Winston, l’ornitorinco

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La grande storia, quella che studiamo sui banchi di scuola e che racconta le vicissitudini dell’Umanità nei secoli, ogni tanto si incrocia e si mescola con storie più piccole, che interessano solo noi amanti della natura e pochi altri. Ma questa è una di quelle vicende che merita di essere raccontata a tutti.
Nel febbraio 1943, il celebre primo ministro inglese Winston Churchill non aveva sicuramente tanto tempo libero da dedicare alle distrazioni. Ciononostante, fu proprio in quel periodo storico che il carismatico premier inviò al suo corrispettivo australiano un cablogramma, una sorta di telegramma che viaggia lungo un cavo sottomarino, che era quantomeno insolito: chiedeva cortesemente che venissero inviati nel Regno Unito, dove ancora imperversava la guerra, ben sei ornitorinchi. Vivi.
Per quanto balzana, la richiesta venne presa con estrema serietà dagli ufficiali australiani: Churchill era notoriamente molto poco aperto al dialogo e ancor meno disponibile ad accettare giustificazioni. Sei bellissimi cigni neri australiani già nuotavano nel laghetto di Chartwell, la sua residenza privata, e la fama dell’insolito animaletto australe aveva raggiunto anche l’Europa.
Oggi infatti sappiamo che l’ornitorinco è a tutti gli effetti un mammifero: ha il pelo, nel suo corpo circola sangue caldo e allatta i piccoli, ma ha anche caratteristiche piuttosto insolite per il suo gruppo di appartenenza. Ad esempio non partorisce i piccoli ma depone le uova come fanno gli echidna, suoi conterranei; inoltre è velenoso, caratteristica che condivide con circa una decina di altri mammiferi. Poi quel suo becco così simile a quello delle anatre, le zampe palmate e il corpo da lontra oggi ci dimostrano quanto l’evoluzione porti alla comparsa di forme di vita veramente bizzarre. Ma ai tempi di Churchill beh, era ancora lecito pensare a uno scherzo. D’altra parte c’era voluto il grande Linneo per capire che i resti di un’idra con sette teste, da molti ritenuti autentici, altro non erano che il frutto del fantasioso lavoro di un imbalsamatore.

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L’ornitorinco era stato scoperto in tempi relativamente recenti, nel 1799, e nessuno ne aveva mai visto uno vivo in Inghilterra. Era anche quasi impossibile da allevare in cattività. “Quasi” perché grazie agli sforzi di David Fleay, un curatore dello zoo di Melbourne, il primo “ornitorincario” (sic) da lui messo a punto aveva ospitato con successo Jill e Jack, la prima coppia di ornitorinchi in grado di vivere, accoppiarsi e riprodursi in cattività. Dalla loro unione sarebbe nata la piccola Corrie, prima rappresentante della sua specie a nascere circondata dalle sbarre di una gabbia. Così, la fama dell’ornitorinco era cresciuta a dismisura anche agli antipodi della sua terra d’origine, nonostante la guerra.
Fu proprio Fleay a ricevere la richiesta di Churchill e, bontà sua, riuscì a ridimensionarla. Di lì a qualche mese, un solo ornitorinco avrebbe affrontato il viaggio transoceanico. Catturato dallo stesso scienziato il 1° aprile (data forse non casuale), il giovane maschio venne chiamato Winston in onore del suo esigente futuro padrone.
Caricato sulla nave “Port Phillip” insieme a una casetta su misura che riproduceva in tutto e per tutto il suo ambiente fluviale, Winston (quello piccolo e peloso) salpò alla volta delle terre britanniche con una scorta di acqua dolce, vermi della farina, gamberi e lombrichi “sufficiente per fare il giro del mondo”. Attraversò senza problemi l’oceano Pacifico e poi il canale di Panama. Il vero problema era però che nel cuore dell’Atlantico la guerra imperversava: le acque dei mari inglesi erano piene dei temibili U-Boot tedeschi, che attaccavano regolarmente le navi in transito.
E in effetti, a pochi giorni di navigazione da Liverpool, l’insolito viaggiatore subì le conseguenze delle folli guerre degli uomini. Il sonar della Port Phillip registrò infatti la presenza di un sottomarino. Prontamente vennero sganciate delle bombe di profondità, che salvarono la nave e l’equipaggio dall’attacco. Ci fu un’unica vittima, proprio il piccolo Winston. Il suo sensibilissimo becco, una specie di sonar che, tramite impulsi elettrici, è in grado di trovare le più minute prede sul fondo dei fiumi, non era certo tarato per sopportare le violentissime vibrazioni causate dalle detonazioni delle bombe. Morì sul colpo.
Anche il telegramma inviato subito dopo la morte dell’ornitorinco tradiva una grande delusione nell’aver fallito per così poco la missione. Ma il piccolo Winston era comunque destinato a far compagnia al grande Winston: ben presto, un insolito animaletto che solo in pochi avevano visto in Inghilterra, campeggiava, impagliato, sulla scrivania del suo Primo Ministro.

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Un canto per le uova

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Diamante mandarino (Taeniopygia guttata) maschio (Peripitus/Wikimedia Commons)

Il diamante mandarino è un simpatico e variopinto passeriforme originario dell’Australia. Grazie alla sua resistenza e al suo temperamento tranquillo è allevato da secoli come animale domestico. Si tratta di un uccello monogamo, si riproduce facilmente ed ha un ciclo vitale piuttosto rapido. Queste caratteristiche ne facilitano l’allevamento in grandi numeri in un’unica voliera e lo rendono un animale perfettamente adatto per la ricerca scientifica (si parla, in questi casi, di organismo modello).

