Abbiamo ancora bisogno degli zoo?

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Un gorilla di pianura allo zoo di Shanghai

Se siete anche solo in parte interessati alle vicende della natura, quanto è successo alcuni giorni fa allo zoo di Cincinnati non vi è sicuramente sfuggito, così come il lunghissimo strascico di polemiche che ne è seguito: un bambino di 4 anni si è gettato nel recinto di un gorilla di pianura. L’animale, il diciassettenne Harambe, era un maschio adulto da sempre vissuto in cattività e inserito in un programma di captive breeding, con lo scopo di garantire un sufficiente pool genetico per la sopravvivenza della specie, sempre più a rischio e di difficile gestione nel suo habitat naturale. Il bambino, secondo quanto riportato da alcuni testimoni, aveva ripetutamente espresso il desiderio di raggiungere l’animale all’interno del recinto, e aveva avuto ben pochi problemi nello scavalcare il muretto di protezione per gettarsi nel fossato, profondo solo alcuni metri. Le reazioni del gorilla alla vista dell’inatteso ospite sono state poco decifrabili. Ha infatti alternato atteggiamenti difensivi e forse anche protettivi ad altri ben più violenti: a un certo punto ha afferrato il bambino per una gamba e lo ha trascinato a grande velocità nell’acqua che si trovava in mezzo al recinto per alcuni metri. Alla fine, dopo alcuni minuti di panico, è arrivata la decisione da parte dei responsabili su cosa fare: il gorilla è stato ucciso con un colpo di fucile e il bambino tratto in salvo quasi illeso, con solo alcune ferite superficiali. Le reazioni alla notizia sono arrivate da ogni parte, e non sono mancate le polemiche, a partire da tutti quelli che si sono domandati se non si sarebbe potuto operare diversamente, ad esempio allontanando tutti i curiosi e lasciando spazio solo ai responsabili dello zoo, che forse sarebbero riusciti a distrarre l’animale e a calmarlo. Oppure semplicemente sedandolo. In quest’ultimo caso, la scelta è stata spiegata dallo stesso direttore dello zoo, che ha fatto notare come un dardo con del sedativo non avrebbe agito immediatamente ma solo dopo alcuni minuti, e i quegli attimi le reazioni dell’animale, divenuto a questo punto ancora più spaventato e meno lucido, sarebbero state del tutto imprevedibili. Senza dimenticare la mole dell’animale, che sarebbe potuto collassare addosso al bambino.

E così, le iniziali polemiche su quanto accaduto sono cambiate nel giro di poche ore: inizialmente la diatriba riguardava la scelta di uccidere l’animale, ma in questo caso il pensiero dominante è stato quello di affermare che “se fosse capitato a mio figlio, non ci avrei pensato due volte”. A mio avviso, però, non bisogna mai fare in modo che scelte cruciali come questa vengano dettate dalla pancia: deve esistere un protocollo rigido, immutabile, che vada seguito alla lettera quando si presenta una situazione del genere, anche per poter operare le scelte giuste nel giro di pochi secondi. In ogni caso, lo stesso direttore dello zoo ha affermato che, se dovesse tornare indietro, avrebbe preso esattamente le stesse, dolorose, decisioni. Già a questo livello, l’operato degli addetti alla sicurezza dello zoo ha suscitato molte perplessità (a tal proposito, a questo indirizzo è possibile leggere i pareri su quanto accaduto di alcuni primatologi famosi, tra i quali spiccano Jane Goodall e Frans de Waal).

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Successivamente le polemiche si sono orientate sui genitori, dato che hanno lasciato che il bambino sotto la loro responsabilità si arrampicasse sul muretto per buttarsi di sotto. Una sottoscrizione online, che ha raccolto centinaia di migliaia di firmatari nel giro di poche ore, ha espressamente richiesto alle autorità competenti di ritenere i genitori responsabili di quanto accaduto. Ma anche in questo caso le polemiche si sono presto attenuate: chi ha figli piccoli sa benissimo che basta un attimo di distrazione e questi possono scomparire alla vista o compiere le azioni più imprevedibili nel giro di pochi secondi. In ogni caso, le eventuali responsabilità dei genitori dovrebbero essere ancora sotto indagine, quindi è presto per dire che sono stati “assolti” da ogni coinvolgimento con quanto accaduto.

