The Lazarus syndrome, ovvero il ritorno dei mai-estinti

Una brulla, arida e frastagliata colonna di roccia alta oltre cinquecento metri si erge, imponente e solitaria, dalle acque del Pacifico, a circa seicento chilometri a est delle coste australiane. Questo isolato sperone di roccia prende il nome di Ball’s pyramid, la piramide di Ball. Si trova all’incirca a metà strada tra Australia e Nuova Zelanda, nel Mar di Tasman e, grazie ai suoi 562 metri di quota raggiunti dalla sua vetta, detiene il primato di faraglione più alto del mondo.

Ma non è per questo insolito record che Ball’s pyramid è conosciuta in tutto il mondo. Qui, nel febbraio 2001, i due scienziati australiani David Priddel e Nicholas Carlile, insieme ad altri due compagni di viaggio, si avventurarono sulle sue ripidissime pareti nella speranza di rinvenire un piccolo tesoro ritenuto ormai perduto da decenni.

L’obiettivo della ricerca non era ritrovare una gemma preziosa, bensì un organismo vivente: la cosiddetta “aragosta di terra”, in realtà un insetto dell’ordine dei Fasmidi, l’insetto stecco dell’isola di Lord Howe (Dryococelus australis), animale dalle dimensioni sorprendenti (fino a 25 grammi di peso e 15 centimetri di lunghezza), ritenuto estinto dal 1920. La sua scomparsa era stata causata dall’arrivo dei ratti neri sull’isola, che non avevano avuto difficoltà a predare l’insetto, lento e non abituato a questo tipo di predatori. L’arrivo dei roditori era indirettamente legato all’uomo: infestavano la nave da rifornimenti Makambo, e invasero rapidamente l’isola in seguito al suo arenaggio.

Questo insetto in effetti era una specie esclusiva dell’isola da cui prende il nome, un affascinante polo di straordinaria biodiversità, distante pochi chilometri dal desolato faraglione di Ball’s pyramid, dove, oltre all’insetto gigante, si possono tuttora incontrare molti altri endemismi, tra cui circa metà delle specie di piante presenti e un uccello incapace di volare (caratteristica tipica di molte specie insulari), il rallo di Lord Howe (Gallirallus sylvestris).

I due scienziati australiani si avventurarono sulle ripide pareti del faraglione, spinti dalla speranza di ritrovare ancora qualche esemplare vivente. Nel 1964 alcuni scalatori avevano trovato su Ball’s pyramid il resto di un esemplare ormai essiccato da tempo e cinque anni dopo ne erano stati rinvenuti altri due. Questi ritrovamenti casuali davano ancora una flebile speranza a Priddel e Carlile, sebbene fosse estremamente improbabile ipotizzare la presenza di un insetto vegetariano, tipico abitante del sottobosco, in un ambiente così arido e inospitale.

L’ascesa fu improduttiva, se non per il rinvenimento di un piccolo crepaccio nella roccia, a circa 70 metri di quota, popolato da una fitta vegetazione dove era presente un unico arbusto di Melaleuca, habitat ideale dell’animale; al ritorno al campo base un’intuizione di David Priddel fu però fondamentale: l’insetto stecco era un animale notturno, bisognava pertanto ritornare in quella piccola oasi nel pieno della notte. Così venne fatto, e il sorprendente rinvenimento di circa trenta esemplari, questa volta vivi, tutti assiepati sotto quell’unico arbusto, tramutò la spedizione in un autentico successo. In breve, grazie al grande clamore suscitato dalla scoperta, venne dato il via a un programma di conservazione e recupero della specie, definita “l’insetto più raro del mondo” dai media, che è tuttora in atto. Dopo anni di tentativi, a partire da pochissimi esemplari prelevati con la massima cura dal faraglione, gli insetti stecco giganti si sono ora riprodotti con successo in cattività sia in Australia (a Melbourne e Sydney), sia nello zoo di San Antonio in Texas, ed è ora in corso un programma di reintroduzione nella loro isola originaria in un ambiente controllato, insieme all’avanzamento di un programma di eradicazione del ratto nero.

Le sorprendenti vicissitudini del fasmide ci offrono lo spunto per scoprire quei rari casi in cui, secondo la cosiddetta Lazarus syndrome, alcune specie ritenute ormai estinte vengano riscoperte in natura. I casi sono pochi ma possono aiutarci a tenere accesa la fiammella della speranza, sia per quelle specie di cui ormai si è persa traccia, sia per quelle ancora esistenti, ma a un passo dall’estinzione.

Un altro esempio recente è dato dal “ferreret” o rospo delle Baleari (Alytes muletensis), descritto e identificato sulla base di resti fossili nel 1977, e ritenuto estinto fino a due anni dopo, quando alcuni animali vivi vennero riscoperti in aree particolarmente impervie di Maiorca, isola di cui è endemico. Anche in questo caso, un programma di recupero in cattività e reintroduzione sull’isola ha condotto al recupero della specie, ora considerata come “vulnerabile” dalla Lista Rossa IUCN, elenco che raccoglie le informazioni sullo stato di conservazione di animali e vegetali di tutto il mondo.