Ed è così che il nostro uccellino colorato è diventato il protagonista di uno studio, portato avanti da Mylene Mariette, una scienziata della Deakin University in Waurn Ponds, Australia, insieme con la collega Katherine Buchanan. Questa ricerca potrebbe fornirci nuovi elementi sulle cure parentali di questa specie, ma soprattutto sul farci capire come alcuni animali stiano rispondendo ai cambiamenti climatici, in particolare all’innalzamento delle temperature ambientali. I risultati sono stati pubblicati pochi mesi fa sulla rivista Science.

Le scienziate australiane hanno osservato e registrato la cova portata avanti da 61 differenti coppie di diamanti mandarini. Durante lo studio hanno registrato una serie di acuti vocalizzi rivolti alla progenie, apparentemente utilizzati per segnalare le alte temperature. Gli embrioni infatti, trovandosi a circa 37° C come effetto della cova, non sono in grado di percepire le variazioni di temperatura dell’ambiente esterno. Ma il fatto che i genitori emettessero questi suoni soltanto quando la temperatura ambientale superava i 26° C ha fatto dedurre alle scienziate che questo potrebbe essere un sistema per influenzare il futuro comportamento dei pulli.

Una volta emersi dall’uovo dopo la schiusa, nei piccoli è stato infatti osservato uno sviluppo ridotto quando questi erano stati esposti al canto dei genitori: richiedevano meno cibo e conseguentemente si accrescevano di meno. I canti, inoltre, comparivano soltanto nella fase finale del periodo di incubazione, forse perché prima gli embrioni non avevano ancora un udito sufficientemente funzionale.

L’interpretazione di questo comportamento potrebbe essere una risposta al cambiamento climatico: animali di dimensioni minori hanno più facilità a disperdere il calore in eccesso rispetto a quelli più corpulenti. Come afferma la regola di Bergmann, in una singola specie la massa corporea è direttamente proporzionale alla latitudine e inversamente proporzionale alla temperatura. Questo può portare un notevole vantaggio evolutivo per il raggiungimento della maturità sessuale e per la conseguente nascita di nuove generazioni.

Per verificare la correttezza di queste supposizioni, sono state così incubate artificialmente 166 uova alla temperatura standard che utilizzano gli animali in natura (37,7° C). Alla fine del periodo di cova, le uova sono state esposte sia alla registrazione del particolare vocalizzo delle alte temperature sia ai classici versi di riconoscimento dei genitori. I risultati hanno confermato quanto supposto dall’osservazione diretta del comportamento nei genitori: i piccoli che avevano ascoltato i richiami “del caldo” non solo cantavano di più, ma avevano già un peso inferiore rispetto ai pulli che non avevano ascoltato quei canti. Inoltre gli uccellini preparati al caldo sembravano propensi a scegliere luoghi di nidificazione più freschi.

La comunicazione tra genitori e uova non è una novità degli studi etologici sugli uccelli: alcuni anni fa si era osservato un comportamento simile nello scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens), un altro variopinto passeriforme australiano.

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Scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens) (Nevil Lazarus/Wikimedia Commons)

I genitori di questo splendido uccellino azzurro avevano infatti dimostrato di insegnare agli embrioni una sorta di “password” che li avrebbe aiutati, una volta nati, a chiedere il cibo in una maniera particolarmente efficace: quanto più fedele all’originale era il richiamo, tanto meglio sarebbero stati nutriti nel periodo di svezzamento.

Quindi, così come avviene nella specie umana, in cui i genitori parlano o cantano delle canzoncine ai bambini quando ancora sono nel pancione per farli abituare alle loro voci, così negli uccelli potrebbe esserci un comportamento analogo per favorire il corretto accrescimento dei nascituri. E gli sviluppi in questo campo di studi potrebbero portare nuovi interessanti elementi per capire in che modo gli animali stiano rispondendo al riscaldamento globale e a modifiche ambientali rapide e inaspettate.

Un fragile paradiso

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La Grande barriera corallina australiana (NASA/Wikimedia Commons)

Non passa giorno senza che sui mezzi di informazione generalisti si parli di cambiamento climatico. Gran parte di questi titoli e titoloni però affrontano il problema come se fosse un qualcosa di lontano nel tempo, delle cui conseguenze dovranno preoccuparsi i nostri nipoti e pronipoti. Poco invece viene detto sui danni che il riscaldamento globale ha già fatto e sta facendo in questi anni, a meno che non si tratti di eventi strettamente legati all’uomo come carestie, migrazioni o guerre (e sì, a quanto pare ci sono già stati conflitti causati dai cambiamenti climatici). Ma esiste un esempio che è impossibile da ignorare e che merita di essere visto con attenzione, perché riguarda uno degli ambienti marini più vari e, perché non dirlo, anche più belli del nostro pianeta: la Grande barriera corallina australiana. Un autentico paradiso generato da quei piccolissimi animali, i polipi del corallo, che in migliaia di anni hanno creato una struttura che oggi funge da casa e nursery a migliaia di specie di pesci, mammiferi e invertebrati marini.

Scoperta nel 1768 da Louis de Bougainville e attraversata nel 1770 dal capitano James Cook, la Grande barriera, che è anche la più grande struttura realizzata da un unico organismo vivente, è diventata simbolo di paradiso tropicale e di bellezza naturale incontaminata. Le colonie di coralli, popolate da migliaia di specie di organismi marini di ogni genere e immerse in acque cristalline, sono stimate essere il frutto di oltre 15.000 anni di lavoro di costruzione dei piccoli polipi sessili. Oggi la Grande barriera corallina rappresenta anche una delle maggiori attrazioni turistiche della nazione australiana, ma soprattutto ha fornito un esempio lampante di quanto fragili possano essere questi ecosistemi: nonostante le enormi dimensioni, con oltre 2300 Km di lunghezza, 344.000 Km2 di estensione e circa 900 isole a farne parte, i parametri di temperatura, profondità e salinità delle acque, da cui la colonia dipende per sopravvivere, non possono subire grandi variazioni senza che tutto il sistema venga pesantemente danneggiato o, nei casi peggiori, collassi.

