Danilo Mainardi: guida alla lettura

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Danilo Mainardi (1933-2017)

E così, anche il grande professor Mainardi (Dànilo, con l’accento sulla a) ci ha lasciato. I più giovani lo conoscono per le sue frequenti ospitate presso Piero Angela, quelli un po’ più datati come me anche per le brevi “pillole” di comportamento animale che regalava in televisione in prima serata, subito prima del telegiornale, raccontando brevi e affascinanti storie condite con i suoi bei disegni creati sul momento.

I più appassionati però lo conoscono per la sua lunga e importante carriera scientifica che lo portò a studiare e definire, tra le varie cose, il comportamento animale nelle sue applicazioni pratiche e sociali, ossia come gli animali affrontano e risolvono i problemi, come sviluppano elementi culturali da tramandare alle nuove generazioni e in che modo l’intelligenza contribuisce a creare e rafforzare legami. Si può definire, senza paura d’errore, uno dei padri della moderna etologia italiana. È stato anche un professore universitario molto amato e apprezzato da studenti e colleghi, sia per la competenza sia per la profonda umanità. Inoltre la sua sensibilità per il mondo naturale lo ha spinto a schierarsi apertamente in dibattiti spinosi come la sperimentazione animale o l’utilizzo di animali per intrattenimento (nelle corride, ad esempio). Simpatizzava per il vegetarianismo, che apprezzava dal punto di vista filosofico ma che non poteva mettere del tutto in pratica a causa di una lieve anemia. La sua pacatezza e umanità erano apprezzate da tutti quelli che avevano avuto a che fare con lui.

Ma, al di là del profilo umano e della lunga e proficua carriera scientifica, chi voglia avvicinarsi per la prima volta all’opera di Mainardi deve scontrarsi con un problema non indifferente: il professore milanese, negli anni, ha pubblicato tantissime opere. Come orientarsi e scegliere quelle con cui cominciare?

Partiamo da una premessa importante: Mainardi è stato un grande comunicatore, ma non ha scritto soltanto saggi divulgativi. Alternati a tanti testi generalisti, il professor Mainardi ha infatti scritto testi molto più specialistici e dal taglio non adatto al grande pubblico. Ad esempio, nel 1992 è stato curatore di un bellissimo dizionario di etologia, un monumentale lavoro di circa 600 pagine, che riassume buona parte degli studi sul comportamento animale fino all’anno della sua pubblicazione. Si tratta, chiaramente, di un testo che mi sentirei di consigliare solo agli appassionati. Così come “La scelta sessuale“, Bollati Boringhieri 1978, che è un trattato di zoologia vero e proprio.

Passiamo allora ai titoli divulgativi veri e propri. Uno dei suoi primi lavori, nonché uno dei più pregevoli in assoluto, è “L’animale culturale“, pubblicato da Rizzoli nel 1974. Di questo agile libricino ho scritto una recensione nel 2004 (l’ho ripubblicata su questo blog a questo indirizzo), ed è sostanzialmente una serie di brevi e illuminanti esempi di come il termine “cultura” possa essere applicato in moltissimi casi anche agli animali non umani. Ai tempi, un’affermazione che per alcuni poteva risultare controversa.

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Già da questo lavoro si delinea il grande talento di Mainardi come divulgatore: stile semplice ma al tempo stesso accattivante, capitoli brevi e non caricati dettagli superflui ad appesantire il tutto e soprattutto tanti, tantissimi esempi pratici. Uno dei più grandi talenti del professore è stata la sua capacità innata di prendere con mano il lettore e trasportarlo con la fantasia nei luoghi più disparati: in un battito di ciglia, tra le pagine dei suoi libri, si passa dal Madagascar alle Galapagos, dal Giappone alla foresta del Congo, per poi ritornare nel giardino di casa a osservare gli insetti o in centro città a capire le logiche sociali dei piccioni.

In questo senso tre titoli si distinguono in positivo: “Lo zoo aperto” (Rizzoli, 1981), “Dalla parte degli animali” (Longanesi, 1990) e “L’etologia caso per caso” (Mondadori, 1988). Quest’ultimo, in particolare, è una guida splendidamente illustrata ad alcuni dei più bei casi di studio del comportamento animale realizzati negli anni. Dal celebre spinarello ai fringuelli vampiri, dalle vespe scavatrici per arrivare ai leggendari varani di Komodo.

Mainardi ha scritto anche alcuni pregevoli testi dedicati agli animali domestici: due validi esempi sono “Del cane, del gatto e di altri animali” (Mondadori, 1996) e “Il cane secondo me” (Cairo, 2010). Molti suoi libri sono inoltre dedicati al complesso rapporto tra l’uomo e il resto del mondo animale: tra questi segnalo “La strategia dell’aquila” (Mondadori, 2000), “Arbitri e galline” (Mondadori, 2003) e il recente “L’uomo e altri animali” (Cairo, 2015).

Infine, non dimentichiamo che il professore amante degli animali aveva una certa vena artistica che forse aveva origine nella sua storia familiare, essendo figlio del pittore e poeta futurista Enzo Mainardi, o forse a causa della sua vicenda personale: durante la Seconda guerra mondiale, la sua famiglia si era allontanata da Milano per trasferirsi per un breve periodo nella campagna di Soresina, dove il piccolo Danilo aveva trascorso il tempo osservando e disegnando gli animali. Questa propensione per il mondo dell’arte lo ha portato ad arricchire molti suoi lavori dei suoi simpatici disegni e a pubblicare un testo interamente dedicato alle sue rappresentazioni grafiche del mondo naturale: “Novanta animali disegnati da Danilo Mainardi” (Bollati Boringhieri, 1989). Mainardi inoltre aveva una gran passione per i romanzi gialli, filone narrativo in cui si è cimentato lui stesso, con “Un innocente vampiro” (Mondadori, 1993) e “Il corno del rinoceronte” (Mondadori, 1996). Si tratta di romanzi piuttosto ingenui dal punto di vista strettamente tecnico, ma sicuramente un piacevole e insolito modo di veder raccontata la natura, non più tramite le classiche descrizioni scientifiche tipiche di un saggio, ma inserita in una storia di fantasia.

