Anaconda, coccodrilli e piante: c’è modo e modo di fare spettacolo con la natura

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Paul Rosolie (foto:Discovery Channel)

 

Passato il grande clamore per Eaten Alive, il programma di Discovery Channel che ha visto Paul Rosolie protagonista di un goffo tentativo di farsi mangiare vivo da un anaconda e tutto il successivo corollario di commenti caustici, critiche e raccolte firme di protesta, voglio scrivere anch’io due righe a mente fredda sull’argomento.

La storia l’abbiamo letta e vista tutti, tra tv, siti internet e giornali: il 7 dicembre 2014 il programma è andato in onda sul celebre network televisivo americano, registrando un altissimo numero di telespettatori (4,1 milioni, tra i più alti numeri mai registrati dai tempi di Life di David Attenborough) e il suo protagonista, nonostante la monumentale figura di palta, ha raggiunto una grandissima notorietà. Dall’assurdo scafandro indossato per proteggersi e cosparso di sangue di maiale per attirare il predatore, alla fine immediata del tentativo di tramutarsi in un succulento pasto per il rettile, le critiche su questo “esperimento” sono piovute da ogni parte.

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C’è chi ci è andato giù pesantechi pesantissimoma soprattutto molti hanno fatto notare come il nostro buon Rosolie non si possa autodefinire un naturalista solo per aver vissuto in Amazzonia per alcuni anni: insomma, come dire, se mancano le basi tutto il resto viene meno. Come dar loro torto? Certo, la lunghissima filippica di Rosolie sulle colonne del Guardian, in cui difende il suo operato, la preparazione del suo team e soprattutto attacca Discovery per aver tagliato dal montaggio finale tutte le parti in cui si parlava di deforestazione e di inquinamento da mercurio dovuto alle miniere d’oro mi ha fatto riflettere: se da un lato si può anche far finta di credere che il lavoro di Rosolie fosse dettato da buone intenzioni e volesse informare il pubblico su questioni ambientali serie, dall’altro viene da chiedersi il perché dell’inserimento, in un lavoro così importante, di quell’assurda pagliacciata del farsi mangiare vivo.

E soprattutto, possibile che a Rosolie non sia stato detto o mostrato niente del montaggio finale del programma di cui era il protagonista principale? Inoltre, la sua dichiarazione secondo cui la parte in cui si faceva ingoiare dall’anaconda si sarebbe trasformata in una sorta di semplice “cameo” alla fine del programma puzza di arrampicamento sugli specchi da chilometri di distanza. Ho trovato particolarmente divertente anche la pronta replica di Discovery Channel, che ha promesso che d’ora in avanti dirà basta ai documentari spazzatura.

A questo punto però a Rosolie si può anche concedere il beneficio del dubbio. D’ora in avanti, avendo gli occhi di tutto il mondo puntati contro, difficilmente potrà commettere altri errori di questo genere. Detto questo, quello che a me preme far notare è un’altra cosa, ovvero che c’è modo e modo di fare spettacolo, soprattutto quando si parla di natura.

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Steve Irwin (1962-2006) (foto: Wikimedia commons)

 

Mi è venuto in mente un parallelismo tra questa vicenda e i funambolici documentari di Steve Irwin, il celebre Crocodile Hunter australiano: quest’ultimo infatti era solito afferrare e bloccare a mani nude animali anche molto pericolosi, come coccodrilli e serpenti velenosi. In più di un’occasione aveva ricevuto critiche anche molto pesanti per questo modo di comportarsi tipico dei suoi programmi, spesso ritenuto superfluo e causa di stress per gli animali coinvolti. Sarà per la innata simpatia del buon Steve o forse per la sua tragica scomparsa, avvenuta ormai quasi dieci anni fa, ma non mi sento assolutamente di porlo sullo stesso piano di Rosolie, per una lunga serie di motivi: innanzitutto, perché Irwin conosceva alla perfezione gran parte degli animali che avvicinava, avendo praticamente vissuto tutta la sua esistenza all’interno di zoo e rettilari o immerso nella natura, in cerca di quei coccodrilli che per anni ha realmente catturato per lavoro.

