Un fragile paradiso

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La Grande barriera corallina australiana (NASA/Wikimedia Commons)

Non passa giorno senza che sui mezzi di informazione generalisti si parli di cambiamento climatico. Gran parte di questi titoli e titoloni però affrontano il problema come se fosse un qualcosa di lontano nel tempo, delle cui conseguenze dovranno preoccuparsi i nostri nipoti e pronipoti. Poco invece viene detto sui danni che il riscaldamento globale ha già fatto e sta facendo in questi anni, a meno che non si tratti di eventi strettamente legati all’uomo come carestie, migrazioni o guerre (e sì, a quanto pare ci sono già stati conflitti causati dai cambiamenti climatici). Ma esiste un esempio che è impossibile da ignorare e che merita di essere visto con attenzione, perché riguarda uno degli ambienti marini più vari e, perché non dirlo, anche più belli del nostro pianeta: la Grande barriera corallina australiana. Un autentico paradiso generato da quei piccolissimi animali, i polipi del corallo, che in migliaia di anni hanno creato una struttura che oggi funge da casa e nursery a migliaia di specie di pesci, mammiferi e invertebrati marini.

Scoperta nel 1768 da Louis de Bougainville e attraversata nel 1770 dal capitano James Cook, la Grande barriera, che è anche la più grande struttura realizzata da un unico organismo vivente, è diventata simbolo di paradiso tropicale e di bellezza naturale incontaminata. Le colonie di coralli, popolate da migliaia di specie di organismi marini di ogni genere e immerse in acque cristalline, sono stimate essere il frutto di oltre 15.000 anni di lavoro di costruzione dei piccoli polipi sessili. Oggi la Grande barriera corallina rappresenta anche una delle maggiori attrazioni turistiche della nazione australiana, ma soprattutto ha fornito un esempio lampante di quanto fragili possano essere questi ecosistemi: nonostante le enormi dimensioni, con oltre 2300 Km di lunghezza, 344.000 Km2 di estensione e circa 900 isole a farne parte, i parametri di temperatura, profondità e salinità delle acque, da cui la colonia dipende per sopravvivere, non possono subire grandi variazioni senza che tutto il sistema venga pesantemente danneggiato o, nei casi peggiori, collassi.

E così, tra riscaldamento globale antropogenico e l’evento periodico di El Niño a causare un ulteriore innalzamento delle temperature marine, le acque della Grande barriera sono diventate sempre più calde e inospitali per le madrepore che sono alla base della vita di tutta la colonia. Si è così verificato un evento, lo sbiancamento dei coralli, che già aveva colpito drammaticamente l’ecosistema nel periodo 1998-2002, e che ora sembra riproporsi in forma ancora più grave: alcune fonti parlano del 35% di coralli morti, e di un incredibile 93% di barriera colpita, in maniera più o meno sensibile, dall’evento. Ironicamente, solo l’arrivo di un ciclone potrebbe essere d’aiuto, abbassando le temperature e rallentando così l’estensione del fenomeno, che comunque si ripropone a livelli meno intensi ad ogni estate, ormai da 18 anni.

Ma come si verifica questo sbiancamento? Facciamo un passo indietro. La struttura di base delle barriere coralline è data dalle colonie di madrepore, la forma polipoide (e quindi sessile, ossia attaccata al substrato) dei coralli, che, ricordiamolo, sono animali e appartengono al phylum degli Cnidaria, classe antozoa. Le loro strutture calcaree, create in migliaia di anni con la crescita della colonia, fanno da base per tutto l’ecosistema che si viene a formare attorno. I polipi dei coralli sono abitati da alghe unicellulari fotosintetizzanti della famiglia delle Zooxanthellae, con cui gli antozoi vivono in simbiosi: forniscono loro diossido di carbonio di scarto e da loro traggono gran parte dei nutrienti necessari al loro sostentamento.