E così, tra riscaldamento globale antropogenico e l’evento periodico di El Niño a causare un ulteriore innalzamento delle temperature marine, le acque della Grande barriera sono diventate sempre più calde e inospitali per le madrepore che sono alla base della vita di tutta la colonia. Si è così verificato un evento, lo sbiancamento dei coralli, che già aveva colpito drammaticamente l’ecosistema nel periodo 1998-2002, e che ora sembra riproporsi in forma ancora più grave: alcune fonti parlano del 35% di coralli morti, e di un incredibile 93% di barriera colpita, in maniera più o meno sensibile, dall’evento. Ironicamente, solo l’arrivo di un ciclone potrebbe essere d’aiuto, abbassando le temperature e rallentando così l’estensione del fenomeno, che comunque si ripropone a livelli meno intensi ad ogni estate, ormai da 18 anni.

Ma come si verifica questo sbiancamento? Facciamo un passo indietro. La struttura di base delle barriere coralline è data dalle colonie di madrepore, la forma polipoide (e quindi sessile, ossia attaccata al substrato) dei coralli, che, ricordiamolo, sono animali e appartengono al phylum degli Cnidaria, classe antozoa. Le loro strutture calcaree, create in migliaia di anni con la crescita della colonia, fanno da base per tutto l’ecosistema che si viene a formare attorno. I polipi dei coralli sono abitati da alghe unicellulari fotosintetizzanti della famiglia delle Zooxanthellae, con cui gli antozoi vivono in simbiosi: forniscono loro diossido di carbonio di scarto e da loro traggono gran parte dei nutrienti necessari al loro sostentamento.

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Sbiancamento di un corallo in Florida (Kelsey Roberts, USGS/Wikimedia Commons)

In situazioni di stress, di cui l’innalzamento della temperatura dell’acqua è l’esempio più lampante, le alghe simbionti vengono espulse dai polipi, causando così lo sbiancamento del corallo. Il colore della struttura calcarea dipende infatti dalle alghe e più è alta la loro concentrazione, più intenso è il colore. In seguito allo sbiancamento, i polipi dei coralli diventano trasparenti e quello che appare all’osservatore è la struttura calcarea sottostante. Le colonie diventano così più o meno grigie e, nei casi più estremi, del tutto bianche. Se la situazione ambientale ritorna alla normalità nel giro di pochi giorni, le alghe vengono di nuovo inglobate dai polipi e si ritorna così alla condizione originaria. Se invece il periodo di stress si prolunga le colonie sono destinate alla morte. Una volta scomparsi gli animali, gli scheletri calcarei della struttura si disgregano rapidamente ad opera del moto ondoso e degli animali che se ne nutrono, come gli scaridi, i pesci pappagallo. In breve tempo tutti i detriti generati dalla distruzione della colonia vanno a depositarsi sul fondo della piattaforma carbonatica, che è la struttura di base della barriera. Questa, se le condizioni torneranno favorevoli, farà da basamento per nuove colonie di madrepore. Le cause evolutive all’origine di questo fenomeno non sono del tutto chiare, ma una delle ipotesi più accreditate suggerisce che questo comportamento dei polipi si verifichi in risposta ai cambiamenti del livello delle acque, in modo che le colonie si accrescano e proliferino solo in condizioni ottimali di temperatura, profondità e illuminazione solare. Sta di fatto che il 2016 sembra destinato a diventare l’annus horribilis della Grande barriera australiana, e la causa è in buona parte l’innalzamento delle temperature globali causato dall’uomo.

Già così lo scenario appare piuttosto inquietante, sia perché dall’ecosistema della barriera dipendono migliaia di specie marine, sia perché le previsioni attuali sembrano far intuire che in futuro, almeno a livello di temperature, andrà sempre peggio e la sopravvivenza delle madrepore sarà sempre più a rischio, e non solo in Australia. Molti scienziati stanno cercando da tempo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sul problema e pare non siano mancate le polemiche: a un iniziale disinteresse da parte dell’UNESCO nell’inserire la Grande barriera corallina tra gli ambienti a rischio a causa dei cambiamenti climatici sono infatti seguite pressioni da parte del governo australiano per evitare che i drammatici risultati dello sbiancamento venissero resi pubblici dalla stessa organizzazione, forse per paura di ripercussioni sul turismo.

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Melomys rubicola (Ian Bell, EHP, State of Queensland/Wikimedia Commons)

