Con i piedi nella neve

cervo

Cervo europeo (Cervus elaphus)

Regolarmente, ogni anno, sul territorio italiano devono essere compiuti dei censimenti della fauna selvatica per verificare lo stato di salute delle popolazioni di cervi, camosci, stambecchi, cinghiali, volpi, lepri e tanti altri animali.

Tra questi, il censimento di caprioli è uno dei più divertenti, anche se prevede alcuni aspetti negativi, tra cui una levataccia all’alba e generalmente una scarpinata nel bosco a orari improbabili. Il tutto si svolge in maniera molto semplice: un gruppo di poche decine di persone (gli “osservatori“) si dispone attorno ai tre lati di un rettangolo immaginario che racchiude al suo interno alcuni ettari di bosco. Ciascuna di queste persone si pone a una distanza dall’osservatore successivo non così ampia da impedire il contatto visivo e la comunicazione reciproca.

Una volta trovata la sua posizione, l’osservatore si ferma, rimane in attesa e inizia a contare tutti gli animali che attraversano, alla sua sinistra, i confini immaginari di questo rettangolo. Ovviamente deve confrontarsi con l’osservatore successivo per verifica: “Erano tre, hai visto?” “Sì, erano tre!”.

Questo ruolo comporta una notevole dose di pazienza, visto che prima che tutti gli osservatori si siano disposti e che il censimento vero e proprio sia iniziato passa un bel po’ di tempo. Occorre inoltre una discreta sopportazione del freddo: bisogna restare fermi in attesa in mezzo al bosco e il più delle volte, visto il periodo in cui questi censimenti vengono fatti, con i piedi immersi nella neve.

Gli altri partecipanti al censimento, i “battitori”, si divertono di più: si dispongono lungo il quarto lato del rettangolo, anch’essi a breve distanza l’uno dall’altro, ma, a differenza degli osservatori, avanzano lentamente, mantenendo le fila serrate lungo il territorio da censire: urlano, schiamazzano, rompono i rami secchi con gli scarponi e fanno in modo di spaventare gli animali, che così saranno costretti a uscire dai confini del nostro rettangolo immaginario, in modo da essere così contati dagli osservatori.

Il numero di animali osservati in quel campione di territorio aiuterà a ottenere una stima attendibile degli animali che si trovano su tutta la zona in esame.

Pur essendo quello del battitore un ruolo ben più attivo e divertente, io ho sempre preferito fare l’osservatore, per un semplice motivo: vedi molti più animali e da molto più vicino.

Certe volte qualche capriolo, spaventato un po’ dai battitori, un po’ dalla tua presenza, finisce col trovarsi a pochi metri da te. Immerso nella neve fino a metà zampa, ti guarda con fare interrogativo, come a dire: posso passare o mi farai del male? Per quanto mi riguarda, un incontro di questo tipo con un animale selvatico è molto più bello e significativo che fare una rumorosa passeggiata in mezzo al bosco, per quanto divertente questa possa essere.

Mi ricordo bene che durante l’università, preso dall’entusiasmo, avevo partecipato a molti di questi censimenti; non solo di caprioli, qua e là nel Savonese con il metodo della battitura, ma anche di camosci dalle parti di Triora, il celebre paese delle streghe: in quel caso la conta veniva fatta con l’osservazione diretta al binocolo di tutto un versante di una montagna, in attesa del passaggio degli animali. Anche in questo tipo di censimento bisognava confrontarsi regolarmente con gli altri partecipanti, comunicando via ricetrasmittente con gli osservatori posizionati dall’altra parte della cresta.

In altri casi mi era capitato di partecipare ai censimenti delle capre selvatiche (!) sul monte di Portofino, inerpicandomi sul ciglio delle rocce o rischiando di scivolare giù dal sentiero per andare a osservare quell’angoletto di valle dove sicuramente si andavano a nascondere queste simpatiche bestiole, ben più diffidenti delle loro cugine domestiche.

Divertente? Sì, molto. La prima volta. Poi l’entusiasmo di avere come ufficio il bosco e come scrivania la corteccia di un albero lasciavano il posto, per i meno stakanovisti, alla stanchezza, alla noia, alla voglia di andare nel primo rifugio a sfilarsi gli scarponi e bersi una cioccolata calda.

Sensazioni che hanno vissuto più o meno tutti quelli che hanno passato una giornata chiusi in un’altana (una torretta di legno, rigorosamente priva di qualunque comfort) o in un gabbiotto di osservazione, con i piedi intorpiditi e un sonno atavico in attesa del passaggio dell’ungulato o del gallo cedrone di turno.

Purtroppo gli animali che tanto ci piace osservare hanno spesso orari molto mattinieri, una maggiore resistenza al freddo e, soprattutto, si fanno aspettare molto a lungo. E una volta che li hai incontrati, non è assolutamente detto che si comportino nel modo che speravi, o che la foto che hai atteso ore e ore per realizzare venga come desideravi. Ma quando invece arrivano i risultati, ecco che ore o giorni di sacrifici vengono del tutto ripagati.

Come per ogni professione, anche l’attività del naturalista ha i suoi alti e bassi e di sicuro una dedizione, una pazienza fuori dal comune e una grande resistenza fisica sono elementi indispensabili per svolgerla al meglio. L’unico modo per affrontarla è avere ben chiari quali sono le soddisfazioni che si possono ottenere e le frustrazioni che si devono fronteggiare. Se, al netto di questo bilancio, la voglia di uscire è ancora superiore al desiderio di cioccolata calda, una vita passata nella natura potrebbe rivelarsi la scelta giusta.

Parlare la stessa lingua

Indicatore golanera

Indicatore golanera (Wilferd Duckitt/Wikimedia commons)

Da millenni la popolazione degli Yao, in Mozambico, si dedica alla ricerca e alla raccolta del miele delle api selvatiche. Per trovare il dolce bottino, però, i raccoglitori si affidano al talento di un insolito aiutante, un uccellino. L’indicatore golanera (Indicator indicator), infatti, è ben più bravo dell’uomo nel trovare i nidi degli insetti e nel condurlo fino alla loro ubicazione. Spesso, infatti, gli alveari sono costruiti sui rami più alti degli alberi e trovarli non è così facile per chi non è in grado di volare. Gli uomini, per contro, sono molto più abili nel recupero del bottino: staccano l’alveare dal ramo su cui è costruito e lo affumicano per far scappare le api.

E così, seguendo una tradizione che si perpetua ormai da tantissime generazioni, i cercatori si affidano alle indicazioni del volatile, che dalla collaborazione potrà ottenere il vantaggio di nutrirsi, grazie a dei potenti enzimi digestivi, della cera dell’alveare (di scarso interesse per gli umani) una volta che questo sarà abbandonato dalle sue abitanti. Questo rapporto di collaborazione non è però esclusivo: anche i tassi del miele sfruttano le indicazioni degli uccellini per recuperare il prezioso bottino.

Questo tipo di interazione tra specie viene chiamato mutualismo: entrambe le parti in gioco ottengono un vantaggio dalla reciproca collaborazione, senza entrare in competizione diretta per le risorse (agli uomini interessa il miele, agli indicatori la cera). Questa collaborazione tra uomini e uccelli per trovare il miele è comunque conosciuta da secoli. Tra l’altro, lo stesso sistema di raccolta del miele è stato osservato in altre popolazioni africane, in Kenya e Tanzania, mentre è risaputo che i delfini sono in grado di aiutare i pescatori nella loro ricerca di pesce, ben consci che potranno trarre un vantaggio da questa collaborazione.

La novità assoluta riguardante questo comportamento è stata presentata in un articolo pubblicato su Science pochi giorni fa: i cercatori di miele Yao e gli uccellini, nella riserva nazionale di Niassa in Mozambico, comunicano tra di loro utilizzando un linguaggio comune. Nello specifico, il richiamo emesso e interpretato allo stesso modo da uomini e volatili è un particolare tipo di fischio vagamente tremolante, indicato dai ricercatori come “brrr-hm”. Il segnale sembra, dati alla mano, una sorta di comando che gli uomini impartiscono agli uccellini, qualcosa del tipo: “sono qui, dimmi dove si trova l’alveare e al resto penso io”. Per i più curiosi, qui potete ascoltare il particolare richiamo:

Ma cosa ci sarà mai di nuovo in tutto ciò, direte voi: c’è chi dirà che ogni mattina qualcuno fa un fischio al cane e questo viene dal padrone e magari gli porta pure le pantofole. In questo caso, però, la grande novità consiste nel fatto che il richiamo emesso è lo stesso per uomini e uccelli e che, soprattutto, questi ultimi sono animali selvatici. Fino ad ora, infatti, non si avevano prove di un livello di comunicazione condiviso tra uomini e animali selvatici.