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Sbiancamento di un corallo in Florida (Kelsey Roberts, USGS/Wikimedia Commons)

In situazioni di stress, di cui l’innalzamento della temperatura dell’acqua è l’esempio più lampante, le alghe simbionti vengono espulse dai polipi, causando così lo sbiancamento del corallo. Il colore della struttura calcarea dipende infatti dalle alghe e più è alta la loro concentrazione, più intenso è il colore. In seguito allo sbiancamento, i polipi dei coralli diventano trasparenti e quello che appare all’osservatore è la struttura calcarea sottostante. Le colonie diventano così più o meno grigie e, nei casi più estremi, del tutto bianche. Se la situazione ambientale ritorna alla normalità nel giro di pochi giorni, le alghe vengono di nuovo inglobate dai polipi e si ritorna così alla condizione originaria. Se invece il periodo di stress si prolunga le colonie sono destinate alla morte. Una volta scomparsi gli animali, gli scheletri calcarei della struttura si disgregano rapidamente ad opera del moto ondoso e degli animali che se ne nutrono, come gli scaridi, i pesci pappagallo. In breve tempo tutti i detriti generati dalla distruzione della colonia vanno a depositarsi sul fondo della piattaforma carbonatica, che è la struttura di base della barriera. Questa, se le condizioni torneranno favorevoli, farà da basamento per nuove colonie di madrepore. Le cause evolutive all’origine di questo fenomeno non sono del tutto chiare, ma una delle ipotesi più accreditate suggerisce che questo comportamento dei polipi si verifichi in risposta ai cambiamenti del livello delle acque, in modo che le colonie si accrescano e proliferino solo in condizioni ottimali di temperatura, profondità e illuminazione solare. Sta di fatto che il 2016 sembra destinato a diventare l’annus horribilis della Grande barriera australiana, e la causa è in buona parte l’innalzamento delle temperature globali causato dall’uomo.

Già così lo scenario appare piuttosto inquietante, sia perché dall’ecosistema della barriera dipendono migliaia di specie marine, sia perché le previsioni attuali sembrano far intuire che in futuro, almeno a livello di temperature, andrà sempre peggio e la sopravvivenza delle madrepore sarà sempre più a rischio, e non solo in Australia. Molti scienziati stanno cercando da tempo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sul problema e pare non siano mancate le polemiche: a un iniziale disinteresse da parte dell’UNESCO nell’inserire la Grande barriera corallina tra gli ambienti a rischio a causa dei cambiamenti climatici sono infatti seguite pressioni da parte del governo australiano per evitare che i drammatici risultati dello sbiancamento venissero resi pubblici dalla stessa organizzazione, forse per paura di ripercussioni sul turismo.

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Melomys rubicola (Ian Bell, EHP, State of Queensland/Wikimedia Commons)

E purtroppo le cattive notizie non finiscono qui: è infatti di pochi giorni fa la notizia della prima estinzione documentata di un mammifero a causa del riscaldamento globale antropogenico. E l’ambiente era sempre quello delle barriere coralline: il piccolo roditore Melomys rubicola popolava infatti una piccola isola corallina chiamata Bramble Cay, che si trova a metà strada tra Nuova Guinea e Australia, nello Stretto di Torres. Evitiamo l’errore di considerare ambiente corallino soltanto quello che si trova al di sotto della linea delle acque: ci sono atolli, isole coralline (cays), lingue di terra che sono state originate dall’attività delle madrepore, hanno la stessa origine delle strutture sottomarine e sono ecosistemi ugualmente fragili. Il nostro topolino, chiamato in inglese Bramble Cay melomys o Mosaic-tailed rat, fu osservato sull’isola per l’ultima volta nel 2009, grazie alla testimonianza di un osservatore casuale, un pescatore. Dopo una lunga ricerca condotta nel 2014 (qui è possibile scaricare il report completo, con immagini dell’isola e degli ambienti che un tempo erano l’habitat naturale del roditore) in cui non è stata trovata traccia dell’animale, questo è stato dichiarato estinto. La causa della sua scomparsa è stato l’innalzamento del livello delle acque, che ha ridotto drammaticamente la porzione di isola non sommersa dall’alta marea (da 4 a 2,2 ettari) e, soprattutto, ha fatto quasi totalmente svanire la sua copertura vegetale: dai 2,2 ettari del 2004 ai ridicoli 0,065 ettari del 2014, ovvero il 97% in meno. Purtroppo la piccolissima cay corallina, lunga 340 e larga 150 metri, rappresentava la totalità del territorio dell’animale, che era di conseguenza uno dei mammiferi dall’areale meno esteso al mondo. Con la scomparsa pressoché totale del suo habitat naturale, per Melomys rubicola non c’è stata più speranza.

