Alla scoperta della vita

Le grandi rivoluzioni delle scienze naturali

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Il libro raccoglie alcune tra le più grandi scoperte delle scienze naturali degli ultimi secoli, narrate dal punto di vista dei grandi scienziati che le compirono: uno sguardo più umano sulla storia delle rivoluzioni scientifiche che ci hanno permesso di conoscere e amare la natura del pianeta Terra. Dai viaggi dei grandi avventurieri dell’Ottocento, come Alexander von Humboldt, fino alle scoperte paleontologiche di Mary Anning e alle “guerre dei dinosauri” tra scienziati a caccia del fossile più bello. Dall’incredibile rivoluzione dell’evoluzionismo fino agli studi sul comportamento animale, per arrivare alla scoperta del calamaro gigante, uno dei mille misteri che ancora si celano negli oceani. Partendo dalla storia dell’orchidea del Madagascar e della ricerca del suo unico impollinatore da parte di Wallace, Darwin e altri grandi scienziati, si può comprendere come si siano evolute le scienze naturali nei secoli. Come pure la scoperta delle alghe Prochlorococcinae, gli organismi fotosintetici più diffusi al mondo, viste per la prima volta soltanto nel 1986, sono la testimonianza di quanto affascinanti e in divenire siano questi campi di studio. La storia delle scienze naturali come un costante susseguirsi di scoperte e di nuove meraviglie vissute in prima persona dai loro grandi protagonisti.

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A cosa pensava Darwin?

Piccole storie di grandi naturalisti

 

 

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A cosa pensava Charles Darwin quando, ormai anziano, passeggiava nei boschi che circondano la sua casa in campagna? E qual era il sogno di Konrad Lorenz, prima di voler diventare un’oca? Perché Jane Goodall si è ritrovata all’improvviso nel cuore dell’Africa a studiare gli scimpanzé? E cosa ha spinto David Attenborough sulla cima del monte Roraima, nel cuore dell’Amazzonia?
Il libro è una raccolta di brevi biografie di alcuni tra i più grandi naturalisti degli ultimi due secoli: ogni capitolo ha un diverso protagonista di cui vengono narrati pregi e difetti, vicissitudini e successi. Di storia in storia, si indaga cosa abbia spinto queste grandi donne e questi grandi uomini a dedicare la loro vita allo studio della natura, pur dovendo fronteggiare difficoltà di ogni genere per riuscire nell’impresa. Il libro è disponibile anche su Amazon, ha ottenuto ottime recensioni su varie riviste scientifiche (tra cui Le Scienze e la Rivista della Natura), sul sito della Fondazione Umberto Veronesi e su Ansa Scienza, è stato presentato in radio (Radio3 Scienza e Il Giardino di Albert, sulla Rete 2 Svizzera) e in televisione (GEO su Raitre). Si è inoltre classificato terzo nella categoria Scienze della vita e della salute per il 2016 nel concorso nazionale di divulgazione scientifica dell’Associazione Italiana del Libro.

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Qualche aggiornamento al volo

Ciao a tutti, visti i mesi di inattività di questo blog, vi aggiorno sugli ultimi progetti che bollono in pentola: stiamo lavorando per voi.

Innanzitutto, in questi mesi ho lavorato a un libro che, seppur ancora top secret, dovrebbe piacere – e molto – ai lettori di Life of Gaia, un po’ per il fatto che si occupa di persone e fatti di cui si è diffusamente discusso su queste pagine, un po’ perché parla di Natura nel modo che piace a me, con entusiasmo e positività, non con la solita ricerca della polemica che sembra diventata l’unico modo per fare divulgazione scientifica, almeno a queste latitudini. Non vi svelo nient’altro, ma la foto di apertura dovrebbe fornirvi un po’ di indizi in più. Ora siamo ancora nella fase di ricerca di un editore serio e affidabile a cui dare in mano un progetto così ambizioso. Speriamo che l’attesa non sia lunga.

Detto questo, sono tornato sull’argomento Garbage Patch, l’immenso accumulo di rifiuti che si può trovare nel cuore degli oceani della terra. dopo un lungo servizio su Le Scienze di aprile (qui c’è la versione digitale, a disposizione per gli abbonati), ho contattato Marcus Eriksen del 5 Gyres Insitute per alcuni aggiornamenti, che mi ha fornito in una breve ma interessante intervista (qui si può leggere in inglese, su Medium.com). Ulteriori aggiornamenti arriveranno nei prossimi mesi (c’è un grosso progetto in ballo su questa tematica), per cui vi consiglio di seguire la pagina facebook Garbage Patch (gestita da me e dai miei colleghi) per le ultime novità.

Ho anche cambiato veste grafica al mio sito personale www.lucifredi.it dato che la vecchia tecnologia flash sta per essere abbandonata da tutti i principali browser a causa della sua scarsa sicurezza. Poco male, il nuovo sito in WordPress, volutamente semplice, è compatibile con tutti i principali dispositivi portatili che non supportano la vecchia tecnologia: smartphone, smart tv, tablet, ecc.

Si tratta, sostanzialmente, di un mini curriculum online, oltre che di una sorta di “bussola” per orientarsi nelle decine di profili che ho sparso in giro per la rete.

A brevissimo, nuove attività anche su questa pagina, vi aspetto!

Fonso

Video

Una giornata… spaziale!

Sebbene la qualità non sia eccelsa, ecco il video completo della conferenza Attivissimo/Pizzimenti, presentata al Festival 2014 alla Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale, a Genova. Modera il sottoscritto. Evento a cura di Chiara Segré, Debora Serra, Paolo Degiovanni, Alfonso Lucifredi.

What will global warming bring to the future of Sahara?

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As the major hot desert in the world, Sahara represents one of the most important examples of how climate on Earth changed during the latest thousands of years, and how these changes could go on in the future.

Covering the greatest part of North Africa, with over 9 square kilometers of extension, moving from the western Atlantic coasts to the Red Sea on the East, this vast formation could be the key to some new climatic systems which are thought to appear in the few decades. This could also bring huge social problems in the nations involved.

Could looking at the past of these areas help scientists in forecasting their future scenario? Maybe we could get some trustworthy models, as we have lots of paleoclimatic data on how the desertification evolved in human times. As we know for sure, during mid-Holocene, 9000 to 6000 years before present, most parts of the Sahara were covered with lush vegetation, mainly grasslands (1).

Still, scientists are looking for a reliable forecast.

A greener future or a drier one?

One of the greatest debates among climate scientist regards the future scenario of these areas, which is undoubtedly one of the most difficult to preview. This because the effects of higher temperatures due to human-caused global warming could change things in an unexpected way: some territories in the Sahel, the transition part between the Sahara desert to the North and the central Africa savannah to the South, could in fact become surprisingly greener. During the latest decade, satellite images studies revealed that many different areas of the southern borders of Sahara became covered by lush vegetation in few years (2). How could this be possible? It seems that the key to this unexpected change is an increased rainfall rate, due to augmented evaporation and the bigger capacity of holding moisture of hot air.