Superata anche questa fase, il pensiero comune si è orientato su un altro aspetto ancora, ovvero la struttura stessa dello zoo: ammesso (e non ancora concesso) che quanto accaduto sia stato un incidente causato da una ragazzata e da un attimo di distrazione dei genitori del bambino e che la scelta di uccidere Harambe sia stata giusta, come è possibile che tutto questo sia successo? Com’è possibile che una struttura di recinzione di un animale tre volte più grande e sei volte più forte di un uomo adulto sia scavalcabile da un bambino di quattro anni? Qualcosa non torna. A questo punto viene da chiedersi se il problema sia strutturale, e insito in un certo tipo di giardino zoologico, che forse nel 2016 non dovrebbe più esistere. E così, dopo la morte di Harambe sono sempre di più a chiedersi se ci sia effettivamente spazio per gli zoo nella società moderna.

A me personalmente è capitato e capita tuttora di visitare parecchi zoo, lo confesso. Se per vari motivi vengo a trovarmi in una città con un giardino zoologico, non escludo che una delle mie mete turistiche sia proprio quello. Non ne vado particolarmente fiero, ma in certi casi è la curiosità a prevalere sul giudizio di merito di quella che è una struttura del genere, e che non mi piace particolarmente, come si può facilmente intuire da quanto scrivo su questo blog. Li ho visitati e li visito per il semplice motivo che, pur amando viaggiare, la quantità di esemplari di animali esotici che si possono vedere in un giro di poche ore è talmente superiore a quello che si potrebbe osservare in sei mesi di esplorazioni intorno al mondo da giustificare una visita in una struttura in cui gli animali vengono tenuti prigionieri e, spesso e volentieri, non possono condurre un’esistenza equivalente a quella che avrebbero nel loro ambiente naturale: per osservare dal vivo un aye-aye bisogna esplorare di notte la foresta pluviale malgascia ed avere un’enorme fortuna; per vedere un orango bisogna avventurarsi nella giungla del Borneo, per un leone o un elefante la savana africana, e non tutti possono permetterselo. Quindi è anche lecito pensare che uno zoo non sia una struttura destinata unicamente ai bambini, ma anche a tanti adulti curiosi e appassionati di natura che non possono permettersi grosse trasferte. Questo giustifica l’esistenza di un luogo dove gli animali vengono tenuti prigionieri? Presumibilmente no, visto che molti di questi si trovano in condizioni inaccettabili, tra spazi troppo piccoli e inadatti, clima diverso da quello dei loro habitat originari, nessuna attività destinata a “tenere occupati” gli esemplari. Un grande felino come un leopardo o un ghepardo non potrà mai trovarsi a proprio agio in pochi metri quadrati di gabbia, un orango, un gorilla o uno scimpanzé ha una complessità comportamentale tale da rendere inaccettabile una sua reclusione in un fossato. In Cina, nello zoo di Shanghai, mi è capitato di vedere tutto un settore del parco dedicato ai cani (!), che venivano tenuti in gabbie dalle dimensioni e condizioni igieniche assolutamente inaccettabili, ben peggio di quelle di un canile italiano (che pure spesso non brillano per rispetto dei bisogni minimi dei quattro zampe).

Qualche notevole passo in avanti è stato compiuto a partire dal Jersey Zoo (oggi Durrell Wildlife Conservation Park) del grande Gerald Durrell, dove agli animali sono stati dedicati spazi ben studiati alle loro necessità e attività di vario genere per tenerli impegnati. L’esperienza di vita di Durrell ha avuto un forte ruolo in tal senso: la sua carriera è infatti iniziata come assistente in negozi di animali e giardini zoologici prima, nella raccolta di esemplari da rivendere agli zoo dopo. E tutte le conoscenze accumulate negli anni lo hanno aiutato a creare una struttura di gran lunga più adatta a garantire il benessere degli animali, quantomeno rispetto a quanto esisteva prima del Jersey Zoo. Anche gli attuali bioparchi rappresentano sicuramente un miglioramento, per quanto riguarda il benessere degli animali, sia per gli spazi più ampi sia per il trattamento riservato agli “ospiti”. Anche se spesso, va detto, il confine tra “bioparco” e “zoo” è molto labile e non sempre distinguibile.

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Beninteso, uno zoo non è solo un luogo dove gli animali vengono esposti per il pubblico pagante: molti di loro partecipano attivamente a programmi di reintroduzione di specie in pericolo o estinte in natura. Lo stesso Harambe, come detto prima, faceva parte di uno di questi progetti. Enormi sono i problemi che chi si occupa di conservazione della fauna africana deve affrontare ogni giorno: instabilità economica e politica che spesso fa il gioco dei bracconieri, coltivazioni e deforestazioni (non sempre legali) che sottraggono ogni anno terreno agli habitat naturali di specie come il gorilla, giusto per fare due esempi. Un punto fondamentale da capire è che, se anche la vita di un bambino è inestimabile, di certo anche quella di un maschio adulto di gorilla di pianura ha un altissimo valore. In quest’ottica, ben vengano anche gli zoo, seppure non siano una soluzione ottimale: grazie agli introiti forniti dai visitatori riescono a sopravvivere spesso indipendentemente da quelle raccolte fondi con cui invece si sostengono i progetti di conservazione tout-court, e anche storicamente molte specie sono state recuperate a un passo dall’estinzione grazie proprio agli esemplari conservati negli zoo. Anche in questo senso, il Jersey Zoo è stato all’avanguardia in questo nuovo modo di intendere i giardini zoologici. Ma probabilmente, alla luce dei fatti di Cincinnati, questo ormai non basta più per giustificare la loro esistenza.