Purtroppo, pur trattandosi di un caso limite, la vicenda del piccolo roditore è significativa: al giorno d’oggi si stima che una specie su sei sia a rischio di estinzione a causa dei cambiamenti climatici, e gli ambienti corallini sono forse il caso più eclatante. Oltre al rischio per i polipi corallini dato dal riscaldamento delle acque, anche le strutture da loro originate corrono un grande pericolo a causa dell’innalzamento del livello marino: si stima che dal 1901 al 2010, a livello globale, questo si sia sollevato mediamente di 20 centimetri, un valore superiore a qualsiasi variazione registrata nei 6000 anni precedenti. Purtroppo gran parte di questi atolli e isole coralline si elevano di pochi metri dal livello del mare e quindi, oltre al rischio di scomparsa sotto le acque, anche l’infiltrazione di acqua salina nel sottosuolo può portare gravissimi danni alla vegetazione e ai terreni coltivati, con pesanti ripercussioni anche sull’uomo. L’arcipelago di Kiribati ad esempio, che si trova a nord-est dell’Australia e nel cuore del Pacifico meridionale, sta progressivamente svanendo a causa dell’innalzamento del livello delle acque. Questo evento sta causando la progressiva scomparsa delle riserve di acqua potabile e delle aree coltivabili che concorrono al sostentamento di circa centomila abitanti, che al giorno d’oggi non sanno dove andare nel caso la situazione diventasse insostenibile. Quindi non dimentichiamo mai che il riscaldamento globale è reale e non è qualcosa di preoccuparci soltanto in un futuro non meglio definito, tanto più che è causato anche dall’uomo e già oggi sta generando danni enormi. Danni che si dovranno fronteggiare con ogni mezzo per salvare alcuni tra gli ambienti più belli, affascinanti e fragili del nostro pianeta.

COP21: ecco i risultati dell’accordo di Parigi

Le trattative di Parigi alla conferenza COP21 (fonte: Wikimedia Commons).

Le trattative di Parigi alla conferenza COP21 (fonte: Wikimedia Commons).

Come avevo già sottolineato nel post precedente, i dibattiti sul clima tenutisi a Parigi nei giorni scorsi hanno dato segnali sicuramente positivi per il futuro del nostro pianeta e per il raggiungimento di un obiettivo comune delle nazioni su come fronteggiare il riscaldamento globale. Detto questo, non bisogna farsi prendere da facili entusiasmi, per una semplice ragione: molti paesi hanno cercato di evitare impegni troppo – o anche solo in parte – vincolanti, per ragioni sia politiche (ad esempio gli Stati Uniti, dove la maggioranza repubblicana al Congresso avrebbe presumibilmente ostacolato la loro ratifica) sia economiche (con India e Cina interessate a non rallentare il loro progresso economico bloccando eccessivamente le emissioni di gas serra). Alla fine dell’incontro, però, risultati significativi si sono raggiunti, alla luce di premesse piuttosto complesse.

In generale l’impressione è quella che ormai ben poche nazioni, o anche semplici forze politiche, abbiano ancora la presunzione di negare l’evidenza dei cambiamenti climatici globali, anche alla luce del fatto che il 2015 sembra destinato a diventare l’anno più caldo mai registrato nella storia moderna. A più o meno tutti è chiaro che trovare una soluzione in tempi brevi è necessario, il punto è farlo tutelando le necessità delle nazioni in via di sviluppo, che ovviamente sono destinate, per motivi proprio strutturali, a inquinare di più degli altri. Il risultato finale dell’accordo si può riassumere in alcuni passaggi fondamentali:

  • Tutte le nazioni dovranno lavorare per contenere l’aumento di temperatura globale sotto i 2° C, e anzi cercare di mantenerlo sotto i 1,5° C, rendendo noti e chiari i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra;
  • Organizzare nuovi meeting internazionali per discutere del clima ogni 5 anni almeno, verificando i progressi compiuti ed eventualmente correggendo il tiro degli obiettivi;
  • Lavorare insieme per superare l’aumento globale di produzione di gas serra in modo da avere, nella seconda metà del secolo, una produzione sufficientemente limitata da poter essere riassorbita naturalmente;
  • Fornire ogni anno almeno 100 miliardi di dollari alle nazioni in via di sviluppo per sviluppare fonti di energia non inquinanti.