Among the possible causes of this increased rainfall rate we can find a bigger difference in atmospheric pressure between Sahara and the Atlantic Ocean, leading to more moisture-rich air moving eastwards. Other models include sea surface temperatures, or even high altitude winds, which disperse monsoon rains on the desert areas below.

Still, these observations and forecasts should be taken carefully, as Sahel also faced some of the most terrible droughts on Earth, which lead to terrible humanitarian emergencies in the latest decades. A greener Sahel is just one of the possible evolutions of the current situation.

Another extremely important aspect in the studies on the effects of climate changes is the possible evolution on human societies: a recent study by John O’Laughlin et al. (3) looked for a likely relationship between global warming and the conflict risk in Eastern Africa, showing that higher temperatures could raise the possibility of new violence.

Furthermore, the current global warming is caused by increased greenhouse gases in the atmosphere, a completely different starting point from the one of mid-Holocene: during this prehistoric period, in fact, the strong rainfall rate was most likely caused by low atmosphere pressure areas, generated by the European glaciers melting.

A well-known study on climatic change in Northern Africa from the Max Planck Institution (4) clearly stated that, even if a scenario in which parts of the desert become greener for global warming is plausible, it’s fairly unpredictable that these changes will lead to the lush vegetation of the mid-Holocene.

Changes on a wider scale

By the end of April 2014 a team of Stanford scientists communicated the results of a long study on computed climatic models (5), which stated that some weather systems on the Sahara desert should be intensified by the effects of global warming, bringing many changes on Earth scale, not just on regional areas.

These results confirmed that some parts of the southern Sahara could face a higher rainfall rate, but, on a wider scale, the well-known African Easterly Waves should also increase. These weather systems, also called AEWs, which form above northern Africa and travel east to west towards the Atlantic Ocean, should bring dramatic changes (6): they could influence the creation of stronger hurricanes in the mid-Atlantic Ocean, as well as uplifting and transporting dust out of Africa and across the sea, removing life-sustaining nutrients from the soil and also affecting rainfall and air quality as far away as the Caribbean islands. An animated gif from the Stanford study explains how this works.

Local policies

The Sahel belt covers the territories of many different countries. Even though the common policy showed by African representatives on International summits regarding global warming often stated that little help was provided by developed countries towards them, every nation had different ways to tackle climate change.

Cameroon, Chad, Niger and Nigeria: the drama of Lake Chad

In the latest four decades, the endorheic basin of Lake Chad, which represents one of the most important resources of freshwater in the four nations which include it (Nigeria, Niger, Chad and Cameroon), has faced a dramatic reduction, which led to huge environmental and social problems. Global warming is one of the main causes of the basin reduction, but not the only one: irrigation and river damming for hydroelectric purposes took their part in this process, but it’s the combined result of these different factors the actual cause to the dramatic situation nowadays. At the moment, the lives of fishermen and farmers who live along the shores of the basin are on the brink.

In the 1960s, a first draft of a recovery plan was proposed: the idea was to divert waters from the Ubangi river, the largest right-bank tributary of the Congo River, to the Chari River, which empties into Lake Chad. The aim was to reduce the basin shrinking, which was already taking place, helping local farming and fishing activities. In April, 2008, the Lake Chad Basin Commission (LCBC), an intergovernmental organization of countries near to Lake Chad, which coordinates actions that might affect its waters, advertised a request for a feasibility study on this project. In October 2010, at the opening of the African World Forum on Sustainable Development in N’Djamena, Chad, Nigerian President Goodluck Jonathan asked the leaders of the LCBC member countries to take action in order to save the lake, as still no common strategy has been decided to tackle the menace of its disappearance (7).

Ethiopia: a green economy strategy

As one of the most developing countries in Africa, Ethiopia is now taking action against global warming in an unprecedented way, merging its economic growth with a sustainable policy. The country’s Climate Resilient Green Economy Strategy (8), published by the Ethiopian Government led by Meles Zenawi in 2011, is clearly stating than all new carbon-free technologies will be involved in the modernization of the country led by the unprecedented economic growth of the last decade.

The focal points of this policy include improving crop and livestock production practices in order to gain food security and raise farmers’ incomes while reducing emissions, protecting and re-establishing forests and increasing green energy productions for local markets.

With this policy, the Ethiopian government aims to achieve middle-income status by 2025 in a carbon neutral way, trying to take action in fronting climate change events, which lead to dramatic changes in seasonal rains during the last years (9).

Kenya and Uganda: rediscovering traditional farming

Sub-Sahara environment, which is the borderline between human stable environments as cities and cultivated territories, will be the key area in which social problems should become harder; these events will also touch a great part of the population of the Muslim world. In particular, about 250 million Muslims live in these territories, and climate changes will be more evident there, as their transition state is particularly fragile.

Droughts, floods and hard increases in average temperatures will strongly damage the lives of the farmers, as the already arid environment in which they grow their crops should become unsuitable for farming in just few years. In order to get prepared to these events, farmers from Sub-Sahara – mainly from Kenya and Uganda – created a training manual (10), with helpful instructions based on traditional and sustainable Islamic farming, which should prevent the damages led by climate change. This should bring major food security in very poor regions, resuming precious advice from tradition.

Kenya: a traditional insurance for herders

Another huge group of people which is nowadays strongly affected by increasing droughts in these areas are Muslim herders. In order to help these people, an innovative humanitarian project, based on an ancient Islamic tradition, the “takaful”, has taken place in northern Kenya in the latest months. This is basically an insurance, suitable with the religious beliefs of the participants, in which a group of risk-sharing people sign a contract called “tabbaru”, collecting a specific amount which will be used for refunding damages caused by droughts or similar adversities (11).

This first experiment of an insurance compatible with Muslim beliefs could create a strong example for future social issues in herding and many other fields in all Islamic nations hit by the effects of climate change. At the moment, this first project seems to work efficiently, as the first refunds were paid to 101 herders in april 2014; this is a significant result, as the project doesn’t lead to any profit, being basically a humanitarian task.

What will the future be like?

So, how will the future climate of Sahara be? Scientists still do not agree. Some of them, as Haarsma et al (12), predict an increase in rainfall, leading to the rebirth of the savannah-like environment in the mid-Holocene in areas like Sahel, others, like the Intergovernmental Panel on Climate Change (13), say that at this moment the assessment is uncertain, others still figure a drier scenario, with decreased rainfall and a likely growing desertification on its surrounding areas.

The vastness of the territory involved and the huge amount of factors shaping its climate still lead to different interpretations, making the creation of an unique view on the future Sahara climate extremely difficult at the moment. Another huge study on Western Africa agriculture made by the International Food Policy Research Institute (IFPRI) (14) shows clearly the complexity of these issues, as many different aspects in both human societies and natural landscapes are involved. Furthermore, all different policies led by the several countries belonging to these areas will make harder to find a common way to face these problems.