E purtroppo le cattive notizie non finiscono qui: è infatti di pochi giorni fa la notizia della prima estinzione documentata di un mammifero a causa del riscaldamento globale antropogenico. E l’ambiente era sempre quello delle barriere coralline: il piccolo roditore Melomys rubicola popolava infatti una piccola isola corallina chiamata Bramble Cay, che si trova a metà strada tra Nuova Guinea e Australia, nello Stretto di Torres. Evitiamo l’errore di considerare ambiente corallino soltanto quello che si trova al di sotto della linea delle acque: ci sono atolli, isole coralline (cays), lingue di terra che sono state originate dall’attività delle madrepore, hanno la stessa origine delle strutture sottomarine e sono ecosistemi ugualmente fragili. Il nostro topolino, chiamato in inglese Bramble Cay melomys o Mosaic-tailed rat, fu osservato sull’isola per l’ultima volta nel 2009, grazie alla testimonianza di un osservatore casuale, un pescatore. Dopo una lunga ricerca condotta nel 2014 (qui è possibile scaricare il report completo, con immagini dell’isola e degli ambienti che un tempo erano l’habitat naturale del roditore) in cui non è stata trovata traccia dell’animale, questo è stato dichiarato estinto. La causa della sua scomparsa è stato l’innalzamento del livello delle acque, che ha ridotto drammaticamente la porzione di isola non sommersa dall’alta marea (da 4 a 2,2 ettari) e, soprattutto, ha fatto quasi totalmente svanire la sua copertura vegetale: dai 2,2 ettari del 2004 ai ridicoli 0,065 ettari del 2014, ovvero il 97% in meno. Purtroppo la piccolissima cay corallina, lunga 340 e larga 150 metri, rappresentava la totalità del territorio dell’animale, che era di conseguenza uno dei mammiferi dall’areale meno esteso al mondo. Con la scomparsa pressoché totale del suo habitat naturale, per Melomys rubicola non c’è stata più speranza.

Purtroppo, pur trattandosi di un caso limite, la vicenda del piccolo roditore è significativa: al giorno d’oggi si stima che una specie su sei sia a rischio di estinzione a causa dei cambiamenti climatici, e gli ambienti corallini sono forse il caso più eclatante. Oltre al rischio per i polipi corallini dato dal riscaldamento delle acque, anche le strutture da loro originate corrono un grande pericolo a causa dell’innalzamento del livello marino: si stima che dal 1901 al 2010, a livello globale, questo si sia sollevato mediamente di 20 centimetri, un valore superiore a qualsiasi variazione registrata nei 6000 anni precedenti. Purtroppo gran parte di questi atolli e isole coralline si elevano di pochi metri dal livello del mare e quindi, oltre al rischio di scomparsa sotto le acque, anche l’infiltrazione di acqua salina nel sottosuolo può portare gravissimi danni alla vegetazione e ai terreni coltivati, con pesanti ripercussioni anche sull’uomo. L’arcipelago di Kiribati ad esempio, che si trova a nord-est dell’Australia e nel cuore del Pacifico meridionale, sta progressivamente svanendo a causa dell’innalzamento del livello delle acque. Questo evento sta causando la progressiva scomparsa delle riserve di acqua potabile e delle aree coltivabili che concorrono al sostentamento di circa centomila abitanti, che al giorno d’oggi non sanno dove andare nel caso la situazione diventasse insostenibile. Quindi non dimentichiamo mai che il riscaldamento globale è reale e non è qualcosa di preoccuparci soltanto in un futuro non meglio definito, tanto più che è causato anche dall’uomo e già oggi sta generando danni enormi. Danni che si dovranno fronteggiare con ogni mezzo per salvare alcuni tra gli ambienti più belli, affascinanti e fragili del nostro pianeta.

Dall’Africa all’Australia per salvare i rinoceronti

(foto: Manfred Heyde/Wikimedia Commons)

Ho letto di recente su Australian Geographic una notizia a dir poco insolita: alcuni rinoceronti sono stati catturati in Africa, trasportati prima in Sudafrica per un periodo di quarantena, per poi essere condotti in una riserva in Australia, come gesto estremo di protezione nei confronti dei bracconieri. A quanto pare infatti, sul continente nero la battaglia di protezione degli animali nei confronti del mercato nero del corno (venduto in Cina e in varie altre zone dell’Asia come afrodisiaco) sembra essere ormai persa: troppo pochi i mezzi a disposizione di guardacaccia e istituzioni per poter fronteggiare a un nemico più forte, più ricco e meglio organizzato. E così, questo programma, ideato e portato avanti da Ray Dearlove, cresciuto in Sudafrica e oggi residente a Sydney, prevede il trasporto di un’ottantina di rinoceronti nel parco zoologico di Taronga Western Plains in Dubbo, nel New South Wales, dove gli animali trascorreranno altri sessanta giorni di quarantena. Verranno in seguito trasferiti in un’altra riserva, che con ogni probabilità sarà il Monarto Zoo’s safari park, vicino ad Adelaide; qui potranno riprodursi e mantenere in vita un numero sufficiente di esemplari da reintrodurre in seguito in Africa. Il programma sarà completato nel giro di quattro anni.

Questa scelta, purtroppo, è un segno del dramma che la fauna africana sta vivendo da alcuni decenni a questa parte. I numeri sono impressionanti: tutte le popolazioni delle più note specie selvatiche del continente stanno progressivamente diminuendo. E il processo sta andando avanti a una velocità ineguagliata in passato, al punto che al momento non si riescono a trovare rimedi che possano garantire un futuro sicuro alle specie colpite dal bracconaggio. O almeno, non sul suolo africano. L’esempio più lampante è dato proprio dalle popolazioni di rinoceronte: in Sudafrica, nel 2007, i cacciatori di frodo ne avevano uccisi 13; nel 2014, gli abbattimenti sono saliti a 1215, ossia il 9000% in più.

