Ultima tappa: Min Hang!

Spulciando tra le migliaia di foto che ho scattato in questi mesi in giro per la Cina comincio veramente a realizzare quanto questo viaggio insieme ad Agorà sia stato lungo e variegato. Quelle tipiche reazioni di incredulità del tipo “ma veramente sono stato in questo posto?”, “ma davvero ieri ero lì?”, “non mi ricordavo quanto bello fosse quel paesaggio” di fronte alla miriade di immagini di città, campagne, paesi e volti della Terra di Mezzo che ho immortalato mi fanno realizzare come, tra le tappe al seguito della mostra e le deviazioni sul percorso, abbia visto una quantità di luoghi che, per soli cinque mesi scarsi di peregrinare,  è davvero notevole.

Ciononostante, la lunghezza di questo viaggio ancora di più mi aiuta a realizzare quanto infinitamente grande sia l’Impero Celeste e quanto poco di esso sia riuscito a vedere. Uno dei pochi libri che mi hanno accompagnato durante questa avventura è stato La Cina in vespa del compianto Giorgio Bettinelli, regalatomi il giorno prima della partenza. Il celebre Mr.Vespa, dopo aver girato il mondo più volte a bordo della sua due ruote, si era sposato con una donna cinese e si era stabilito a JingHong, nella regione meridionale dello Yunnan, dove aveva vissuto per un paio di anni prima di intraprendere l’ennesima avventura raccontata in questo libro: un viaggio in vespa di quarantamila chilometri, durato 18 mesi e che aveva toccato tutte e 34 le provincie e municipalità della Cina. E lui stesso nel corso della narrazione, dopo più di 4 anni trascorsi al suo interno, affermava di cominciare a malapena a capirci qualcosa di questo immenso punto interrogativo che è rappresentato dalla Cina moderna; figuriamoci io, che in pochi mesi ne ho visto poco più che un assaggino. Bettinelli purtroppo è scomparso tre anni fa a causa di un malore durante la preparazione di un altro grande viaggio in vespa, questa volta in Tibet. Chissà che meraviglia sarebbe stato. Rest in Peace Mr. Vespa, e grazie per avermi fornito l’unica vera, completa ed affidabile guida turistica che abbia usato durante questi mesi di permanenza nel meraviglioso paese che tu amavi così tanto.

Queste sono le tipiche riflessioni che il viaggiatore comincia a fare quando sente avvicinarsi sempre più il giorno del ritorno a casa e degli addii (ma più probabilmente degli arrivederci) ed in effetti tutto questo è assolutamente naturale dato che da alcuni giorni Agorà ha raggiunto la sua ultima tappa, ovvero il Min Hang district di Shanghai.

   

Con i suoi due milioni e mezzo di abitanti e le sue dimensioni da città europea medio-grande, Min Hang è un quartiere popolare che si estende a sud dell’area urbana della megalopoli, ed è ben diverso dalle sue zone più commerciali e moderne: niente grattacieli, niente centri commerciali o boutiques di Zara, niente turisti, tantomeno occidentali. A Min Hang si trovano soprattutto case popolari, scuole, sedi universitarie e campi sportivi; e proprio in un centro dedicato principalmente ad attività sportive ed in generale ad eventi per i più giovani che Agorà viene ospitata nella sua ultima tappa, all’undicesimo piano di un palazzo il cui lunghissimo nome eviterò di tradurvi, circondato da campi da calcio a 11, basket, tennis, badminton nonché piscina olimpionica. “Mostra con vista” verrebbe da dire, dato che dall’undicesimo piano si può godere di un panorama splendido, trovandosi nel palazzo più alto della zona, dal quale si possono vedere i tetti rossi tipici delle vecchie case di Shanghai che si ripetono per chilometri e chilometri in tutte le direzioni; un’altra definizione calzante potrebbe essere “mostra allegra”, dato che si trova di fronte ad un asilo nido, a poche centinaia di metri da alcune scuole elementari, e lungo Gaoxin lu, letteralmente “la via felice”!

E di certo l’inizio è stato molto più che felice: soliti lavori di allestimento, solita cerimonia di apertura presenziata dalle autorità della SAST (come sempre cordiali e alla mano) e dai rappresentanti del quartiere di Min Hang, solito pubblico delle occasioni che contano, in questo caso un nutrito gruppo di pensionati provenienti da un centro per le attività della Terza Età poco distante dalla nostra location, che hanno reso divertente e giocosa (ma per fortuna tranquilla!) la giornata di apertura.

              

Nei giorni successivi, nonostante la difficoltà nel raggiungere la location dal centro città (poche linee di autobus e circa 20 min a piedi dalla più vicina fermata della metro) che mi aveva fatto dubitare in grandi afflussi di pubblico, la mostra è stata spesso visitata da gruppi, ma forse il termine ‘orde’ è più adatto, di centinaia e centinaia di bambini provenienti dalle scuole adiacenti, che da un lato ci hanno dato grande soddisfazione confermando il successo delle tappe precedenti, dall’altro hanno reso tutt’altro che leggere e rilassanti le ultime giornate di lavoro, con exhibits fuori uso da riparare, pezzi da sostituire, grandi gruppi di persone da gestire. Giorni divertenti e faticosi ma a conti fatti anche gli ultimi del tour, quindi tutto sommato va bene così, bisogna solo tener duro fino alla fine.

Il conto alla rovescia prima della partenza è cominciato e visto che ormai rimangono pochi giorni di mostra e poi ci sarà un disallestimento da fare ed un container da riempire per il ritorno in Italia di Agorà, bisogna sfruttare questi giorni per visitare gli ultimi angoli remoti di Shanghai ancora non visti; tra questi c’è il mercato tradizionale di Qi Bao road  con le sue lanterne rosse, le basse case tradizionali, i negozi di souvenir, le tea houses, i canali solcati da imbarcazioni a remo, i negozi alimentari all’aperto e l’acre odore di tofu fritto e spiedini alla brace che intorpidisce le narici e ti fa finalmente provare quelle sensazioni di Cina autentica che nel resto di Shanghai sono diventate sempre più rare con l’avvento di centri commerciali e grattacieli. Questo “piccolo mondo antico” si può vedere bene all’ingresso della water town, dove una statuetta a forma di porcellino in mezzo ad uno stagno viene presa di mira dal lancio delle monetine dei passanti: ovviamente per chi centra la schiena aperta a mò di salvadanaio ci sarà un po’ di fortuna extra nella vita. Allo stesso modo qua e là in giro per gli specchi d’acqua e i parchi di tutta la Cina si possono vedere bocche di drago, vasetti, salvadanai o anche ranocchie con la bocca spalancata, tutti bersagliati da migliaia e migliaia di monetine, a dimostrare che quel piccolo vecchio mondo delle superstizioni e dell’ingenuità popolare è rimasto tutto sommato intatto nonostante secoli di cambiamenti politici ed economici e questi ultimi anni di sfrenata modernizzazione.

      

Prima di concludere salto di palo in frasca per sfatare un paio di miti gastronomici cinesi su cui molti si interrogano: intanto se gli involtini primavera e le nuvole di drago qui esistano davvero oppure siano solo una creazione per i ristoranti cinesi in Occidente. Ebbene sì, esistono anche in Cina, sebbene non siano così diffusi come verrebbe da pensare e soprattutto hanno origini regionali ben definite essendo diffusi principalmente nel sud del paese, in particolare nella zona di Guangzhou (Canton), i cui piatti sono l’unico tipo di cucina cinese conosciuto in Occidente. L’abitudine di utilizzarli come antipasto è invece più occidentale: in Cina gli involtini primavera sono mangiati per lo più a colazione, mentre le nuvole di drago spesso fanno da contorno o addirittura da semplice abbellimento ad altri piatti. L’altro mito gastronomico sui cinesi dice che questi mangino il cane regolarmente: ebbene, in cinque mesi di permanenza e dopo aver pranzato in qualche centinaio di ristoranti e locali sparsi da nord a sud del paese non ne ho visto uno solo che avesse sul menù un piatto che, laddove esistesse, vien facile pensare sia un’attrattiva per qualche turista voglioso di raccontare “ho mangiato il cane, ho mangiato il cane!” una volta tornato a casa. In effetti a tal proposito il mio amico Tim si è detto sorpreso del fatto che fossi l’unico occidentale con cui avesse  lavorato negli ultimi anni a non avergli chiesto di un ristorante dove mangiare il cane, e mi ha detto di conoscerne soltanto uno fuori Shanghai, una città di 30 milioni di abitanti, giusto per far capire quanto sia diffusa questa ‘abitudine’ che peraltro, è bene precisarlo, è stata diffusa per secoli in varie parti del mondo e non soltanto in Cina.

(AGGIORNAMENTO del 30 settembre: oggi è nuovamente uscito fuori il discorso, e a quanto pare c’è una via in Shanghai dove si possono trovare alcuni locali che servono il cane… con la precisazione che si tratta di ristoranti coreani gestiti da immigrati coreani e all’interno del quartiere coreano!)