By the way, monitoring the evolution of the environment in the next few decades will have a fundamental role in understanding how climate works on these regions, and how it will evolve and change the lifestyles of their people.

Life of humans and other organisms in Northern Africa, and most likely in many other parts of the world, will be strictly affected by the climate changes of the Sahara, so these studies will have a key role in the future, in order to develop valuable survival strategies.

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References

  1. Martin Clausser and Veronica Gayler, “The greening of the Sahara during the mid-Holocene: results of an interactive atmosphere-biome model”, Global Ecology and Biogeography Letters, Vol. 6 No.5, September 1997, link
  2. James Owen, “Sahara Desert Greening Due to Climate Change?”, National Geographic News, July 31, 2009, link
  3.  John O’Loughlin, Frank D. W. Witmer, Andrew M. Linke,. Arlene Laing, Andrew Gettelman, and Jimy Dudhiab, “Climate variability and conflict risk in East Africa, 1990–2009”, Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, October 22, 2012, link
  4. Martin Claussen, Victor Brovkin, Andrey Ganopolski, Claudia Kubatzki, Vladimir Petoukhov, “Climate Change in Northern Africa: The Past is Not the Future”, Climatic Change, March 2003, Volume 57, Issue 1-2, pp 99-118;
  5. Ker Than, “Climate change to intensify important African weather systems, Stanford scientists say”, Stanford Report, April 29, 2014, link
  6. Christopher Bryan Skinnera and Noah S. Diffenbaugh, “Projected changes in African easterly wave intensity and track in response to greenhouse forcing”, Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, April 28, 2014, link
  7. Salkida A., “Africa’s Vanishing Lake: Action needed to counter an ecological catastrophe”.  07 03, 2012, Africa Renewal Online, link
  8. VV.AA., “Ethiopia’s Climate-Resilient Green Economy strategy, The path to sustainable development”, The Federal Democratic Republic of Ethiopia Environmental Protection Authority, 2011, link
  9. Senait Regassa, Christina Givey, Gina E. Castillo, “The rain doesn’t come on time anymore – poverty, vulnerability and climate vaiability in Ethiopia”, Oxfam International, April 22, 2010, link
  10. Pius Sawa, “Africa: New Manual Helps Africa’s Muslim Farmers Tackle Climate Change”, AllAfrica, April 6, 2014, link
  11. Samuel Mintz, “Insurance designed for Muslim herders makes first payout in Kenya”, Thomson Reuters Foundation, April 4, 2014, link
  12. Reindert J. Haarsma, Frank M. Selten, Suzanne L. Weber, and Michael Kliphuis, “Sahel rainfall variability and response to greenhouse warming”, GEOPHYSICAL RESEARCH LETTERS, VOL. 32, September 10, 2005, Royal Netherlands Meteorological Institute, De Bilt, Netherlands, link
  13. Solomon, S., D. Qin, M. Manning, Z. Chen, M. Marquis, K.B. Averyt, M. Tignor and H.L. Miller (eds.), “Contribution of Working Group I to the Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change, 2007”, Cambridge University Press, Cambridge, United Kingdom and New York, NY, USA, 2007, link
  14. VV. AA, “Western African agriculture and climate change, a comprehensive analysis”, International Food Policy Research Institute, June 4, 2013, link
Video

Da Volandia alla Luna

Per celebrare i 45 anni dello sbarco dell’uomo sulla Luna, ecco un documentario dedicato all’epopea delle missioni Apollo, in compagnia di Luigi Pizzimenti e Paolo Attivissimo, che ci raccontano aneddoti, curiosità e l’incontro con alcuni degli astronauti che camminarono sul suolo lunare.

A farci da cornice, lo splendido padiglione dedicato allo spazio del Museo del Volo di Volandia, a due passi da Malpensa.

Per approfondimenti:

Sito di Luigi Pizzimenti

Collection Space

Sito di Paolo Attivissimo

Il Disinformatico

Volandia, parco e museo del volo

Sito ufficiale

Progetto Moonscape

Sito ufficiale

Scritto e diretto da Alfonso Lucifredi

con la partecipazione di Luigi Pizzimenti e Paolo Attivissimo

Si ringrazia il Parco e Museo del Volo di Volandia

Musiche originali di Alfonso Lucifredi

Per informazioni: sito personale di Alfonso Lucifredi

Alfonso Lucifredi – Pensieri.Parole.Opere.Omissioni.

Pensieri.Parole.Opere.Omissioni. è un’opera teatrale divisa in quattro monologhi, presentati al pubblico da altrettanti narratori (due uomini e due donne) che non hanno nome, ma che hanno caratteristiche e peculiarità che li rendono estremamente diversi  e ben distinguibili l’uno dall’altro.

Il tema conduttore dell’opera è il peccato, inteso come azione negativa e dannosa verso i propri simili e il proprio ambiente. La narrazione pertanto si dipana riassumendo punto per punto tutti i peccati compiuti dall’Umanità nel corso dei secoli, e suddividendoli nelle quattro categorie del classico credo cristiano.

Le caratteristiche dei narratori ricalcano in toto, sia dal punto di vista estetico che interpretativo, la ‘categoria’ dei peccati che trattano nel proprio monologo.

Le tematiche sociali e ambientalistiche sono il punto focale dell’intera opera, ma a seconda dei narratori l’attenzione si dirige ora verso contesti  storici e politici, ora verso argomenti scientifici o naturalistici.

Non vi è una vera trama, le tematiche trattate sono una sorta di elenco di tutti i peccati dell’umanità, presentati in maniera discorsiva e con molti esempi . Un caso a sé stante è l’ultimo monologo, Omissioni, basato interamente sulla vicenda dei Desaparecidos argentini.

La descrizione dei personaggi, dell’ambientazione e dell’azione è volutamente scarna e minimale, sia per lasciare ampie possibilità interpretative e scenografiche, sia perché i monologhi sono lunghi e strutturati e contengono in sé l’intero messaggio che l’opera vuole comunicare.

Lo stile narrativo scelto varia a seconda dei personaggi: è prima freddo e rigoroso (pensieriparole), per poi diventare più passionale (opereomissioni).

Ciononostante, alcune soluzioni visive, come la proiezione di immagini sullo sfondo, o l’utilizzo di pochi oggetti di scena con forte valenza simbolica, hanno la funzione di rafforzare dal punto di vista visivo il messaggio stesso.

Il principale interesse dell’opera è portare per la prima volta sul palcoscenico tematiche prettamente scientifiche o naturalistiche, e sfruttare la forza comunicativa del teatro per trasmettere un messaggio concreto su fatti reali, e su problematiche all’ordine del giorno nella società odierna.