Eppure una soluzione come quella del trasferimento degli animali, per quanto motivata dalle migliori intenzioni, sembra azzardata su tanti punti. Tanto più che la destinazione degli animali interessati è proprio l’Australia, quella terra su cui ormai, quasi per definizione, non andrebbero introdotti animali alloctoni: sulla piaga dei conigli europei importati nell’Ottocento e che ancora adesso pascolano indisturbati a milioni per le praterie del continente non mi dilungo, se non per sottolineare come questo sia un esempio rappresentativo di un gigantesco errore. Chiaro, ben altra cosa sono dei rinoceronti, tanto più che verranno numerati, rilasciati in un’area controllata e recintata, il tutto dopo un periodo di quarantena. Ma se comunque introducessero parassiti dannosi per altri animali? O se perissero a causa di malattie locali o incapacità di adattarsi al nuovo ambiente? Temo che questo tipo di operazione, per quanto coraggiosa, porti con sé enormi rischi. Ma soprattutto, ci porta a riflettere sul dramma dell’attuale situazione africana nei confronti della tutela dell’ambiente.

Ormai la guerra al bracconaggio richiede altri metodi, differenti da quelli utilizzati finora: i guardacaccia e tutte le persone coinvolte in questa guerra senza quartiere devono avere maggiori mezzi a disposizione, guadagnare ben di più (anche la corruzione è un elemento da non sottovalutare) e utilizzare nuovi sistemi. Un esempio è dato dal taglio del corno, che ormai viene frequentemente effettuato dalle pattuglie antibracconaggio per rendere gli animali di nessun interesse per i commerci illegali, un altro è la distruzione immediata dei materiali sequestrati al commercio illegale. Di recente il Kenya si è distinto per aver realizzato il più grande rogo della storia di zanne di elefante, corni di rinoceronte e altro materiale originato dal bracconaggio: beni che andavano distrutti in quanto sequestrati ai cacciatori di frodo certo, ma comunque di grande valore. Purtroppo però entrambe queste strategie portano scarsi risultati: i rinoceronti senza corno vengono comunque abbattuti per scavare sul moncherino del corno quel poco di materiale rimasto (un chilogrammo di corno ha un valore commerciale di 60.000 dollari), mentre il sequestro dei materiali ai bracconieri non evita l’abbattimento degli animali.

Forse la strategia scelta dalla grande Dian Fossey, anche se nel suo sfortunato caso le è costata la vita, è la strada da seguire: una lotta frontale e senza esclusione di colpi al bracconaggio. Nessuno spazio di manovra lasciato ai cacciatori di frodo, nessun permissivismo, nessun insabbiamento. E soprattutto, in futuro bisognerà pensare sempre di più al soldo: finché uccidere rinoceronti per il loro corno o elefanti per le loro zanne si rivelerà un’attività proficua, o perlomeno più redditizia della loro tutela, la battaglia sempre persa. Speriamo di capirlo per tempo, in modo da poter permettere a chi verrà dopo di noi su questo pianeta di godere di tutte le sue bellezze.

The Lazarus syndrome, ovvero il ritorno dei mai-estinti

Una brulla, arida e frastagliata colonna di roccia alta oltre cinquecento metri si erge, imponente e solitaria, dalle acque del Pacifico, a circa seicento chilometri a est delle coste australiane. Questo isolato sperone di roccia prende il nome di Ball’s pyramid, la piramide di Ball. Si trova all’incirca a metà strada tra Australia e Nuova Zelanda, nel Mar di Tasman e, grazie ai suoi 562 metri di quota raggiunti dalla sua vetta, detiene il primato di faraglione più alto del mondo.

Ma non è per questo insolito record che Ball’s pyramid è conosciuta in tutto il mondo. Qui, nel febbraio 2001, i due scienziati australiani David Priddel e Nicholas Carlile, insieme ad altri due compagni di viaggio, si avventurarono sulle sue ripidissime pareti nella speranza di rinvenire un piccolo tesoro ritenuto ormai perduto da decenni.

L’obiettivo della ricerca non era ritrovare una gemma preziosa, bensì un organismo vivente: la cosiddetta “aragosta di terra”, in realtà un insetto dell’ordine dei Fasmidi, l’insetto stecco dell’isola di Lord Howe (Dryococelus australis), animale dalle dimensioni sorprendenti (fino a 25 grammi di peso e 15 centimetri di lunghezza), ritenuto estinto dal 1920. La sua scomparsa era stata causata dall’arrivo dei ratti neri sull’isola, che non avevano avuto difficoltà a predare l’insetto, lento e non abituato a questo tipo di predatori. L’arrivo dei roditori era indirettamente legato all’uomo: infestavano la nave da rifornimenti Makambo, e invasero rapidamente l’isola in seguito al suo arenaggio.

Questo insetto in effetti era una specie esclusiva dell’isola da cui prende il nome, un affascinante polo di straordinaria biodiversità, distante pochi chilometri dal desolato faraglione di Ball’s pyramid, dove, oltre all’insetto gigante, si possono tuttora incontrare molti altri endemismi, tra cui circa metà delle specie di piante presenti e un uccello incapace di volare (caratteristica tipica di molte specie insulari), il rallo di Lord Howe (Gallirallus sylvestris).

I due scienziati australiani si avventurarono sulle ripide pareti del faraglione, spinti dalla speranza di ritrovare ancora qualche esemplare vivente. Nel 1964 alcuni scalatori avevano trovato su Ball’s pyramid il resto di un esemplare ormai essiccato da tempo e cinque anni dopo ne erano stati rinvenuti altri due. Questi ritrovamenti casuali davano ancora una flebile speranza a Priddel e Carlile, sebbene fosse estremamente improbabile ipotizzare la presenza di un insetto vegetariano, tipico abitante del sottobosco, in un ambiente così arido e inospitale.