Queste osservazioni personalmente mi spingono a riflettere su un argomento ben più ampio: è davvero così necessario imporre tutte queste distinzioni tra i comportamenti degli animali in natura e in cattività? Mi spiego meglio. È vero, indubbiamente, che lo stato di prigionia influisca sul modo in cui gli animali si relazionano con l’uomo e con l’ambiente circostante; nondimeno è stato fondamentale, per la conoscenza del comportamento animale, il passaggio allo studio dell’etologia degli animali in libertà, a cominciare soprattutto da Konrad Lorenz e dai suoi contemporanei: un conto è se un animale in uno zoo, per vincere un premio in cibo, impara a utilizzare un attrezzo, un’altra cosa è osservare l’utilizzo di questo utensile in natura. Detto questo, però, se osserviamo un animale comunicare con l’uomo con un linguaggio comune, come abbiamo visto per tanti primati in cattività, non dovrebbe venirci il dubbio che, almeno potenzialmente, questi possano avere questo talento anche in natura? Ovviamente ci vogliono anni e anni di insegnamento per raggiungere i livelli di Koko o Kanzi, però se guardiamo a come opera l’evoluzione, e quindi su più generazioni, una scoperta come quella che riguarda i cercatori di miele mozambicani non dovrebbe stupirci più di tanto. Ora però, come giustamente spiegato in questo articolo di National Geographic, bisogna affrettarsi a studiare a fondo il fenomeno: sempre meno africani si dedicano alla tradizionali ricerca degli alveari, e i segreti di questa antica pratica e della parlata comune di uomini e uccelli rischiano di andare perduti per sempre.

98%

Chimp

Se vi è capitato di sentir parlare di scimpanzé o bonobo, magari in documentari televisivi o su articoli di riviste che parlano di natura, molto probabilmente avrete letto o sentito citare una cifra, o meglio una percentuale: 98%. Questo numero altro non è che la percentuale di patrimonio genetico che l’essere umano condivide con i suoi parenti più prossimi, le scimmie del genere Pan: lo scimpanzé Pan troglodytes e il bonobo Pan paniscus. Una percentuale altissima, a ben sottolineare come questi animali siano vicini, anzi vicinissimi a noi. Una sorta di “cugini”, filogeneticamente parlando. In effetti, si stima che la linea evolutiva che porta a bonobo e scimpanzé (che tra loro sono ancora più vicini) si sia “staccata” da quella dell’essere umano in un periodo compreso tra i 7 e i 4,5 milioni di anni fa, quindi in tempi recenti, paleontologicamente parlando. In tempi ancora più recenti, tra 2 e 1,5 milioni di anni fa, sarebbe avvenuta la differenziazione tra le due specie, presumibilmente grazie alla separazione geografica data dal fiume Congo.

Anche se efficace nel rappresentare quanto minima sia la differenza, però, una fredda percentuale non è sufficiente a farci capire la nostra vicinanza con questi animali. Una somiglianza che è sia morfologica sia comportamentale. Nonostante le affinità con l’uomo, bonobo e scimpanzé nel sentimento comune diffuso tra il grande pubblico vengono visti come semplici “animali”, come se noi stessi non lo fossimo. In quest’ottica è quindi accettabile recluderli in gabbie anguste nei giardini zoologici, vederli come semplici beni commerciali, sfruttarli per intrattenimento nei circhi o ucciderli in caso di necessità (senza tornare sulle polemiche riguardanti la morte di un’altra scimmia antropomorfa, il gorilla Harambe, di cui ho già ampiamente parlato qui). Tutte le considerazioni etologiche sugli animali, comprese la coscienza di sé e la comprensione del concetto di morte (presenti, ad esempio, nella celebre gorilla “parlante” Koko) o la presenza di una personalità complessa molto simile all’uomo vengono del tutto ignorate. E si tratta di un grave errore, visto che tante interessanti scoperte sui nostri parenti più prossimi sono state fatte in tempi recenti e ci hanno aiutato a capire come le scimmie antropomorfe (e non solo loro, a dirla tutta) meriterebbero un trattamento ben migliore.

Gli scimpanzé, ad esempio, sono in grado di comunicare con gli umani tramite il linguaggio dei segni: la femmina Washoe, studiata dagli scienziati americani Allen e Beatrice Gardner, fu una delle prime a impararlo. In tempi più recenti lo stesso talento è stato dimostrato da Koko e dal “bonobo-superstar” Kanzi e già questo dovrebbe aiutarci a comprendere come le interazioni sociali in natura siano piuttosto complesse per questi animali. Scimpanzé e bonobo, tra gli altri, sanno utilizzare e addirittura creare vari tipi di strumenti, e non parliamo solo di animali in cattività: Jane Goodall fu la prima a vederli in azione, a Gombe in Tanzania, mentre catturavano termiti con l’utilizzo di rametti appositamente preparati per essere infilati nelle aperture dei loro nidi.

Ma avere in comune con l’uomo così tante somiglianze non ha solo aspetti positivi. E infatti, udite udite, scimpanzé e bonobo possono avere anche i nostri difetti: sono in grado di imbrogliare e mentire, ad esempio per competizione sessuale o per altri motivi pratici come la ricerca del cibo. Gli scimpanzé possono anche avere il vizio del fumo, e non si tratta soltanto di esemplari appositamente addestrati al circo: in questo video vediamo Charlie, morto ormai una decina di anni fa, che nel suo Mangaung zoo in Sudafrica era diventato una piccola celebrità proprio per questa abitudine, nata casualmente dopo che qualche visitatore gli aveva lanciato nel recinto delle sigarette accese (comportamento a mio avviso decisamente criminale).

Come abbiamo già raccontato su queste pagine, gli scimpanzé sono abili cacciatori e tra le loro vittime preferite ci sono altri primati, in particolare i colobi rossi. Ebbene, da uno studio su una popolazione di scimpanzé a Ngogo nel parco nazionale di Kibale in Uganda è emerso che, nonostante la carne dei colobi non sia certo la principale fonte di sostentamento delle scimmie antropomorfe, l’efficacia delle loro battute di caccia abbia portato un gravissimo declino delle popolazioni delle scimmie più piccole: dal 1975 al 2007 si è osservato un crollo dell’89% nella popolazione locale di colobi rossi dovuto alla predazione, a un passo dall’estinzione sul territorio. La facilità con cui i predatori riuscivano a catturare i colobi era tale da aver causato, verso la fine degli anni ’90, un’eliminazione di circa metà popolazione ogni anno. Alla fine la pressione venatoria è stata tale da non permettere alle prede di recuperare i numeri persi, e ora c’è il serio rischio di veder scomparire per sempre i colobi rossi da Ngogo. In questo caso si potrebbe imputare agli scimpanzé una mancanza di lungimiranza nel gestire le risorse offerte loro dalla natura, ma più verosimilmente il loro difetto è quello di non disporre di una visione a lungo termine che li aiuti a effettuare scelte ponderate sul futuro remoto. Difficile stabilirlo, in ogni caso è un qualcosa su cui riflettere: se tante sono le somiglianze tra noi e i nostri parenti più stretti, scoprire che questi non sanno gestire le risorse a loro disposizione non è certo un buon segno. Tutte cose che peraltro già sappiamo. Cerchiamo però di non utilizzare questa scoperta per giustificare i nostri comportamenti: la mancanza di buon senso, anche se si può osservare sporadicamente in altri animali, non va comunque giustificata in quanto “naturale” (termine che, peraltro, a mio avviso ha sempre meno senso).

Ma anche nelle somiglianze non mancano sorprese in positivo: quel comportamento che in certi casi identifichiamo con “umanità” si può trovare qua e là anche nei primati. La compassione e l’empatia di cui spesso si occupa Frans de Waal ad esempio, ma non solo. In certi casi sembrano anche le classiche “leggi della natura” a venir meno. In tempi recenti è stata infatti pubblicata una notizia che ha destato molto scalpore, riguardante una madre scimpanzé del Mahale Mountains National Park in Tanzania che ha portato con sé e avuto cura un cucciolo con gravi disabilità. In natura, di solito, i piccoli malati in moltissime specie animali vengono abbandonati al loro destino. Invece in questo caso il cucciolo, una femmina identificata con la sigla XT11, è stata curata e accudita dalla madre per tutti i 23 mesi della sua breve vita, molto più di quanto sarebbe stato lecito prevedere per un piccolo in quelle condizioni. XT11 infatti aveva una grave malformazione fisica, oltre ai sintomi di una malattia simile alla sindrome di Down. Ciononostante l’amore materno non è mai venuto a mancare.

Conoscendo quante sono le somiglianze tra noi e questi parenti prossimi, a questo punto penso sia normle domandarsi che cosa sia particolare, tipico, esclusivo dell’uomo. A livello fisico possiamo facilmente identificare le differenze, mentre a livello di comportamenti è molto più difficile, visto che con cadenza regolare i primatologi scoprono nuovi punti in comune tra umani e altre scimmie antropomorfe. E allora ci viene naturale tornare a quella percentuale di cui sopra, quel freddo 98% che poco ci rappresenta, se non per farci capire il concetto di somiglianza. Per questo vi segnalo una voce di Wikipedia molto ben fatta, basata in gran parte sull’articolo “Che cosa ci rende umani?” di Katherine S. Pollard, pubblicato su Le Scienze di agosto 2009. Qui potete trovare alcuni interessanti approfondimenti. Io mi accontento di mettervi la pulce nell’orecchio, e di farvi ragionare sul fatto che i punti in comune tra uomo e altri animali (in particolare i primati) sono molti di più che le differenze,. Tra l’altro, questa conoscenza potrebbe tornarci abbondantemente utile in futuro, se sapremo sfruttarla come si deve: ad esempio, su questo articolo sul Guardian potrete scoprire come oggi si stiano studiando gli scimpanzé, o meglio i loro giacigli, al fine di sviluppare il “letto perfetto” per gli esseri umani. E non è certo roba di poco conto.