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Il primo convegno di Jane Goodall

Jane Goodall

Per celebrare l’8 marzo, vi racconto un aneddoto che spero aiuti a riflettere.
Era il 1962, e la giovanissima Jane Goodall partecipava per la prima volta a un convegno. Si trattava di un simposio sui primati organizzato dalla Zoological Society di Londra.
Ai tempi, i convegni scientifici erano una cosa serissima, e le donne presenti una sparuta minoranza.
Jane era emozionata e aveva preparato l’evento nei minimi dettagli. Aveva ripetuto il suo intervento per ore, e si era presentata con un completo elegantissimo, i capelli raccolti e un elegante cappellino. Aveva attirato l’attenzione di molti presenti.
Nonostante la giovane età Jane, con i suoi studi sugli scimpanzé condotti a Gombe, in Tanzania, aveva già collezionato un numero di ore di osservazione diretta degli animali nel loro ambiente naturale ineguagliato da chiunque. Le scimmie avevano fiducia in lei, l’avevano accettata nel gruppo e le permettevano di osservarle durante la giornata. Nessun altro era riuscito ad ottenere risultati simili fino ad allora.

Solly Zuckerman

Ciononostante il moderatore della conferenza, sir Solly Zuckerman, aveva un atteggiamento ostile nei suoi confronti. Zuckerman era un soggetto imponente, sia per la sua fisicità sia, soprattutto, per la lunga carriera scientifica. Era un anatomista comparato, aveva studiato le scimmie (soprattutto i babbuini) e il loro comportamento, sia in natura sia in cattività. Inoltre era anche un eroe di guerra, quindi alla statura scientifica si sommava un grande rispetto da parte di tutti i suoi interlocutori. Zuckerman temeva che Jane fosse la solita ragazzina entusiasta e priva della minima formazione teorica. E così prese a correggere, contestare e sminuire ogni sua affermazione.
Ma Jane Goodall aveva già fatto grandi scoperte: aveva visto che gli scimpanzé erano in grado di creare e utilizzare strumenti; aveva visto che erano anche carnivori e che si avventuravano regolarmente in battute di caccia; aveva scoperto che i maschi erano promiscui e si accoppiavano con più femmine, ma senza avere harem fissi.
Quest’ultima affermazione strideva con le convinzioni di sir Solly. Eppure Jane quelle osservazioni le aveva fatte sul campo, e le aveva supportate con foto e filmati.
Non solo: quando uno spettatore chiese degli harem a Jane, per due volte Zuckerman rifiutò di girare la domanda alla relatrice, e quando, innervosito, lo spettatore si rivolse direttamente a lei e Jane ovviamente rispose descrivendo quanto aveva osservato, sir Solly osservò stizzito che c’era gente che “preferiva gli aneddoti alle rigorose prove scientifiche”.
Peraltro, quello spettatore era lo zoologo Desmond Morris, che a brevissimo avrebbe ottenuto un grande successo come divulgatore con “La scimmia nuda”, libro tornato in auge in questi giorni in Italia grazie alla citazione di una canzone di Sanremo (sic). Ebbene, Zuckerman, per scusarsi dell’uscita infelice, scrisse poi un bigliettino a Morris per dirgli che aveva capito che voleva solo stimolare il dibattito, ma che temeva che si andasse a finire nelle discussioni antiscientifiche “per colpa della sensualità”.
Insomma, quando per l’8 marzo spuntano i soliti discorsi sulle donne che in realtà possono fare il lavoro che vogliono e ottenere gli stessi risultati degli uomini, potete raccontare questa storia. Così magari si rifletterà un po’ più nel dettaglio sul fatto che sì, le donne possono raggiungere ogni traguardo nella vita, ma che spesso, per farlo, sono costrette a superare qualche ostacolo in più.

Desmond Morris

Imitare, imparare, migliorare: il genio imprevisto di api e bombi

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Bombo (Bombus terrestris – Ivar Leidus/Wikimedia commons)

Karl von Frisch fu il primo a rendersene conto: gli insetti, in particolare le api, hanno un’intelligenza vivace, flessibile, adattabile. Questa capacità permette alle esploratrici di utilizzare un linguaggio astratto per comunicare alle loro compagne l’ubicazione del cibo che hanno appena individuato. Dando loro le indicazioni esatte su dove raccoglierlo, le compagne potranno dirigersi direttamente alla fonte di approvvigionamento, riducendo al minimo gli sforzi e gli sprechi di energia. Prima delle scoperte dell’etologo austriaco, pochissimi scienziati ritenevano gli insetti capaci di compiere ragionamenti complessi e distanti dal comportamento puramente istintivo. La danza delle api esploratrici, atta a comunicare l’ubicazione del cibo alle compagne nell’alveare, era però un’azione selezionata da milioni di anni di evoluzione. In definitiva, si trattava comunque di una dimostrazione di intelligenza strettamente legata alle necessità pratiche della colonia e, soprattutto, connessa con le loro attività abituali.

In questi giorni, invece, una ricerca pubblicata su Science ha dimostrato che i bombi (Bombus terrestris), parenti stretti delle api, sono in grado di fare ancora di più: possono apprendere comportamenti ben distanti dalla loro quotidianità. Nello specifico, agli imenotteri è stato insegnato a “fare gol”, ossia spingere dentro ad un buco una piccola pallina di legno per ottenere in cambio una ricompensa di acqua zuccherata. Già questo è un comportamento del tutto inedito tra gli insetti, ma la parte più sorprendente dell’esperimento riguarda proprio la loro fase di apprendimento. Gli autori dello studio, gli scienziati Olli Loukola e Clint Perry della Queen Mary University di Londra, hanno proceduto per fasi: prima hanno fatto scoprire agli insetti che al centro della piattaforma, ogni tanto, poteva apparire del nettare zuccherino; poi hanno fatto vedere che la sua comparsa era direttamente collegata alla caduta della pallina dentro al buco al centro del piano di studio; inizialmente, la pallina veniva spostata tramite un magnete posto sotto alla piattaforma o tramite un bombo di plastica che “insegnava” agli osservatori come ottenere la ricompensa; infine, dopo che alcuni insetti hanno imparato la procedura e hanno iniziato ad utilizzarla, altri bombi hanno osservato e appreso dai loro simili.