C’è decisamente poco altro da aggiungere, bisogna solo prepararsi fisicamente per gli ultimi giorni di duro lavoro e psicologicamente per l’addio alla Cina e il rientro in aereo, che avverrà solo dopo la partenza del container con gli elementi della mostra; nel frattempo bisognerà cominciare a fare mente locale e a stilare una –lunghissima- lista di ringraziamenti per tutte le persone coinvolte in questa meravigliosa avventura cinese a cui dovrò dedicare il prossimo post, l’ultimo scritto in terra d’Oriente. E forse sarà questo, molto più che exhibits da smontare o containers da caricare, a rivelarsi il compito più arduo da svolgere prima della partenza.

Zaijian,

fonso

Un pochino di Pechino – prima parte

In soli quattro giorni non si può certo pretendere di vedere tutto quello che è degno di essere ammirato in una città maestosa ed immensa come Pechino, la capitale dell’Impero Celeste. Tanto più se due di questi giorni sono in buona parte dedicati ai viaggi di trasferimento: in corriera da Jiaxing a Shanghai e in aereo (poco più di mille km) da Shanghai e Pechino, l’inverso al ritorno. Non è di aiuto neanche il fatto che Pechino sia una delle città più grandi della Cina, con i suoi 16 milioni di abitanti stimati, tra residenti, pendolari, immigranti non registrati e tanti, tantissimi stranieri presenti per lavoro o turismo. In ogni caso ho sfruttato al massimo le mie doti di turista ossessivo-complusivo per vedere il maggior numero di tappe possibili, e tutto sommato sono riuscito a lasciare la Capitale del nord senza rimpianti. Cercherò di farvi un bignami di questa visita, diviso comunque in due parti, per rendervi partecipi della meraviglia che è questa città.

L’arrivo nella tarda serata di lunedì non mi ha impedito di fare una breve uscita di ricognizione, durante la quale ho assistito ad una delle scene più belle viste da quando sono in Cina: i balli di gruppo di fronte alla cattedrale di San Giuseppe, la principale chiesa cattolica della capitale. È normale vedere gruppi di persone -soprattutto anziane- ballare nelle piazze alla sera al suono degli amplificatori portatili che diffondono musiche “da balera” cinesi, ma con l’inedita variante della chiesa sullo sfondo beh, questo in effetti mi mancava! Dopo questo simpatico siparietto e una visita rapida ad alcuni Hutong (vicoli) vicino all’albergo, ho pianificato con cura le tappe dei giorni successivi.

 

La prima visita obbligatoria da fare a Pechino è la Città Proibita, la residenza degli imperatori della Cina per circa cinque secoli, oltre che il punto centrale del reticolato perfettamente ortogonale delle strade che disegnano la mappa della capitale. Si tratta, come dice anche il nome, di una città dentro alla città, con dimensioni imponenti (720.000 metri quadrati di superficie complessiva, quasi mille edifici con oltre 8700 stanze al loro interno), mura di protezione che la cingono sui quattro lati, e amplissime aree destinate ai più svariati utilizzi.

  

La Città Proibita venne edificata durante la dinastia Ming, dal 1406 al 1420 d.C. e da allora ospitò tutti i sovrani cinesi, sia Ming che della successiva dinastia Qing, fino alla deposizione dell’ultimo imperatore Aisin Gioro Pu Yi nei primi anni del XX secolo. Dal 1925 è un museo, visitato ogni anno da migliaia di turisti provenienti dalla Cina e da tutto il mondo, ed è stato nominato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Cercando di evitare la ressa mi sono recato dagli ingressi della Città Proibita già armato di biglietto prima della sua apertura alle 9 del mattino. Un grande cortile fa da anticamera alla città imperiale vera e propria e in quest’area abbondano negozi di souvenir e venditori ambulanti, ma è anche possibile vedere alcune esercitazioni militari di una caserma presente all’interno dell’area.

 

Lo sforzo di arrivare all’ingresso il prima possibile si è rivelato tutto sommato inutile, dato che moltissimi altri visitatori erano già in attesa e si sono riversati dentro la residenza imperiale a migliaia all’apertura dei cancelli, formando un fiume di gente proporzionale alle maestose dimensioni del luogo.

 

Il motivo di questa fretta è facilmente comprensibile: la Città Proibita richiede svariate ore per essere vista nella sua interezza: sembra non finire mai con tutti i padiglioni centrali che si susseguono, larghi decine e decine di metri e tutti dotati di una sala del trono centrale, che non lasciano intuire se la Città finisca lì o continui alle loro spalle. Inoltre, soprattutto verso la fine, le aree laterali con cortili e spazi dedicati a varie attività si rivelano la vera chicca della visita: dalle stanze in cui abitavano gli eunuchi che facevano da scorta all’Imperatore, ai centralini telefonici d’epoca, per finire in una serie di giardini curati con una perizia quasi maniacale e adornati da specie vegetali ricercate e di rara bellezza.

   

L’ingresso della Città Proibita è a sud e si affaccia su Tien’anmen, la più grande piazza del mondo, anch’essa risalente all’inizio del XV secolo e ristrutturata più volte nel corso dei secoli. Sulle mura esterne della residenza imperiale campeggia il celebre ritratto di Mao Zedong, mentre, dal lato opposto della piazza e a quasi un chilometro di distanza, si trova il mausoleo/memoriale dello stesso chairman, visitato ogni giorno da migliaia e migliaia di persone che con assoluta devozione aspettano per ore in coda per poter vedere la mummia dell’artefice della Repubblica Popolare Cinese, esposta al suo interno.

  

Proseguendo ancora più a sud si ritorna al passato: l’altra visita obbligatoria per i visitatori della capitale è infatti il Tiantan o Tempio del Cielo, anch’esso edificato dai Ming ed uno dei più importanti luoghi di culto taoisti al mondo. Circondato da un grande parco e da vari padiglioni disposti al suo interno, il tempio ha nella sua zona più alta la Sala della Preghiera per un buon raccolto, un padiglione realizzato in legno decorato che è uno dei simboli di Pechino e della Cina, nonché uno dei monumenti meglio conservati dell’epoca Ming.

 

Due volte all’anno, per pregare per un buon raccolto, l’imperatore si recava in processione dalla Città Proibita al Tempio del Cielo indossando particolari paramenti. I comuni mortali non erano autorizzati ad assistere a questa cerimonia e lo stesso sovrano per circa tre settimane doveva dedicarsi interamente alla preghiera e all’ascetismo, conducendo vita di isolamento totale dentro ad un apposito padiglione del Tempio.

 

Nel grande parco all’interno del tempio è possibile vedere, in mezzo alle solite bancarelle e ai venditori ambulanti, anche qualche giocoliere maestro nell’utilizzo del nastro tradizionale, simile a quello della moderna ginnastica ritmica.

Dopo una breve tappa (per me obbligatoria) al dimenticabilissimo museo di Storia Naturale che si trova  a breve distanza dal tempio, mi sono recato a nord-ovest per vedere la residenza estiva degli imperatori, lo Yiheyuan, fatto costruire a metà del XVIII secolo dall’imperatore Qianlong della dinastia Qing.

Per raggiungerlo bisogna attraversare un lungo corridoio coperto, interamente realizzato in legno decorato a mano, che fa da giusta premessa a quanto si va a visitare.

Il palazzo, manco a dirlo, è imponente, arroccato com’è su una collina da cui si domina una vallata su cui è stato creato appositamente uno specchio d’acqua, il lago Kunming, solcato attualmente da decine di imbarcazioni affittate dai turisti. La visione per me è familiare, e non a caso: il lago venne creato per emulare lo Xi Hu di Hangzhou e la sua meravigliosa atmosfera che, evidentemente, era un po’ invidiata dagli imperatori pechinesi. Il palazzo era inoltre particolarmente amato dall’imperatrice vedova Cixi, che lo fece ristrutturare ed ampliare negli ultimi anni dell’impero.

L’ultima visita della giornata è stata dedicata al parco Jingshan, che confina a nord con la Città Proibita ed ha al suo interno una collina alta una cinquantina di metri su cui sono costruite alcune piccole pagode laterali attorno ad un padiglione centrale, tutto secondo l’architettura tradizionale. Al calar del sole da qui è possibile ammirare la Città Proibita dall’alto, illuminata dalle soffuse luci notturne e ancora più affascinante che durante il giorno, per rendersi conto della sua incredibile estensione: tutto questo era creato per la soddisfazione di un uomo solo, l’imperatore, considerato dal popolo cinese un dio in terra, al punto che anche la capitale dell’impero era stata pianificata e costruita intorno alla sua residenza.

La struttura degli Hutong, infatti, oltre alle classiche regole del Fengshui che imponevano un orientamento Nord-Sud delle case e conseguentemente Est-Ovest delle strade su cui si affacciavano, prevedeva una struttura concentrica delle vie attorno alla Città Proibita, fino ad arrivare alla periferia della città di Pechino. I nobili ed i dignitari di maggior importanza potevano abitare nelle vie più vicine alla residenza imperiale, i borghesi e le classi medie nei cerchi immediatamente al loro esterno, mentre le case dei poveri si trovavano nelle periferie ai quattro lati della città. Nel corso dei secoli varie modifiche sono state apportate a questo sistema di urbanizzazione, ma la struttura concentrica della città è rimasta.