Un fragile paradiso

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La Grande barriera corallina australiana (NASA/Wikimedia Commons)

Non passa giorno senza che sui mezzi di informazione generalisti si parli di cambiamento climatico. Gran parte di questi titoli e titoloni però affrontano il problema come se fosse un qualcosa di lontano nel tempo, delle cui conseguenze dovranno preoccuparsi i nostri nipoti e pronipoti. Poco invece viene detto sui danni che il riscaldamento globale ha già fatto e sta facendo in questi anni, a meno che non si tratti di eventi strettamente legati all’uomo come carestie, migrazioni o guerre (e sì, a quanto pare ci sono già stati conflitti causati dai cambiamenti climatici). Ma esiste un esempio che è impossibile da ignorare e che merita di essere visto con attenzione, perché riguarda uno degli ambienti marini più vari e, perché non dirlo, anche più belli del nostro pianeta: la Grande barriera corallina australiana. Un autentico paradiso generato da quei piccolissimi animali, i polipi del corallo, che in migliaia di anni hanno creato una struttura che oggi funge da casa e nursery a migliaia di specie di pesci, mammiferi e invertebrati marini.

Scoperta nel 1768 da Louis de Bougainville e attraversata nel 1770 dal capitano James Cook, la Grande barriera, che è anche la più grande struttura realizzata da un unico organismo vivente, è diventata simbolo di paradiso tropicale e di bellezza naturale incontaminata. Le colonie di coralli, popolate da migliaia di specie di organismi marini di ogni genere e immerse in acque cristalline, sono stimate essere il frutto di oltre 15.000 anni di lavoro di costruzione dei piccoli polipi sessili. Oggi la Grande barriera corallina rappresenta anche una delle maggiori attrazioni turistiche della nazione australiana, ma soprattutto ha fornito un esempio lampante di quanto fragili possano essere questi ecosistemi: nonostante le enormi dimensioni, con oltre 2300 Km di lunghezza, 344.000 Km2 di estensione e circa 900 isole a farne parte, i parametri di temperatura, profondità e salinità delle acque, da cui la colonia dipende per sopravvivere, non possono subire grandi variazioni senza che tutto il sistema venga pesantemente danneggiato o, nei casi peggiori, collassi.

E così, tra riscaldamento globale antropogenico e l’evento periodico di El Niño a causare un ulteriore innalzamento delle temperature marine, le acque della Grande barriera sono diventate sempre più calde e inospitali per le madrepore che sono alla base della vita di tutta la colonia. Si è così verificato un evento, lo sbiancamento dei coralli, che già aveva colpito drammaticamente l’ecosistema nel periodo 1998-2002, e che ora sembra riproporsi in forma ancora più grave: alcune fonti parlano del 35% di coralli morti, e di un incredibile 93% di barriera colpita, in maniera più o meno sensibile, dall’evento. Ironicamente, solo l’arrivo di un ciclone potrebbe essere d’aiuto, abbassando le temperature e rallentando così l’estensione del fenomeno, che comunque si ripropone a livelli meno intensi ad ogni estate, ormai da 18 anni.

Ma come si verifica questo sbiancamento? Facciamo un passo indietro. La struttura di base delle barriere coralline è data dalle colonie di madrepore, la forma polipoide (e quindi sessile, ossia attaccata al substrato) dei coralli, che, ricordiamolo, sono animali e appartengono al phylum degli Cnidaria, classe antozoa. Le loro strutture calcaree, create in migliaia di anni con la crescita della colonia, fanno da base per tutto l’ecosistema che si viene a formare attorno. I polipi dei coralli sono abitati da alghe unicellulari fotosintetizzanti della famiglia delle Zooxanthellae, con cui gli antozoi vivono in simbiosi: forniscono loro diossido di carbonio di scarto e da loro traggono gran parte dei nutrienti necessari al loro sostentamento.

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Sbiancamento di un corallo in Florida (Kelsey Roberts, USGS/Wikimedia Commons)

In situazioni di stress, di cui l’innalzamento della temperatura dell’acqua è l’esempio più lampante, le alghe simbionti vengono espulse dai polipi, causando così lo sbiancamento del corallo. Il colore della struttura calcarea dipende infatti dalle alghe e più è alta la loro concentrazione, più intenso è il colore. In seguito allo sbiancamento, i polipi dei coralli diventano trasparenti e quello che appare all’osservatore è la struttura calcarea sottostante. Le colonie diventano così più o meno grigie e, nei casi più estremi, del tutto bianche. Se la situazione ambientale ritorna alla normalità nel giro di pochi giorni, le alghe vengono di nuovo inglobate dai polipi e si ritorna così alla condizione originaria. Se invece il periodo di stress si prolunga le colonie sono destinate alla morte. Una volta scomparsi gli animali, gli scheletri calcarei della struttura si disgregano rapidamente ad opera del moto ondoso e degli animali che se ne nutrono, come gli scaridi, i pesci pappagallo. In breve tempo tutti i detriti generati dalla distruzione della colonia vanno a depositarsi sul fondo della piattaforma carbonatica, che è la struttura di base della barriera. Questa, se le condizioni torneranno favorevoli, farà da basamento per nuove colonie di madrepore. Le cause evolutive all’origine di questo fenomeno non sono del tutto chiare, ma una delle ipotesi più accreditate suggerisce che questo comportamento dei polipi si verifichi in risposta ai cambiamenti del livello delle acque, in modo che le colonie si accrescano e proliferino solo in condizioni ottimali di temperatura, profondità e illuminazione solare. Sta di fatto che il 2016 sembra destinato a diventare l’annus horribilis della Grande barriera australiana, e la causa è in buona parte l’innalzamento delle temperature globali causato dall’uomo.

Già così lo scenario appare piuttosto inquietante, sia perché dall’ecosistema della barriera dipendono migliaia di specie marine, sia perché le previsioni attuali sembrano far intuire che in futuro, almeno a livello di temperature, andrà sempre peggio e la sopravvivenza delle madrepore sarà sempre più a rischio, e non solo in Australia. Molti scienziati stanno cercando da tempo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sul problema e pare non siano mancate le polemiche: a un iniziale disinteresse da parte dell’UNESCO nell’inserire la Grande barriera corallina tra gli ambienti a rischio a causa dei cambiamenti climatici sono infatti seguite pressioni da parte del governo australiano per evitare che i drammatici risultati dello sbiancamento venissero resi pubblici dalla stessa organizzazione, forse per paura di ripercussioni sul turismo.

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Melomys rubicola (Ian Bell, EHP, State of Queensland/Wikimedia Commons)

E purtroppo le cattive notizie non finiscono qui: è infatti di pochi giorni fa la notizia della prima estinzione documentata di un mammifero a causa del riscaldamento globale antropogenico. E l’ambiente era sempre quello delle barriere coralline: il piccolo roditore Melomys rubicola popolava infatti una piccola isola corallina chiamata Bramble Cay, che si trova a metà strada tra Nuova Guinea e Australia, nello Stretto di Torres. Evitiamo l’errore di considerare ambiente corallino soltanto quello che si trova al di sotto della linea delle acque: ci sono atolli, isole coralline (cays), lingue di terra che sono state originate dall’attività delle madrepore, hanno la stessa origine delle strutture sottomarine e sono ecosistemi ugualmente fragili. Il nostro topolino, chiamato in inglese Bramble Cay melomys o Mosaic-tailed rat, fu osservato sull’isola per l’ultima volta nel 2009, grazie alla testimonianza di un osservatore casuale, un pescatore. Dopo una lunga ricerca condotta nel 2014 (qui è possibile scaricare il report completo, con immagini dell’isola e degli ambienti che un tempo erano l’habitat naturale del roditore) in cui non è stata trovata traccia dell’animale, questo è stato dichiarato estinto. La causa della sua scomparsa è stato l’innalzamento del livello delle acque, che ha ridotto drammaticamente la porzione di isola non sommersa dall’alta marea (da 4 a 2,2 ettari) e, soprattutto, ha fatto quasi totalmente svanire la sua copertura vegetale: dai 2,2 ettari del 2004 ai ridicoli 0,065 ettari del 2014, ovvero il 97% in meno. Purtroppo la piccolissima cay corallina, lunga 340 e larga 150 metri, rappresentava la totalità del territorio dell’animale, che era di conseguenza uno dei mammiferi dall’areale meno esteso al mondo. Con la scomparsa pressoché totale del suo habitat naturale, per Melomys rubicola non c’è stata più speranza.