Anche il livello di apprendimento degli insetti ha rivelato quanto fossero importanti i metodi di insegnamento: quasi tutti i bombi (il 99%) sono riusciti a realizzare la procedura al primo tentativo dopo aver visto i loro simili effettuarla, circa tre quarti (78%) hanno imparato dopo aver visto in azione il magnete, mentre una percentuale molto più bassa (34 %) ci è riuscita dopo aver visto la pallina già nel buco. E non è tutto: i bombi hanno ottimizzato la procedura, prendendo l’abitudine di scegliere la pallina più vicina al foro per risparmiare fatica. E questo nonostante i ricercatori avessero obbligato alcuni bombi “istruttori” a scegliere la pallina più lontana, incollando le altre alla piattaforma. Gli allievi hanno comunque ottimizzato il lavoro, scegliendo la pallina più vicina al foro che, nel loro caso, non era incollata. Questo ha dimostrato che il problema era stato da loro elaborato e non si trattava di pedissequa imitazione. In un altro studio pubblicato recentemente, si erano viste delle api raccogliere del cibo legato ad un cordino tirandolo fino ad essere in grado di raccoglierlo, ma si trattava, tutto sommato, di un risultato meno sorprendente, dato che agli insetti venivano presentate condizioni che potevano in qualche modo essere incontrate in natura.

Il dover “fare gol” per ottenere una ricompensa, per contro, è qualcosa di assolutamente inedito nel mondo dei bombi e, più in generale, nella classe degli insetti (qui è possibile vedere il video dell’esperimento).

Gli scienziati sono tuttora in cerca delle spiegazioni per questo comportamento. La risposta più credibile è che i bombi, e più in generale questo tipo di insetti, abbia una capacità di elaborare le informazioni e di risolvere i problemi che potrebbe aiutarli in caso di ricerca del cibo e di risposte alle modifiche ambientali, ma quello che è certo è che si tratta di animali molto più intelligenti di quanto siamo abituati a pensare. Nel 2016 un altro studio, pubblicato da Andrew B. Barron e Colin Klein su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha scombussolato la nostra tradizionale visione degli insetti, ipotizzando che le api abbiano un certo grado di autoconsapevolezza. Anche se si tratta di pure ipotesi, si tratta comunque di una visione molto innovativa sulle capacità mentali degli insetti. Ora bisognerà riconsiderare gli studi in questo campo, per capire fino a che livello l’intelligenza degli animali a sei zampe si possa spingere. Difficile stabilirlo, finché non sarà ben chiaro che cosa intendiamo per “intelligenza”. Di certo, però, sarà ben difficile mantenere i nostri vecchi pregiudizi su questi animali e sulle loro capacità.

Negazionisti climatici: qualche suggerimento di lettura

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“Consensus on Consensus” by Cook et al. (2016) – Percentuale di consenso della comunità scientifica sul riscaldamento globale antropogenico

Visto che in questi ultimi tempi è tornato in auge il tema del riscaldamento globale, per vari motivi (politici e non solo), pochi giorni fa ho deciso di scrivere un articolo con una breve raccolta di dati sul tema in questione per far capire ai più scettici che no, non si tratta di una bufala o di un’esagerazione di qualche catastrofista. Poi, però, ho realizzato che si potevano già trovare eccellenti articoli sull’argomento, più esaustivi e completi di quanto avrei potuto scrivere io in poche righe. Così ho deciso di condividere con voi un po’ di segnalibri, di letture che mi sento di consigliarvi su questa tematica, per aiutarvi a dissipare qualunque eventuale dubbio vi fosse ancora rimasto. Si parla di cause ed effetti, di responsabilità umane e anche di negazionisti climatici. Buona lettura.

Paolo Mieli e il riscaldamento globale – Valigia Blu

What’s really warming the world? – Bloomberg

I negazionisti climatici hanno perso. Ma la guerra non è ancora vinta – La Stampa

Le bufale sul clima – CICAP

Scientific consensus: Earth’s climate is warming – Nasa

L’infortunio de “La Lettura” – Climalteranti.it

Le 5 caratteristiche del negazionismo climatico – Wired

Sette bufale sul riscaldamento globale – Focus

300 “scienziati” contro il riscaldamento globale – Focus

Gli scettici, la scienza e il riscaldamento globale – Queryonline

È certo, il clima è surriscaldato

 

 

Alla scoperta della vita

Le grandi rivoluzioni delle scienze naturali

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Il libro raccoglie alcune tra le più grandi scoperte delle scienze naturali degli ultimi secoli, narrate dal punto di vista dei grandi scienziati che le compirono: uno sguardo più umano sulla storia delle rivoluzioni scientifiche che ci hanno permesso di conoscere e amare la natura del pianeta Terra. Dai viaggi dei grandi avventurieri dell’Ottocento, come Alexander von Humboldt, fino alle scoperte paleontologiche di Mary Anning e alle “guerre dei dinosauri” tra scienziati a caccia del fossile più bello. Dall’incredibile rivoluzione dell’evoluzionismo fino agli studi sul comportamento animale, per arrivare alla scoperta del calamaro gigante, uno dei mille misteri che ancora si celano negli oceani. Partendo dalla storia dell’orchidea del Madagascar e della ricerca del suo unico impollinatore da parte di Wallace, Darwin e altri grandi scienziati, si può comprendere come si siano evolute le scienze naturali nei secoli. Come pure la scoperta delle alghe Prochlorococcinae, gli organismi fotosintetici più diffusi al mondo, viste per la prima volta soltanto nel 1986, sono la testimonianza di quanto affascinanti e in divenire siano questi campi di studio. La storia delle scienze naturali come un costante susseguirsi di scoperte e di nuove meraviglie vissute in prima persona dai loro grandi protagonisti.