Il testo integrale dell’accordo si può leggere a questo indirizzo. Il Guardian ha parlato di un accordo storico, riassumendo il lavoro di trattative che ha portato alla firma definitiva, mentre il New York Times ha raccolto una serie di interessanti opinioni di alcuni giornalisti scientifici sulla reale importanza e validità di quanto sottoscritto nella capitale francese. Vedremo negli anni prossimi in che modo le singole nazioni recepiranno quanto stipulato in questi giorni, sperando in una maggiore decisione nel ratificare gli accordi e nel mantenere le promesse prese: il passato (Kyoto ad esempio, ma anche Copenhagen) ci ha insegnato che queste conferenze sul clima sono soltanto il primo passo, ma sta poi alle singole nazioni andare avanti col lavoro. Incrociamo le dita, c’è il nostro futuro in gioco.

L’Indonesia brucia

Immagine satellitare del Southeast Asian Haze - Wikimedia Commons/NASA

Immagine satellitare del Southeast Asian Haze – Wikimedia Commons/NASA

Pur trattandosi di un evento che si ripete ogni anno in questa stagione (nel 1997 gli effetti erano stati drammatici), quest’anno i risultati degli incendi dolosi causati dal disboscamento in Indonesia sembrano destinati a diventare i peggiori di sempre: 500.000 persone sono state in qualche modo colpite della nube di fumo e polveri che ha raggiunto e colpito tutte le nazioni limitrofe (Thailandia, Cambogia, Singapore, Malaysia, Vietnam e Filippine); 140.000 persone, solo in Indonesia, hanno registrato problemi respiratori legati alla nube tossica, e c’è stato anche qualche decesso. Molte scuole in tutto il Sudest asiatico sono state chiuse, tantissimi i voli cancellati per motivi di sicurezza.

L’origine degli incendi sono principalmente le isole di Sumatra e Kalimantan, dove i disboscatori, ormai da qualche decennio, si servono del metodo più economico ed efficace a loro disposizione: il fuoco. Il problema è che il 2015, così come ai tempi il 1997, ha vissuto un’estate particolarmente arida sia per il riscaldamento globale, ma anche per effetto del Niño, che ha contribuito a rendere ancora più secco il sottobosco delle foreste (solitamente umido, in quanto composto in gran parte da torba).

L’evento è stato definito da alcuni un crimine contro l’Umanità, ma il termine è decisamente riduttivo. Il risultato infatti, oltre a una drammatica riduzione dell’areale delle foreste indigene, è la minaccia per tantissime specie endemiche: un terzo degli esemplari di orangutan allo stato selvatico sull’isola di Sumatra sono minacciati dagli incendi, ed è solo un esempio di particolare interesse per l’opinione pubblica. La biodiversità presente su queste isole è talmente elevata che la perdita anche solo di una parte del suo patrimonio forestale è causa di danni ecologici incalcolabili. Dare fuoco a delle torbiere significa, inoltre, causare un rilascio nell’atmosfera di una grandissima quantità di anidride carbonica: si è stimato che in questi due mesi di incendi costanti sia stata rilasciata nell’atmosfera una quantità di gas serra superiore a quella che viene prodotta dal Giappone in un anno.

E la soluzione al problema appare decisamente lontana. La lotta al disboscamento illegale sembra sempre più difficoltosa, sia perché si dipana su talmente tanti fronti che è praticamente impossibile tenerli d’occhio tutti, sia perché la sua principale causa, il famigerato olio di palma, per ora non sembra avere alternative ecologicamente sostenibili. Una soluzione semplice al problema non esiste, se non cercare di favorire un’agricoltura virtuosa che non sfrutti terreni provenienti dal disboscamento della foresta pluviale. Purtroppo, tutto questo è molto più facile a dirsi che a farsi. Di sicuro il dibattito sull’olio di palma, alla luce di questi nuovi drammatici eventi, non può più in alcun modo essere legato unicamente all’aspetto alimentare che è, a mio avviso, del tutto secondario in casi come questo.

Una serie di immagini satellitari rilasciate in queste ore rendono ben chiare le proporzioni apocalittiche dell’evento, e aiutano a capire che è necessario trovare una rapida soluzione a un problema che coinvolge, ormai, milioni di persone.

Ripulire gli oceani è davvero possibile?

Torno per l’ennesima volta sul problema dell’inquinamento degli oceani. Per ulteriori info, potete visitare la pagina facebook Garbage Patch o il blog dedicato, creato da Debora Serra. A breve su queste pagine seguiranno approfondimenti sul laboratorio in programma per il prossimo Festival della Scienza di Genova a opera di Chiara Segré, Debora Serra, Paolo Degiovanni e del sottoscritto.