Quello che è scomparso sono le costruzioni tradizionali degli Hutong, progressivamente demolite per fare spazio a strade sempre più ampie e a moderni alberghi e uffici. Non ne rimangono molti, e, pur trovandomi in pieno centro, sono riuscito a vederne e fotografarne ben pochi. A tal proposito vi segnalo la mostra di Andrea Sessarego, vecchia conoscenza di chiunque abbia mai avuto a che fare col Festival della Scienza, dedicata proprio agli Hutong, contenente immagini di tre anni fa, ovvero poco prima delle Olimpiadi e della cancellazione di tanti altri vicoli storici della Pechino vecchia.

Tutto questo, credeteci o no, l’ho visto durante il mio primo giorno di visita della capitale. Nella prossima puntata (che bello dire così, mi sento un po’ Piero Angela!) parlerò delle altre tappe viste nella seconda e ultima giornata della  mia mini-trasferta, ovvero la Grande Muraglia, l’area olimpica e la nuova Pechino, quella che vive e progetta il futuro della Cina e del mondo intero con un ruolo di assoluta protagonista.

Zaijian,

fonso

Waterways

La Cina è una terra di ambienti estremi: dal clima temperato delle regioni centrali e orientali si passa alle foreste lussureggianti del Sud, in particolare nella splendida provincia dello Yunnan, per passare al freddo polare di alcune zone della Mongolia Interna e dell’immenso e desolato altopiano del Tibet (chiamato Xizang dai cinesi), fino ad arrivare agli aridi deserti, in particolare il Gobi a nord e il leggendario Taklamakan a nord-ovest, quest’ultimo attraversato da Marco Polo e da lui descritto con minuzia di particolari ne Il Milione.

Tutta la Cina orientale però, ovvero quella che noi occidentali conosciamo meglio, quella di Shanghai e Nanchino, di Pechino e di Hong Kong, ha nella sua interezza un elemento fondamentale che domina il paesaggio: l’acqua.

Acqua dei mari che la costeggiano a est, acqua dei suoi grandi fiumi (tra gli altri l’immenso Fiume Azzurro/Yangze e il Fiume Giallo), acqua dei laghi artificiali e naturali che abbelliscono alcune delle sue grandi città come Nanjing o Hangzhou, acqua delle risaie che scolpiscono e ridisegnano il paesaggio per centinaia e centinaia di chilometri, acqua del Grande Canale di cui ho parlato in un altro post, ed infine l’acqua che si insinua con stretti passaggi in mezzo alle case e abbellisce alcune cittadine storiche della regione dello Zhejiang, dove mi trovo attualmente.

Tra queste, due sono di particolare pregio ed interesse per i turisti soprattutto cinesi ma in qualche caso anche occidentali: Xitang e Wuzhen.

Approfittando dei giorni di libertà (il lunedì e il martedì il science center che ospita Agorà è chiuso) ho visitato questi scenic spots, entrambi a pochi chilometri di distanza dalla città di Jiaxing dove ci troviamo attualmente: a nord-est Wuzhen, ad ovest Xitang.

La prima che ho visitato, Wuzhen, può fregiarsi di un titolo molto più che onorevole, la Venezia d’Oriente. Il perché è abbastanza evidente: stretti canali di acque basse solcate da imbarcazioni tradizionali, piccole case in legno, alti e antichi ponti di pietra. Non c’è la laguna e San Marco, i gondolieri e l’acqua alta, ma con le dovute proporzioni anche questo antico villaggio nel suo piccolo ha un fascino che può riportare alla mente la Serenissima.

  

Popolato da circa diecimila residenti durante tutto l’anno e più o meno da altrettanti turisti ogni giorno di luglio e agosto, Wuzhen ha anche alcuni luoghi di assoluto interesse culturale: dalla casa che fu per anni del grande e amato scrittore del Novecento Mao Dun, attualmente trasformata in un museo sulla sua vita e le sue opere,

a un piccolo museo sugli usi e costumi tradizionali della Cina, con interni d’epoca, abiti tradizionali e riproduzioni di ambienti familiari appartenenti ad un mondo che ormai non esiste più,

 

a una chiatta attraccata in un’insenatura dove alcuni maestri di Kung Fu presentano ad ogni ora uno spettacolo dimostrativo sulla propria arte, la Kung Fu boat,

fino ad arrivare ad un’antica distilleria di baijiu, il tradizionale liquore di riso cinese, conservata perfettamente con tanto di strumentazioni e recipienti d’epoca.

Tra gli stretti vicoli che si snodano in mezzo alle case di legno si possono trovare numerosi artigiani tradizionali che hanno trasformato i propri laboratori in negozi di souvenir, dove però i turisti oltre a fare semplice shopping possono in più vedere la nascita sul momento dell’oggetto che acquistano: dalla coperta di lana al ventaglio decorato a mano, dalla collana alla statuetta in legno.

  

Mentre la mia visita a Wuzhen è avvenuta ‘in solitaria’ in pieno giorno, per Xitang ho accettato ben volentieri un invito dei colleghi a cenare e trascorrere la serata in una cittadina che mi avevano garantito essere ancora più bella ed affascinante, soprattutto perché quasi sconosciuta ai turisti occidentali.

 

Quasi sconosciuta perché, purtroppo o per fortuna a seconda dei punti di vista, alcuni anni fa Hollywood è arrivata qui, portando fama e notorietà anche al di fuori della Cina. Qua e là infatti è possibile vedere qualche evitabilissimo cartello con su scritto Tom Cruise was here, o qualcosa del genere.

L’occidente, una volta arrivato, non è più andato via: è comparso in alcuni locali tradizionali tramutati nei più classici negozietti di souvenir, nei bar karaoke dove musicisti più o meno improvvisati suonano canzoni degli Eagles o dei Bon Jovi, nelle lanterne luminose galleggianti da lasciare sulle acque dei canali per esprimere un desiderio.

 

Se questo sia un bene o un male non lo so, certo è che parte del fascino antico del villaggio tradizionale cinese si è perso a discapito di un maggiore benessere economico, sicuramente apprezzato da chi a Xitang ci vive, ma va detto che in ogni caso la bellezza degli scenari e dei vicoli, delle case di legno e dei canali su cui si riflettono le luci delle lanterne rosse è assolutamente intatta, ed è questa, probabilmente, la cosa più importante.

 

Tutto questo mentre anche il lavoro fila via liscio senza intoppi: Agorà è ancora ospite di Jiaxing e qui vi resterà fino alla fine di agosto. I visitatori sono sempre interessati e attivi: vogliono toccare, provare, sperimentare tutto quello che c’è e sono curiosi soprattutto per quanto riguarda gli aspetti storici degli exhibit: da dove veniva Archimede, chi era Eratostene e come mai questo tal ‘Pitagora’ avesse reinventato un teorema che i Cinesi già conoscevano. Tutto questo è molto stimolante non solo per il confronto tra la cultura occidentale e quella orientale, ma soprattutto perché comincia veramente a delinearsi quella che è la conoscenza media del visitatore cinese: interessato, giocherellone, curioso, spesso già a conoscenza dei contenuti scientifici degli exhibits e allo stesso tempo ignaro di quelli storici, il che è normale visto che invece noialtri occidentali sappiamo poco o nulla dei grandi scienziati e matematici dell’antica Cina.

Tra l’altro, per restare in tema col post, anche Agorà ha un pochino di acqua nei suoi exhibits: la celebre coclea o vite di Archimede di cui vi ho già parlato solleva e trasporta l’acqua, mentre l’esperimento della sfera e il cilindro la sfrutta per dimostrare uno dei teoremi di cui lo scienziato siracusano andava più fiero: una sfera occupa esattamente due terzi del volume di un cilindro avente uguale raggio. Per dimostrarlo nulla di più semplice che calare una sfera in un cilindro dello stesso diametro, pieno per un terzo di acqua: una volta che questa tocca il fondo il livello dell’acqua sale fino a raggiungere esattamente la sua altezza, dimostrando visivamente un teorema geometrico ancora fondamentale ai giorni nostri.

Di sicuro da qui al suo ritorno in Italia questa sfera dovrà andare su e giù ancora qualche migliaio di volte per soddisfare la curiosità e la voglia di sperimentare di bambini e adulti cinesi, desiderosi di conoscere il pensiero e le scoperte di un uomo vissuto oltre 2000 anni fa, e, di questo siamo certi, Archimede ne sarebbe orgoglioso; ma anche noi umili divulgatori che la sua scienza semplicemente diffondiamo, potremo vantarci di aver esportato le sue scoperte fin nella Terra di Mezzo, e anche queste nel loro piccolo son soddisfazioni.

Zaijian,

fonso

Chop(sticks) suey!

“Hello!”

“Hello! Huh, chefan le ma?”

“Chefan le ma! Good, do you speak Chinese?”

“No, no, just few words…”

“Ni shi na guò ren? Where are you from?”