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Un canto per le uova

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Diamante mandarino (Taeniopygia guttata) maschio (Peripitus/Wikimedia Commons)

Il diamante mandarino è un simpatico e variopinto passeriforme originario dell’Australia. Grazie alla sua resistenza e al suo temperamento tranquillo è allevato da secoli come animale domestico. Si tratta di un uccello monogamo, si riproduce facilmente ed ha un ciclo vitale piuttosto rapido. Queste caratteristiche ne facilitano l’allevamento in grandi numeri in un’unica voliera e lo rendono un animale perfettamente adatto per la ricerca scientifica (si parla, in questi casi, di organismo modello).

Ed è così che il nostro uccellino colorato è diventato il protagonista di uno studio, portato avanti da Mylene Mariette, una scienziata della Deakin University in Waurn Ponds, Australia, insieme con la collega Katherine Buchanan. Questa ricerca potrebbe fornirci nuovi elementi sulle cure parentali di questa specie, ma soprattutto sul farci capire come alcuni animali stiano rispondendo ai cambiamenti climatici, in particolare all’innalzamento delle temperature ambientali. I risultati sono stati pubblicati pochi mesi fa sulla rivista Science.

Le scienziate australiane hanno osservato e registrato la cova portata avanti da 61 differenti coppie di diamanti mandarini. Durante lo studio hanno registrato una serie di acuti vocalizzi rivolti alla progenie, apparentemente utilizzati per segnalare le alte temperature. Gli embrioni infatti, trovandosi a circa 37° C come effetto della cova, non sono in grado di percepire le variazioni di temperatura dell’ambiente esterno. Ma il fatto che i genitori emettessero questi suoni soltanto quando la temperatura ambientale superava i 26° C ha fatto dedurre alle scienziate che questo potrebbe essere un sistema per influenzare il futuro comportamento dei pulli.

Una volta emersi dall’uovo dopo la schiusa, nei piccoli è stato infatti osservato uno sviluppo ridotto quando questi erano stati esposti al canto dei genitori: richiedevano meno cibo e conseguentemente si accrescevano di meno. I canti, inoltre, comparivano soltanto nella fase finale del periodo di incubazione, forse perché prima gli embrioni non avevano ancora un udito sufficientemente funzionale.

L’interpretazione di questo comportamento potrebbe essere una risposta al cambiamento climatico: animali di dimensioni minori hanno più facilità a disperdere il calore in eccesso rispetto a quelli più corpulenti. Come afferma la regola di Bergmann, in una singola specie la massa corporea è direttamente proporzionale alla latitudine e inversamente proporzionale alla temperatura. Questo può portare un notevole vantaggio evolutivo per il raggiungimento della maturità sessuale e per la conseguente nascita di nuove generazioni.

Per verificare la correttezza di queste supposizioni, sono state così incubate artificialmente 166 uova alla temperatura standard che utilizzano gli animali in natura (37,7° C). Alla fine del periodo di cova, le uova sono state esposte sia alla registrazione del particolare vocalizzo delle alte temperature sia ai classici versi di riconoscimento dei genitori. I risultati hanno confermato quanto supposto dall’osservazione diretta del comportamento nei genitori: i piccoli che avevano ascoltato i richiami “del caldo” non solo cantavano di più, ma avevano già un peso inferiore rispetto ai pulli che non avevano ascoltato quei canti. Inoltre gli uccellini preparati al caldo sembravano propensi a scegliere luoghi di nidificazione più freschi.

La comunicazione tra genitori e uova non è una novità degli studi etologici sugli uccelli: alcuni anni fa si era osservato un comportamento simile nello scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens), un altro variopinto passeriforme australiano.

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Scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens) (Nevil Lazarus/Wikimedia Commons)

I genitori di questo splendido uccellino azzurro avevano infatti dimostrato di insegnare agli embrioni una sorta di “password” che li avrebbe aiutati, una volta nati, a chiedere il cibo in una maniera particolarmente efficace: quanto più fedele all’originale era il richiamo, tanto meglio sarebbero stati nutriti nel periodo di svezzamento.

Quindi, così come avviene nella specie umana, in cui i genitori parlano o cantano delle canzoncine ai bambini quando ancora sono nel pancione per farli abituare alle loro voci, così negli uccelli potrebbe esserci un comportamento analogo per favorire il corretto accrescimento dei nascituri. E gli sviluppi in questo campo di studi potrebbero portare nuovi interessanti elementi per capire in che modo gli animali stiano rispondendo al riscaldamento globale e a modifiche ambientali rapide e inaspettate.

Persone.

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Un paio di anni fa una storica sentenza in Argentina ha deciso che Sandra, una femmina di orangutan reclusa nello zoo di Buenos Aires, dovesse essere liberata in quanto “persona non umana”. Dopo un’intera esistenza condotta in cattività, alla scimmia di 29 anni sono stati garantiti i diritti propri di qualunque individuo libero. Sulla base di questo nuovo status giuridico, Sandra ha potuto essere liberata e condotta in un santuario in Brasile, dove trascorrere serenamente il resto della propria esistenza senza dover intrattenere il pubblico pagante da dietro le sbarre di una gabbia.

Nel 2016, una sentenza simile ha stabilito, appellandosi al principio giuridico del “habeas corpus”, che un gruppo di nove scimpanzé fossero liberati in quanto imprigionati senza giusta motivazione. Tra questi animali c’erano anche i celebri Hercules e Leo, detenuti per motivi di studio nel centro di ricerca New Iberia in Louisiana. Sorte simile per il loro conspecifico Tommy, recluso in un giardino zoologico a New York prima della sua misteriosa scomparsa, avvenuta pochi mesi fa.