L’ascesa fu improduttiva, se non per il rinvenimento di un piccolo crepaccio nella roccia, a circa 70 metri di quota, popolato da una fitta vegetazione dove era presente un unico arbusto di Melaleuca, habitat ideale dell’animale; al ritorno al campo base un’intuizione di David Priddel fu però fondamentale: l’insetto stecco era un animale notturno, bisognava pertanto ritornare in quella piccola oasi nel pieno della notte. Così venne fatto, e il sorprendente rinvenimento di circa trenta esemplari, questa volta vivi, tutti assiepati sotto quell’unico arbusto, tramutò la spedizione in un autentico successo. In breve, grazie al grande clamore suscitato dalla scoperta, venne dato il via a un programma di conservazione e recupero della specie, definita “l’insetto più raro del mondo” dai media, che è tuttora in atto. Dopo anni di tentativi, a partire da pochissimi esemplari prelevati con la massima cura dal faraglione, gli insetti stecco giganti si sono ora riprodotti con successo in cattività sia in Australia (a Melbourne e Sydney), sia nello zoo di San Antonio in Texas, ed è ora in corso un programma di reintroduzione nella loro isola originaria in un ambiente controllato, insieme all’avanzamento di un programma di eradicazione del ratto nero.

Le sorprendenti vicissitudini del fasmide ci offrono lo spunto per scoprire quei rari casi in cui, secondo la cosiddetta Lazarus syndrome, alcune specie ritenute ormai estinte vengano riscoperte in natura. I casi sono pochi ma possono aiutarci a tenere accesa la fiammella della speranza, sia per quelle specie di cui ormai si è persa traccia, sia per quelle ancora esistenti, ma a un passo dall’estinzione.

Un altro esempio recente è dato dal “ferreret” o rospo delle Baleari (Alytes muletensis), descritto e identificato sulla base di resti fossili nel 1977, e ritenuto estinto fino a due anni dopo, quando alcuni animali vivi vennero riscoperti in aree particolarmente impervie di Maiorca, isola di cui è endemico. Anche in questo caso, un programma di recupero in cattività e reintroduzione sull’isola ha condotto al recupero della specie, ora considerata come “vulnerabile” dalla Lista Rossa IUCN, elenco che raccoglie le informazioni sullo stato di conservazione di animali e vegetali di tutto il mondo.

Da non dimenticare il petrello di Madera (o petrello di Zino, Pterodroma madeira), ritenuto uno degli uccelli più rari d’Europa, endemico dell’isola portoghese di Madera e riscoperto nel 1969 dopo che per quasi trent’anni se ne erano perse quasi totalmente le tracce e che ora è rigidamente protetto e costantemente monitorato, e la wollemia (Wollemia nobilis), una conifera della famiglia Araucariacee, di cui si conoscevano solamente esemplari fossili e che fu riscoperta nel 1994 in un remoto canyon del Wollemi National Park, nel Nuovo Galles del Sud in Australia, dal guardaparco David Noble, da cui prese il nome. Prima di allora, le uniche tracce conosciute di questa pianta erano resti fossili risalenti a circa novanta milioni di anni fa. Un sorprendente programma di commercializzazione e distribuzione dei semi, con lo scopo di finanziare autonomamente il recupero della specie in natura, ha condotto al salvataggio di una pianta che era sull’orlo dell’estinzione con soltanto un centinaio di esemplari, e che rappresentava, e rappresenta tuttora, un incredibile esempio di fossile vivente, ossia di specie rimasta immutata (o quasi) per milioni di anni.

Ma il caso più conosciuto di specie ritornata dal mondo dei “non-estinti” è, senz’ombra di dubbio, il celacanto, ultimo rappresentante della più antica linea evolutiva di pesci conosciuta, risalente addirittura al Devoniano, circa 390 milioni di anni fa.

L’animale venne scoperto nel 1938 dalla curatrice del museo di East London in Sudafrica Marjorie Courtenay-Latimer, in mezzo al raccolto di alcuni pescatori locali. Non ritenendola ascrivibile a nessuna specie conosciuta, mostrò l’esemplare ormai imbalsamato al professor James Leonard Brierley Smith, che lo identificò come il celacanto, una specie conosciuta soltanto in forma fossile, ritenuta estinta dal Cretaceo. Dalla sua scopritrice e dal luogo del ritrovamento (la foce del fiume Chalumna, nell’Oceano Indiano) prese il nome scientifico, essendo chiamato Latimeria chalumnae. Oggi nella sala centrale del Museo di Storia Naturale di Londra fanno bella mostra di sé due esemplari di celacanto, uno fossile e vecchio di milioni di anni, l’altro pescato nel 1960.

In realtà sarebbe più corretto parlare di “celacanti” al plurale, dato che in tempi recenti (1999) è stata identificata una seconda specie, chiamata Latimeria menadoensis, il celacanto indonesiano, distinta dalla prima specie, il celacanto delle Comore.

Nonostante i severi regolamenti di conservazione e l’incredibile notorietà portata dalla sua riscoperta, il celacanto, essendo spesso vittima di battute di pesca che hanno come obiettivo ben altre specie, è tuttora in grave rischio: Latimeria chalumnae è gravemente minacciato, mentre Latimeria menadoensis è ritenuto vulnerabile dall’IUCN. Il motivo è presto detto: l’impoverimento dei mari e il conseguente spingersi delle reti dei pescatori verso acque sempre più profonde, mai raggiunte in passato, colpisce in pieno l’habitat del celacanto, pesce che vive abitualmente oltre i cento metri di profondità.

Una testimonianza viva e profonda di come sia possibile modificare la natura fino a colpire gravemente anche specie note al grande pubblico e fortemente tutelate, ma anche di come sia sempre necessario tenere duro fino all’ultimo: per recuperare una specie dal baratro dell’estinzione bastano a volte pochissimi esemplari, persino, in certi rari casi, quando è stato persino superato il confine della stimata MVP (Popolazione Minima Vitale), sotto la quale, teoricamente, nessuna specie può sopravvivere. Un promemoria da tenere sempre a mente, per ricordarci che gli sforzi per conservare le specie che popolano il nostro pianeta non sono mai inutili.