“Wo shi Yidaliren, Italy”

“Ahh, Audalia, dué dué!”

“No, not Australia! Yidali, Italy, Italia!”

“…”

“Ehrr… noodles, you know? Pizza….”

“…”

“Venice, Rome, Na-po-li… Sicily?”

“Sicily? Godfader? Maf-fia? Aaaah, Yidaliren, Italia, cool, maf-fia, gangster, ratatatata..”

“Yes, we have also maf-fia, but it’s not cool, not ratatatata, it’s bad people”

“…”

“Well, nevermind.”

Gli incontri occasionali con la gente che ti ferma per strada e ti fa domande come se provenissi da Marte sono una delle parti migliori di questo viaggio. Ovviamente non parlo di Shanghai o Hangzhou, città turistiche dove i lao wai si incontrano frequentemente e la gente parla bene l’inglese, ma di posti come Jiaxing dove mi trovo ora, o Taicang, dove in due settimane di occidentali ne avrò incontrati sì e no cinque. Dai bambini che sgranano gli occhi, sussurrano qualcosa al papà o alla mamma e partono a fissarmi (e ai quali ovviamente rispondo al fissaggio, di solito condendo il tutto con un sorrisone per non spaventarli più di tanto) si passa alla gente per strada che ti saluta con un Hello o un How are you? occasionale, per arrivare ai più curiosi che si gettano in conversazioni  casuali, cercando di inquadrare la mia origine e quasi sempre tentano la carta australiano, che si trova piuttosto frequentemente in Cina. Probabilmente con qualche lentiggine in meno e un colorito un po’ più scuro passerei per pakistano, quindi direi che poco mi cambia, soprattutto per il fatto che Yidali e Audalia hanno due ideogrammi e relativi suoni in comune, quindi sono facilmente scambiabili e di sicuro in posti come questi di italiani se ne sono sempre visti ben pochi.

Il muro più invalicabile per un occidentale che cerchi di entrare in contatto con i Cinesi è sicuramente una lingua che, pur non essendo particolarmente complicata dal punto di vista della grammatica, mette a dura  prova la memoria di chi la deve imparare da zero: oltre 4800 ideogrammi nella sua versione semplificata, cinque suoni diversi per le vocali e un sistema di traslitterazione con i caratteri occidentali (l’Hanyu Pinyin) che non risolve tutto: shi, tanto per fare un esempio, significa tra le altre cose: l’affermazione sì, il verbo essere al presente, il sostantivo città e il numero 10. Il tutto, associato alla mia memoria da pesce rosso, è un discreto problema ma sono sicuro che ben pochi stranieri possano vantarsi di aver imparato il mandarino in pochi mesi: bisogna dare tempo al tempo. Pace, si studierà  senza fretta.

Un altro elemento di distacco, in questo caso però ampiamente superabile, è dato dal mangiare, o meglio dal modo di mangiare che si ha qui: ciotole, cucchiaio, e, soprattutto, bacchette.

Non ho avuto grossi problemi i primi tempi in Cina dato che sono un appassionato di sushi e sashimi e quindi avevo già una certa dimestichezza con l’utilizzo dei bastoncini, ma a lungo andare sono migliorato in maniera esponenziale, fino a raggiungere un livello di precisione che non avrei mai immaginato. Ora afferro senza grossi problemi oggetti scivolosi e guizzanti come uova di quaglia o verdure in salsa di soia, o di minime dimensioni come arachidi, piselli e addirittura chicchi di riso: a conti fatti con un po’ di esercizio il loro utilizzo non è per niente difficile se si ha la corretta impugnatura.

Per fortuna ho scoperto di avere già quella che è proprio la giusta impostazione, come mi hanno confermato i colleghi cinesi:

la bacchetta inferiore va appoggiata sull’anulare e tenuta fissa, quella superiore è mobile ed è afferrata  da pollice e indice, con il medio in mezzo alle due bacchette. La cosa mi ha stupito perché ero abbastanza sicuro che l’impostazione corretta non prevedesse il medio in mezzo alle due bacchette , ma sotto alla seconda: mi hanno detto che è un modo di prenderle sbagliato anche se molto diffuso persino in Cina. Quello su cui devo migliorare è il punto in cui le bacchette vanno afferrate, ovvero verso l’esterno e non poco dopo la metà come faccio io: tenendole così si può avere una presa più forte con minor sforzo e soprattutto domare i soy noodles, i cortissimi spaghetti di soia, ben diversi da quelli che si mangiano nei ristoranti cinesi in Italia; qui sono molto più corti, spessi, sdrucciolevoli e continuano a sfuggirmi, non c’è verso!

Oltre alla tecnica c’è anche il galateo: le bacchette non vanno usate per indicare una persona e in generale si usano solo per mangiare, non per fare gesti; nel tipico pranzo ‘a banchetto’, dove tutti mangiano le diverse portate presenti su una base rotante al centro di un tavolo rotondo, non si può prendere qualcosa, esaminarlo e poi posarlo di nuovo: l’hai preso, ormai è tuo! Inoltre non si infilza il cibo con le bacchette, non sono stuzzicadenti; non si leccano; non si infilzano in verticale nella scodella di riso: quello è un antico rito per venerare i morti che viene fatto unicamente davanti alle tombe o agli altari di famiglia.

Va detto che a livello di praticità le posate occidentali rimangono comunque più comode e più pratiche, non tanto per chi mangia (che comunque può adattarsi senza grossi forzi), ma per chi cucina: eh sì, perché forse non ci avete pensato, ma quello che arriva a una tavola in cui i commensali utilizzano le bacchette deve essere tagliato in pezzi sufficientemente piccoli da costituire un boccone! Alcuni amici mi hanno fatto notare che in effetti una gran parte del tempo che impiegano i cuochi cinesi per preparare le pietanze è dedicato al loro taglio in pezzi piccoli, e qua e là per le strade si possono vedere negozi interamente dedicati alla vendita di coltelli da cucina di ogni forma, misura e utilizzo possibili. Nulla da dire però sulla bellezza dell’oggetto in sé, infatti esistono anche negozi che vendono esclusivamente set di bacchette, spesso finemente ornate, come oggetto regalo; mi è venuto il dubbio che però questa sia più un’usanza turistica, avendo trovato questi chopsticks shops solo a Shanghai e Yangshuo e non nelle altre città. Indagherò…

 

Per  chi avesse nostalgia di casa c’è comunque un modo per mangiare spaghetti con la forchetta (!) che è diffusissimo qui in Cina: si tratta degli instant noodles, ovvero come prepararsi un pranzo rapido e più o meno completo in pochi secondi, spendendo qualcosa come 3 yuan a confezione (circa 30 centesimi di euro); si tratta di variopinte confezioni di cartone che si trovano in tutti i negozi e supermercati, spesso con etichette così accattivanti che è difficile resistere al loro richiamo.

All’interno si trovano degli spaghettini liofilizzati, una bustina di polvere simil-dado da brodo, delle spezie e un sacchettino con un condimento variabile (carne, pesce o verdure a seconda dei gusti) anch’esso liofilizzato. Il tutto insieme alla magica forchettina pieghevole che non manca mai.

Utilizzando quei bollitori elettrici che si trovano ovunque negli appartamenti e nelle stanze d’albergo cinesi si aggiunge acqua calda e si aspettano alcuni minuti.

Il risultato finale sono una sorta di spaghetti in brodo di solito molto piccanti e gustosi, a cui è difficile rinunciare una volta che si è entrati nel tunnel: creano veramente dipendenza, c’è poco da fare.

E questo nonostante quasi chiunque mi abbia detto che non sono proprio il massimo per la salute: ma perché, in fondo sono spaghetti in brodo, cos’altro ci dovrebbe essere dentro? In ogni caso guardando in giro mi è capitato di vedere gente mangiare gli instant noodles nei posti più disparati: per strada, in macchina(!), nei musei in cui ho lavorato (non i dipendenti, proprio i visitatori!) e persino in treno: ma dove diavolo l’hanno recuperata l’acqua bollente?!

Credo sarà uno dei misteri della Cina che mai riuscirò a risolvere. Mi concentrerò sul problema mentre mi alleno con le bacchette su un piatto di soy noodles, dato che il tutto dovrebbe impegnarmi per alcune ore.

(AGGIORNAMENTO: finalmente si è scoperta la verità! In quasi ogni locale, treno o persino bagno pubblico della Cina c’è un bollitore automatico che dispensa acqua calda gratuitamente per i milioni di passanti, viaggiatori e gente comune che bevono il proprio té in giro per il paese! Le sorprese qui non finiscono proprio mai…)

Zaijian,

fonso

Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il nonno

Tanti sono i miti e le leggende riguardanti il nome di Archimede di Siracusa, ma tutte le testimonianze storiche giunte fino a noi concordano nel definirlo uno dei più straordinari scienziati dell’Antichità, al punto che il suo nome è diventato una sorta di sinonimo con cui indicare un inventore, soprattutto se geniale.