Purtroppo, pur trattandosi di un caso limite, la vicenda del piccolo roditore è significativa: al giorno d’oggi si stima che una specie su sei sia a rischio di estinzione a causa dei cambiamenti climatici, e gli ambienti corallini sono forse il caso più eclatante. Oltre al rischio per i polipi corallini dato dal riscaldamento delle acque, anche le strutture da loro originate corrono un grande pericolo a causa dell’innalzamento del livello marino: si stima che dal 1901 al 2010, a livello globale, questo si sia sollevato mediamente di 20 centimetri, un valore superiore a qualsiasi variazione registrata nei 6000 anni precedenti. Purtroppo gran parte di questi atolli e isole coralline si elevano di pochi metri dal livello del mare e quindi, oltre al rischio di scomparsa sotto le acque, anche l’infiltrazione di acqua salina nel sottosuolo può portare gravissimi danni alla vegetazione e ai terreni coltivati, con pesanti ripercussioni anche sull’uomo. L’arcipelago di Kiribati ad esempio, che si trova a nord-est dell’Australia e nel cuore del Pacifico meridionale, sta progressivamente svanendo a causa dell’innalzamento del livello delle acque. Questo evento sta causando la progressiva scomparsa delle riserve di acqua potabile e delle aree coltivabili che concorrono al sostentamento di circa centomila abitanti, che al giorno d’oggi non sanno dove andare nel caso la situazione diventasse insostenibile. Quindi non dimentichiamo mai che il riscaldamento globale è reale e non è qualcosa di preoccuparci soltanto in un futuro non meglio definito, tanto più che è causato anche dall’uomo e già oggi sta generando danni enormi. Danni che si dovranno fronteggiare con ogni mezzo per salvare alcuni tra gli ambienti più belli, affascinanti e fragili del nostro pianeta.

La balena più solitaria del mondo. O forse no?

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Balenottera azzurra (NOAA Fisheries/Wikimedia Commons)

Correva l’anno 1989 quando, per la prima volta, il sistema di difesa anti-sommergibile SOSUS (Sound Sourveillance System), creato dalla marina militare americana, registrò un canto di balenottera insolito, mai sentito prima. La frequenza era di 52 Hertz, ben diversa dalle normali tonalità emesse da questi animali: le balenottere azzurre cantano infatti su frequenze comprese tra i 10 e i 39 Hz, quelle comuni intorno ai 20 Hz. Una frequenza così alta, sebbene risulti comunque molto grave all’orecchio umano, non aveva precedenti. Cosa poteva significare?

Il canto venne nuovamente identificato nel 1990, e poi ancora nel 1991. Nel 1992, con la fine della Guerra Fredda, le registrazioni del sistema di difesa sottomarino vennero in parte rese pubbliche per scopi di ricerca oceanografica, e l’insolita registrazione non passò inosservata ad alcuni esperti, che cominciarono a indagare. In particolare il biologo marino Bill Watkins della Woods Hole Oceanic Institution (WHOI) del Massachusetts si impegnò anima e corpo a scoprire quale animale potesse produrre un canto così unico.

L’inseguimento della balenottera misteriosa diede i suoi frutti: il canto di 52 Hz venne riascoltato ogni anno fino al 2004, quando Watkins morì a 78 anni, ma non prima di aver pubblicato un articolo in cui venivano riassunti tutti i dati raccolti negli ultimi 12 anni. E le sorprese non mancarono visto che, dati alla mano, si poteva affermare con una certa sicurezza che il canto provenisse da un unico animale, che compiva ogni anno migrazioni cicliche molto simili a quelle di una balenottera azzurra. L’animale si muoveva infatti con una certa regolarità dai mari della California fino alle zone settentrionali dell’Oceano Pacifico. Così iniziò a nascere l’idea che questo animale, in qualche modo, avesse dei problemi fisici o comportamentali che la rendessero unica nel suo genere. Venne così ribattezzata “la balena più solitaria del mondo”.

Ma cosa era successo alla balena solitaria per modificare a quel modo il suo canto? Forse era malata? Alcune persone non udenti suggerirono anche l’ipotesi che lo stesso animale fosse sordo e che quindi non riuscisse a modulare nel modo corretto il proprio canto. A confutare queste teorie, però, era la sua regolarità nel riapparire ogni anno, e nel muoversi lungo tratte migratorie molto comuni tra le balenottere: per quanto pochi fossero i dati a disposizione, un comportamento del genere faceva supporre che si trattasse di un animale perfettamente sano. Ed ecco che allora apparve l’ipotesi che ebbe più seguito tra gli scienziati che si interessavano alla questione: forse la 52-Hertz whale era in realtà un ibrido nato dall’unione tra una balenottera azzurra e un esemplare di un’altra specie (ad esempio di una balenottera comune). Un animale con caratteristiche intermedie tra due specie avrebbe potuto avere un corpo ben diverso, che avrebbe così influito sul suo canto. E questo avrebbe potuto spiegare non solo la particolarità dei suoi vocalizzi, ma anche la loro unicità. Purtroppo però mancavano ancora i dati necessari a supportare la teoria, e dopo il 2004 la voce della balena non venne più registrata dai microfoni sottomarini della WHOI.

Ma il mito della balena più solitaria al mondo era già nato e si era diffuso tra i media generalisti. Così nacquero canzoni dedicate all’animale, apparvero titoli sempre più ad effetto sui giornali, venne lanciato un progetto di documentario su Kickstarter che raggiunse e superò abbondantemente il traguardo di 300.000 dollari (di cui circa 50.000 forniti dalla fondazione di Leonardo DiCaprio) necessario per partire alla ricerca dell’animale misterioso tra le onde del Pacifico settentrionale.

In tempi recenti, però, più di uno scienziato ha dimostrato dei dubbi sull’ipotesi dell’individuo solitario. Esistono infatti molti individui di balenottera che hanno un proprio canto particolare che si distingue dalla media e, anche se per noi è facilmente distinguibile, forse tra i loro simili non risulta così insolito come potrebbe apparire alle nostre orecchie. Inoltre nel 2010 ci fu un nuovo colpo di scena: il canto a 52 Hz venne di nuovo registrato al largo delle coste della California, questa volta da parte di un team di oceanografi della Scripps Institution of Oceanography. Ma questa volta qualcosa era cambiato: segnali molto simili vennero registrati quasi in contemporanea da microfoni diversi. Forse si trattava di più di un animale. E a questo punto veniva da chiedersi se questo gruppo di animali fosse composto da più di un ibrido dalla voce acuta, e il canto “storico” registrato da Watkins negli anni ’90 fosse stato generato da un individuo che, a intervalli regolari, si allontanava dal gruppo. Tutte ipotesi assolutamente suggestive, che per ora sono però difficilmente dimostrabili.

Al giorno d’oggi, grazie alla notorietà raggiunta negli anni e all’interesse di più istituzioni, le “orecchie” puntate verso le balene del nord Pacifico sono molte di più e, in certi casi, le nuove registrazioni si possono ascoltare in tempo reale – o quasi – sul web. A questo punto, dobbiamo solo aspettare e tenere le orecchie tese per scoprire qual è il mistero che si cela dietro al canto della “balena solitaria”.

Abbiamo ancora bisogno degli zoo?

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Un gorilla di pianura allo zoo di Shanghai

Se siete anche solo in parte interessati alle vicende della natura, quanto è successo alcuni giorni fa allo zoo di Cincinnati non vi è sicuramente sfuggito, così come il lunghissimo strascico di polemiche che ne è seguito: un bambino di 4 anni si è gettato nel recinto di un gorilla di pianura. L’animale, il diciassettenne Harambe, era un maschio adulto da sempre vissuto in cattività e inserito in un programma di captive breeding, con lo scopo di garantire un sufficiente pool genetico per la sopravvivenza della specie, sempre più a rischio e di difficile gestione nel suo habitat naturale. Il bambino, secondo quanto riportato da alcuni testimoni, aveva ripetutamente espresso il desiderio di raggiungere l’animale all’interno del recinto, e aveva avuto ben pochi problemi nello scavalcare il muretto di protezione per gettarsi nel fossato, profondo solo alcuni metri. Le reazioni del gorilla alla vista dell’inatteso ospite sono state poco decifrabili. Ha infatti alternato atteggiamenti difensivi e forse anche protettivi ad altri ben più violenti: a un certo punto ha afferrato il bambino per una gamba e lo ha trascinato a grande velocità nell’acqua che si trovava in mezzo al recinto per alcuni metri. Alla fine, dopo alcuni minuti di panico, è arrivata la decisione da parte dei responsabili su cosa fare: il gorilla è stato ucciso con un colpo di fucile e il bambino tratto in salvo quasi illeso, con solo alcune ferite superficiali. Le reazioni alla notizia sono arrivate da ogni parte, e non sono mancate le polemiche, a partire da tutti quelli che si sono domandati se non si sarebbe potuto operare diversamente, ad esempio allontanando tutti i curiosi e lasciando spazio solo ai responsabili dello zoo, che forse sarebbero riusciti a distrarre l’animale e a calmarlo. Oppure semplicemente sedandolo. In quest’ultimo caso, la scelta è stata spiegata dallo stesso direttore dello zoo, che ha fatto notare come un dardo con del sedativo non avrebbe agito immediatamente ma solo dopo alcuni minuti, e i quegli attimi le reazioni dell’animale, divenuto a questo punto ancora più spaventato e meno lucido, sarebbero state del tutto imprevedibili. Senza dimenticare la mole dell’animale, che sarebbe potuto collassare addosso al bambino.