Per info:

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PHYSIX ‘N‘ ROLL – ascoltaRE LA fiSIca

Un viaggio attraverso il mondo delle note, dei suoni, della musica in compagnia della scienza

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Un’ampia branca della fisica prende il nome di ‘Acustica’ e studia tutti i fenomeni legati al mondo dei suoni. L’idea di questa mostra è di portare al pubblico una parte delle conoscenze di questo immenso campo di studi grazie al linguaggio universale della musica. Non è nostra intenzione né obiettivo cercare di toccare tutti gli argomenti fondamentali di due tematiche così ampie e complesse, ma di rivelare al pubblico che in realtà i punti in comune tra scienza e musica non sono pochi, e che con l’utilizzo di semplici esperimenti e strumenti, e soprattutto con la nostra curiosità, possiamo scoprire alcuni affascinanti segreti del mondo dei suoni e delle sette note.

Andiamo per ordine: la scienza ci insegna che quando parliamo di “suono” ci riferiamo a un fenomeno percepito dal senso dell’udito e tramutato da esso in impulsi codificati dal nostro cervello; tale fenomeno dipende da un’unica grandezza: la pressione che l’aria esercita sul timpano del nostro orecchio. Un segnale acustico è difatti generato dalle oscillazioni di un corpo elastico che agiscono sulle molecole del mezzo circostante e le fanno comprimere e dilatarsi ripetutamente, generando in tal modo delle onde sonore. Tale fenomeno viene generato dalla trasmissione del movimento da una molecola a quelle vicine; la trasmissione avviene nello spazio, fino a giungere alla membrana del nostro timpano, dove giungono oscillazioni generalmente simili a quelle originarie.

Il suono è dunque un fenomeno ondulatorio, come la luce o le onde elettromagnetiche. Le onde sonore hanno alcune caratteristiche specifiche che è bene tenere presente: innanzitutto sono longitudinali, il che significa che le oscillazioni che le generano si muovono nella stessa direzione della propagazione; avvengono senza trasporto di materia, ma solo con la trasmissione del movimento di oscillazione tra molecole circostanti; sono sferiche, ovvero si diffondono nello spazio in tutte le direzioni; infine, ed è un elemento estremamente importante, si diffondono in tutti i mezzi possibili, ma non nel vuoto assoluto, a causa dell’assenza di materia.

La velocità di propagazione del suono dipende dal mezzo in cui si diffonde; in linea generale più questo è compatto, e quindi più compresse sono le molecole che lo compongono, più rapido è il segnale. Questo è il motivo fondamentale per cui la velocità di propagazione del suono nell’aria (340 m/s) è tra le più basse, se paragonata ad altri mezzi di trasmissione comuni come l’acqua (1500 m/s) o l’acciaio (5200 m/s). Se utilizziamo un’asta di legno appoggiata da un lato a una vecchia sveglia, dall’altra al nostro orecchio, con questa sentiremo il suono dell’orologio molto più chiaramente: questo perché il legno trasmette il suono con molta più nitidezza e minor dispersione dell’aria. Anche il nostro senso dell’udito utilizza per la trasmissione e decodificazione dei suoni tre ossicini posti in sequenza: incudine, martelletto e staffa. In ogni caso, la propagazione del suono avviene senza spostamento di materia.

Un semplicissimo esperimento può verificare la natura ondulatoria del suono: un imbuto collegato dal beccuccio a un tubo di gomma, e alla cui estremità larga è stato fissato un foglio di carta con una manciata di sale sulla superficie, che vibrerà se si emettono suoni cantando o parlando (senza soffiare) dal tubo. In questo caso è il suono stesso che fa muovere i granelli. Anche la vibrazione (generalmente non visibile) di un diapason ci conferma tale natura: se lo mettiamo in contatto con una pallina appesa questa rimbalzerà lontano dal diapason in vibrazione, e mettendolo dentro una vaschetta piena d’acqua, questa schizzerà via con forza.

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Un altro esperimento richiede sempre l’utilizzo di un diapason, con uno dei rebbi (le braccia vibranti) saldato, posto in vibrazione e fatto scorrere su un vetrino affumicato: questo lascia una traccia che ha una forma chiaramente riconducibile al grafico di un’onda.

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L’emissione sonora dipende anche dal mezzo che la origina: in linea generale, più è compatto, o breve se di forma allungata, più frequenti saranno le onde e quindi le loro frequenze, e di conseguenza più alto il suono. Lo possiamo verificare ‘suonando’ i calici di vetro riempiti d’acqua a diverse altezze, oppure facendo vibrare aste metalliche di differente lunghezza.

La propagazione del suono offre vari spunti di sperimentazione: convogliando opportunamente le onde è possibile creare esperienze originali: una di queste sono le ‘parabole acustiche’: posizionando due ombrelli aperti, uno verso l’altro, a una distanza di alcuni metri, è possibile sentire distintamente il suono emesso da una radiolina posta all’interno di uno dei due ascoltando all’interno del secondo ombrello.

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Anche i due classici bicchieri collegati da uno spago possono permettere una trasmissione sonora sufficientemente chiara, pur utilizzando un mezzo di trasmissione molto piccolo e limitato.

Modificando l’ambiente di propagazione anche il suono può cambiare: se emettiamo una nota cantando costantemente e nello stesso tempo muoviamo la mandibola, ci accorgeremo che il suono cambia leggermente. Su un principio simile si basa l’effetto ‘talkbox’, lanciato negli anni ’70 dal cantautore americano Peter Frampton, che permette di far ‘parlare’ la chitarra e le tastiere, amplificando il loro suono all’interno di un tubo che convoglia il suono dentro la bocca, la quale poi lo modula con i suoi movimenti. Il suono risultante è una via di mezzo tra lo strumento originario e la voce umana. Su un modello simile si basa il suono dello scacciapensieri, il quale utilizza la cavità della bocca sia come cassa di risonanza che come strumento di modulazione delle note. La curiosità principale circa questo strumento, oltre al fatto di essere apparso in forme similari in varie parti del mondo grazie alla sua facilità di creazione (è noto come Jew’s harp o gewgaw in Inghilterra, marranzanu in Sicilia, trunfa in Sardegna, munnharpe nei paesi nordici, e ne esistono versioni similari in India, nel Tibet, in Giappone, in Siberia e in altre zone ancora), è il fatto di essere un idiofono, ovvero uno strumento il cui suono viene prodotto dalla sua stessa vibrazione, senza corde o membrane. Altri esempi di strumenti idiofoni sono le maracas, le nacchere, lo xilofono, la marimba.

I suoni ‘riflessi’ dalle superfici generano invece l’eco, fenomeno percepibile dall’uomo alla distanza minima di 17 metri dagli ostacoli che lo riflettono: il motivo è dato dal tempo di propagazione del suono stesso nell’aria (340 m/s), la distanza percorsa (34 m minimi) e la sensibilità dell’orecchio umano, che non distingue due suoni differenti per intervalli inferiori a 0,1 secondi (quindi il tempo necessario per percorrere 34 m).

La posizione relativa dell’ascoltatore rispetto alla sorgente sonora, data la caratteristica propagazione longitudinale del suono, modifica leggermente il timbro risultante: un suono emesso da un oggetto in avvicinamento risulta più acuto dell’originale, in allontanamento più grave. Il tipico esempio è dato dal passaggio delle sirene delle macchine della polizia o dei pompieri. Questo è il celebre effetto Doppler, che prende il nome dallo scienziato tedesco che lo studiò per primo.