Vediamo il caso del gorilla. Non tutti sanno che ci sono stati due precedenti: uno proprio a Jersey nel 1986, in cui un bambino cadde all’interno del recinto degli animali e perse conoscenza. Il maschio dominante, Jambo, allontanò gli altri animali e accarezzò la schiena del bambino, il cinquenne Levan Merritt, forse per controllare che fosse ancora vivo. Ben presto si allontanò anche lui, lasciando via libera ai soccorsi. Nel 1996 a Chicago, in un altro evento simile, fu una femmina a proteggere lo sfortunato bimbo di turno e, addirittura, si prodigò ad accompagnarlo verso i paramedici. Questo, oltre alla lunga esperienza sul campo di scienziati come Dian Fossey, che ha convissuto pacificamente con i gorilla nel loro stesso ambiente naturale, ci fanno ragionevolmente pensare che forse anche a Cincinnati al bambino finito nel fossato non sarebbe capitato nulla di grave. L’indole del gorilla è pacifica, e la poca aggressività che ogni tanto si può riscontrare si osserva generalmente da parte dei maschi adulti, i silverback, in risposta a minacce al loro gruppo familiare. E, anche con le dovute differenze, sembra che anche per gli animali tenuti in cattività si possa fare un discorso equivalente. Ma il punto è un altro, ed è rendersi conto che una struttura contenente un animale potenzialmente pericoloso come un gorilla non dovrebbe essere in alcun modo raggiungibile da un bambino di pochi anni. Nelle mie svariate visite a giardini zoologici mi è capitato sia di vedere strutture del tutto chiuse destinate ai gorilla, in cui i visitatori potevano osservare gli animali solo attraverso un vetro, e altre con fossato di qualche metro di profondità e muretto difensivo, come a Cincinnati. Ecco, mi sembra ragionevole supporre che in futuro strutture di quest’ultimo tipo non si dovrebbero vedere più, per evitare ulteriori incidenti.

Problemi strutturali quindi, ma non solo. Anche le specie che vengono tenute all’interno dello zoo dovrebbero iniziare a essere selezionate meglio, persino a discapito del pubblico pagante. Come detto prima, animali che vivono in enormi spazi aperti come i grandi felini africani non dovrebbero più esserne ospiti, a meno di non creare aree talmente grandi da poterli contenere evitando loro il tipico stress da reclusione, che li colpisce molto spesso e si sviluppa in comportamenti aggressivi e gesti ripetuti ciclicamente, in maniera parossistica, rivelando gravi stati di malessere e disagio. Questa, però, mi sembra una soluzione altamente improbabile. Idem come sopra per animali dalla personalità articolata, come i gorilla stessi e più in generale le scimmie antropomorfe, ma, perché no, anche gli elefanti e molti altri animali dal comportamento particolarmente complesso (i delfini nei parchi acquatici?). La mia impressione personale è che animali così intelligenti ben difficilmente possano reagire bene a una reclusione. Si tratta proprio di buon senso, prima ancora che di etologia. Certo, allo stesso modo ci sono altri animali che possono vivere benissimo e felicemente in pochi metri quadrati di spazio vitale, ad esempio gli animali “da terrario” quali sono i ragni e molte specie di rettili. Ovviamente in questi casi si perde tantissima spettacolarità e probabilmente la proposta commerciale degli zoo ne risentirebbe pesantemente, dato che ben sappiamo quali sono gli animali che i bambini amano vedere: leoni, scimmie ed elefanti, non certo iguane e tarantole (anche se non vanno sottovalutate neppure queste). Di certo sapere che animali di questo genere si trovino in condizioni inadatte al loro benessere potrebbe influire sulla futura sensibilità del pubblico, ma è una strada decisamente in salita. Non intendo addentrarmi ulteriormente nel dettaglio di questo argomento, dato che sul benessere degli animali in cattività si sono spesi fiumi di inchiostro e migliaia di ore di ricerca e di sicuro, andando a vedere i singoli casi, esistono molte più sfumature di quante ne possa affrontare qui in poche righe.