E così, le iniziali polemiche su quanto accaduto sono cambiate nel giro di poche ore: inizialmente la diatriba riguardava la scelta di uccidere l’animale, ma in questo caso il pensiero dominante è stato quello di affermare che “se fosse capitato a mio figlio, non ci avrei pensato due volte”. A mio avviso, però, non bisogna mai fare in modo che scelte cruciali come questa vengano dettate dalla pancia: deve esistere un protocollo rigido, immutabile, che vada seguito alla lettera quando si presenta una situazione del genere, anche per poter operare le scelte giuste nel giro di pochi secondi. In ogni caso, lo stesso direttore dello zoo ha affermato che, se dovesse tornare indietro, avrebbe preso esattamente le stesse, dolorose, decisioni. Già a questo livello, l’operato degli addetti alla sicurezza dello zoo ha suscitato molte perplessità (a tal proposito, a questo indirizzo è possibile leggere i pareri su quanto accaduto di alcuni primatologi famosi, tra i quali spiccano Jane Goodall e Frans de Waal).

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Successivamente le polemiche si sono orientate sui genitori, dato che hanno lasciato che il bambino sotto la loro responsabilità si arrampicasse sul muretto per buttarsi di sotto. Una sottoscrizione online, che ha raccolto centinaia di migliaia di firmatari nel giro di poche ore, ha espressamente richiesto alle autorità competenti di ritenere i genitori responsabili di quanto accaduto. Ma anche in questo caso le polemiche si sono presto attenuate: chi ha figli piccoli sa benissimo che basta un attimo di distrazione e questi possono scomparire alla vista o compiere le azioni più imprevedibili nel giro di pochi secondi. In ogni caso, le eventuali responsabilità dei genitori dovrebbero essere ancora sotto indagine, quindi è presto per dire che sono stati “assolti” da ogni coinvolgimento con quanto accaduto.

Superata anche questa fase, il pensiero comune si è orientato su un altro aspetto ancora, ovvero la struttura stessa dello zoo: ammesso (e non ancora concesso) che quanto accaduto sia stato un incidente causato da una ragazzata e da un attimo di distrazione dei genitori del bambino e che la scelta di uccidere Harambe sia stata giusta, come è possibile che tutto questo sia successo? Com’è possibile che una struttura di recinzione di un animale tre volte più grande e sei volte più forte di un uomo adulto sia scavalcabile da un bambino di quattro anni? Qualcosa non torna. A questo punto viene da chiedersi se il problema sia strutturale, e insito in un certo tipo di giardino zoologico, che forse nel 2016 non dovrebbe più esistere. E così, dopo la morte di Harambe sono sempre di più a chiedersi se ci sia effettivamente spazio per gli zoo nella società moderna.

A me personalmente è capitato e capita tuttora di visitare parecchi zoo, lo confesso. Se per vari motivi vengo a trovarmi in una città con un giardino zoologico, non escludo che una delle mie mete turistiche sia proprio quello. Non ne vado particolarmente fiero, ma in certi casi è la curiosità a prevalere sul giudizio di merito di quella che è una struttura del genere, e che non mi piace particolarmente, come si può facilmente intuire da quanto scrivo su questo blog. Li ho visitati e li visito per il semplice motivo che, pur amando viaggiare, la quantità di esemplari di animali esotici che si possono vedere in un giro di poche ore è talmente superiore a quello che si potrebbe osservare in sei mesi di esplorazioni intorno al mondo da giustificare una visita in una struttura in cui gli animali vengono tenuti prigionieri e, spesso e volentieri, non possono condurre un’esistenza equivalente a quella che avrebbero nel loro ambiente naturale: per osservare dal vivo un aye-aye bisogna esplorare di notte la foresta pluviale malgascia ed avere un’enorme fortuna; per vedere un orango bisogna avventurarsi nella giungla del Borneo, per un leone o un elefante la savana africana, e non tutti possono permetterselo. Quindi è anche lecito pensare che uno zoo non sia una struttura destinata unicamente ai bambini, ma anche a tanti adulti curiosi e appassionati di natura che non possono permettersi grosse trasferte. Questo giustifica l’esistenza di un luogo dove gli animali vengono tenuti prigionieri? Presumibilmente no, visto che molti di questi si trovano in condizioni inaccettabili, tra spazi troppo piccoli e inadatti, clima diverso da quello dei loro habitat originari, nessuna attività destinata a “tenere occupati” gli esemplari. Un grande felino come un leopardo o un ghepardo non potrà mai trovarsi a proprio agio in pochi metri quadrati di gabbia, un orango, un gorilla o uno scimpanzé ha una complessità comportamentale tale da rendere inaccettabile una sua reclusione in un fossato. In Cina, nello zoo di Shanghai, mi è capitato di vedere tutto un settore del parco dedicato ai cani (!), che venivano tenuti in gabbie dalle dimensioni e condizioni igieniche assolutamente inaccettabili, ben peggio di quelle di un canile italiano (che pure spesso non brillano per rispetto dei bisogni minimi dei quattro zampe).

Qualche notevole passo in avanti è stato compiuto a partire dal Jersey Zoo (oggi Durrell Wildlife Conservation Park) del grande Gerald Durrell, dove agli animali sono stati dedicati spazi ben studiati alle loro necessità e attività di vario genere per tenerli impegnati. L’esperienza di vita di Durrell ha avuto un forte ruolo in tal senso: la sua carriera è infatti iniziata come assistente in negozi di animali e giardini zoologici prima, nella raccolta di esemplari da rivendere agli zoo dopo. E tutte le conoscenze accumulate negli anni lo hanno aiutato a creare una struttura di gran lunga più adatta a garantire il benessere degli animali, quantomeno rispetto a quanto esisteva prima del Jersey Zoo. Anche gli attuali bioparchi rappresentano sicuramente un miglioramento, per quanto riguarda il benessere degli animali, sia per gli spazi più ampi sia per il trattamento riservato agli “ospiti”. Anche se spesso, va detto, il confine tra “bioparco” e “zoo” è molto labile e non sempre distinguibile.

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Beninteso, uno zoo non è solo un luogo dove gli animali vengono esposti per il pubblico pagante: molti di loro partecipano attivamente a programmi di reintroduzione di specie in pericolo o estinte in natura. Lo stesso Harambe, come detto prima, faceva parte di uno di questi progetti. Enormi sono i problemi che chi si occupa di conservazione della fauna africana deve affrontare ogni giorno: instabilità economica e politica che spesso fa il gioco dei bracconieri, coltivazioni e deforestazioni (non sempre legali) che sottraggono ogni anno terreno agli habitat naturali di specie come il gorilla, giusto per fare due esempi. Un punto fondamentale da capire è che, se anche la vita di un bambino è inestimabile, di certo anche quella di un maschio adulto di gorilla di pianura ha un altissimo valore. In quest’ottica, ben vengano anche gli zoo, seppure non siano una soluzione ottimale: grazie agli introiti forniti dai visitatori riescono a sopravvivere spesso indipendentemente da quelle raccolte fondi con cui invece si sostengono i progetti di conservazione tout-court, e anche storicamente molte specie sono state recuperate a un passo dall’estinzione grazie proprio agli esemplari conservati negli zoo. Anche in questo senso, il Jersey Zoo è stato all’avanguardia in questo nuovo modo di intendere i giardini zoologici. Ma probabilmente, alla luce dei fatti di Cincinnati, questo ormai non basta più per giustificare la loro esistenza.

Vediamo il caso del gorilla. Non tutti sanno che ci sono stati due precedenti: uno proprio a Jersey nel 1986, in cui un bambino cadde all’interno del recinto degli animali e perse conoscenza. Il maschio dominante, Jambo, allontanò gli altri animali e accarezzò la schiena del bambino, il cinquenne Levan Merritt, forse per controllare che fosse ancora vivo. Ben presto si allontanò anche lui, lasciando via libera ai soccorsi. Nel 1996 a Chicago, in un altro evento simile, fu una femmina a proteggere lo sfortunato bimbo di turno e, addirittura, si prodigò ad accompagnarlo verso i paramedici. Questo, oltre alla lunga esperienza sul campo di scienziati come Dian Fossey, che ha convissuto pacificamente con i gorilla nel loro stesso ambiente naturale, ci fanno ragionevolmente pensare che forse anche a Cincinnati al bambino finito nel fossato non sarebbe capitato nulla di grave. L’indole del gorilla è pacifica, e la poca aggressività che ogni tanto si può riscontrare si osserva generalmente da parte dei maschi adulti, i silverback, in risposta a minacce al loro gruppo familiare. E, anche con le dovute differenze, sembra che anche per gli animali tenuti in cattività si possa fare un discorso equivalente. Ma il punto è un altro, ed è rendersi conto che una struttura contenente un animale potenzialmente pericoloso come un gorilla non dovrebbe essere in alcun modo raggiungibile da un bambino di pochi anni. Nelle mie svariate visite a giardini zoologici mi è capitato sia di vedere strutture del tutto chiuse destinate ai gorilla, in cui i visitatori potevano osservare gli animali solo attraverso un vetro, e altre con fossato di qualche metro di profondità e muretto difensivo, come a Cincinnati. Ecco, mi sembra ragionevole supporre che in futuro strutture di quest’ultimo tipo non si dovrebbero vedere più, per evitare ulteriori incidenti.