La nostra mostra Agorà tratta per circa metà percorso esclusivamente delle invenzioni di Archimede, a sottolineare la sua incredibile prolificità. A dare il benvenuto ai visitatori c’è ovviamente la leva, che è strettamente legata al nome dello scienziato siracusano e che è tra gli exhibits di maggior successo dell’intera mostra, soprattutto tra i bambini.

 

Il perché è abbastanza semplice: a parte qualche uso improprio (ad esempio come un’altalena), questa semplicissima leva di primo genere permette a un  bambino di 40 kg di alzare senza problemi il suo corpulento nonno di quasi un quintale, sfruttando il fatto che questo si è seduto sul braccio più corto della struttura, quella dove – per citare Archimede  – è rappresentato un mondo da sollevare…  ovviamente ci sono interessanti risvolti storici: pare che l’utilizzo di queste strutture nell’Antichità fosse estremamente prezioso nei cantieri navali, dove la procedura più difficile era sempre il varo dei nuovi vascelli, e pare che Archimede avesse creato un complesso sistema di leve proprio per facilitare queste operazioni all’interno del porto di Siracusa.

Un’altra celebre invenzione dello scienziato siracusano fa bella mostra di sé all’interno di Agorà: la còclea o vite di Archimede (Archimedes’ screw per gli anglosassoni).

Due vasche comunicanti poste ad altezze diverse contengono dell’acqua che, per gravità, defluisce naturalmente verso la vasca più bassa. La còclea altro non è che un sistema di tubi posti a spirale che, fatti ruotare, trasportano l’acqua verso l’alto. Il funzionamento è semplice: in ogni punto le singole gocce d’acqua vanno verso il basso, ma il movimento complessivo le porta sempre più in alto, fino a scaricarle nella vasca superiore.

Il sistema, utilizzato tutt’oggi in alcune opere di ingegneria idraulica, era diffusissimo nell’antichità e veniva adoperato principalmente per svuotare le abitazioni o gli scafi delle navi in caso di allagamento. La paternità dell’invenzione è assegnata ad Archimede da parte di più storici, ma non si esclude che ne esistessero versioni preesistenti.

Come abbiamo visto in precedenza Agorà è una mostra in buona parte matematica. Archimede, oltre che ingegnere e inventore, fu anche uno straordinario mago dei numeri: celebre è il suo ‘Problema dei buoi’ rimasto irrisolto per oltre 2000 anni fino all’avvento dei supercomputers, unici macchinari dotati di una capacità di calcolo sufficiente per poterlo affrontare (di questo quesito ho parlato diffusamente in un articolo su Life of Gaia).

Il genio matematico di Archimede si espresse in numerosi trattati di algebra e geometria, alcuni dei quali sono giunti fino a noi. Tra questi, uno dei più celebri era dedicato alle spirali; per studiare queste figure geometriche particolari Agorà, che ha proprio una spirale nel suo logo, mette a disposizione dei bambini un sistema ‘anticheggiante’ con cui ricrearle: una vasca circolare piena di sabbia è posta in rotazione e un punteruolo mobile lungo il raggio del cerchio permette di tracciare delle figure al suo interno.

A parte immagini fantasiose come fiori, soli o vari tipi di motivi circolari, con questo sistema è possibile creare, muovendo con velocità costante il punteruolo, una spirale di Archimede

o, utilizzando un movimento accelerato, una spirale logaritmica.

È curioso notare come gran parte delle invenzioni presentate ad Agorà siano nate indipendentemente in Europa, in Cina e in altri paesi, e come il nome di Archimede ai visitatori cinesi dica tutto sommato abbastanza poco, così come a noi occidentali i nomi dei grandi scienziati di queste terre, soprattutto se di epoche remote, comunichino poco o nulla: in questo senso opere di divulgazione come la nostra mostra possono avere una grande importanza nell’avvicinamento dei popoli e delle loro culture, dato che in fondo, anche quando si era separati da distanze che con i secoli sono scomparse, le culture si evolvevano parallelamente; se si vuole un futuro di armonia tra le nazioni questa sarà la strada da seguire: trovare i punti in comune e valorizzarli, non cercare le differenze per fomentare l’odio e la xenofobia. La Scienza e la Cultura in questo senso devono essere assolutamente in prima linea.

  

Sempre a proposito di Cina e di Agorà: la mostra da alcuni giorni è approdata nella bella città di Jiaxing nella regione dello Zhejiang, che conta ‘solo’ 3 milioni di abitanti e tanto le basta per essere ripetutamente definita dai miei colleghi locali come a small town (!). Inutile discutere e sottolineare come Roma ne conti altrettanti pur essendo la città più popolosa d’Italia, qui le proporzioni sono diverse per tutto, in particolare per quanto riguarda gli abitanti. Tanto vale visitare, afa permettendo (temperature regolarmente sopra i 35°), le bellezze della città tra cui una serie di splendidi canali che di notte assumono un fascino unico,

  

le bancarelle della storica Zhongji Road, i mercati dei fiori e degli uccelli in gabbia e soprattutto il celebre South Lake: eh sì, un altro lago cittadino: c’è poco da stupirsi comunque, in un paese così dominato dalle acque come la Cina, con i suoi grandi fiumi, i canali artificiali e le colline interamente coltivate a riso, al punto da disegnare un paesaggio assolutamente unico al mondo.

In ogni caso qui ci sono anche interessanti risvolti storici: proprio sulle sponde di questo lago il Partito Comunista Cinese, uno dei più longevi del mondo, è stato fondato esattamente 90 anni fa, come testimoniano alcuni memoriali e statue presenti lungo le sue sponde, e per il cui anniversario sono state indette grandi manifestazioni in tutto il paese fino a pochi giorni fa.

 

Agorà sarà ospite per quasi tutto il mese di agosto di questa città bella e interessante. Vedremo gli sviluppi nei prossimi giorni, nel frattempo ci godiamo le bellezze locali, continuando a giocare con acqua, sabbia e altalene, come faceva anche il grande Archimede più di 2000 anni fa, solo un po’ più ad ovest di Jiaxing.

Zaijian,

fonso

Nanchino, i Giapponesi e l’arte della guerra

Si narra che Archimede, durante l’assedio di Siracusa da parte dei Romani nel 212 a.C., utilizzò dei giganteschi specchi per incendiare le navi degli invasori al largo del porto, riflettendo e concentrando su esse i raggi solari.

 

Si tratta chiaramente di una leggenda: è praticamente impossibile creare specchi di dimensioni e precisione tali da concentrare la luce al punto da incendiare una nave, soprattutto se questa è distante chilometri. Ciononostante si tratta di una storia estremamente affascinante e con un fondo (scientifico) di verità: una luce posta dinanzi ad uno specchio parabolico in un punto particolare (chiamato fuoco) viene riflessa in raggi paralleli, e, nel senso opposto, uno specchio parabolico che riceve raggi luminosi paralleli (come quelli della luce solare) li concentra tutti sempre in quest’unico punto. La nostra mostra Agorà, trattando in gran parte di Archimede, non poteva di certo ignorare la leggenda degli Specchi Ustori ed ecco allora un exhibit interamente dedicato a questo esperimento e alle proprietà matematiche delle parabole, che invece con ogni probabilità furono realmente studiate dal grande scienziato siracusano.

Due specchi parabolici di circa mezzo metro di diametro sono posti uno di fronte all’altro: nel fuoco di uno si trova una piccola lampadina a led di 15 Watt, montata su un braccio fisso. Di fronte all’altro specchio è invece posizionato un braccio mobile montato su un piccolo binario; sulla cima di questo c’è un termometro che rileva la temperatura con grande precisione e la mostra in un display. Muovendo il braccio mobile e verificando se la temperatura aumenta, il visitatore può trovare il punto esatto in cui si trova il fuoco della seconda parabola, ovvero dove il secondo specchio concentra tutti i raggi luminosi che riceve dal primo. E la temperatura sale, eccome! Con la giusta messa a punto si possono toccare e superare i 120°C, tutti concentrati in un’area di pochi millimetri. Si tratta di uno dei miei exhibits preferiti di Agorà, per la chiarezza con cui il concetto viene spiegato, perché permette di capire quali sono le caratteristiche che rendono così utili le parabole, ma anche perché fa vedere il punto esatto in cui si trova il loro fuoco che non è comunque un concetto semplicissimo, soprattutto per chi le parabole non le ha mai studiate!

Per la maggior parte degli storici Archimede perfezionò e mise a punto alcune altre armi già esistenti con lo scopo di difendere Siracusa dagli invasori. Tra queste la più celebre è sicuramente la catapulta, che era in grado di scagliare massi di grandi dimensioni a distanza di centinaia di metri. Agorà mette a disposizione dei visitatori una riproduzione in scala dell’originale, secondo una ricostruzione il più possibile fedele ai dati che ci sono pervenuti su quest’arma.