Da non dimenticare il petrello di Madera (o petrello di Zino, Pterodroma madeira), ritenuto uno degli uccelli più rari d’Europa, endemico dell’isola portoghese di Madera e riscoperto nel 1969 dopo che per quasi trent’anni se ne erano perse quasi totalmente le tracce e che ora è rigidamente protetto e costantemente monitorato, e la wollemia (Wollemia nobilis), una conifera della famiglia Araucariacee, di cui si conoscevano solamente esemplari fossili e che fu riscoperta nel 1994 in un remoto canyon del Wollemi National Park, nel Nuovo Galles del Sud in Australia, dal guardaparco David Noble, da cui prese il nome. Prima di allora, le uniche tracce conosciute di questa pianta erano resti fossili risalenti a circa novanta milioni di anni fa. Un sorprendente programma di commercializzazione e distribuzione dei semi, con lo scopo di finanziare autonomamente il recupero della specie in natura, ha condotto al salvataggio di una pianta che era sull’orlo dell’estinzione con soltanto un centinaio di esemplari, e che rappresentava, e rappresenta tuttora, un incredibile esempio di fossile vivente, ossia di specie rimasta immutata (o quasi) per milioni di anni.

Ma il caso più conosciuto di specie ritornata dal mondo dei “non-estinti” è, senz’ombra di dubbio, il celacanto, ultimo rappresentante della più antica linea evolutiva di pesci conosciuta, risalente addirittura al Devoniano, circa 390 milioni di anni fa.

L’animale venne scoperto nel 1938 dalla curatrice del museo di East London in Sudafrica Marjorie Courtenay-Latimer, in mezzo al raccolto di alcuni pescatori locali. Non ritenendola ascrivibile a nessuna specie conosciuta, mostrò l’esemplare ormai imbalsamato al professor James Leonard Brierley Smith, che lo identificò come il celacanto, una specie conosciuta soltanto in forma fossile, ritenuta estinta dal Cretaceo. Dalla sua scopritrice e dal luogo del ritrovamento (la foce del fiume Chalumna, nell’Oceano Indiano) prese il nome scientifico, essendo chiamato Latimeria chalumnae. Oggi nella sala centrale del Museo di Storia Naturale di Londra fanno bella mostra di sé due esemplari di celacanto, uno fossile e vecchio di milioni di anni, l’altro pescato nel 1960.

In realtà sarebbe più corretto parlare di “celacanti” al plurale, dato che in tempi recenti (1999) è stata identificata una seconda specie, chiamata Latimeria menadoensis, il celacanto indonesiano, distinta dalla prima specie, il celacanto delle Comore.

Nonostante i severi regolamenti di conservazione e l’incredibile notorietà portata dalla sua riscoperta, il celacanto, essendo spesso vittima di battute di pesca che hanno come obiettivo ben altre specie, è tuttora in grave rischio: Latimeria chalumnae è gravemente minacciato, mentre Latimeria menadoensis è ritenuto vulnerabile dall’IUCN. Il motivo è presto detto: l’impoverimento dei mari e il conseguente spingersi delle reti dei pescatori verso acque sempre più profonde, mai raggiunte in passato, colpisce in pieno l’habitat del celacanto, pesce che vive abitualmente oltre i cento metri di profondità.

Una testimonianza viva e profonda di come sia possibile modificare la natura fino a colpire gravemente anche specie note al grande pubblico e fortemente tutelate, ma anche di come sia sempre necessario tenere duro fino all’ultimo: per recuperare una specie dal baratro dell’estinzione bastano a volte pochissimi esemplari, persino, in certi rari casi, quando è stato persino superato il confine della stimata MVP (Popolazione Minima Vitale), sotto la quale, teoricamente, nessuna specie può sopravvivere. Un promemoria da tenere sempre a mente, per ricordarci che gli sforzi per conservare le specie che popolano il nostro pianeta non sono mai inutili.

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Hans-Joachim Zillmer – L’errore di Darwin (1998)

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Tra le grandi dispute scientifiche che hanno dominato le cronache del XIX Secolo, quella che più delle altre ha avuto gli onori della ribalta è stata sicuramente il dibattito tra Evoluzionisti e Creazionisti. Col passare del tempo la querelle è andata via via affievolendosi, sia perchè l’evoluzionismo ha preso nettamente piede, sia per un’effettiva scomparsa graduale dei sostenitori del Creazionismo, quasi totale in ambiente scientifico, per rimanere presenti, in numero tutt’altro che indifferente presso altre istituzioni, in particolare  religiose, anche al giorno d’oggi.

Certo è che ben difficilmente si sarebbe pensato a un ritorno di fiamma di dibattiti di questa matrice in campo scientifico, ritorno che effettivamente c’è stato, in parte anche grazie alle opere di Hans-Joachim Zillmer.