Problemi strutturali quindi, ma non solo. Anche le specie che vengono tenute all’interno dello zoo dovrebbero iniziare a essere selezionate meglio, persino a discapito del pubblico pagante. Come detto prima, animali che vivono in enormi spazi aperti come i grandi felini africani non dovrebbero più esserne ospiti, a meno di non creare aree talmente grandi da poterli contenere evitando loro il tipico stress da reclusione, che li colpisce molto spesso e si sviluppa in comportamenti aggressivi e gesti ripetuti ciclicamente, in maniera parossistica, rivelando gravi stati di malessere e disagio. Questa, però, mi sembra una soluzione altamente improbabile. Idem come sopra per animali dalla personalità articolata, come i gorilla stessi e più in generale le scimmie antropomorfe, ma, perché no, anche gli elefanti e molti altri animali dal comportamento particolarmente complesso (i delfini nei parchi acquatici?). La mia impressione personale è che animali così intelligenti ben difficilmente possano reagire bene a una reclusione. Si tratta proprio di buon senso, prima ancora che di etologia. Certo, allo stesso modo ci sono altri animali che possono vivere benissimo e felicemente in pochi metri quadrati di spazio vitale, ad esempio gli animali “da terrario” quali sono i ragni e molte specie di rettili. Ovviamente in questi casi si perde tantissima spettacolarità e probabilmente la proposta commerciale degli zoo ne risentirebbe pesantemente, dato che ben sappiamo quali sono gli animali che i bambini amano vedere: leoni, scimmie ed elefanti, non certo iguane e tarantole (anche se non vanno sottovalutate neppure queste). Di certo sapere che animali di questo genere si trovino in condizioni inadatte al loro benessere potrebbe influire sulla futura sensibilità del pubblico, ma è una strada decisamente in salita. Non intendo addentrarmi ulteriormente nel dettaglio di questo argomento, dato che sul benessere degli animali in cattività si sono spesi fiumi di inchiostro e migliaia di ore di ricerca e di sicuro, andando a vedere i singoli casi, esistono molte più sfumature di quante ne possa affrontare qui in poche righe.

Mi sembra comunque lecito auspicare un futuro diverso per i giardini zoologici sparsi in giro per il mondo, dato che i tempi sono sicuramente maturi per superare un format di divertimento per le masse che troppo spesso si rivela inadeguato e obsoleto. Forse il punto non sarà rinunciare a far parte del mercato, ma sviluppare una struttura, comunque in esso inserita, che possa superare, almeno in parte, una visione antropocentrica che danneggia gli animali e sa un po’ troppo di Ottocento. E a guadagnarci non saranno soltanto gli esemplari custoditi ma anche il pubblico, che così potrà vedere qualcosa che somiglia un po’ meno vagamente a un animale felice.

La moltitudine dei numeri primi

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Magicicada septendecim (Martin Hauser/Wikimedia Commons)

Nel 1749 Pehr Kalm, naturalista svedese in visita negli Stati Uniti, osservò la comparsa improvvisa di enormi popolazioni di cicale che emergevano dal suolo, mutavano alla forma adulta e iniziavano i loro canti dedicati alla ricerca del partner. Dopo poche settimane di frenetico accoppiamento e dopo la deposizione delle uova, l’incredibile moltitudine di insetti scompariva così com’era apparsa. I numeri erano impressionanti: le popolazioni dei boschi di Pennsylvania e New Jersey studiate da Kalm raggiungevano l’incredibile densità di oltre 300 animali per metro quadrato. E non era tutto: alcune testimonianze storiche sembravano confermare che questi eventi si verificassero ciclicamente alla fine di maggio, ma non di ogni anno: le cicale emergevano dal suolo per riprodursi solo ogni 17 anni! Da nessuna altra parte del mondo si aveva notizia di insetti con un ciclo vitale così lungo. Così lo scienziato scandinavo, una volta tornato in patria, portò alcuni esemplari di queste cicale al suo connazionale Carlo Linneo, che li inserì nel suo Systema naturae col nome scientifico Cicada septendecim.

Questi animali, oggi rinominati in Magicicada septendecim, non sono un caso isolato: esistono altre due specie di cicale nordamericane con ciclo vitale di 17 anni, e altre quattro con un ciclo di 13. La loro esistenza è suddivisa in un lunghissimo periodo trascorso sotto forma di ninfe nel sottosuolo, dove si nutrono della linfa ricavata dalle radici degli alberi, e quei 40-50 giorni dedicati alla riproduzione, una volta emerse da terra: i maschi cantano per attirare le femmine silenti e, dopo la deposizione delle uova, tutti gli adulti muoiono. Le cicale emergono da terra a fine maggio, e per metà-fine luglio l’incredibile moltitudine è scomparsa, per riemergere dopo 13 o 17 anni, esattamente nello stesso bosco. Per fortuna degli entomologi, non bisogna aspettare così a lungo per studiare le cosiddette periodical cicadas: esistono circa trenta differenti popolazioni (chamate broods e indicate con numeri romani), distribuite lungo gli stati nordorientali degli Stati uniti, che emergono alternativamente a seconda della zona, e quindi in anni differenti. Così, viaggiando di stato in stato, è possibile più o meno ad ogni tarda primavera vedere le Magicicada emergere dal suolo a miliardi.

Le cicale adulte hanno occhi rossi e le ali venate di arancione. Volano poco e goffamente e sono quasi del tutto incapaci di sfuggire ai predatori, che per giunta sono tantissimi: corvi, lucertole, piccoli mammiferi le mangiano, e in passato persino gli uomini facevano parte dei loro nemici, visto che nella tradizione dei nativi americani costituivano un pasto molto apprezzato. La loro unica difesa dai predatori è data dai numeri: miliardi e miliardi di esemplari concentrati in pochi ettari di bosco sono semplicemente troppi, non esistono predatori in numeri tali da poter sfruttare appieno una simile disponibilità di cibo. Verrebbe però da pensare che la selezione naturale avrebbe dovuto in qualche modo approfittare di questa abbondanza, ma così non è stato. E qui entrano in gioco i numeri.

Eh sì, perché sia 13 che 17 sono numeri primi: sono divisibili solo per 1 e per se stessi, e quindi tutti quei predatori con cicli vitali di 2, 3 o 4 anni (ad esempio) soltanto in pochi fortunati frangenti avrebbero potuto godere appieno dell’abbondanza di cicale, che li avrebbe tra l’altro “colti di sorpresa” dal punto di vista evolutivo. Di solito, infatti, le popolazioni di prede e predatori hanno cicli simili, e i loro numeri aumentano o diminuiscono ciclicamente a seconda della presenza o assenza degli altri: troppi predatori fanno diminuire i numeri delle prede e meno prede, a loro volta, influiscono negativamente sulle popolazioni di predatori. Ma per le “cicale dei numeri primi”, evidentemente, nessun predatore è riuscito ad adattarsi a questi cicli vitali così lunghi. Sebbene non si tratti di un’ipotesi condivisa da tutti i biologi, questo evento è comunque affascinante e sorprendente.

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Femmina di Magicicada cassini appartenente al Brood X (C. simon/Wikimedia Commons)

Alcuni scienziati hanno avanzato l’ipotesi che queste frequenze basate sui numeri primi siano comparse in seguito alle glaciazioni: le popolazioni delle cicale periodiche vivono infatti in territori toccati dall’ultimo di questi eventi, circa 20.000 anni fa. Gli insetti, secondo questa ipotesi, potrebbero aver prolungato i loro periodi vitali per emergere soltanto in quelle primavere favorevoli alla riproduzione. D’altra parte ancora oggi ci sono parametri fondamentali che fanno capire agli animali quando è ora di emergere: se a 20 centimetri di profondità la temperatura supera 17,9° C, è giunto il momento di uscire alla luce del sole. Così, sarebbero comparse cicale con cicli vitali variabili dai 12 ai 20 anni, e di queste sarebbero state selezionate quelle con i periodi a cui più difficilmente i predatori avrebbero potuto adattarsi, e quindi quelli di 13 e 17 anni. Secondo altre teorie, la presenza di popolazioni con cicli di 13 e 17 anni di specie diverse avrebbe impedito fenomeni di ibridazione: in fondo, questi eventi si sovrappongono soltanto ogni 13×17, e quindi 221, anni: una frequenza sufficientemente alta per abbassare di molto questo rischio. Va detto però che esistono alcune popolazioni di specie diverse che emergono tutte insieme negli stessi boschi e con cicli perfettamente coordinati per avere numeri ancora più grandi e proteggersi meglio dai predatori, ma in questi casi le cicale coinvolte sanno riconoscere perfettamente chi appartiene alla propria specie e chi no, evitando così il rischio di ibridazioni.

Ancora adesso le popolazioni di cicale hanno al loro interno alcuni individui che “provano” una differente via evolutiva, ad esempio emergendo con qualche anno di anticipo, ma di solito la loro sorte è segnata in partenza: senza la protezione data dai grandi numeri, una cicala goffa, colorata e rumorosa è una preda troppo facile, e a causa della sua “uscita” anticipata ha inoltre molte meno possibilità di trovare un partner. Tra queste “schegge impazzite”, però, qualcuna ha successo: può capitare infatti che gli adulti migrino per qualche chilometro e sovrappongano il loro areale a quello di altre cicale, già dormienti nel sottosuolo. Quei pochi “mutanti” che emergeranno in corrispondenza della popolazione locale otterranno così gli stessi vantaggi degli insetti già presenti. E non è infatti un caso che i biologi appassionati di Magicicada abbiano scoperto che questi passaggi di individui in altre popolazioni, con relativo adattamento dei propri cicli vitali, non siano poi così rari, così come sono piuttosto frequenti anche i passaggi da cicli di 13 a cicli di 17 anni (o viceversa) per molti individui. Come avviene spesso per gli animali che vantano grandi numeri, l’evoluzione, in un certo senso “prova” nuove soluzioni con le mutazioni dei singoli individui. E i risultati, come nel caso delle “cicale dei numeri primi”, possono essere sorprendenti.