Il suo maneggiare gli animali era dettato da grande esperienza e fatto in modo da mostrare alcuni aspetti interessanti della morfologia dell’esemplare di turno, riducendo al minimo il suo stress. Le sue trasmissioni mettevano sempre l’accento sulle questioni ambientali e, soprattutto, il suo lavoro ha ampiamente contribuito ad accrescere la sensibilità del pubblico
sulla conservazione degli ambienti naturali del suo paese. Tra i vari riconoscimenti, ricevuti in vita e postumi, spicca la Medaglia del Centenario, conferitagli dal governo australiano per il suo lavoro di promozione della conservazione e del turismo sul territorio nazionale. Insomma, siamo su ben altri livelli, e, a dimostrazione del fatto che la ricerca dello spettacolo non era mai fine a sé stessa, la moglie Terri ha fatto distruggere il filmato in cui venne ripresa l’improvvisa e tragica morte di Steve, per la puntura sul petto dell’aculeo velenoso di una razza.

Io però sono convinto che anche il metodo alla Steve Irwin non sia necessario: la natura è già grandiosa così com’è. Il solo osservare la sua infinita varietà di forme, colori,
ambienti rendono del tutto superflue ulteriori spettacolarizzazioni. E anche la tecnologia, se usata in maniera sensata, con buon gusto e buon senso, può rendere documentari e programmi naturalistici ancora più belli. In tal senso, mi viene in mente la fotografia in timelapse, ma è solo uno dei mille possibili esempi di utilizzo intelligente e non invasivo delle nuove tecniche di ripresa applicate al mondo naturale.

Infatti, giusto per celebrare il suo ventennale che cade proprio in questi giorni, la pluripremiata serie della BBC The Private life of plants, opera dell’immancabile David Attemborough, è il migliore esempio di come la natura sia già spettacolare di per sé, senza bisogno di aggiunte di nessun genere. Ed è così persino quando i protagonisti di fronte alla macchina da presa sono solo ed esclusivamente dei vegetali.

Ecco un bell’esempio della bellezza di questa serie, il risveglio della natura dopo lo scioglimento delle nevi invernali, nel cuore delle Alpi: link

Insomma, c’è sempre modo e modo di presentare le cose. Il valore aggiunto però è il buon gusto.

Le opere di David Attenborough

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Sir David Attenborough

Sin dai primi anni ‘50 Sir David Attenborough ha rappresentato un’istituzione nel mondo della televisione britannica, in particolare per quanto riguarda i documentari scientifici e naturalistici, che sono tradotti in innumerevoli lingue e trasmessi in ogni parte del globo, al punto da essere senza dubbio le più celebri serie di divulgazione scientifica mai prodotte per la televisione.

La ultracinquantennale carriera di Attenborough iniziò nel 1954 con la collaborazione con la BBC per la serie Zoo Quest, che nei successivi dieci anni lo portò in ogni parte del globo a descrivere le meraviglie del mondo animale. Alternati a questa serie, Attenborough produsse altri programmi televisivi trattanti argomenti disparati, che passavano dall’archeologia all’antropologia, alla politica, alla religione, al giardinaggio e persino ai quiz (!), ciononostante il massimo successo venne raccolto con la sua produzione riguardante la storia naturale. Nel 1965, in qualità di responsabile dell’introduzione della televisione a colori in Inghilterra per la BBC, e in seguito anche direttore della programmazione dei due canali della stessa British Broadcasting Corporation, Attenborough fu costretto, a causa di questi pressanti impegni istituzionali, ad abbandonare per alcuni anni la realizzazione di nuovi programmi televisivi.

Nel 1973, però, esclamando “non ho ancora visto le isole Galapagos!”, Attenborough ritornò in televisione con nuove serie di documentari, prima con Eastwards, sulla natura del Sudest asiatico, poi con Tribal eye, dedicato all’arte tribale. Ma è con Life on Earth (La Vita Sulla Terra) del 1979 che l’opera di Attenboruogh divenne conosciuta in tutto il mondo: le tredici puntate che costituivano la serie furono distribuite in numerose nazioni dei cinque continenti, e viste da un pubblico stimato di circa 500 milioni di persone. Questa divenne la prima parte di una trilogia di serie televisive dedicate dalla BBC alla Storia Naturale, insieme a The Living Planet (il Pianeta Vivente) del 1984 e a The Trials of Life (Le Sfide della Vita) del 1990, che ebbero anche loro un eccezionale successo di pubblico a livello mondiale.