L'inquinamento di una spiaggia delle Azzorre (foto Marcus Eriksen)

L’inquinamento di una spiaggia delle Azzorre (foto Marcus Eriksen)

Immaginate di essere in mare, in viaggio a bordo di una barca nel cuore dell’oceano. Dopo giorni e giorni di navigazione vi trovate in mezzo al nulla: la vista a 360° non fa vedere altro che il blu dell’acqua e l’azzurro del cielo. Il mare che vi circonda è piatto, calmo. Ne approfittate per fare un tuffo. All’improvviso, a centinaia di chilometri dal più vicino insediamento umano, vi trovate in una situazione del tutto inaspettata: siete circondati dai rifiuti. Ma non si tratta di vecchie lavatrici alla deriva o reti abbandonate dai pescherecci di passaggio: sono miliardi e miliardi di minuscoli pezzi di plastica, di pochi millimetri ciascuno. Sono ovunque. E, soprattutto, sono assolutamente invisibili dal ponte della nave. Bisogna trovarcisi immersi per rendersi conto della loro esistenza. Sembra una specie di zuppa. E, proseguendo con la navigazione, la situazione rimane immutata per decine, centinaia di chilometri. Vi trovate in uno dei cinque “Vortici di plastica” (Garbage Patches) che si incontrano nel cuore degli oceani del nostro pianeta. Li abbiamo creati noi, anno dopo anno, scaricando la nostra spazzatura in mare. E la plastica, in particolare, non è biodegradabile. Esposta al sole diventa fragile e si spezzetta, ma per il resto rimane quasi intatta, abbandonata al moto ondoso. Una parte raggiunge le coste, un’altra affonda, ma una grande percentuale rimane in acqua. I pesci la mangiano, gli uccelli anche, gli animali filtratori se la ritrovano nei tessuti. Sono passati oltre cinquant’anni dall’ingresso della plastica nei mercati mondiali: da allora, centinaia di tonnellate di rifiuti non biodegradabili ogni singolo giorno hanno raggiunto i nostri mari.

Detriti causati dallo tsunami del 2012 in Giappone (foto Stiv Wilson)

Detriti causati dallo tsunami del 2012 in Giappone (foto Stiv Wilson)

La scoperta dei vortici di plastica è avvenuta per caso nel 1997 per merito di Charles Moore, un ex falegname (!) appassionato di navigazione. Dal giorno del suo incontro con il North Pacific Garbage Patch, a migliaia di chilometri dalle coste nordamericane, la vita di Moore è cambiata. Da allora si è dedicato anima e corpo allo studio del problema e ha fondato il 5 Gyres Institute, un’associazione indipendente di scienziati, giornalisti, volontari che si dedicano al monitoraggio dell’inquinamento da plastica negli oceani.

Marcus Eriksen (foto: Stiv Wilson)

Marcus Eriksen (foto: Stiv Wilson)

Il suo co-fondatore è Marcus Eriksen, scienziato, navigatore, uomo d’avventura, artista ed ex soldato. È proprio la sua esperienza come sergente a capo di una squadra di ricognizione dei Marines nella Prima Guerra del Golfo ad aver acceso in lui il desiderio di diventare un attivista ambientale: l’aver respirato i fumi tossici dei pozzi petroliferi in fiamme, l’aver camminato nelle sabbie impregnate di idrocarburi, l’aver visto la totale distruzione di interi habitat per mano dell’uomo hanno avuto una profonda influenza nel plasmare la persona che è oggi. Così, dopo un dottorato in Science Education e un viaggio di oltre tremila chilometri lungo il Mississippi su una zattera costruita in casa, Eriksen si è dedicato anima e corpo allo studio dell’impatto umano sugli ambienti marini. Oggi, dopo oltre 40000 chilometri di navigazione in giro per il mondo, è uno dei pochi scienziati ad aver visto di persona tutti e 5 i Gyres oceanici, ed è costantemente impegnato nella sensibilizzazione del pubblico sulle tematiche legate all’inquinamento da plastica.