Se non vi bastasse sapere questo e state già programmando un viaggio negli Stati Uniti a caccia delle moltitudini di cicale appassionate di matematica, sappiate che il sito www.magicicada.org vi fornisce, quasi in tempo reale, tutte le informazioni aggiornate sulle emersioni e le previsioni di tali eventi. Se invece vi accontentate di restare dietro la vostra scrivania, questo bel video legato a un progetto di crowdfunding di un documentario a tema, è sicuramente adatto a voi.

Return of the Cicadas from motionkicker on Vimeo.

Dinosauro sì, dinosauro no

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Allosauro (Domser/Wikimedia Commons)

Poche certezze ci sono ancora rimaste nella vita, ma una di queste è sicuramente il nostro amore indiscusso per i dinosauri. E sì che in questi ultimi anni i paleontologi, con il loro maledetto zelo, ci hanno provato in tutti i modi a farci abbandonare questa passione: ad esempio ricoprendo i nostri animali preferiti di penne multicolori e così togliendo loro gran parte di quel fascino ancestrale di bestie feroci e temibili che avevano fino a pochi anni fa. E non è finita qui, perché il vostro dinosauro preferito di quando eravate bambini potrebbe, in effetti, non essere affatto un dinosauro.

Molto semplicemente, non tutti i grandi rettili estinti sono dinosauri. E già così si potrebbe risolvere la questione. Ma forse è meglio chiarire per bene che cos’è un dinosauro, o almeno quali sono i suoi tratti salienti, dato che in molti li ignorano.

Innanzitutto, il periodo di tempo in cui sono esistiti: si stima che i dinosauri siano comparsi durante il Triassico superiore, quindi circa 230 milioni di anni fa e che, come ben sappiamo, siano scomparsi intorno a 65 milioni di anni fa, a causa di quell’evento cataclismico che sconvolse la Terra alla fine del Cretaceo. E già qui i più ferrati capiranno che almeno un animale che spesso viene ascritto ai dinosauri in realtà sia ben distante da loro e anzi sia più vicino, a livello di parentela, a noi mammiferi: il dimetrodonte. Forse il nome non a tutti ricorda qualcosa, ma se vedete una sua immagine capirete benissimo di chi stiamo parlando: quella vela sul dorso e quell’aspetto vagamente rassomigliante a un’iguana ci è sicuramente familiare, avendolo visto in decine di libri e documentari.

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Dimetrodonte (Dmitry Bogdanov/Wikimedia Commons)

Ebbene, il buon dimetrodonte visse sulla Terra nel Permiano inferiore, quindi 280-265 milioni di anni fa circa: molto prima dei dinosauri. E quella vela sulla schiena, presumibilmente usata per la termoregolazione, ci dovrebbe in qualche modo far pensare proprio al sangue caldo, che è caratteristica tipica dei mammiferi ma non dei rettili odierni. Il dimetrodonte infatti appartiene alla linea evolutiva che ha portato ai mammiferi attuali.

Ma anche l’anatomia è un elemento importantissimo per distinguere i dinosauri dagli altri gruppi tassonomici di rettili estinti. In particolare le nostre lucertole terribili, come le aveva battezzate Richard Owen nel 1842, in realtà lucertole non erano affatto: la conformazione dell’anca nei dinosauri consentiva loro di mantenere le gambe al di sotto del resto del corpo e non a lato, come invece avveniva e avviene tuttora per i sauri. Quindi già con un rapido colpo d’occhio possiamo fare le prime distinzioni e applicarle, ancora una volta, al nostro amato dimetrodonte che in effetti teneva le zampe di lato.

Se poi ci concentriamo sulle caratteristiche dello scheletro altre differenze saltano agli occhi e la prima, la più importante a livello di classificazione, si può trovare nel cranio: i dinosauri erano rettili diapsidi, quindi con due fori presenti su ogni lato della testa per permettere l’attacco di muscoli della mascella grandi e particolarmente potenti. Molti altri rettili e gli attuali mammiferi sono invece sinapsidi, quindi con una sola apertura: nel cranio dell’uomo è poco dietro l’aggancio tra mandibola e mascella.

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Cranio di diapside (Preto/Wikimedia Commons)

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Cranio di sinapside (Preto/Wikimedia Commons)

Evitiamo di addentrarci ulteriormente nel dettaglio anatomico per concentrarci invece sull’ambiente di vita. E qui salta fuori l’ennesimo colpo di scena: tutti i dinosauri vivevano sulla terraferma, nessuno escluso. Quindi, molto semplicemente, non sono esistiti dinosauri marini e quel celebre ittiosauro, che fu tra i primi oggetti di studio del buon Gideon Mantell, non era affatto un dinosauro. Idem come sopra per gli altrettanto celebri plesiosauri che qualcuno ha associato, con molta fantasia, al mostro di Loch Ness dei giorni nostri.

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Californosaurus perrini, un ittiosauro nordamericano (Nobu Tamura/Wikimedia Commons)

Si trattava di linee filetiche a sé stanti che hanno convissuto per un certo periodo con i dinosauri e che, in alcuni casi, ne hanno condiviso la sorte. Ma la grande estinzione di fine Cretaceo, come ben sappiamo, ha spazzato via molti più gruppi di animali dei soli dinosauri. E forse anche la concorrenza diretta, in altri casi, li ha fatti scomparire: gli ittiosauri ad esempio si sono estinti ben prima e probabilmente proprio per essere entrati in conflitto diretto proprio con plesiosauri e simili.

So già a cosa state pensando adesso: e allora, tutti quei grandi rettili alati, lo pterodattilo, lo pteranodonte? Neppure loro erano dinosauri? Ebbene no, anche se si trattava effettivamente di rettili diapsidi e per di più vissuti nel periodo storico “giusto”. Presumibilmente non erano neanche lontanissimi a livello di parentela, ma non erano dinosauri neanche loro. Neppure il mastodontico Quetzalcoatlus, con i suoi maestosi 12 metri di apertura alare che lo resero il più grande essere vivente in grado di solcare i cieli e che ancora adesso smuove la nostra fantasia. Ma in questo caso il punto cruciale da tenere bene a mente è molto, molto semplice, ed è quello con cui abbiamo cominciato il nostro discorso: “grande rettile estinto” non significa automaticamente “dinosauro”.

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Arambourgiania, Nyctosaurus e Quetzalcoatlus (Manedwolf/Wikimedia Commons)

Tutti questi aspetti poco conosciuti dal grande pubblico devono farci riflettere su molte cose: innanzitutto su quanto varia e insolita sia stata la vita sulla terra nei milioni, o meglio miliardi, di anni trascorsi dalla sua comparsa, ma soprattutto sul non fissarci troppo su una sua visione eccessivamente legata alla fiction, sia essa film, tv, fumetti, merchandising o quant’altro: per chi vi vende un giocattolo o un film può essere necessario associare le bestie terribili che rappresentano a un nome ben chiaro e identificabile (e che per giunta fa vendere bene), ma per chi questi animali li studia la faccenda è ben diversa. Soprattutto non illudiamoci che la scienza, e in particolare una sua branca particolarmente complessa come la paleontologia, possa in qualche modo venire incontro alle necessità commerciali di film o racconti.

Ovviamente questi sono solo alcuni brevi spunti di riflessione. Se volete un approfondimento ben fatto, vi suggerisco di leggere questo ottimo articolo su Earth Archives, scritto da Franz Anthony. Vi suggerisco anche di supportare il lavoro dell’illustratore “preistorico” Julio Lacerda (qui trovate la sua pagina facebook, mentre qui il suo blog), dato che è davvero di altissimo livello. Se volete fare bella figura alle cene poi, ricordatevi che in realtà i dinosauri non si sono estinti, ma ci stanno volando sopra la testa: gli uccelli derivano infatti da una linea filetica di dinosauri teropodi.

Se invece volete sbizzarrirvi e andare a conoscere nel dettaglio tutti – o quasi – i fossili attualmente conosciuti, il sito Paleobiology Database è quello che fa per voi. Buon divertimento!

 

Dall’Africa all’Australia per salvare i rinoceronti

(foto: Manfred Heyde/Wikimedia Commons)

Ho letto di recente su Australian Geographic una notizia a dir poco insolita: alcuni rinoceronti sono stati catturati in Africa, trasportati prima in Sudafrica per un periodo di quarantena, per poi essere condotti in una riserva in Australia, come gesto estremo di protezione nei confronti dei bracconieri. A quanto pare infatti, sul continente nero la battaglia di protezione degli animali nei confronti del mercato nero del corno (venduto in Cina e in varie altre zone dell’Asia come afrodisiaco) sembra essere ormai persa: troppo pochi i mezzi a disposizione di guardacaccia e istituzioni per poter fronteggiare a un nemico più forte, più ricco e meglio organizzato. E così, questo programma, ideato e portato avanti da Ray Dearlove, cresciuto in Sudafrica e oggi residente a Sydney, prevede il trasporto di un’ottantina di rinoceronti nel parco zoologico di Taronga Western Plains in Dubbo, nel New South Wales, dove gli animali trascorreranno altri sessanta giorni di quarantena. Verranno in seguito trasferiti in un’altra riserva, che con ogni probabilità sarà il Monarto Zoo’s safari park, vicino ad Adelaide; qui potranno riprodursi e mantenere in vita un numero sufficiente di esemplari da reintrodurre in seguito in Africa. Il programma sarà completato nel giro di quattro anni.