Ediacara

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Nel 1946, il geologo australiano Reginald C. Sprigg, esplorando alcune montagne dell’entroterra australiano a nord di Adelaide conosciute col nome di Ediacara Hills, scoprì un giacimento di altissima importanza paleontologica. Era un insieme di organismi marini dal corpo molle, principalmente con aspetto accomunabile alle attuali meduse oppure a particolari tipi di Artropodi, a vermi, o a forme di vita ben più strane e difficilmente catalogabili.

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a.Ricostruzione della fauna di Ediacara b.Spriggina c.Forma simile ai Pennatulacei attuali d.Parvancorina e.Tribrachidium

La conservazione di questi fossili era avvenuta all’interno di lamine argillose alternate a durissimi strati di quarzite ricristallizzata. Degli organismi era rimasta sostanzialmente soltanto la traccia in rilievo, peraltro in certi casi ad un livello di leggibilità straordinario. La durezza della roccia aveva permesso ai resti di giungere sino ai nostri giorni nonostante l’età, che come vedremo si rivelò antichissima. Le impronte si trovavano quasi tutte sulla pagina inferiore della parte argillosa della stratificazione, come se fossero ‘appoggiate’ sugli strati più duri di quarzite. Ciononostante si riuscì ad inquadrare le principali forme dentro un contesto ben definito, e a ricostruire il loro stile di vita.

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Alcune possibili ricostruzioni dell’habitat precambriano di Ediacara

L’importanza del ritrovamento è legata principalmente alla sua antichità: si tratta di fauna risalente al Precambriano (periodo con cui viene generalmente indicata tutta quella fase della storia della terra antecedente a 530 milioni di anni fa, inizio del Cambriano).

Fino a questa scoperta le conoscenze su tale epoca geologica, almeno dal punto di vista biologico, erano limitatissime: erano stati rinvenuti degli strati di quarzite analoghi nel 1914 nell’Africa del Sud-Ovest (l’attuale Namibia), ma le impronte erano scarsamente leggibili, e la pubblicazione di tale scoperta, avvenuta in Germania nel 1930, non destò particlare interesse nella comunità scientifica di allora. L’attenzione verso tali studi si ravvivò invece nel Dopoguerra, proprio in seguito al ritrovamento della comunità di Ediacara.

Quella che di lì a breve venne denominata ‘Fauna di Ediacara’ non suscitò inizialmente un grande stupore, sia perchè tali popolamenti erano stati in principio erroneamente datati come cambriani, sia per il fatto che le poche specie inizialmente scoperte da Sprigg furono accomunate a forme di vita già conosciute. In particolare la Dickinsonia, tra i principali organismi che popolano il giacimento, venne classificata come una banale medusa. Con l’approfondimento delle ricerche, portati avanti dall’Università di Adelaide, si scoprì invece la reale importanza del ritrovamento: essa era difatti la più completa testimonianza della fauna precambriana mai giunta fino ai giorni nostri.  Si trattava di un popolamento completamente diverso da tutte le forme fossili successive, come se la natura avesse effettuato un tentativo evoluzionistico fallito, per poi dare luogo alle nuove strutture di vita cambriane, da cui si sarebbero evoluti tutti i principali phyla animali giunti fino a noi.

Si trattava di organismi marini, che presumibilmente erano trascinati dalla marea sulle spiagge dove si posavano, e venivano ricoperti di una sabbia finissima (‘da fonderia’), che andava a formare un silt. Tale strato offriva un’ottima protezione e garantiva un elevato stato di conservazione. Con la fossilizzazione, la lamina si tramutava nella parte argillosa del ritrovamento, mentre lo strato inferiore in quarzite. Ciò spiega perchè gli animali sono stati trovati tutti nella pagina inferiore della lamina argillosa. Degli animali è arrivata fino a noi soltanto l’impronta del dorso (in ‘norma dorsale’), mentre della parte ventrale non ci è giunto niente.

La Fauna di Ediacara era composta esclusivamente da organismi marini di basso fondo a corpo molle; non si sono conservati né gusci calcarei, né scheletri chitinosi, né conchiglie. Alcuni avevano strutture simili alle spicole degli attuali Poriferi, presumibilmente con l’unica funzione di sostegno del corpo e di aggancio dei muscoli, che si presume fossero quasi inesistenti. Non esistevano inoltre predatori, si trattava esclusivamente di consumatori primari, da cui la definizione di ‘Paradiso o Giardino Ediacariano’. Della grande varietà di forme si potevano comunque definire alcune categorie principali: le numerosissime meduse, di cui ne sono stati definiti almeno 6 generi e 15 specie; delle forme coralliformi a corpo molle, simili agli attuali Pennatulacei; dei vermi segmentati, dotati talvolta di robusti scudi cefalici; degli strani organismi a simmetria bilaterale, assomiglianti a vermi; altre forme non accomunabili a nessun altro organismo.

Tra le forme assomiglianti alle meduse alcune erano probabilmente delle colonie (come l’attuale caravella portoghese), ma la maggior parte erano presumibilmente organismi singoli; avevano forme per lo più circolari, presentavano ripiegature o estroflessioni, e molto probabilmente non avevano tentacoli (sebbene dalla norma dorsale ben difficilmente si sarebbero potuti scorgere). Tra gli animali simili ai Pennatulacei la struttura generale del corpo era più o meno simile: presentavano alla base un disco circolare che permetteva loro l’aggancio al fondale marino, poi un asse centrale (rachide), da cui dipartivano numerose branchiole con un angolo fisso di inclinazione.