Nel 2013 il Ministero dell’Ambiente e delle foreste indiano ha messo al bando la detenzione di cetacei per scopi di intrattenimento: mai più orche e delfini potranno essere utilizzati per esibizioni pubbliche a fini commerciali. Tale trattamento risulterebbe non compatibile con il loro status di esseri senzienti, dotati di sensibilità, coscienza di sé e intelligenza superiore. E, a quanto pare, l’India non è stata la prima nazione a prendere tale provvedimento in difesa dei mammiferi marini: a intraprendere tale strada, negli anni precedenti, ci sono stati Ungheria, Cile, Costa Rica.

Altre cause, promosse in giro per il mondo soprattutto da associazioni animaliste, hanno portato sul banco degli imputati zoo, delfinari, circhi e acquari accusandoli di trattamenti inumani, riduzione in schiavitù e reclusione illegittima di esseri viventi dotati di intelligenza e sensibilità. Ogni giorno, il discorso su cosa sia una “persona” dal punto di vista giuridico sembra portare alla conclusione che molti animali non umani debbano ambire a questo status e, con esso, ai sufficienti diritti in grado di garantire loro una dignità e un’esistenza soddisfacente.

La questione è intricata e di non semplice soluzione. Spesso i toni esasperati e militanti di alcune associazioni animaliste hanno tolto spessore e importanza a questa tematica, che è sicuramente importante affrontare nel modo giusto. Un caso come quello di Sandra non può e non deve passare inosservato: un orangutan è un essere vivente dotato di sensibilità e intelligenza indubbiamente paragonabile a quelle di un essere umano, e come tale non dovrebbe subire soprusi di alcun genere. Non dovrebbe essere imprigionato senza motivo o sfruttato per l’intrattenimento degli umani e, soprattutto, i suoi simili dovrebbero ricevere lo stesso riconoscimento. E qui la faccenda si complica: tutti gli orangutan sparsi negli zoo in giro per il mondo meriterebbero di essere liberati? E come dovremmo comportarci con le altre specie di primati? E di mammiferi? E di uccelli, pesci, molluschi e quant’altro?

Al momento attuale non abbiamo ben chiaro che cosa sia l’intelligenza e come si possa quantificare e, soprattutto, non abbiamo i metodi sufficienti per poterla valutare in specie differenti dalla nostra: ne parla bene Frans de Waal nel suo recente “Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?” in cui tra l’altro cita l’Umwelt, un principio ideato dal biologo tedesco Jakob von Uexküll, che si potrebbe tradurre come “mondo circostante”. Questo concetto è fondamentale: non siamo in grado neanche di immaginare come sia il mondo per uno scimpanzé o un gorilla, per un polpo o una salamandra. Hanno caratteristiche cerebrali proprie, diversi livelli di sensibilità e di percezione del mondo, altri scopi, altri comportamenti. Siamo sicuri di poter stabilire quale sia il loro livello di intelligenza? Io ne dubito fortemente. Ci sono animali con un cervello molto più sviluppato del nostro come gli elefanti, altri con vista, riflessi o altre capacità di gran lunga superiori a quelle umane (a tal proposito, qui trovate un’interessante carrellata di animali che surclassano l’uomo in varie specialità). Capire e identificare in che modo si possa garantire serenità e benessere a esseri viventi così diversi da noi è al momento praticamente impossibile.

Quindi sì, bisogna valutare le scelte ragionando anche in maniera orrendamente pratica: gli zoo, ad esempio, hanno una loro utilità (ne avevo già parlato qui); idem come sopra per i centri di ricerca, anche se qui gli antispecisti ribatteranno che si tratta di utilità solo per la specie umana, ma questo è un altro discorso, troppo ampio per essere affrontato in poche righe; inoltre animali che vivono in cattività non possono assolutamente essere liberati a cuor leggero se non hanno sviluppato le capacità per vivere in ambienti non artificiali. Quindi la questione è ben più complessa di quanto possa sembrare.

Quello che però è importante aver presente è che il termine “persona”, nel XXI secolo, non può e non deve essere assolutamente attribuito soltanto agli esseri umani. E creando un precedente come quello di Sandra, abbiamo – giustamente – ammesso che gli animali hanno personalità, intelligenza, coscienza di sé e sensibilità. Dovremo deciderci a trattarli di conseguenza.

La città che non doveva esistere

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Un panorama della Valbisagno. Sulla destra lo stadio Luigi Ferraris.

Genova è la mia città. Non sono nato qui, ma vivendoci da quasi trentacinque anni credo sia lecito dichiararmi, a tutti gli effetti, un genovese. Vivo a Castelletto, un quartiere che, quando arrivano quelle drammatiche alluvioni che ormai ci colpiscono con frequenza, di solito non subisce danni gravi. Ma non di rado mi capita di passare da Marassi, uno dei quartieri più popolosi di Genova, oltre che il più colpito dalla furia delle acque durante questi eventi.

Via Fereggiano tramutata in un fiume in piena, con le macchine trascinate via dalla corrente, è un’immagine che non riusciremo più a rimuovere dalla nostra memoria. Ma anche i bambini travolti dalle acque mentre uscivano da scuola, le voragini sulla schiena dei negozi in via Tolemaide, quell’uomo investito dall’ondata di piena mentre usciva “a vedere il fiume” a Sant’Agata. Tante, troppe tragedie si sono accumulate tra i ricordi recenti della nostra bella città.

Ormai ci sono zone di Genova dove le persone anziane non si arrischiano ad uscire di casa all’arrivo di un temporale, ed è impossibile dar loro torto. Ogni giornata di pioggia troppo intensa ormai fa paura a tante persone che hanno già visto la loro casa o la loro attività danneggiata o distrutta dall’acqua assassina. Le cause le conosciamo già: troppo cemento, troppo poco spazio lasciato al verde, un Bisagno a cui è stato costantemente ristretto l’alveo. Ma anche la natura ci ha messo di suo, soprattutto in quei casi in cui è venuto giù l’equivalente di mesi di pioggia in poche ore. Anche Sestri Ponente e la Valpolcevera sono state vittime di alluvioni, ma la frequenza con cui questi eventi ha segnato la popolazione di Marassi è qualcosa di ineguagliato sul territorio genovese.