Questa scelta, purtroppo, è un segno del dramma che la fauna africana sta vivendo da alcuni decenni a questa parte. I numeri sono impressionanti: tutte le popolazioni delle più note specie selvatiche del continente stanno progressivamente diminuendo. E il processo sta andando avanti a una velocità ineguagliata in passato, al punto che al momento non si riescono a trovare rimedi che possano garantire un futuro sicuro alle specie colpite dal bracconaggio. O almeno, non sul suolo africano. L’esempio più lampante è dato proprio dalle popolazioni di rinoceronte: in Sudafrica, nel 2007, i cacciatori di frodo ne avevano uccisi 13; nel 2014, gli abbattimenti sono saliti a 1215, ossia il 9000% in più.

Eppure una soluzione come quella del trasferimento degli animali, per quanto motivata dalle migliori intenzioni, sembra azzardata su tanti punti. Tanto più che la destinazione degli animali interessati è proprio l’Australia, quella terra su cui ormai, quasi per definizione, non andrebbero introdotti animali alloctoni: sulla piaga dei conigli europei importati nell’Ottocento e che ancora adesso pascolano indisturbati a milioni per le praterie del continente non mi dilungo, se non per sottolineare come questo sia un esempio rappresentativo di un gigantesco errore. Chiaro, ben altra cosa sono dei rinoceronti, tanto più che verranno numerati, rilasciati in un’area controllata e recintata, il tutto dopo un periodo di quarantena. Ma se comunque introducessero parassiti dannosi per altri animali? O se perissero a causa di malattie locali o incapacità di adattarsi al nuovo ambiente? Temo che questo tipo di operazione, per quanto coraggiosa, porti con sé enormi rischi. Ma soprattutto, ci porta a riflettere sul dramma dell’attuale situazione africana nei confronti della tutela dell’ambiente.

Ormai la guerra al bracconaggio richiede altri metodi, differenti da quelli utilizzati finora: i guardacaccia e tutte le persone coinvolte in questa guerra senza quartiere devono avere maggiori mezzi a disposizione, guadagnare ben di più (anche la corruzione è un elemento da non sottovalutare) e utilizzare nuovi sistemi. Un esempio è dato dal taglio del corno, che ormai viene frequentemente effettuato dalle pattuglie antibracconaggio per rendere gli animali di nessun interesse per i commerci illegali, un altro è la distruzione immediata dei materiali sequestrati al commercio illegale. Di recente il Kenya si è distinto per aver realizzato il più grande rogo della storia di zanne di elefante, corni di rinoceronte e altro materiale originato dal bracconaggio: beni che andavano distrutti in quanto sequestrati ai cacciatori di frodo certo, ma comunque di grande valore. Purtroppo però entrambe queste strategie portano scarsi risultati: i rinoceronti senza corno vengono comunque abbattuti per scavare sul moncherino del corno quel poco di materiale rimasto (un chilogrammo di corno ha un valore commerciale di 60.000 dollari), mentre il sequestro dei materiali ai bracconieri non evita l’abbattimento degli animali.

Forse la strategia scelta dalla grande Dian Fossey, anche se nel suo sfortunato caso le è costata la vita, è la strada da seguire: una lotta frontale e senza esclusione di colpi al bracconaggio. Nessuno spazio di manovra lasciato ai cacciatori di frodo, nessun permissivismo, nessun insabbiamento. E soprattutto, in futuro bisognerà pensare sempre di più al soldo: finché uccidere rinoceronti per il loro corno o elefanti per le loro zanne si rivelerà un’attività proficua, o perlomeno più redditizia della loro tutela, la battaglia sempre persa. Speriamo di capirlo per tempo, in modo da poter permettere a chi verrà dopo di noi su questo pianeta di godere di tutte le sue bellezze.

Anche gli scimpanzé hanno una religione?

Uno scimpanzé intento a compiere l'insolito "rituale"

Uno scimpanzé intento a compiere l’insolito “rituale”

È stato recentemente pubblicato un articolo firmato da una lunga lista di primatologi sulla rivista Scientific reports che descrive un comportamento insolito da parte di alcuni gruppi di scimpanzé dell’Africa occidentale: gli animali lanciano o battono con forza delle pietre contro i tronchi di alcuni alberi, al punto da creare accumuli di sassi alla loro base o all’interno di quelli cavi. Questo comportamento sembra legato soltanto ad alcune piante appositamente scelte dalle scimmie. Inoltre, per ora è stato visto soltanto in specifiche popolazioni di animali: ad esempio i celebri scimpanzé di Gombe in Tanzania, studiati originariamente da Jane Goodall, non sembrano conoscerlo.

Il comportamento è stato osservato nei filmati raccolti da una serie di fototrappole posizionate in zone boscose della Repubblica di Guinea. A realizzare le riprese il team di ricercatori autori dello studio, tra cui Laura Kehoe dell’Università di Berlino, che ha parlato della scoperta anche in un articolo su The conversation. I suoi contenuti sono poi stati ripresi da molte testate, tra cui New Scientist e persino il Daily Mail, non esattamente un giornale scientifico.  Gli accumuli di pietre in certi casi sono anche molto ben riconoscibili e il comportamento degli animali, filmato in più occasioni, non sembra essere riconducibile a interessi pratici come la ricerca di cibo.

Un’ipotesi suggerisce che questo modo di agire sia una sorta di esibizione da parte dei maschi come segno di dominanza sugli altri maschi, o anche come metodo per attrarre le femmine. Dal punto di vista puramente pratico l’interpretazione potrebbe essere credibile: un tronco cavo rimbomba bene se colpito con un oggetto di peso adeguato, e produce anche frequenze particolarmente basse e capaci di propagarsi a distanza. L’accumulo di pietre sarebbe in tal caso dovuto al fatto che alcuni alberi si presterebbero meglio all’uso e quindi verrebbero utilizzati con più frequenza. Il comportamento però, sebbene sia stato principalmente osservato in maschi adulti, è stato registrato anche in femmine e giovani, e questo rende tale ipotesi poco plausibile. Inoltre, l’accumulo delle pietre all’interno delle cavità non sarebbe spiegato in maniera esaustiva.

Una raccolta di video di scimpanzé coinvolti nello studio, catturati su pellicola dalle fototrappole.

Un’altra ipotesi afferma che si tratti di un comportamento che anche per la storia umana ha segnato una svolta importante: la creazione di segnali di riferimento per stabilire i confini territoriali e favorire l’orientamento all’interno del bosco. Di certo un accumulo di pietre alla base di un albero costituirebbe un segnale inconfondibile, ma non spiegherebbe il comportamento associato alla sua creazione: basterebbe appoggiare le rocce, senza bisogno di lanciarle contro i tronchi, soprattutto con la notevole forza impiegata dalle scimmie nei filmati studiati.

E a questo punto l’ipotesi più fantasiosa, ma anche la più affascinante, si fa strada: e se si trattasse di comportamenti irrazionali? Potrebbe essere una sorta di atto rituale, simbolico o, perché no, religioso? E se gli alberi cavi fossero una sorta di luogo sacro creato dalle scimmie per motivi a noi non chiari? Un punto di riferimento a cui approcciarsi per comunicare con la natura e chiederle favori di vario genere? In fondo, sappiamo già che gli scimpanzé hanno comportamenti quantomeno insoliti e affascinanti (come le incredibili danze della pioggia osservate per la prima volta da Jane Goodall in Tanzania).

Di certo si tratta di un’interpretazione molto fantasiosa di un comportamento che per ora è soltanto di difficile comprensione e potrebbe avere una spiegazione molto più razionale. Gli stessi ricercatori sembrano comunque voler lasciare aperta la “finestrella” che ci fa vedere gli scimpanzé come animali irrazionali e interessati all’ultraterreno. Ed è facile capire perché: se dimostrata, una teoria del genere rappresenterebbe una sorta di rivoluzione nel modo con cui noi ci approcciamo al mondo animale. Le implicazioni, anche per l’interpretazione antropologica della religione, sarebbero enormi: forse il credere in qualche sorta di realtà spirituale o ultraterrena sono una necessità non solo di gran parte delle popolazioni umane ma anche di altri animali particolarmente complessi come le scimmie antropomorfe?

Si tratta di teorie affascinanti e ancora ben lontane dall’essere dimostrate o dimostrabili. Il caso degli scimpanzé della repubblica di Guinea si rivela comunque un evento di estremo interesse e di cui sarà bene seguire gli sviluppi anche in futuro. Anche perché nella letteratura scientifica possiamo trovare un piccolo precedente che ci dimostra che anche del mondo animale un po’ di irrazionalità esiste: in un celebre esperimento del 1947 infatti, lo psicologo americano Burrhus Frederic Skinner dimostrò che anche i piccioni sono superstiziosi e compiono riti scaramantici. E forse presto scopriremo che non sono gli unici.