 

Verrebbe da definirla una balestra più che una catapulta, in quanto nell’immaginario collettivo solitamente associamo tale nome ad una sorta di leva con un braccio meccanico a sollevamento verticale (che è una sua versione più recente), mentre qui la propulsione viene data da due gruppi di corde posti lateralmente e tenuti in tensione, che forniscono la spinta ad un’altra fune posta secondo un asse orizzontale che lancia il proiettile. Ovviamente non c’è alcun rischio per chi vuole provare l’arma dato che come proiettile viene utilizzata una pallina di gommapiuma e in ogni caso l’exhibit è posto sotto il controllo costante di un animatore. Ciononostante testando il modellino con una tensione poco più forte e utilizzando proiettili un po’ più robusti come ad esempio una pallina da tennis si possono raggiungere distanze di gittata notevoli, anche di 30-40 m, a dimostrare l’efficacia di questa tecnologia vecchia di oltre duemila anni.

Il genio di questi grandi scienziati dell’Antichità spesso si esprimeva nella creazione e nello sviluppo di armi sempre più efficaci ed elaborate, solitamente per ottenere le grazie dei potenti e ottenere in cambio ricchezza, protezione e i mezzi necessari per continuare ed approfondire i propri studi. Ciononostante il fatto che l’intelligenza di scienziati e ingegneri sia stata investita per millenni al fine di creare oggetti volti a ferire o uccidere gli altri uomini invece che ad aiutarli mi ha sempre dato fastidio, mi è parso un controsenso dato che in fondo lo scopo dello Scienziato è uno e soltanto uno: migliorare le condizioni di vita dell’Umanità. Allo stesso modo ho sempre ritenuto l’espressione ‘Arte della Guerra’ una contraddizione di termini, un ossimoro: come può essere un’arte, ovvero qualcosa volto unicamente a rendere la vita bella e degna di essere vissuta, un’entità come la guerra, che la stessa vita annienta, distrugge?

Questa digressione non è fine a se stessa ma è motivata da una visita che ho fatto nei giorni scorsi nella città di Nanjing, o, come la chiamiamo noi, Nanchino.

  

La nobilissima Capitale del Sud (Nan=Sud, Jing=Capitale, contrapposto a Beijing-Pechino, la capitale del nord, dove Bei=Nord) è stata più volte la prima città dell’Impero Celeste, fino al definitivo trasferimento a Pechino da parte della dinastia manciù dei Qing. Nonostante tutte le vicissitudini storiche la bellezza e la maestosità dei fasti del passato sono rimasti intatti: enormi viali alberati a offrire riparo dal sole cocente che può portare le temperature estive oltre i 40° C, grandi laghi artificiali, gli imponenti resti della dinastia Ming che qui aveva posto la roccaforte del proprio impero, con le bellissime mura cittadine, i resti del palazzo imperiale e le tombe monumentali, e infine il mausoleo del primo presidente della Repubblica Democratica Cinese, l’amatissimo Sun Yatsen.

   

L’attuale capitale dello Jiangsu ospita però un altro luogo di assoluto interesse, che poi è stato il motivo principale della mia visita: il Memoriale del Massacro di Nanchino (Datusha Jinianguan): un posto cupo, inquietante, difficile da dimenticare ma che va assolutamente visitato, così come andrebbero visti da tutti luoghi come Dachau o Auschwitz, per capire, imparare, non dimenticare mai.

In questo caso l’evento da ricordare è tra i più tragici e sanguinosi della storia recente della Cina: nel dicembre del 1937, durante l’invasione da parte dei Giapponesi di Hiro Hito che cercava, dopo la conquista della Manciuria del 1931, di impossessarsi di altre regioni di una nazione indebolita dalla caduta dell’impero e dalla guerra civile, le truppe nipponiche approfittarono del ritiro degli uomini di Chiang Kaishek e occuparono la città; per tre settimane sfogarono la loro voglia di vendetta, causata dalle perdite subite, contro la popolazione inerme, compiendo indicibili atrocità che sono tuttora ricordate come il Massacro di Nanchino.

   

Più volte all’interno del museo appare la scritta ‘300000’, a indicare la stima delle barbare uccisioni di uomini, donne, bambini subite dalla popolazione civile di Nanjing da parte degli invasori, spesso condite da nefandezze e violenze gratuite del tutto raccapriccianti. Nonostante la presenza di numerose prove e testimonianze (circa 400 testimoni oculari ancora vivi, fotografie scattate dagli stessi soldati giapponesi, filmati di alcuni missionari americani e la testimonianza di un uomo d’affari tedesco presente a Nanchino in quei giorni) esiste ancora una schiera di politici giapponesi, principalmente ultranazionalisti e xenofobi, che ha negato per anni e rifiuta tuttora l’esistenza degli eventi del dicembre 1937, o cerca di ridimensionarne le cifre, ricoprendo quell’orribile ruolo di ‘negazionisti’ che purtroppo è presente anche in Europa per l’Olocausto.

 

Ciò che però è veramente doloroso per i Cinesi è il fatto che da parte delle autorità nipponiche non siano mai arrivate scuse ufficiali, né da Hiro Hito o i suoi discendenti, né tantomeno dai governi che si sono succeduti in questi ultimi decenni in Giappone. Questo è il motivo fondamentale per cui per decenni le relazioni tra i due paesi sono state tese e non si sono ancora del tutto appianate, neanche in seguito ad un trattato del 1972 in cui veniva finalmente riaperto il dialogo. Questo evento ha amplificato ulteriormente alcuni secoli di ostilità tra i due paesi, vissuti principalmente durante la dinastia degli imperatori Qing, originari della Manciuria e odiati da buona parte della popolazione in quanto tirannici e sanguinari oltre che legati a usi, costumi e tradizioni medievali, mentre il vicino Giappone subiva un rapido processo di modernizzazione durante il regno dell’imperatore Meiji. La Cina combatté il Giappone in una guerra (persa) per il controllo di Corea e Taiwan alla fine del XIX Secolo e negli anni ’30 subì l’invasione nipponica del Dongbei Pingyuan (“Manciuria” è un termine giapponese, mal visto in patria) con successiva creazione dello stato fantoccio del Manciukuò, ben fotografata dall’Ultimo Imperatore di Bertolucci. Fu proprio l’ultimo imperatore della Cina, Aisin Gioro Pu Yi, a governare questa nazione  sotto il controllo diretto dei Giapponesi, fino alla loro sconfitta al termine della II Guerra Mondiale.

  

Tutto questo è molto triste anche perché storicamente e culturalmente (oltre che geograficamente) Cina e Giappone sono sempre state nazioni vicine: dal Buddhismo Zen al Confucianesimo, dalla calligrafia alla pittura, dall’architettura tradizionale al kimono, gran parte degli elementi che costituiscono la cultura nipponica hanno origini cinesi, e tra i due popoli c’è sempre stata amicizia e comprensione; ancora al giorno d’oggi tanti Giapponesi vivono e lavorano in Cina e viceversa, qui si guidano soprattutto macchine nipponiche e le grandi aziende elettroniche del Sol Levante danno lavoro a ingegneri e tecnici cinesi.

E allora come si spiegano eventi così incommensurabilmente vergognosi e atroci come il Massacro di Nanchino del ’37? La risposta è sempre la stessa, la colpa è dei potenti, dei politici, di quelli che associano il termine ‘Arte’ al termine ‘guerra’ (volutamente minuscolo). Speriamo che ricordare e documentare errori del genere aiuti ad evitare il loro ripetersi in futuro, e che gli scienziati possano finalmente e unicamente lavorare per la loro missione, il bene comune degli uomini. Di tutti loro.

Zaijian,

fonso

Heaven on Earth

Sin da prima di partire alla volta dell’Impero Celeste avevo un chiodo fisso: vedere da vicino gli incredibili paesaggi del Fiume Li.

Nell’immaginario collettivo occidentale una delle più conosciute  immagini raffiguranti le bellezze naturali della Cina mostra le sponde di questo fiume circondate dalle incredibili colline carsiche tipiche della zona. Questa immagine è talmente famosa da essere rappresentata in decine di quadri e xilografie vendute ovunque in Cina, e campeggia addirittura sul retro della banconota da 20 Yuan:

Ed ecco che, approfittando di tre giorni di chiusura della mostra per una bank holiday, non ho esitato un secondo e per la modica spesa di 350 € circa ho acquistato volo di andata e ritorno da Hangzhou e 2 notti in albergo nella città di Guilin, nel nord della regione del Guangxi, nella Cina meridionale. Trattandosi di una zona povera e prevalentemente selvaggia, in questi ultimi anni l’economia si è concentrata principalmente sul turismo: mi è capitato di vedere sulle televisioni locali alcune pubblicità che presentavano Guilin come “Paradiso in terra”, per la serie: viva la modestia! Ma anche se lo slogan fosse vero solo in parte, valeva comunque la pena verificare di persona.

Nonostante le incredibili bellezze naturali la città di Guilin si è però sviluppata in modo disarmonico, con vecchie costruzioni fatiscenti alternate a improbabili tentativi di architettura moderna  dei numerosi alberghi e centri commerciali di recente costruzione. Ma per fortuna rimangono le meravigliose colline carsiche, alte centinaia di metri e presenti lungo le vallate di tutta la zona settentrionale del Guangxi, con le loro forme incredibili, ora arrotondate ora appuntite, a formare guglie, pinnacoli, serpenti di roccia e ‘panettoni’ che circondano tutta la città e rincuorano il visitatore spaesato dal caos cittadino.