Ci tocca a questo punto affrontare il punto più ‘fisico’ dell’intero argomento: le caratteristiche delle onde sonore. Ne abbiamo due fondamentali: la frequenza (ovvero il numero di singole onde ripetute per unità di tempo, misurato in Hertz), e l’ampiezza, ovvero il valore massimo rispetto allo zero raggiunto dalla cresta della singola onda (misurato generalmente in decibel). Beninteso, ci occupiamo in questo caso di onde periodiche, ovvero emesse con frequenza e ampiezza regolare, e non di aperiodiche, che sostanzialmente generano rumore e non una tonalità ben definita.

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A queste due grandezze fisiche ne possiamo affiancare un’altra che non può essere quantificata con unità di misura, ma identifica la forma dell’onda, è riconoscibile visivamente e varia da strumento a strumento: questa caratteristica prende il nome di timbro. Strumenti differenti che emettono la stessa nota alla stessa intensità hanno in ogni caso timbri diversi.

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Possiamo studiare tutte queste caratteristiche con semplici esperimenti: un particolare effetto (generalmente usato su chitarra o tastiere, ma non solo), è il “pitch shifter”, che sostanzialmente cambia la frequenza del suono originale, abbassando o alzando la sua tonalità di intervalli definiti. Questo può produrre effetti particolarmente divertenti se applicati alla voce umana. Una curiosità: notoriamente inalando dell’elio la voce umana diventa più acuta per alcuni secondi. Ciò non è dovuto a una temporanea modificazione delle corde vocali (l’elio è un gas inerte), ma al cambiamento di densità del mezzo in cui sono immerse (da aria a elio), con conseguente cambiamento della loro frequenza di vibrazione. Per cambiare invece l’ampiezza dell’onda sonora, e quindi il volume, non occorre un megafono elettronico, ma la sua forma ci suggerisce che la propagazione del suono all’interno di un imbuto riesce ad aumentare l’ampiezza dell’onda risultante che esce dalla imboccatura più ampia.

Per quanto riguarda il timbro, basta suonare la stessa nota o accordo su due strumenti diversi per rendersi conto che questo varia a seconda dell’oggetto che la genera. Anche la voce può essere modificata parlando in un microfono coperto da un foglio di carta velina: si tratta di un semplice fenomeno di distorsione, e lo stesso principio avviene nella chitarra elettrica, dove un suono meno cristallino e definito genera note più potenti e aggressive, pur se sulla stessa tonalità.

Un esempio di distorsione della voce umana viene fornita dal kazoo, che non è uno strumento a fiato (bisogna parlarci dentro e non soffiare), ma un membranofono (strumento a membrana), in cui la voce dell’esecutore sollecita una piccola membrana tesa che vibrando aggiunge frequenze di disturbo a quelle originarie, generando un suono della voce modificato. La famiglia di membranofoni a cui appartiene il kazoo prende il nome di mirliton, l’altra grande categoria in cui questi strumenti sono classificati è quella dei tamburi, nei quali la membrana viene percossa con differenti oggetti.

La sovrapposizione di due o più suoni ne genera un terzo, definito risultante, che è dato dalla somma o sottrazione dei suoni che lo generano, in base alle loro ampiezze nei singoli momenti. Per onde di uguale frequenza si possono avere interferenze costruttive se il suono risultante ha ampiezza maggiore (dato dalle somme delle onde originarie) o distruttive (se dato dalla differenza tra le loro ampiezze). Nel primo caso l’ampiezza risultante è maggiore delle originarie, nel secondo è minore.

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Un oggetto che vibra può emettere un suono, ma si può anche verificare l’esatto opposto: un segnale sonoro può far vibrare un oggetto nelle vicinanze. Tale fenomeno è detto risonanza, e si può verificare ponendo a contatto un diapason in vibrazione con la cassa armonica (che ha esattamente la funzione di amplificare e rafforzare il suono) di un violino o di una chitarra, o anche avvicinando a esso un altro diapason non vibrante.

Un tipo di interferenza particolare si verifica nel caso di interazione tra onde aventi identica ampiezza e frequenza appena differente. La risultante in tal caso presenta frequenza costante, e intensità che varia nel tempo. Il segnale sonoro che ne risulta ha continue variazioni di volume, definite battimenti.

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Accordando una chitarra si può verificare l’effetto suonando la corda da regolare insieme a un’altra già accordata.

Quando la tonalità corretta è raggiunta, i battimenti spariscono. Sullo stesso principio si basa lo strumento ‘scientifico’ per eccellenza, ovvero il Theremin, il quale, tramite l’utilizzo di segnali provenienti da due oscillatori elettronici miscelati correttamente dal movimento delle mani nell’aria, genera dei battimenti nel capo dell’udibile. Non a caso questo strumento venne ideato da uno scienziato, il fisico russo Leon Theremin. Esso fu il primo strumento musicale elettronico della storia, venne difatti creato nel lontano 1920, ancor prima della chitarra elettrica o dell’organo Hammond.

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Il theremin ha una struttura piuttosto semplice, essendo costituito da una parte centrale di dimensione variabile contenente le parti elettroniche, e da due antenne, di cui una verticale posta al lato destro dell’esecutore, e una orizzontale e di forma semicircolare al lato sinistro. Per controllare e modificare il suono l’esecutore allontana e avvicina le mani dalle due antenne, per controllare l’intonazione dal lato destro, per modificare il livello di volume dal lato sinistro. Oltre alla particolarità di essere l’unico strumento musicale al mondo che si suona senza essere toccato, il theremin possiede anche il fascino di essere particolarmente difficile da suonare, in quanto è necessario basarsi unicamente sul proprio orecchio per poter ottenere suoni di una tonalità ben definita. A livello di timbro il suono che viene prodotto, che è un’unica nota per volta (non possono essere prodotti accordi), può variare tra la voce femminile e il violino.

Il theremin ha avuto un ampio utilizzo nelle colonne sonore dei film di fantascienza, ma anche nei thriller e nelle produzioni che richiedevano ambientazioni particolarmente sinistre o misteriose. È frequentemente utilizzato dai musicisti di strada per il suo grande impatto visivo. Alcuni gruppi e artisti rock come i Led Zeppelin (in Whole lotta love), i Portishead, i Queens of the Stone Age, la Jon Spencer Blues Explosion, Serj Tankian, e gli italiani Le Vibrazioni ne hanno utilizzato differenti modelli, dal vivo o in studio. L’esempio più celebre di melodia creata col theremin è però la sigla iniziale della serie originale di Star Trek, seguita da quella dei cartoni animati di Scooby Doo. Il principio del funzionamento fu scoperto da Theremin durante alcuni esperimenti militari in cui utilizzava amplificatori a valvole: i suoni che questi generavano potevano in certi casi essere modificati muovendo le mani all’interno del campo magnetico generato dalle valvole. Il modello iniziale dello strumento era particolarmente voluminoso, ma aveva sostanzialmente le stesse caratteristiche dei modelli attuali, e prese il nome originale di eterofono (che però venne presto ribattezzato theremin per la grande popolarità riscossa negli anni dal suo inventore).