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Le trasposizioni letterarie delle tre serie televisive dedicate dalla BBC alla storia naturale

Queste tre opere sono state riproposte con successo anche in Italia, e sono disponibili anche le loro trasposizioni su libro, addirittura in versioni adattate per le scuole. Il filo della narrazione è gestito magistralmente: se ‘La Vita Sulla Terra’ difatti spiega i vari passaggi che portarono i singoli gruppi animali e vegetali a popolare il globo nel corso della storia dell’evoluzione (le prime foreste, la conquista delle acque e della terraferma, etc..) e conseguentemente come l’infinita varietà biologica che lo popola si sia creata, ‘Il Pianeta Vivente’ analizza tale diversificazione in base all’habitat, e a ciascun differente ambiente è dedicato un capitolo dell’opera (foreste boreali e tropicali, deserti, acque dolci e salate, isole…), analizzando come animali e piante si siano adattati per giungere alle forme attuali, e la loro diversificazione e adattamento in base all’habitat.

Infine, ‘Le sfide della vita’ narra tutte le fasi che compongono l’esistenza degli individui, e degli sforzi che essi devono compiere per attuare lo scopo fondamentale di questa, la sopravvivenza e la perpetuazione della specie. Gli episodi della serie in questo caso sono dedicati ciascuno a una sola di tali tappe: il nascere, l’accrescimento, il nutrimento, la ricerca del compagno e le cure della prole, e così via. Ciò che rende straordinari questi documentari è però la bellezza e la qualità delle delle immagini e dei soggetti rappresentati, che rendono visivamente eccezionali tali opere e giustificano il loro successo, sebbene la capacità narrativa di Attenborough riesca nel non facile intento di collegare argomenti apparentemente distanti senza perdere il filo del discorso, e di mantenere criterio e precisione scientifica pur rivolgendosi a un pubblico ampio e non necessariamente competente. Non è un caso che le trasposizioni su carta stampata siano ricchissime di immagini, e la narrazione sia sempre fresca e coinvolgente, sforzandosi al massimo nell’evitare l’utiizzo di termini tecnici e scientifici, e nomi latini.

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A questa lunga trilogia si susseguirono e alternarono altre serie di minor durata, tra cui The First Eden, dedicata ai primi uomini che popolarono la Terra e al loro sviluppo iniziale lungo le coste mediterranee, e Lost Worlds, Vanished Lives, dedicata al mondo dei fossili e alla paleontologia. Nel 1993 Attenborough presentò Life in the Freezer, sulle forme di vita che popolano l’Antartide, e due anni più tardi The Private Life of Plants, dedicato al mondo vegetale.

Negli anni successivi girò due speciali per la BBC, uno sulla vita dei misteriosi uccelli del paradiso, l’altro sulla celebrazione delle opere compiute in quarant’anni di attività dalla BBC Natural History Unit. Nel 1998 presentò invece una nuova lunga serie di spettacolari documentari sulla vita degli uccelli del globo, chiamata The Life of Birds.

Le sue opere più recenti invece si intitolano State of the Planet e The Blue Planet, dedicate rispettivamente alla terraferma e al mondo marino. Del 2002 è invece una nuova e innovativa grande serie per la BBC, questa volta dedicata al mondo dei Mammiferi, intitolata The Life of Mammals. In essa sono state sperimentate nuove tecnologie di ripresa e di editing digitale, e in generale rappresenta una delle più evolute e ambiziose opere mai realizzate nel campo della documentaristica televisiva. Da qui in poi tutte le serie naturalistiche della BBC hanno seguito questo taglio moderno e all’avanguardia. Di tempi più recenti sono le serie Life in the undergrowth, Life stories e New life stories che portano ancora la sua firma, oltre a una costante presenza nei documentari BBC nel ruolo di voce narrante.

Insignito del cavalierato nel 1985 per i suoi meriti scientifici, Sir David Attenborough ha collezionato negli anni sempre più prestigiose onoreficenze per il suo lavoro di divulgatore scientifico, da parte dei principali istituti e musei britannici, ed è divenuto anche presidente della Royal Society for Nature Conservation. La sua carriera ultracinquantennale è stata celebrata dalla BBC con il documentario Life on Air.