 

Un’altra curiosità è data dalla lingua: persino io che capisco poche parole di mandarino riesco a percepire una pronuncia e un modo di esprimersi completamente diverso, più gestuale e colorito. Difatti verso sud oltre alla maggioranza Han la Cina si popola di decine di minoranze etniche, e tra queste nel Guangxi si possono trovare gli Hui, i Miao, gli Zhuang, gli Yao e altri, che rendono ancora più variopinto e particolare l’ambiente, in particolare per quanto riguarda il linguaggio che è chiaramente figlio di differenti culture.

Nel corso di milioni di anni l’acqua delle piogge e degli affluenti del Li ha scolpito le rocce calcaree della zona, creando paesaggi assolutamente unici al mondo e dotati di un fascino incredibile che attira a Guilin migliaia di turisti ogni anno, ormai non più solo dalla Cina. Tra le attrazioni principali vi è ovviamente la gita lungo il fiume, a bordo di imbarcazioni tradizionali che occupano in gran numero le sue acque basse.

 

Altre attrazioni sono alcune architetture tradizionali, come le pagode gemelle del Fir Lake, un piccolo lago artificiale all’interno della città, le cui sponde sono prese d’assalto ogni sera da decine di fotografi armati di reflex e cavalletto, per poter fissare in maniera indelebile la loro bellezza.

 

Ciononostante, la caotica, rumorosa e anonima Guilin nel corso degli anni si è appropriata indebitamente del titolo di massima attrazione della zona: 70 Km più a sud vi è difatti Yangshuo, che è l’autentica perla del Guangxi.

 

Piccolo villaggio tradizionale circondato su tre lati dalle colline tipiche, e a est dal fiume Li, Yangshuo è stata per anni meta obbligata di migliaia di backpackers che conoscevano l’incredibile atmosfera della zona. Purtroppo il turismo di massa è arrivato anche qui, e molte costruzioni tradizionali hanno lasciato spazio a alberghi moderni, a negozi di souvenir più o meno autentici, e a sedi di Mac Donald’s e KFC.

Ciononostante, l’atmosfera magica dell’antico villaggio cinese con i suoi vicoli stretti in mezzo alle basse costruzioni di legno, permeato dagli odori pungenti dei prodotti del mercato e delle cucine all’aperto, isolato da tutto e tutti e raggiungibile solo in imbarcazione o tramite brulle strade provinciali è rimasta intatta, indelebile.

 

Anche più in piccolo il carsismo ha scolpito le rocce calcaree della zona dando loro forme inusuali, talvolta assurde e incredibili. Una fetta del commercio del Guangxi è da sempre dedicata alla vendita delle rocce più belle, spesso incise con ideogrammi colorati di rosso, che adornano migliaia di giardini e parchi in tutta la Cina. Lungo la strada che collega Guilin a Yangshuo e al piccolo villaggio di Yangdi (altra perla incastonata tra le rocce del fiume Li) è possibile vedere cave che raccolgono e smistano il calcare del Guangxi destinato ad adornare gli ingressi degli alberghi di Pechino o Shanghai.

L’altra grande attrazione dell’area e uno dei miei maggiori interessi riguardo il Fiume Li era la pesca col cormorano, un’arte antica migliaia di anni e diffusa quasi esclusivamente in Cina e Giappone.

La pratica consiste nell’utilizzo da parte dei pescatori di alcuni cormorani addomesticati che, oltre ad essere animali estremamente docili, sono pescatori formidabili: liberandoli nelle acque del fiume nel giro di pochi minuti sono di ritorno con pesci anche di grosse dimensioni. All’uccello viene applicato al collo una sorta di cappio di ferro o di corda  non così stretto da soffocare l’animale, non abbastanza largo da permettergli di inghiottire le prede più succulente. Secondo una tradizione millenaria, legata anche ad antiche superstizioni, ogni sei prede catturate all’infaticabile cormorano viene concesso di mangiare un pesce come ricompensa, e forse per dimostrargli che il suo sforzo è apprezzato e non lavora per niente.

Al giorno d’oggi la pratica della pesca col cormorano, sebbene sia molto più proficua di quanto si possa immaginare, è quasi del tutto abbandonata: i pochi pescatori tradizionali rimasti, con i loro cappelli di paglia, le lunghe barbe bianche e un aspetto che sembra provenire da un’altra epoca, hanno difatti scoperto un modo più efficace per rendere proficua la propria arte, vendendo le proprie foto ai turisti o mettendo in scena spettacoli dimostrativi di pesca notturna, nei laghi della zona o lungo le acque del fiume.

Di ritorno a Guilin, avendo ancora un paio di ore libere prima di ritornare ad Hangzhou, ho deciso sul momento di visitare un’altra attrazione della città, la Reed Flute cave, che si potrebbe tradurre molto liberamente come ‘la grotta del flauto di bambù’. Sebbene scarsamente pubblicizzata, mi è parso opportuno darle un’occhiata per verificare se la natura avesse creato nel sottosuolo meraviglie pari a quelle visibili alla luce del sole.

 

Mai scelta fu più azzeccata! Difficilmente avrei potuto aspettarmi uno spettacolo del genere: in milioni di anni l’acqua ha scavato dentro alla roccia un incredibile dedalo di stretti corridoi, cunicoli e catacombe alternate a spazi aperti ora grandi, ora enormi, arricchiti da incredibili architetture naturali di colonne, guglie, pinnacoli e altre meraviglie che nessuna mente umana sarebbe mai in grado di immaginare. Per visitare nella sua interezza la Reed Flute cave occorre più di un’ora a piedi lungo un percorso ben pavimentato, a dimostrare l’incredibile estensione di questa struttura.

    

Colori vivi, sgargianti, quasi irreali, amplificati al massimo livello da luci colorate e illuminazioni particolari e molto ‘cinesi’ rendono la grotta assolutamente affascinante, a tratti magica.

  

Persino le giovani ragazze che fanno da guida nella grotta accennano alcune canzoni tradizionali all’interno degli stages naturali in mezzo alle rocce, e un incredibile spettacolo di luci e colori rappresentato nella sala principale, larga decine e decine di metri, è in grado di lasciare senza fiato il visitatore.

In definitiva, si tratta realmente di un ‘Paradiso in terra’? Forse no, se non altro perché il vero Paradiso non dovrebbe aver bisogno della targa luminosa in stile Las Vegas al suo ingresso con su scritto ‘Paradiso’. Ciononostante le incredibili bellezze della zona mi hanno fatto parecchio riflettere su come andrebbero gestite aree come il nord del Guangxi, ovvero senza dover accettare qualunque tipo di compromesso pur di attirare più gente possibile nel breve termine, ma con intelligenza ed equilibrio, rispettando e salvaguardando le bellezze naturali e le costruzioni tradizionali di maggior pregio, in modo che tutti possano conoscerle e  goderne appieno senza per questo snaturarle: il turista è un ospite, non il padrone, e deve essere lui ad adattarsi e ad accettare le regole del luogo in cui si trova. Se si riuscirà a trovare la quadratura del cerchio, luoghi incantevoli come Yangshuo diverranno immortali.

Zaijian,

fonso

Dragons & Dinosaurs

La nostra avventura in giro per la Terra di Mezzo prosegue, e dopo più di un mese eccoci ritornare nell’affascinante Hangzhou, capitale dello Zhejiang ma soprattutto una delle più belle ed interessanti città di tutta la Cina.

Un detto popolare cinese recita: ‘Nasci a Suzhou, vivi a Hangzhou, mangia a Guangzhou, muori a Liuzhou’, ad indicare le città più belle e vivibili dell’Impero Celeste. Un altro celebre proverbio, riportato per la prima volta in Occidente dal missionario Matteo Ricci, invece afferma che ‘in alto c’è il Paradiso, in basso Hangzhou e Suzhou’. Marco Polo addirittura la definì  ‘senza alcun dubbio la città più bella e nobile al mondo‘.

Sebbene i primi siano detti popolari e quindi pieni di amor patrio, mentre chi ha letto il Milione sa bene che il viaggiatore veneziano non fosse certo parsimonioso in fatto di superlativi, è comunque chiaro che si tratti di una città di assoluto valore culturale e storico.

 

Del Lago Occidentale e dei suoi meravigliosi paesaggi notturni vi ho già accennato in precedenza, mentre non ho ancora citato una delle assolute meraviglie che adornano la città, ovvero il Grande Canale  che parte da Hangzhou e incredibilmente arriva a spingersi fino a Pechino, ed è quindi il più lungo fiume artificiale al mondo, con i suoi quasi 1800 Km di lunghezza.

Ancora più spettacolare della lunghezza è la sua storia: i primi tratti del canale vennero realizzati addirittura nel V Secolo a.C., mentre gli ultimi chilometri che arrivano fino ad Hangzhou sono attribuiti alla Dinastia Sui, quindi risalgono VII Secolo d.C., il che vuol dire che per il completamento di quest’opera monumentale occorsero più di mille anni e la forza lavoro di milioni di uomini provenienti da più generazioni di Cinesi.