Theremin stesso era un musicista (suonava il violoncello) e presentò la sua invenzione nei circoli musicali che frequentava, dove ottenne un grande interesse. Lo stesso Lenin lo contattò poco tempo dopo per organizzare un vero e proprio tour delle capitali europee in cui presentare lo strumento, principalmente per motivi propagandistici e di immagine della Russia postrivoluzionaria. Ovunque lo strabiliante strumento venne presentato il suo successo fu enorme; a Parigi addirittura nacquero dei disordini causati da migliaia di persone che non erano riuscite ad accedere al teatro in cui aveva luogo l’esibizione.

Nel 1928 Theremin presentò il proprio strumento a New York a un ristretto gruppo di musicisti e magnati, tra cui Arturo Toscanini ed Henry Ford. Ben presto venne creata un’azienda per la costruzione e la commercializzazione dell’eterofono (ribattezzato proprio in questa occasione col nome di theremin), i cui diritti vennero poi venduti anche alla major RCA. A un enorme successo di pubblico non corrispose però un risultato commerciale di uguale livello, dati gli elevati costi dello strumento (i modelli attuali non utilizzano tecnologia a valvole ma a transistor, che li rende molto più economici), e la crisi economica di quegli anni, in seguito al crollo della borsa del 1929.

Robert Moog, tra i primi e più importanti creatori di sintetizzatori musicali, conobbe personalmente Theremin e da lui imparò i segreti per produrre lo strumento nella maniera ottimale. La Moog è tuttora la più importante casa costruttrice di theremin, e tra le poche esistenti al mondo. Sono molto diffusi anche i theremin artigianali, che sono spesso più economici (in certi casi invece delle antenne vengono utilizzate delle fotocellule), e a volte vengono venduti anche come kit ancora da assemblare.

Tra i pochi virtuosi dello strumento la più celebre è sicuramente Clara Rockmore, una musicista russa che abbandonò la sua attività di violinista per motivi di salute, e si dedicò interamente al nuovo strumento. Tra i più celebri thereministi attuali vi è sicuramente la russa Lidia Kavina, discendente dello stesso Theremin.

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Dal punto di vista elettronico lo strumento è suddiviso in due stadi: il primo contiene due oscillatori che generano frequenze identiche nel campo degli ultrasuoni (nel modello Etherwave Standard della Moog sono nell’ordine dei 290 KHz). Uno dei due è però collegato a un condensatore connesso direttamente all’antenna destra. Muovendo la mano, che è un conduttore, all’interno del campo magnetico generato dall’antenna, è possibile modificarlo e in tal modo si cambia anche capacità del condensatore collegato all’antenna: la capacità è funzione della frequenza, che pertanto viene modificata. Abbiamo quindi due segnali simili, ma con una leggera differenza di frequenza, generati da due oscillatori, nel campo degli ultrasuoni.

Ad esempio nell’Etherwave Standard abbiamo l’oscillatore fisso che produce 290 KHz, quello collegato all’antenna che genera un ultrasuono variabile tra 287 e 290 KHz. Entrambe le frequenze non sono udibili, ma l’interferenza tra le due genera un terzo suono dato dalla loro differenza, che va a ricadere nel campo dell’udibile, nel nostro esempio tra 0 e 3 KHz (anche se tra 0 e 20 Hz si tratta di infrasuoni, e quindi non udibili). Il campo magnetico in prossimità dell’antenna genera note sempre più acute più ci si avvicina a essa. Superata una certa distanza (zona dello zero) il campo si inverte, e le note diventano più acute se invece ci si allontana dall’antenna. Il secondo stadio dello strumento converte la frequenza di battito prodotta in una tensione a essa proporzionale; modificando il campo magnetico generato dall’antenna orizzontale (anche in questo caso avvicinando o allontanando la mano) si modifica l’altezza (volume) del suono generato dal primo stadio. Con la mano posta all’interno dell’antenna il volume si azzera. Passato il secondo stadio, il suono deve essere amplificato da un sistema esterno.

I thereministi utilizzano di solito un amplificatore come monitor per sentire perfettamente le note suonate, non avendo riferimenti visivi precisi e dovendosi basare principalmente sul proprio orecchio. Con sufficiente pratica è possibile imparare le principali tecniche utilizzate per suonare strumenti più classici tipo violino o pianoforte, come lo staccato, il legato, il vibrato, il tremolo. Lo strumento offre inoltre un’ampia estensione, riuscendo a coprire circa 5 ottave (più di una chitarra). I modelli più recenti di questo strumento dispongono di potenziometri che permettono di regolare la forma dei due campi magnetici generati dalle antenne (a seconda che il musicista preferisca compiere movimenti più o meno ampi) e anche la forma delle onde generatrici, in maniera tale da modificare il timbro del suono.

Una curiosità riguardante il range delle frequenze udibili riguarda il fatto che questo può variare leggermente con l’età, in particolare per quanto riguarda toni particolarmente alti (intorno ai 20 KHz, limite degli ultrasuoni). Fino ai 18-20 anni inoltre, se si è particolarmente fortunati, si possono percepire frequenze leggermente più alte, prima che l’impianto uditivo completi il suo accrescimento e cominci a usurarsi. Un celebre caso venne fornito dai Welsh boys, due ragazzi che millantarono doti di telepatia e divennero celebri comunicando tra di loro senza emettere apparentemente alcun suono: in realtà il loro trucco risiedeva nell’utilizzo di un fischietto a ultrasuoni collegato a una pompetta e opportunamente nascosto col quale riuscivano a parlare in codice Morse, e il cui suono soltanto loro erano in grado di sentire. Di recente sono state anche commercializzate suonerie per cellulari che operano su frequenze estremamente alte, e che in teoria dovrebbero essere udite unicamente dai teenagers (Teen Buzz).

Quando invece parliamo di infrasuoni ci riferiamo invece a tutte quelle frequenze delle onde sonore comprese tra 0 e 20 Hz, quindi al di sotto della soglia di sensibilità dell’orecchio umano. Sebbene l’uomo non sia in grado di percepirle, molti altri animali non solo riescono a sentirle bene, ma le utilizzano anche per comunicare. Tra gli esempi meglio conosciuti ci sono le balene (in particolare le megattere), gli elefanti, gli ippopotami, i rinoceronti e gli okapi, ma anche animali di taglia molto più piccola, come piccioni, faraone, merluzzi, seppie, polpi, calamari e galli cedroni eurasiatici.