Mi sembra comunque lecito auspicare un futuro diverso per i giardini zoologici sparsi in giro per il mondo, dato che i tempi sono sicuramente maturi per superare un format di divertimento per le masse che troppo spesso si rivela inadeguato e obsoleto. Forse il punto non sarà rinunciare a far parte del mercato, ma sviluppare una struttura, comunque in esso inserita, che possa superare, almeno in parte, una visione antropocentrica che danneggia gli animali e sa un po’ troppo di Ottocento. E a guadagnarci non saranno soltanto gli esemplari custoditi ma anche il pubblico, che così potrà vedere qualcosa che somiglia un po’ meno vagamente a un animale felice.

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4 pensieri su “Abbiamo ancora bisogno degli zoo?

  1. sono felice che ci si ponga il quesito in un ambito all’interno del quale “l’interesse umano” sembra sempre schiacciare quello delle altre forme di vita, anche quando gli interessi in gioco sono estremamente sproporzionati, come quando sui piatti della bilancia abbiamo da una parte l’interesse a vivere una vita conforme ai propri bisogni e dall’altra il desiderio di vedere specie difficilmente raggiungibili nel loro ambiente naturale, un desiderio che ho condiviso a lungo (l’ultima volta che ho visitato uno zoo ero già vegetariana), il cui egoismo adesso mi atterrisce.
    d’altra parte probabilmente la domanda del titolo è mal posta: la nostra relazione con le altre specie non è affatto regolata dal bisogno, altrimenti oltre agli zoo dovremmo mettere in discussione anche gli allevamenti intensivi (abbiamo davvero bisogno di mangiare carne? purtroppo non è questo il punto).
    il fatto che episodi come questo scatenino dei dibattiti è forse indice del fatto che la sensibilità, in questo senso, stia cambiando e che auspicabilmente esista qualche margine di possibilità di cambiamento, tuttavia il percorso sembra terribilmente in salita.
    in questo contesto mi ha colpita come, anche tra chi, in seguito all’episodio, ha messo in discussione la liceità degli zoo, raramente sia stato messo in discussione l’assioma secondo il quale la vita del bambino aveva un valore in quanto tale, mentre la vita del gorilla aveva un valore in quanto “esemplare di una specie in via d’estinzione”, negando ancora una volta la possibilità che la vita di un individuo di un altra specie possa avere un valore intrinseco e sono felice che questo pregiudizio così diffuso non sia emerso nel tuo articolo, in cui invece, una volta tanto, ci si interroga sul benessere degli animali in cattività.
    insomma, anche se non sembra, voleva essere un commento in cui mi felicito per quello che hai scritto, anche se magari dall’esterno si legge solo una provocazione, che voleva però essere solo un tentativo di espandere la riflessione riguardo al nostro rapporto con gli altri animali.

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  2. Beh, io do per scontato che la vita di un gorilla, o comunque di un animale dotato di coscienza di sé e di una personalità complessa debba essere ritenuta un valore, anche se so che non è così per tutti. Il fatto che appartenga a una specie in via di estinzione è, a limite, una preoccupazione aggiuntiva. Forse dal pezzo questo concetto non traspariva.
    Hai perfettamente ragione nel dire che uno zoo nasce da una mentalità egoistica che appartiene a un altro periodo storico e che ora dovrebbe essere superata. Detto questo, però, non demonizziamoli in tutto e per tutto: al momento moltissimi giardini zoologici garantiscono un futuro a specie che non possono essere tutelate in maniera adeguata nel loro ambiente naturale, vuoi per bracconaggio, vuoi per distruzione dell’habitat, vuoi per corruzione o guerre civili. Molti partecipano a programmi di reintroduzione, inoltre gran parte degli animali attualmente in cattività non potrebbero essere reintrodotti immediatamente in natura. Ovviamente dei santuari o riserve sarebbero la soluzione ideale, ma costano e, come ben sappiamo, le risorse sono limitate. Uno zoo, pur con tutti i suoi difetti, ha però il vantaggio di potersi autofinanziare, e non è roba da poco. Quindi pensiamo anche a cosa si può salvare e cosa no.
    Sul pensiero comune e sui diritti degli animali, però, qualcosa comunque sta cambiando: di recente un orango femmina è stato dichiarato in Argentina una “persona non umana”, e in quanto tale le sono stati garantiti alcuni diritti, tra cui la tutela da prigionia e tortura. Una cosa simile è stata fatta in India per i delfini. Insomma, il vento sta cambiando. O almeno spero.

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  3. Pingback: 98% | Life of Gaia ~

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