 

All’opera vennero in seguito apportate grandi modifiche, come chiuse per permettere la risalita di dislivelli anche di decine di metri, e un fitto sistema di canali di comunicazione che sostanzialmente ha costituito per secoli un’antica autostrada sull’acqua. Il canale ebbe anche una forte importanza strategica sia per il trasporto di materiali militari e truppe sia per bloccare eventuali avanzate nemiche, talvolta passivamente, a causa un guado difficoltoso, ma spesso anche attivamente: la rottura volontaria di alcuni argini poteva causare inondazioni in grado di annientare gli eserciti nemici. A tutt’oggi il canale è trafficatissimo ed è attraversato da lunghe chiatte e navi commerciali e da trasporto che solcano le sue acque di giorno e di notte.

Ebbene sì, in Cina tutto è grande, enorme, monumentale. Non fa certo eccezione lo Zhejiang Science and Technology Museum, gigantesca opera di divulgazione scientifica inaugurata nel 2009, che offre ai visitatori uno spettacolo unico nel campo della conoscenza, dell’interattività, del gioco e dell’approfondimento.

Dall’esplorazione dello spazio e dalle nuove frontiere della tecnologia e dell’ingegneria si passa alle curiosità della medicina tradizionale cinese, per poi arrivare all’approfondimento delle tematiche ambientali e dello sviluppo sostenibile, il tutto orientato (così come per il padiglione cinese dell’Expo) al sensibilizzare i visitatori sullo sviluppo di città a impatto zero in armonia con la natura.

Ho notato con grande piacere che ci sono ampie aree del museo dedicate al gioco e ai bambini, ma anche per gli adulti sono numerose le esperienze interattive e hands on, seguendo il nuovo corso della divulgazione scientifica internazionale.

 

Il visitatore può, nel giro di pochi metri, viaggiare dentro un sottomarino o testare gli effetti dell’assenza di gravità, guidare una navicella spaziale, suonare strumenti musicali con corde invisibili, dirigere un’orchestra composta da robot musicisti, capire i segreti di una centrale elettrica e vivere mille altre esperienze. A fianco, a completare l’opera del Science Center, c’è un museo di Storia Naturale dedicato principalmente alle tematiche di conservazione della biodiversità, con una articolare attenzione dedicata alle meraviglie naturali della Cina.

 

Tra le principali attrazioni dello Zhejiang ci sono i dinosauri, scoperti di recente in gran numero e varietà, e proprio per questo motivo un’ampia area del museo è dedicata ai giganteschi rettili estinti della zona. Così come per l’Argentina, gli Stati Uniti e qua e là in giro per il mondo, anche in Cina sta nascendo la moda dei ‘Dino Parks‘ creati nelle zone di ritrovamento dei resti dei dinosauri, per vedere i fossili direttamente nelle aree di ritrovamento. L’area del museo dedicata ai dinosauri contiene pertanto svariati inviti più o meno espliciti alla visita di tali aree, sparse qua e là nella Cina orientale, in particolare nelle regioni dello Jiangsu e, ovviamente, nello Zhejiang.

  

In un ambiente del genere è chiaro che una mostra come Agorà, dedicata alla sperimentazione e al riprodurre di persona i grandi esperimenti scientifici dell’Antichità, si trova perfettamente a proprio agio ed è pronta a testare la curiosità degli abitanti di Hangzhou su queste tematiche.

L’allestimento degli exhibits è ormai concluso e uno staff di animatori nuovi di zecca attende solamente la data di apertura del 26 giugno, ovvero nientemeno che il primo giorno di vacanza degli studenti cinesi!

Riusciranno i nostri eroi a sopravvivere all’ondata di piena? Non ai posteri, ma ai giorni a seguire l’ardua sentenza!

          

Zaijian,

fonso

Taicang: il granaio della Cina

La mostra Agorà continua il suo lungo tour cinese e in questi giorni fa tappa a Taicang, città costiera nella regione dello Jiangsu.

Nonostante una popolazione di ‘solo’ mezzo milione di abitanti, Taicang può vantare un’economia in forte espansione che le ha portato negli ultimi anni grattacieli, centri commerciali e superstrade a sei corsie. Si tratta di una città industriale con pochi richiami turistici, eccezion fatta per alcuni ponti di oltre quattro secoli fa (la città è attraversata da numerosi canali) e alcuni scorci caratteristici nelle numerose aree verdi che si possono trovare al suo interno.

 

La città ha comunque molti aspetti interessanti legati alla sua storia millenaria: durante il periodo dei Tre Regni (220-280 d.C.) il Regno di Wu iniziò ad edificare nell’area imponenti granai per il riso e il frumento raccolto nelle zone limitrofe. Queste costruzioni diedero il nome alla città: Taicang difatti significa ‘grande granaio’.

Da qui in poi la città ebbe un’importanza strategica sempre maggiore anche per motivi geografici: è difatti situata all’interno dell’estuario dello Yangtze, ed è quindi un porto naturale, protetto dalle mareggiate peggiori e sufficientemente al riparo dalle piene del fiume. Nel corso dei secoli Taicang divenne uno snodo fondamentale per le principali tratte commerciali via mare della Cina, al punto da essere definita nel corso della dinastia Yuan (1271 – 1368 d.C.) come ‘il porto più importante del mondo’, o anche come ‘La città d’oro’.

 

Centinaia di navi da carico (in particolare le caratteristiche giunche) potevano risalire il corso dello Yangze fin dove era navigabile, anche per chilometri nell’entroterra trasportando merci provenienti da nazioni talvolta molto lontane: i contatti con l’Occidente erano sporadici e molto difficoltosi via terra (la Via della Seta e i pochi percorsi alternativi erano lunghi e pieni di pericoli) e i commerci via mare assumevano un peso sempre maggiore nell’economia dell’Impero Celeste.

Taicang fu anche il porto da cui partirono le spedizioni di Zheng He, nome che forse a noi non dirà nulla, ma che è l’equivalente cinese dei grandi esploratori occidentali come Colombo, Magellano o Cook. Questo navigatore, famosissimo in patria, raggiunse le coste di Indonesia, India, Arabia Saudita e Africa guidando centinaia di imbarcazioni e migliaia di uomini in diverse spedizioni. Secondo alcuni storici non è da escludere che durante il sesto dei suoi sette grandi viaggi Zheng He abbia scoperto e visitato l’Australia, la Nuova Zelanda, l’America (circa 70 anni prima di Colombo, tra il 1421 e il 1423), la Groenlandia e il passaggio a Nord-Est. Il timore da parte dei Mandarini di dover affrontare enormi spese per finanziare viaggi sempre più lunghi avrebbe fatto censurare buona parte dei risultati raggiunti dall’esploratore, facendo tenere nascoste queste clamorose scoperte. Teorie scarsamente documentate ma che assumono comunque un grande fascino soprattutto per noi occidentali, data la nostra scarsa conoscenza della storia cinese e dei viaggi di questo esploratore.

A raccontare la grande storia di questa città c’è un museo di dimensioni imponenti

in cui si celebrano le gesta dei grandi personaggi provenienti dalla ‘città granaio’, ma anche e soprattutto le arti e i mestieri come l’agricoltura o la creazione di manufatti in terracotta, ceramica e porcellana, oltre ovviamente alla navigazione.

  

In una città dalla storia così ricca e così strettamente legata ai viaggi e agli interscambi commerciali e culturali col ‘mondo esterno’ Agorà capita veramente a fagiolo. Eccoci allora approdati col nostro bastimento carico di giochi matematici e scientifici, di esperimenti e di exhibit old style.

La location in cui la città  di Taicang ci offre ospitalità è il moderno centro culturale ‘Loft’, dove design, arte e scienza si presentano al pubblico mischiandosi in forme imprevedibili, a partire dalle particolari statue ‘meccaniche’ che accolgono i visitatori,

  

o da un bar ricavato all’interno di un vecchio autobus, tutto circondato da targhe americaneggianti, talvolta condite da un inglese improbabile.

 

Anche in questo caso assisto ad un’inaugurazione in pompa magna, con palco gigante, musiche epiche e autorità a dare il benvenuto agli espositori, il tutto anticipato da uno spettacolo di bambini in costume che rallegrano l’atmosfera (che comunque non è poi così formale, anzi).

 

Dalle nostre parti non siamo abituati a questo tipo di aperture a meno che non si tratti di eventi di grande portata. Ciononostante non solo mi ci sto abituando, ma le sto apprezzando sempre di più, e non solo per musiche e colori: a ogni inaugurazione corrisponde un evento di premiazione in cui giovani scienziati, ricercatori, divulgatori e artisti ricevono premi per le loro opere.

Anche questo è un modo molto più che valido per stimolare e motivare la crescita scientifica, in un ambiente accogliente, allegro e vivace. Un’altra, ennesima lezione che faremmo bene ad imparare della Terra di Mezzo.

Zaijian,

fonso