Resti plastici trovati in un pesce (foto Marcus Eriksen)

Resti plastici trovati in un pesce (foto Marcus Eriksen)

La plastica è un grave problema anche nel Mediterraneo. Nel Mare Nostrum però non si incontra un unico grande vortice di rifiuti, ma molte zone di accumulo isolate, legate alle particolari condizioni locali del moto ondoso e di altri fattori. Uno studio sulla situazione nel nostro mare viene portato avanti dall’Expédition MED, un collettivo di scienziati, giornalisti, artisti e volontari che organizza spedizioni di monitoraggio delle acque alla ricerca dei principali accumuli di rifiuti nel Mediterraneo. L’associazione, guidata dal francese Bruno Dumontet, ha lanciato una nuova spedizione nel corso dell’estate 2015. Ogni anno è possibile partecipare come volontari alla spedizione: a questo indirizzo (in francese) si possono trovare tutte le informazioni necessarie.

Fin qui abbiamo parlato di ricerche condotte per inquadrare il problema. Ma come risolverlo? Molti studiosi, spesso appartenenti ad associazioni ed enti privati, stanno portando avanti progetti ambiziosi. Tra questi, uno in particolare è balzato più volte agli onori della cronaca: la Ocean Cleanup Foundation, creata dal ventenne olandese Boyan Slat. Di recente, Slat ha annunciato che nel secondo quarto del 2016 verrà installato un sistema di raccolta dei rifiuti al largo dell’isola di Tsushima, in Giappone. Secondo quanto dichiarato dal giovanissimo scienziato, si tratterà della più lunga struttura galleggiante mai creata dall’uomo, oltre che l’inizio formale del suo ambizioso progetto di pulizia dei mari. Con il raggiungimento dell’obiettivo di due milioni di dollari di crowdfunding, infatti, si è messa in moto la sua macchina operativa, composta da un centinaio di collaboratori, soprattutto ingegneri e scienziati. Sulla carta, direte, questa è un’ottima cosa, viste anche le critiche che Slat aveva ricevuto agli inizi: c’era chi gli aveva dato del visionario e chi riteneva il suo progetto del tutto irrealizzabile. E invece oggi il suo sistema di pulizia dei mari sembra destinato a diventare realtà. Ma c’è chi ancora non è convinto della sua utilità, e tra questi detrattori c’è anche il nostro Marcus Eriksen.

Tramite un post sul blog del 5 Gyres, Eriksen ha definito i sistemi di pulizia degli oceani, senza mezzi termini, una “terribile idea”. I motivi sono tanti: ad esempio la scarsa efficacia nel fronteggiare un problema tanto grande e diffuso, ma anche il fatto che questi progetti distolgono l’attenzione del pubblico dall’unica vera soluzione, bloccare l’arrivo della plastica in mare.

Un groviglio di reti recuperato nel nordovest Pacifico (foto di Stiv Wilson)

Un groviglio di reti recuperato nel nordovest Pacifico (foto di Stiv Wilson)

Ho avuto modo di conoscere Eriksen lavorando alla mostra dedicata al Garbage Patch. L’ho così contattato per ricevere un aggiornamento sul lavoro del 5 Gyres. Mi ha rilasciato una breve intervista (l’originale in inglese si può leggere qui) in cui chiarisce le attività dell’istituto ed elenca alcune opinioni personali su come affrontare il problema. Eccola.

Sono passati 5 anni dall’inizio della spedizione della 5 Gyres. Cos’è cambiato da allora?
Le nostre spedizioni si concentrano sulla ricerca, ma anche sull’insegnamento della scienza e sulle soluzioni. Ci sono state più pubblicazioni negli ultimi due anni che nelle precedenti quattro decadi. Adesso abbiamo una buona comprensione del problema. Ora è il momento per soluzioni mirate.

 Quali sono stati I maggiori progressi nella nostra conoscenza sull’inquinamento degli oceani?

Sappiamo che la plastica si accumula nell’oceano e si frammenta trasformandosi in microplastiche, creando quello che noi chiamiamo “smog plastico”. Abbiamo trovato microplastiche ovunque nel mondo, lungo tutta la colonna d’acqua, nei sedimenti di mare profondo, nel ghiaccio marino e all’interno di centinaia di organismi. Ci sono molti impatti ecologici documentati. Possiamo dire con certezza che la plastica nell’oceano è pericolosa.

 Hai dichiarato che l’unica soluzione all’inquinamento da plastica è fermare il suo arrivo alle acque degli oceani. Ma le più recenti statistiche ci fanno sapere che oggi questi enormi apporti di plastica sono causati soprattutto dai paesi in via di sviluppo, che hanno meno tecnologie per eliminare la spazzatura in modo sostenibile. Come si può migliorare questa situazione?