La caccia ai responsabili è iniziata da anni, le condanne a questa o quell’altra amministrazione si sono succedute senza sosta da parte di gente onesta che voleva giustizia, ma anche da parte di tanti forcaioli. I lavori volti a mitigare il rischio di future alluvioni sono iniziati tardi, tardissimo. E anche la creazione di quello scolmatore del Fereggiano che per alcuni rappresenta la salvezza, per altri poco più di un palliativo, è comunque arrivata in ritardo di anni.

Ma come siamo arrivati a una situazione del genere? Cos’è che ci ha spinto a seppellire di cemento l’alveo del fiume e quelle poche colline? E come mai nessuno ha previsto che potessero verificarsi i disastri di questi ultimi anni?

La copertura del Bisagno prima e il boom economico dopo, certo, ma non solo. Anche la forte immigrazione dal Sud negli anni ’50 e ’60. La comparsa di edifici ovunque, per ovviare all’esplosione demografica. E così, a seguire, la creazione del Biscione e la colonizzazione selvaggia della Valbisagno, con palazzi e palazzine di dubbio gusto appiccicati l’uno sulla schiena dell’altro. Quezzi che da ridente sobborgo quasi di campagna si tramuta in un assurdo dedalo di case e palazzi sempre più invivibile per i suoi abitanti, sempre più soffocato dal traffico compresso su un’unica direttrice che si dipana in mille viuzze, senza alcun accenno di pianificazione urbanistica. Si eliminano parchi e giardini praticamente da ovunque. Il Fereggiano, uno dei principali affluenti del Bisagno, viene ridotto a una specie di canalina di scolo, per di più ricoperta da erbacce e vegetazione. Ma il verde serve in mezzo alle case, non nel letto del fiume: se l’acqua si gonfia, il trasporto solido si unisce a rami e foglie trascinati dalla corrente, si accumula e fa da tappo nelle strettoie. In questo modo avviene un’esondazione ogni volta che piove troppo forte.

In mezzo alle case è l’esatto opposto: la pioggia che cade sul terreno viene assorbita e rallentata; se cade sull’asfalto o sul cemento schizza via, scappa e corre sempre più forte. E l’ondata di piena, quando arriva alla foce, diventa sempre più grande e pericolosa.

Mi ricordo bene di un concetto che avevo studiato all’università al corso di geologia ambientale, il tempo di corrivazione: questo è il lasso di tempo che una goccia di pioggia, caduta nel punto più lontano dal mare del bacino idrografico di un fiume, impiega per arrivare alla sua foce. Calcolavamo questo valore per capire in che modo il fondo su cui si muove l’acqua potesse influire sull’ondata di piena di un’alluvione. Era ben chiaro come il tempo di corrivazione fosse molto più breve per quei fiumi sulle cui sponde si era edificato senza criterio, come era stato fatto sul Bisagno dagli anni Trenta in poi. E spontaneo mi era sorto un dubbio: se invece la storia di Genova fosse stata diversa? Se a Marassi, Quezzi, San Fruttuoso e più su lungo tutta la Valbisagno si fosse costruito con buonsenso, mantenendo ampi spazi verdi, con sistemi di drenaggio efficienti e il giusto spazio lasciato al letto dei suoi corsi d’acqua?

Per togliermi il dubbio, ho chiesto chiarimenti al mio amico Pietro Balbi: un mio coetaneo geologo, consigliere dell’Ordine dei Geologi della Liguria, genovese e per giunta esperto in tematiche come il dissesto idrogeologico. Tra le altre cose, ha partecipato all’interessante progetto Dissesto Italia (www.dissestoitalia.it il sito ufficiale), nato da una collaborazione tra geologi, Legambiente e l’ANCE, l’Associazione Nazionale costruttori Edili. Gli ho chiesto come sarebbe potuta essere la vita della Genova che si affaccia sulle sponde di Levante se quella folle città del cemento non fosse mai esistita. Ecco cosa mi ha risposto:

In realtà non bisogna concentrarsi soltanto sulla Valbisagno: quando iniziarono a edificare intorno alle rive del fiume, tra fine Ottocento e inizio Novecento, la Foce era ancora libera e il fiume non era stato ancora coperto. Quindi le ondate di piena riuscivano ad arrivare in mare con più facilità, le esondazioni erano più difficili. Poi, con la copertura della foce del Bisagno degli anni ’30, tutto è peggiorato. Pensiamo ad esempio a Borgo Incrociati: è sopravvissuto per secoli senza finire mai sott’acqua. Poi, con la copertura del fiume, ogni esondazione ha colpito proprio a quell’altezza, subito dopo il ponte di Sant’Agata, dove il fiume va a immergersi sotto una copertura evidentemente sottodimensionata.

Se c’è un “tappo” formato dal trasporto solido e flottante, le conseguenze dell’alluvione sono ancora più drammatiche. Il trasporto solido, quell’”acqua nera” che vediamo quando ci sono le alluvioni, è uno dei principali fattori di innalzamento del volume dell’acqua e quindi causa di alluvionamenti, fattore troppo spesso sottovalutato anche nel recente passato da chi si è occupato di dimensionamento dei fenomeni alluvionali. Per prevenire queste ondate cariche di terra e detriti occorrerebbe un monitoraggio costante di tutti i versanti. E questo è un lavoro costoso e con pochi ritorni di immagine: nessun politico diventerà mai noto per aver “tagliato il nastro” di un’opera di semplice controllo.

Questo però non vuol dire che edificare per tutta la lunghezza della Valbisagno sia stata una grande idea. Alcune fonti storiche fanno intuire che ai tempi dei Romani una parte dei monti fosse coperta di boschi, tagliati poi nel Medioevo. E il taglio degli alberi, utilizzati per il fasciame delle navi e per le impalcature di sostegno, avrebbe causato un ulteriore indebolimento dei versanti. Senza il sostegno dato dalle radici, alla prima pioggia dai versanti sarebbero arrivate a valle grandi masse di detriti.

