito a rendere ancora più secco il sottobosco delle foreste (solitamente umido, in quanto composto in gran parte da torba).

L’evento è stato definito da alcuni un crimine contro l’Umanità, ma il termine è decisamente riduttivo. Il risultato infatti, oltre a una drammatica riduzione dell’areale delle foreste indigene, è la minaccia per tantissime specie endemiche: un terzo degli esemplari di orangutan allo stato selvatico sull’isola di Sumatra sono minacciati dagli incendi, ed è solo un esempio di particolare interesse per l’opinione pubblica. La biodiversità presente su queste isole è talmente elevata che la perdita anche solo di una parte del suo patrimonio forestale è causa di danni ecologici incalcolabili. Dare fuoco a delle torbiere significa, inoltre, causare un rilascio nell’atmosfera di una grandissima quantità di anidride carbonica: si è stimato che in questi due mesi di incendi costanti sia stata rilasciata nell’atmosfera una quantità di gas serra superiore a quella che viene prodotta dal Giappone in un anno.

E la soluzione al problema appare decisamente lontana. La lotta al disboscamento illegale sembra sempre più difficoltosa, sia perché si dipana su talmente tanti fronti che è praticamente impossibile tenerli d’occhio tutti, sia perché la sua principale causa, il famigerato olio di palma, per ora non sembra avere alternative ecologicamente sostenibili. Una soluzione semplice al problema non esiste, se non cercare di favorire un’agricoltura virtuosa che non sfrutti terreni provenienti dal disboscamento della foresta pluviale. Purtroppo, tutto questo è molto più facile a dirsi che a farsi. Di sicuro il dibattito sull’olio di palma, alla luce di questi nuovi drammatici eventi, non può più in alcun modo essere legato unicamente all’aspetto alimentare che è, a mio avviso, del tutto secondario in casi come questo.

Una serie di immagini satellitari rilasciate in queste ore rendono ben chiare le proporzioni apocalittiche dell’evento, e aiutano a capire che è necessario trovare una rapida soluzione a un problema che coinvolge, ormai, milioni di persone.

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