La particolarità delle onde sonore di frequenza bassa è di avere una lunghezza d’onda molto ampia: quelle che l’uomo riesce a distinguere meglio col proprio impianto uditivo hanno una lunghezza d’onda che varia da un massimo di un metro fino a un minimo di minuscole frazioni di centimetro. Al contrario le onde infrasonore hanno lunghezze che variano dalle decine di metri fino ai chilometri, e questo è un grande vantaggio a livello comunicativo: questo tipo di frequenze, infatti, non subisce le perturbazioni o l’attenuazione (se non in misura minore) da parte di ostacoli che invece bloccano frequenze più alte. Il motivo è che la capacità di un oggetto di riflettere un’onda sonora dipende dal rapporto tra la lunghezza d’onda e le dimensioni dell’oggetto stesso. Per questo motivo piccoli oggetti non hanno capacità di bloccare le onde infrasonore, mentre bloccano e riflettono le onde di frequenza più alta.

Anche le molecole d’aria assorbono una buona parte dei suoni ad alta frequenza, lasciando praticamente inalterati i gli infrasuoni. Inoltre, per gli stessi motivi, i suoni molto bassi possono coprire distanze notevoli: ad esempio sentiamo il rombo di un tuono, ma non sentiamo lo schianto del fulmine (a meno che non sia caduto molto vicino a noi), oppure sentiamo i suoni bassi provenienti dallo stereo di un’automobile al suo esterno, ma non gli acuti più alti (che vengono riflessi e rimangono dentro). Al di sotto dei 20 Hz comunque riusciamo a percepire qualcosa, non con il nostro apparato uditivo ma con il petto, che rivela tali vibrazioni: ad esempio le esplosioni dei fuochi d’artificio, o il contraccolpo dato da alcuni impianti di amplificazione particolarmente potenti, come ad esempio quelli utilizzati – volutamente – al cinema, per ottenere un maggior coinvolgimento degli spettatori.

Un altro vantaggio riguarda le distanze coperte da questo tipo di forme di comunicazione: generalmente, un suono parte dalla sua sorgente e si diffonde in tutte le direzioni in maniera sferica, se non viene deviato. Una forma a imbuto (ad esempio la tromba) può convogliare la diffusione del suono e migliorarla, ma in ogni caso il suo volume si attenua rapidamente, generalmente di sei decibel ogni volta che il percorso raddoppia. Gli infrasuoni invece possono propagarsi per chilometri restando pressoché invariati. Si è calcolato che gli infrasuoni generati dagli elefanti abbiano una potenza analoga a quella del tuono, e possano essere uditi dai propri conspecifici anche a 4 Km di distanza, grazie anche al fatto che ostacoli come cespugli o alberi non li perturbano minimamente. Stessa cosa per gli ippopotami, che utilizzano comunicazioni infrasonore sott’acqua lungo il corso dei fiumi, e che pare siano in grado di riconoscere distintamente a più di un chilometro di distanza; in tal caso, gli ippopotami sfruttano anche la velocità di propagazione nel mezzo liquido, quattro volte superiore rispetto all’aria, e una dispersione del suono molto minore. La musica e la creazione di un sistema di notazione fisso e funzionale ha avuto una storia lunga e travagliata, e tuttora in evoluzione. In tutte le culture del mondo però sono nate indipendentemente forme di espressione musicale simili, basate su alcuni principi fisici piuttosto semplici.

Tra i primi a studiare i rapporti fisici tra le note vi fu Pitagora, che creò uno strumento dotato di un’unica corda (monocordo) per poter studiare le relazioni fisiche tra i differenti suoni. Tale strumento è stato ribattezzato ‘chitarrina pitagorica’, e consiste in un asse di legno con una corda tesa tra un occhiello rialzato e una puntina.

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Sulla base di legno, tra i due estremi dello strumento, c’è un metro che permette la misurazione del tratto di corda suonato. La prima semplice scoperta che venne fatta con questo strumento è che a un tratto di corda breve corrisponde un suono acuto, a un tratto lungo un suono grave; da ciò si deduce che la frequenza delle oscillazioni (e quindi l’altezza del suono) è inversamente proporzionale alla lunghezza di corda che la genera. Ciò che venne in seguito scoperto da Pitagora (e da tutte le popolazioni mondiali in tempi differenti) fu la comparsa di suoni ‘simili’ per lunghezze ben definite: ad esempio per una corda suonata a vuoto e esattamente alla sua metà, a un quarto della lunghezza, o a un ottavo, etc.

Al perfezionamento dei sistemi di notazione contribuì il monaco benedettino Guido d’Arezzo, nato ad Arezzo nel 995 e morto ad Avellino nel 1050, che per primo definì il metodo di notazione del tetragramma (dal greco tetra=quattro e gramma=segni, linee), un insieme di quattro linee su cui venivano riportate sei note: UT RE MI FA SOL LA.

I nomi di queste note derivavano da un inno composto nell’VIII secolo da Paolo Diacono, l’Inno a San Giovanni:

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Affinché i tuoi servi, a gola spiegata, possano esaltare le tue gesta meravigliose, togli, o San Giovanni, ogni impurità dalle loro labbra.

Queste sillabe non si chiamano più neumi bensì note (Nota = appunto, annotazione). Il nome SI dato al settimo suono venne aggiunto successivamente ricavandolo dalle iniziali di Sancte Johannes. Alla fine del XVI secolo UT venne trasformato in DO (da Giovanni Battista Doni) e le note da quadrate divennero prima romboidali e infine tonde, e si aggiunse una quinta linea al tetragramma, ottenendo il definitivo pentagramma tuttora in uso. Tutti questi miglioramenti ebbero origine dal sistema ideato da Guido d’Arezzo, che pertanto si può ben definire il fondatore dalla moderna notazione musicale.

Per secoli non venne trovato un sistema di notazione fisso e affidabile che non generasse imprecisioni muovendosi lungo l’intero arco delle note. Quello che diede i risultati migliori, ed è tuttora in uso, stabilì la suddivisione della tonalità tra due suoni ‘simili’ consecutivi (detta comunemente un’ottava) in dodici intervalli equidistanti, a cui corrispondessero pertanto dodici note. Delle 12 note che compongono un’ottava 7 vengono indicate con nomi semplici, mentre le restanti 5 con il prefisso b (bemolle o flat) o # (diesis o sharp).

Nella notazione occidentale, sebbene con nomi diversi (Do, Re,Mi, Fa, Sol, La, Si nei paesi latini, A, B, C, D, E, F, G in quelli anglosassoni, dove le scale cominciano dal La (A)), le note corrispondono a valori ‘assoluti’ di frequenza in Hertz, stabiliti per convenzione.