Dobbiamo migliorare la gestione dei rifiuti nelle nazioni in via di sviluppo, ma anche ricordarci che il riciclo, in questi paesi, è molto efficiente quando i prodotti e le loro confezioni hanno un valore. Ho trascorso del tempo in India e posso affermare che per terra non si trovano plastiche di valore. Quindi, a parte la gestione dei rifiuti, le aziende devono puntare al riutilizzo. Se il tuo prodotto non viene riutilizzato perché non ha valore, dovrai scegliere un materiale innocuo, non la plastica.

Riassumendo, saranno la gestione dei rifiuti e la progettazione per il riutilizzo a risolvere il problema.

 5 Gyres sta collaborando con Jack Johnson e altre celebrità. In che modo verranno coinvolte nelle vostre attività?

Nelle nostre spedizioni trattiamo le celebrità come chiunque altro. Partecipano alla gestione dell’imbarcazione, fanno ricerca, e ascoltano tutte le conferenze. Ho molto apprezzato la partecipazione di Jack Johnson, che è salito a bordo per far parte dell’equipaggio. Abbiamo bisogno di persone come lui per diffondere il messaggio al grande pubblico. Jack Johnson, ambasciatore degli oceani per UNEP (United Nations Environment Programme, NdA), è una persona adatta a questo scopo.

 In che modo il pubblico vi può aiutare nelle vostre attività? Reclutate volontari per le vostre spedizioni?

Invitiamo chiunque a partecipare alle nostre spedizioni. Quando lasci l’imbarcazione sei un esperto nel campo. Hai anche le conoscenze necessarie per fare ricerca scientifica da solo. Abbiamo bisogno di più cittadini impegnati nella scienza per aiutarci a monitorare gli oceani mondiali.

 In un recente post sul tuo blog hai dichiarato che I sistemi di raccolta sono una “terribile idea”. Secondo te, esistono soluzioni sostenibili per rimuovere gli accumuli di plastica già presenti nei nostri oceani?

Una volta compreso che la plastica negli oceani è come smog, sapendo che questa si frammenta così velocemente e che l’oceano espelle lo smog plastico fuori dall’acqua, diventa stupido investire tempo e fatica nella pulizia degli oceani.

Si otterrebbe molto maggior successo concentrandosi sui fiumi e risalendo tutto il loro percorso controcorrente, fino alla progettazione e alla confezione dei prodotti stessi.

 Cos’altro è importante far sapere al pubblico italiano?

Penso che sia responsabilità dell’Italia non contribuire all’accumulo di rifiuti plastici nel Mediterraneo. È importante supportare programmi che monitorano la qualità delle acque dei fiumi quando raggiungono la costa. I cittadini italiani possono inoltre partecipare facendo scelte consapevoli di acquisto, riducendo il proprio consumo di plastica e andando sul campo per fare lavoro di ricerca e di educazione. Il 5 Gyres Institute ha mandato alcune strumentazioni a un istituto oceanografico di Venezia. L’Italia è un nostro apprezzato partner.

Discarica sull'isola di Sant'Elena (foto di Stiv Wilson)

Discarica sull’isola di Sant’Elena (foto di Stiv Wilson)

In conclusione, che ragionamenti si possono trarre da questa diatriba? Innanzitutto che di vera diatriba non si tratta: le persone impegnate nel campo sono tutte “sulla stessa barca”, per utilizzare una metafora a tema. Lo scopo è lo stesso per tutti, evitare che i nostri mari diventino una sorta di discarica, con ripercussioni che sono ancora poco prevedibili sia sulla vita marina che sulle nostre esistenze. Di certo, dopo l’avvio del primo progetto firmato The Ocean Cleanup in Giappone sarà possibile avere in mano molti più dati empirici e verificati sull’effettiva efficacia di questi sistemi, per trarne così delle prime riflessioni. Staremo a vedere.

Nel frattempo, chiunque sia interessato al problema può rimboccarsi le mani e darsi da fare: se non ha il tempo né i mezzi per fare citizen science o volontariato, può comunque concentrarsi sul proprio stile di vita. Un utilizzo ragionato della plastica, un’attenzione alla raccolta differenziata, la promozione delle aziende virtuose che rispettano l’ambiente può essere un primo, importantissimo passo.