Ingegnere di fama, Zillmer conduce da anni una ricerca sistematica in giro per il mondo di tutti quegli elementi, prove fossili e incongruenze nelle stratigrafie, che secondo lo stesso dimostrerebbero l’inesattezza, o addirittura la completa erroneità, delle teorie evoluzionistiche di Darwin; secondo Zillmer, difatti, troppi sono gli aspetti incerti, o inesatti, delle prove fossili a supporto all’evoluzionismo, a partire dal fatto che numerose impronte fossili di umani siano state rinvenute in prossimità di tracce di animali, come ad esempio i dinosauri, che almeno sulla carta dovrebbero essere vissute in un passato ben più remoto; interessanti allo stesso modo sono numerosi reperti di origine umana, in particolare un celebre martello pietrificato recuperato presso London in Texas, all’interno di un antico blocco di arenaria datato 140 milioni di anni, epoca in cui non solo non si riteneva possibile l’esistenza di uomini capaci di creare un simile tipo di utensile, ma non era presa neanche in considerazione la possibilità che esistessero specie animali anche solo affini all’uomo.

Tra i vari punti sui quali Zillmer basa le sue osservazioni ci sono anche gli avvistamenti di animali ritenuti estinti, per lo più sporadici, ma in certi casi anche clamorosi, come la scoperta del ‘pesce fossile’ celacanto al largo delle coste sudafricane, o la carcassa raccolta nel 1977 da un peschereccio giapponese di un essere estremamente simile a un plesiosauro, recente e ancora in putrefazione…

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La carcassa recuperata da un peschereccio giapponese nel 1977, da alcuni ritenuta di un plesiosauro

Zillmer colpisce a uno a uno tutti gli studi sedimentologici, geologici e paleontologici utilizzati per sostenere per certe le teorie darwiniste dell’evoluzione, dal domandarsi come sia possibile che in tantissimi casi si siano avute delle fossilizzazioni perfette di elementi organici facilmente degradabili, come ad esempio le uova non ancora schiuse, e che queste siano giunte sino a noi in condizioni di conservazione praticamente perfette dopo milioni di anni; l’autore mette anche in dubbio le stesse metodologie di datazione utilizzate attualmente, sia la stratigrafia che la datazione tramite il decadimento degli isotopi radioattivi come il Carbonio 14, al fine di dimostrare che forse la comunità scientifica in questi anni si è impegnata, in un gioco delle parti fin troppo strumentalizzato e ipocrita, a dimostrare certezze che forse non erano tali.

Inutile aggiungere che tale libro ha suscitato un vespaio di polemiche nella comunità scientifica non appena è stato pubblicato, non solo per i contenuti estremamente polemici e i toni piuttosto sarcastici, ma anche perché le tesi supportate dallo stesso Zillmer sembravano essere state ormai superate da anni: l’ipotesi che l’uomo non sia comparso sulla terra in tempi nettamente recenti rispetto all’origine della vita, che abbia convissuto con specie ritenute decisamente più arcaiche come i dinosauri, e che la terra stessa abbia avuto un’origine ben meno remota di quanto non comunemente ritenuto dalla comunità scientifica; in particolare, secondo le teorie di Zillmer, non solo l’uomo avrebbe convissuto con specie ritenute estinte da milioni di anni, ma molte di queste in realtà non si sarebbero realmente estinte, vedi il caso del celacanto, ma anche qualora queste fossero realmente scomparse dalla faccia della terra, le datazioni di tali eventi sarebbero da riconsiderare completamente, questo perché Zillmer afferma che le specie animali e vegetali che popolano il pianeta non si sono evolute in tempi diversi, ma hanno convissuto tutte insieme dalla nascita del pianeta, in quanto create. La scomparsa di una buona parte di queste sarebbe legata a un evento catastrofico, ma di fattura totalmente diversa dalle cause classicamente ritenute responsabili delle grandi estinzioni di massa (come eruzioni vulcaniche o la caduta di un meteorite sulla terra), ben più vicino a un fenomeno alluvionale, di chiare reminiscenze bibliche, avvenuto in tempi relativamente recenti, nell’ordine di poche migliaia di anni or sono.

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Il martello recuperato a London, in Texas, in un blocco di arenaria datato 140 milioni di anni

Poco da aggiungere, almeno per chi scrive, e condivide ben poco di quanto riportato su questo libro, sia perché le teorie di Zillmer e le prove fornite a loro supporto dall’autore hanno ben poco rigore scientifico, spesso e volentieri opinabili e ancor più spesso superficiali; resta di fatto che gli argomenti trattati sono estremamente interessanti per chiunque si interessi di evoluzione e paleontologia in senso lato, sia perché questo è uno dei tanti libri che hanno la funzione tutt’altro che secondaria di ricordarci che non abbiamo certezze sul passato e sulle origini del nostro pianeta, e che quella dello scienziato è una continua ricerca della verità qualunque essa sia, non di prove a supporto di questa o quell’altra teoria, ed è sicuramente un bene ricordarselo, se non altro perché ai tempi fu Darwin a essere pesantemente criticato e osteggiato per le sue teorie, mentre ora tale sorte è di chi prova a confutarlo, come lo stesso Zillmer. Chissà se perderemo mai l’abitudine di salire sul carro dei vincitori.

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Il ‘fossile vivente’ celacanto (Latimeria chalumnae)