Frequenza sonora (in Hz) e nota musicale corrispondente

262 DO

277 DO# o Reb

294 RE

311 RE# o Mib

330 MI

349 FA

370 FA# o SOLb

392 SOL

415 SOL# o Lab

440 LA

466 LA# o Sib

494 SI

524 DO

554 DO# o Reb

588 RE

622 RE# o Mib

660 MI

698 FA

740 FA# o SOLb

784 SOL

830 SOL# o Lab

880 LA

932 LA# o Sib

988 SI

1048 DO

Si può notare che il valore di frequenza di una nota alta corrisponde al doppio della nota equivalente dell’ottava precedente; inoltre, il rapporto tra due frequenze successive equivale a un valore fisso, ovvero la radice dodicesima di 2 (circa 1,059). Questo sistema venne proposto da Andreas Werckmeister nel 1691, e fu subito appoggiato da Johann Sebastian Bach, ed è tuttora il metodo di riferimento in vigore nel mondo occidentale. Dalla concezione di un insieme di 12 note assolutamente equivalenti nacque inoltre il sistema dodecafonico, un nuovo metodo di composizione musicale, introdotto da Arnold Schoenberg agli inizi del ‘900 e che rivoluzionò la musica moderna, ma questa è un’altra storia…

La dispensa completa e aggiornata è scaricabile all’URL

http://www.lucifredi.it/physix.pdf

Zaijian!

È praticamente impossibile riassumere in poche righe di ringraziamenti quello che è per me il significato di questa avventura di cinque mesi in Cina, ma ci proverò ugualmente per dimostrare la gratitudine verso tutte le persone coinvolte direttamente o indirettamente in questo progetto; amici e amiche che mi hanno aiutato, supportato, ispirato, dato idee sempre nuove per svolgere al meglio il mio lavoro con Agorà e per scrivere questo diario di viaggio, che spero sia piaciuto a tutti voi e vi abbia dato almeno una vaga idea della meraviglia infinita che è questo paese.

E allora cominciamo con i miei compagni di viaggio delle prime due settimane: Cecilia, Daniela, Luca e Manuele. Grazie di tutto, siete stati grandi, sempre presenti e disponibili anche dopo il ritorno a casa. Inutile dire che i giorni più belli del viaggio sono stati quelli in cui c’eravate anche voi!

Grazie al team CNR-PSC, a Francesca Messina, Patrizia Cecchetto, il mio amico ma soprattutto bassista Filippo Sozzi, Giovanni Filocamo, Alberto Ravazzolo, Filippo Novara, Luciano Marigo e tutto il resto dello staff: grazie per l’aiuto costante, l’amicizia, la simpatia e la disponibilità infinita.

Grazie a Manuela Arata, all’Associazione Festival della Scienza e allo staff al gran completo, in particolare a Raffa, Secs ed Emma per le ‘dritte’ su Pechino. Ci vediamo a Zena tra qualche giorno con la mostra sulle isole, e a tal proposito, grazie al mio amico e collega Paolo Degiovanni per aver tenuto in piedi la baracca mentre me ne andavo in giro per il mondo, ti devo almeno qualche pinta di birra per sdebitarmi!

Grazie ad Adriana Chen per l’amicizia, la simpatia, la disponibilità, le traduzioni, i cd e sostanzialmente per essere un mito, la migliore cinese di sempre! Vedrai che questi mesi in Italia voleranno e saranno divertentissimi!

Grazie al Prof. Paolo Sabbatini Rancidoro e all’Istituto Culturale Italiano di Shanghai per il supporto costante, la gentilezza e la disponibilità. Complimenti per la bellissima manifestazione sulla calligrafia e speriamo di vederci prossimamente a Praga, chissà che il Festival non arrivi pure lì! Grazie inoltre al Prof. Giorgio Casacchia per aver presenziato all’inaugurazione ad Hong Kou in rappresentanza dell’Istituto.

Grazie a Dionisio Cimarelli per il bellissimo libro con le tue opere, per essere venuto a trovarci e per la chiacchierata sui ‘massimi sistemi’ a Jing’An. Complimenti vivissimi, le tue sculture sono stupende. Grazie ad Andrea, il mio ‘compagno di gita’ a Badaling, per avermi fatto parlare in italiano per quasi un giorno intero, per le chiacchierate sui viaggi da fare in Cina e per la foto ‘asteriscata’ sulla Grande Muraglia, è venuta benissimo! Grazie a Marius, mio compagno di viaggio al ritorno da Pechino, e in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti.

E ovviamente grazie a tutti i miei amici, alla mia famiglia, a tutti i lettori del blog e a tutti quelli che dall’Italia non mi hanno fatto sentire solo nemmeno per un secondo, anche se non ce n’era davvero bisogno! Grazie di cuore a tutti.

Now, let’s move to my greetings and thanks in English. First of all a big thank you to all the Shanghai Association for Science and Technology for your constant help and support. Thanks to Vicky Xiao, Nancy Lin, Wu Bao Wei, Chris, AiHua, Laura, Yuki Mao, Mr. Chang, Mrs. Wu, Mr. Chen and everyone else in SAST which has made such a great effort to make this exhibition work at its best in every occasion.

Thanks to my explainers team: Tim, many thanks for your help (especially in Jing’An) and all your good work. If not this year, I hope to see you in Genova soon! Thanks to Key, you’ve made an amazing job, man. Thanks to Matthew, Fiona (thank you for the moon cake!) and Gaby, for your friendship, for being there and making always a great effort for the exhibition. Thanks To Michael, Sarah, Haze and everyone else involved in the Shanghai training and exhibitions, I had great fun working with you all and I really long to see all of you again in the future.

Many thanks to all the workers involved in setting up, dismantling and moving the exhibition throughout these five months, your work has been truly appreciated. Many thanks to Leo from The Low Carbon Experience, I hope to cooperate with your association in the future. Thanks to Jo and all the team involved in the Taicang days, and all the staff of the LOFT Design Center in Taicang City.

Thanks to the Zhejiang Association for Science and Technology: Pan Wen, Zhu Jian Min, Jiliang Guo, Ruihong Li, Dong Kejun, Shen Xin Mei and Zhang Shi Dan. Many thanks to Bing and Jackie for your support and help and for your company at the Lingyin temple and at the Song Dynasty show. A very big thanks and hello to Tracy (see you in Genova in few days!), Maggie, Ying Lijian, Mr. Chu and all the explainers and volunteers from the Zhejiang Science Center in Hangzhou for precious efforts and constant help.

Thanks to the Jiaxing Ke Ji Guan, to all the staff of the museum, to Mr. Chen, Jackie and Sunshine for the constant help during my Jiaxing days. Thanks to my ‘random friends’ of Jiaxing whose names I will never learn, to Liu Jian Sun and to the Children’s Channel of Zhejiang Television.

Thanks to all the staff in the Hong Kou Youngster’s Activity Centre, and to all the explainers and volunteers who worked there. Thanks to everyone involved in the exhibition in Min Hang and all the workers who managed the last Agorà date.

And finally, thanks to everyone I’ve worked with, or just met or talked to, to everyone who made my Chinese days so wonderful and to everyone I forgot or whose name I didn’t manage to know. I promise if we will get to see each other again I will thank you in a much better way, using your beautiful mother tongue, which reflects the greatness and beauty of your amazing country.


Xie Xie, Zhongghuo.

再见,

方索