La leggenda di un obiettivo

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È divertente pensare come, in certi frangenti, le vicende legate a freddi oggetti tecnologici possano essere ben più interessanti dei fatti di noi persone in carne e ossa. Addirittura, in certi rari casi, questi possono offrirci spunti di riflessione proprio su noi stessi.

E così, anche se ai più “Zeiss Planar 50mm f/0.7” non dirà nulla, agli appassionati di fotografia e cinema questo nome risuonerà come una specie di chimera, un oggetto leggendario per il quale sarebbero disposti a donare un rene o a sacrificare qualche parente pur di poterci mettere le mani sopra.

Il perché è semplice: questo obiettivo fotografico, sviluppato dai laboratori del grande Carl Zeiss a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento, è uno dei più luminosi mai creati. Nota per i non appassionati di fotografia (da qui in poi, NPINAF): “luminoso” significa dotato di grande apertura di diaframma, e quindi in grado di funzionare in maniera eccellente anche in condizioni di scarsa luce.

Per creare un’ottica del genere si partì da progetti inizialmente sviluppati dalla Germania nazista per le osservazioni all’infrarosso, poi trafugati dai sovietici e infine arrivati nella Germania Ovest, dove l’azienda di Zeiss aveva la sua sede. Ovviamente un obiettivo del genere non era per nulla economico, e difatti lo sviluppo del progetto venne portato avanti perché occorreva alla NASA per le sonde che ai tempi venivano mandate a fotografare e mappare la superficie della Luna: si era in piena Guerra Fredda ed era cominciata la corsa per chi, tra USA e URSS, avrebbe per primo mandato un uomo sul nostro satellite. In particolare, le fotografie alla faccia “nascosta” della Luna rischiavano di venire troppo scure. Persino alcuni obiettivi con diaframma 1.0, e quindi luminosissimi, non si erano rivelati soddisfacenti. NPINAF: l’apertura del diaframma aumenta col diminuire del suo valore, quindi lo 0.7 dello Zeiss sta a significare che era ben più luminoso degli obiettivi 1.0, che comunque non scherzavano affatto a livello di performance in scarsa luce.

Comunque sia, la corsa alla Luna è andata come tutti conosciamo e, anche se motivata da ragioni a dir poco opinabili come dimostrare agli avversari di essere tecnologicamente (e quindi militarmente) più forti, il risultato è stato una lunga serie di progressi tecnologici di cui godiamo tuttora.

Dell’obiettivo vennero creati solo 10 esemplari: 1 rimase a Carl Zeiss, 6 furono venduti alla NASA e tre vennero invece acquistati dal grande regista Stanley Kubrick. So quanto quest’associazione farà felici quei complottisti che credono che lo sbarco sulla Luna del ’69 sia una messinscena filmata proprio dal grande cineasta. Sfortunatamente per loro però, Kubrick si interessò alla lente perché era, tra le altre cose, un grande esperto di tecnica fotografica oltre che uno dei pochi che ai tempi potesse permettersi un acquisto del genere.

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Opportunamente adattato per la cinepresa, l’obiettivo venne utilizzato per filmare alcune scene di “Barry Lyndon”, sfruttando soltanto l’illuminazione delle candele. Per un perfezionista come Kubrick, questo era il modo giusto per rendere giustizia alle atmosfere settecentesche della sceneggiatura. C’era il rovescio della medaglia: un obiettivo così luminoso, per le basilari leggi dell’ottica, ha anche una cortissima profondità di campo (NPINAF: questa è la zona a fuoco dell’immagine). E così, per non apparire mai sfuocati, gli attori impegnati nelle scene a lume di candela non poterono quasi muoversi. Comunque, anche se tecnicamente complicatissimo, il risultato finale fu straordinario. La lente utilizzata per le riprese venne poi donata a Sage Stallone, figlio del più celebre Sylvester, che era un appassionato cineasta e fan di Kubrick (e come non esserlo?) e che purtroppo sarebbe mancato a soli 32 anni.