L’unica sensibile differenza rispetto ai Pennatulacei attuali è che, mentre in questi ultimi le branchiole sono connesse tra loro, negli organismi di Ediacara queste erano separate. Questo è uno degli elementi che ha fatto supporre che il moto ondoso nei periodi in cui si sviluppò la comunità fosse estremamente blando. Sono stati trovati organismi estremamente simili in un’altra comunità fossile precambriana rinvenuta in Russia (la celebre Fauna del Vendiano).

Tra le forme vermiformi, la più celebre è sicuramente la Dickinsonia; considerata inizialmente una medusa, venne poi classificata come un verme segmentato, con una struttura relativamente simile agli Anellidi. Presentava una pieghettatura costante lungo il corpo e un rachide centrale, non si sa però se tale struttura possa essere accomunabile alla metameria (suddivisione del corpo in segmenti) tipica degli Artropodi. Non sono stati trovati né occhi né bocca, ma presumibilmente questi si trovavano sulla pagina inferiore del corpo.

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Dickinsonia

Un altro organismo vermiforme di questa fauna era la Spriggina, che presentava piccole dimensioni (4-5 cm), e una struttura del corpo molto particolare. L’elemento più evidente era uno scudo cefalico a forma di ferro di cavallo, mentre il corpo era diviso in circa 80 segmenti, ciascuno dei quali terminava con un’estremità aguzza. E’ stato trovato in diverse posizioni, ma sempre in norma dorsale. Ciò ha fatto supporre che tale animale avesse una notevole mobilità sul fondo, ed è stato accomunato anche per questo a diverse forme di Artropodi, in particolare ai Trilobiti, soprattutto pr la struttura corporea. L’ipotesi che si trattasse di un antenato di tali organismi è stata però accantonata col ritrovamento di forme particolarmente antiche degli stessi Trilobiti, con caratteristiche morfologiche completamente differenti. In tal caso si è trattato presumibilmente di una convergenza adattativa.

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Spriggina

Tra gli animali attuali è stata trovata una forma particolarmente simile alla Dickinsonia, lo Sfinter, che vive sulle spugne di cui si nutre, così come presumibilmente faceva la stessa Dickinsonia, che potrebbe effettivamente essere un suo antenato; allo stesso modo il polichete Tomopteris sembra assomigliare notevolmente alla Spriggina, sebbene presumibilmente si tratti solamente di convergenza morfologica.

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Tomopteris

Tra gli altri organismi, non accomunabili a nessuna particolare forma attuale, risalta il Precambridium, di forma ovoidale e dotato di strane estroflessioni, ritenute branchie o parti dell’intestino, che assomiglia unicamente alla Vendia, un altro organismo precambriano proveniente dalla Fauna del Vendiano; la Parvancorina, di dimensioni estremamente ridotte (pochi mm) con corpo a forma di scudo con piccole pieghettature dorsali interpretate come branchie, anch’essa non rassomigliante a nessun organismo attuale; il Tribrachidium, di dimensioni estremamente ridotte, forma circolare, che presentava una parte centrale rialzata da cui si dipartivano tre braccia con andamento flessuoso, con pieghettature estremamente fini sulla parte più esterna. Non si è tuttora stabilito se la parte centrale fosse introflessa (bocca) o estroflessa (sostegno alle braccia).

È stata notata una notevole rassomiglianza con un echinoderma del Mesozoico, sebbene in questo caso si trattasse di un animale a corpo molle. Oltretutto sulle braccia sono state notate delle estroflessioni che potrebbero essere accomunate ai ‘pedicelli ambulacrali’, utilizzati per nutrizione e movimento, tipici proprio degli Echinodermi, sebbene non può essere esclusa l’ipotesi di convergenza morfologica.

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Tribrachidium

La datazione al Carbonio 14 ha indicato che tale comunità risale a 640 milioni di anni fa. Su Ediacara sono state fatte molte ipotesi, e si sono formate due scuole di pensiero predominanti: la scuola ‘Australiana’, guidata dall’australiano Glaesner e dal russo Fedorkin, che afferma che la Fauna di Ediacara è composta da antenati dei phyla marini attuali, contrapposta a quella ‘Europea’, guidata dal tedesco Seilacher, secondo cui tali organismi non avrebbero avuto alcuna interazione con le successive forme cambriane, né possono essere inserite in nessun phylum, da cui il termine ‘Vendozoa‘ per raggruppare questo insieme di organismi. Tale gruppo animale sarebbe stato costituito da forme prive di grandi organi interni, con un celoma (cavità) centrale diviso in cellette, in cui avvenivano tutti i processi metabolici; si sarebbe trattato, in sostanza, di un tentativo evolutivo operato della natura, risoltosi in un fallimento con l’estinzione di tutti i suoi rappresentanti.

Entrambe le teorie possono essere parzialmente appoggiate in base all’osservazione dei fossili, dato che effettivamente qualcuno di questi animali può essere associato ad alcune forme attuali (ad esempio quelli dotati di spicole potrebbero essere progenitori dei Poriferi), ma d’altra parte non sono effettivamente stati osservati organi interni, e le pieghe presenti su molti individui fanno pensare ad un incremento della superficie del corpo, caratteristica tipica degli animali che si nutrono per assorbimento. Il dibattito prosegue, e il mistero sulla straordinaria Fauna di Ediacara resta, così come d’altronde è immutabile la meraviglia nell’osservare quelle che, almeno finora, sono le più antiche forme di organismi fossili mai ritrovate.

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