Ricordiamoci inoltre che la Valbisagno, come tutti i rilievi montuosi, tra l’altro piuttosto acclivi in questo caso, già naturalmente sarebbe soggetta a frane; i lavori portati avanti nell’ultimo secolo hanno però peggiorato non poco la situazione. L’interazione tra strutture, necessarie allo sviluppo di una città, e un territorio già fragile è delicata: è possibile costruire, ma è necessario farlo prestando la massima attenzione alle necessità e alle caratteristiche del territorio, senza forzare la mano laddove si andrebbe incontro a rischi inutili.

Lavori come la messa in sicurezza dell’alveo del Bisagno o lo scolmatore del Fereggiano possono risolvere, almeno in parte, gli effetti del problema, ma di sicuro non le cause. Per quelle dobbiamo risalire indietro alla storia di Genova nel Novecento e istituire un complesso e approfondito sistema di controllo, monitoraggio e risistemazione dei versanti di oggi.

Quindi, questo è. Una città, almeno in parte, costruita senza criterio, senza coscienza del rischio, sfruttando ogni centimetro disponibile per addossare case su case là dove non si poteva e non si doveva edificare. E ora non è possibile tornare indietro, e forse neanche i lavori di messa in sicurezza del torrente o lo scolmatore potranno salvarci da nuove tragedie. Col clima impazzito di questi anni, le piogge sempre più forti e imprevedibili, quei “temporali autorigeneranti”, che potrebbero sembrare un argomento affascinante per chi è appassionato di documentari scientifici ma che sono diventati un dramma per chiunque viva a ridosso del Bisagno, la minaccia è sempre in agguato. E ora viene da chiedersi se quella parte di città, la città del cemento e dell’asfalto, della fretta di costruire e della scomparsa del verde, avrebbe fatto meglio a non essere mai stata costruita. Ma la risposta la sappiamo già.

Con i piedi nella neve

cervo

Cervo europeo (Cervus elaphus)

Regolarmente, ogni anno, sul territorio italiano devono essere compiuti dei censimenti della fauna selvatica per verificare lo stato di salute delle popolazioni di cervi, camosci, stambecchi, cinghiali, volpi, lepri e tanti altri animali.

Tra questi, il censimento di caprioli è uno dei più divertenti, anche se prevede alcuni aspetti negativi, tra cui una levataccia all’alba e generalmente una scarpinata nel bosco a orari improbabili. Il tutto si svolge in maniera molto semplice: un gruppo di poche decine di persone (gli “osservatori“) si dispone attorno ai tre lati di un rettangolo immaginario che racchiude al suo interno alcuni ettari di bosco. Ciascuna di queste persone si pone a una distanza dall’osservatore successivo non così ampia da impedire il contatto visivo e la comunicazione reciproca.

Una volta trovata la sua posizione, l’osservatore si ferma, rimane in attesa e inizia a contare tutti gli animali che attraversano, alla sua sinistra, i confini immaginari di questo rettangolo. Ovviamente deve confrontarsi con l’osservatore successivo per verifica: “Erano tre, hai visto?” “Sì, erano tre!”.

Questo ruolo comporta una notevole dose di pazienza, visto che prima che tutti gli osservatori si siano disposti e che il censimento vero e proprio sia iniziato passa un bel po’ di tempo. Occorre inoltre una discreta sopportazione del freddo: bisogna restare fermi in attesa in mezzo al bosco e il più delle volte, visto il periodo in cui questi censimenti vengono fatti, con i piedi immersi nella neve.

Gli altri partecipanti al censimento, i “battitori”, si divertono di più: si dispongono lungo il quarto lato del rettangolo, anch’essi a breve distanza l’uno dall’altro, ma, a differenza degli osservatori, avanzano lentamente, mantenendo le fila serrate lungo il territorio da censire: urlano, schiamazzano, rompono i rami secchi con gli scarponi e fanno in modo di spaventare gli animali, che così saranno costretti a uscire dai confini del nostro rettangolo immaginario, in modo da essere così contati dagli osservatori.

Il numero di animali osservati in quel campione di territorio aiuterà a ottenere una stima attendibile degli animali che si trovano su tutta la zona in esame.

Pur essendo quello del battitore un ruolo ben più attivo e divertente, io ho sempre preferito fare l’osservatore, per un semplice motivo: vedi molti più animali e da molto più vicino.

Certe volte qualche capriolo, spaventato un po’ dai battitori, un po’ dalla tua presenza, finisce col trovarsi a pochi metri da te. Immerso nella neve fino a metà zampa, ti guarda con fare interrogativo, come a dire: posso passare o mi farai del male? Per quanto mi riguarda, un incontro di questo tipo con un animale selvatico è molto più bello e significativo che fare una rumorosa passeggiata in mezzo al bosco, per quanto divertente questa possa essere.

Mi ricordo bene che durante l’università, preso dall’entusiasmo, avevo partecipato a molti di questi censimenti; non solo di caprioli, qua e là nel Savonese con il metodo della battitura, ma anche di camosci dalle parti di Triora, il celebre paese delle streghe: in quel caso la conta veniva fatta con l’osservazione diretta al binocolo di tutto un versante di una montagna, in attesa del passaggio degli animali. Anche in questo tipo di censimento bisognava confrontarsi regolarmente con gli altri partecipanti, comunicando via ricetrasmittente con gli osservatori posizionati dall’altra parte della cresta.

In altri casi mi era capitato di partecipare ai censimenti delle capre selvatiche (!) sul monte di Portofino, inerpicandomi sul ciglio delle rocce o rischiando di scivolare giù dal sentiero per andare a osservare quell’angoletto di valle dove sicuramente si andavano a nascondere queste simpatiche bestiole, ben più diffidenti delle loro cugine domestiche.

Divertente? Sì, molto. La prima volta. Poi l’entusiasmo di avere come ufficio il bosco e come scrivania la corteccia di un albero lasciavano il posto, per i meno stakanovisti, alla stanchezza, alla noia, alla voglia di andare nel primo rifugio a sfilarsi gli scarponi e bersi una cioccolata calda.

Sensazioni che hanno vissuto più o meno tutti quelli che hanno passato una giornata chiusi in un’altana (una torretta di legno, rigorosamente priva di qualunque comfort) o in un gabbiotto di osservazione, con i piedi intorpiditi e un sonno atavico in attesa del passaggio dell’ungulato o del gallo cedrone di turno.

Purtroppo gli animali che tanto ci piace osservare hanno spesso orari molto mattinieri, una maggiore resistenza al freddo e, soprattutto, si fanno aspettare molto a lungo. E una volta che li hai incontrati, non è assolutamente detto che si comportino nel modo che speravi, o che la foto che hai atteso ore e ore per realizzare venga come desideravi. Ma quando invece arrivano i risultati, ecco che ore o giorni di sacrifici vengono del tutto ripagati.

Come per ogni professione, anche l’attività del naturalista ha i suoi alti e bassi e di sicuro una dedizione, una pazienza fuori dal comune e una grande resistenza fisica sono elementi indispensabili per svolgerla al meglio. L’unico modo per affrontarla è avere ben chiari quali sono le soddisfazioni che si possono ottenere e le frustrazioni che si devono fronteggiare. Se, al netto di questo bilancio, la voglia di uscire è ancora superiore al desiderio di cioccolata calda, una vita passata nella natura potrebbe rivelarsi la scelta giusta.

Parlare la stessa lingua

Indicatore golanera

Indicatore golanera (Wilferd Duckitt/Wikimedia commons)

Da millenni la popolazione degli Yao, in Mozambico, si dedica alla ricerca e alla raccolta del miele delle api selvatiche. Per trovare il dolce bottino, però, i raccoglitori si affidano al talento di un insolito aiutante, un uccellino. L’indicatore golanera (Indicator indicator), infatti, è ben più bravo dell’uomo nel trovare i nidi degli insetti e nel condurlo fino alla loro ubicazione. Spesso, infatti, gli alveari sono costruiti sui rami più alti degli alberi e trovarli non è così facile per chi non è in grado di volare. Gli uomini, per contro, sono molto più abili nel recupero del bottino: staccano l’alveare dal ramo su cui è costruito e lo affumicano per far scappare le api.

E così, seguendo una tradizione che si perpetua ormai da tantissime generazioni, i cercatori si affidano alle indicazioni del volatile, che dalla collaborazione potrà ottenere il vantaggio di nutrirsi, grazie a dei potenti enzimi digestivi, della cera dell’alveare (di scarso interesse per gli umani) una volta che questo sarà abbandonato dalle sue abitanti. Questo rapporto di collaborazione non è però esclusivo: anche i tassi del miele sfruttano le indicazioni degli uccellini per recuperare il prezioso bottino.

Questo tipo di interazione tra specie viene chiamato mutualismo: entrambe le parti in gioco ottengono un vantaggio dalla reciproca collaborazione, senza entrare in competizione diretta per le risorse (agli uomini interessa il miele, agli indicatori la cera). Questa collaborazione tra uomini e uccelli per trovare il miele è comunque conosciuta da secoli. Tra l’altro, lo stesso sistema di raccolta del miele è stato osservato in altre popolazioni africane, in Kenya e Tanzania, mentre è risaputo che i delfini sono in grado di aiutare i pescatori nella loro ricerca di pesce, ben consci che potranno trarre un vantaggio da questa collaborazione.

La novità assoluta riguardante questo comportamento è stata presentata in un articolo pubblicato su Science pochi giorni fa: i cercatori di miele Yao e gli uccellini, nella riserva nazionale di Niassa in Mozambico, comunicano tra di loro utilizzando un linguaggio comune. Nello specifico, il richiamo emesso e interpretato allo stesso modo da uomini e volatili è un particolare tipo di fischio vagamente tremolante, indicato dai ricercatori come “brrr-hm”. Il segnale sembra, dati alla mano, una sorta di comando che gli uomini impartiscono agli uccellini, qualcosa del tipo: “sono qui, dimmi dove si trova l’alveare e al resto penso io”. Per i più curiosi, qui potete ascoltare il particolare richiamo:

Ma cosa ci sarà mai di nuovo in tutto ciò, direte voi: c’è chi dirà che ogni mattina qualcuno fa un fischio al cane e questo viene dal padrone e magari gli porta pure le pantofole. In questo caso, però, la grande novità consiste nel fatto che il richiamo emesso è lo stesso per uomini e uccelli e che, soprattutto, questi ultimi sono animali selvatici. Fino ad ora, infatti, non si avevano prove di un livello di comunicazione condiviso tra uomini e animali selvatici.

Queste osservazioni personalmente mi spingono a riflettere su un argomento ben più ampio: è davvero così necessario imporre tutte queste distinzioni tra i comportamenti degli animali in natura e in cattività? Mi spiego meglio. È vero, indubbiamente, che lo stato di prigionia influisca sul modo in cui gli animali si relazionano con l’uomo e con l’ambiente circostante; nondimeno è stato fondamentale, per la conoscenza del comportamento animale, il passaggio allo studio dell’etologia degli animali in libertà, a cominciare soprattutto da Konrad Lorenz e dai suoi contemporanei: un conto è se un animale in uno zoo, per vincere un premio in cibo, impara a utilizzare un attrezzo, un’altra cosa è osservare l’utilizzo di questo utensile in natura. Detto questo, però, se osserviamo un animale comunicare con l’uomo con un linguaggio comune, come abbiamo visto per tanti primati in cattività, non dovrebbe venirci il dubbio che, almeno potenzialmente, questi possano avere questo talento anche in natura? Ovviamente ci vogliono anni e anni di insegnamento per raggiungere i livelli di Koko o Kanzi, però se guardiamo a come opera l’evoluzione, e quindi su più generazioni, una scoperta come quella che riguarda i cercatori di miele mozambicani non dovrebbe stupirci più di tanto. Ora però, come giustamente spiegato in questo articolo di National Geographic, bisogna affrettarsi a studiare a fondo il fenomeno: sempre meno africani si dedicano alla tradizionali ricerca degli alveari, e i segreti di questa antica pratica e della parlata comune di uomini e uccelli rischiano di andare perduti per sempre.