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Oggi un paio di queste lenti si possono affittare e provare su una macchina fotografica appositamente adattata. Non mi sono però informato sui costi: in fondo, ci tengo a rene e parenti. Ma la riflessione che più di ogni altra andrebbe fatta, pensando a questo oggetto, è di come spesso la tecnologia abbia fatto grandi balzi in avanti per le ragioni sbagliate. Prima gli obiettivi all’infrarosso dei nazisti, che ovviamente avevano ragione d’essere solo per utilizzo militare, poi la corsa alla Luna vinta dagli americani sui sovietici: risultato nobile, motivazione discutibile. E invece potremmo – e, a mio avviso, dovremmo – concentrarci sul creare qualcosa di nuovo solo perché aiuta il progresso dell’Umanità o, perché no, ci regala semplicemente qualcosa di bello, come un film girato a lume di candela.

 

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Cinema: Profondo Blu di Alastair Fothergill e Andy Byatt

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Tra gli aspetti più significativi del pianeta Terra c’è l’essere ricoperto per il 70% della propria superficie dalle acque di mari e oceani. Ciononostante, gran parte di questo mondo ci è ignoto: abbiamo conoscenze maggiori sulla superficie della luna che sui fondali oceanici del nostro mondo. Gli oceani hanno generato la vita sulla Terra, mantengono gli equilibri climatici e regolano le stagioni. Conoscere l’ambiente marino è il primo passo per poterlo tutelare a fondo.

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Con l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia, la BBC Natural History Unit, unitamente alle troupes di Discovery, ha cercato di esplorare questo mondo realizzando un documentario cinematografico di grande impatto visivo, spingendosi per la prima volta in ambienti mai osservati prima, come le fosse abissali, utilizzando nuove tecniche di ripresa e fotografia. 
Il viaggio si apre con il passaggio attraverso uno squarcio tra le nuvole, una sorta di sipario naturale, che aprono le immensità marine in tutto il loro splendore all’occhio dello spettatore. A fare da contorno le splendide musiche orchestrate da George Fenton e una voce narrante che racconta a linee generali gli ambienti visitati.
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L’esplorazione è ampia e diffusa: il silenzio del mare in bonaccia viene spezzato dall’ingresso in scena di alcuni delfini: l’universo che ci apprestiamo a visitare è popolato, da migliaia e migliaia di specie differenti che lo rendono infinitamente vario e spettacolare in ogni sua forma. Dagli albatros che popolano a migliaia le coste delle isole Malvinas fino agli immensi banchi di sardine attaccati dagli squali e dai delfini al largo delle coste sudafricane, per spingersi fino alle coste della Patagonia, dove i giovani leoni marini vengono attaccati dalle orche assassine, il viaggio si dipana lungo i sette mari e lungo le coste dei cinque continenti.
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Passiamo dalle scogliere popolate dai granchi soldato, che, passata la marea, emergono a migliaia dalle proprie tane e cominciano a filtrare la sabbia, creando un tappeto infinito di palline di scarto, per arrivare all’infinita varietà di specie che popolano le barriere coralline dei mari tropicali, tra cui lo squalo balena, il più grande pesce esistente. Passando dal mare temperato, popolato di plancton e meduse, arriviamo sino ai mari ghiacciati dei due poli, anch’essi abitati da specie adattate al grande freddo: vediamo in azione l’orso polare a caccia di foche o addirittura di piccoli cetacei, utilizzando i pochi buchi rimasti nel ghiaccio che permettono agli animali intrappolati di respirare, per tentare agguati nei loro confronti; dall’altra parte del globo andiamo invece a osservare la vita dei pinguini imperatore, intenti a passare l’inverno stretti l’un l’altro durante la cova, in attesa che le femmine ritornino dall’oceano con il cibo per i piccoli appena nati.
Tra le scene più drammatiche vi è sicuramente l’attacco di un gruppo di orche assassine a un cucciolo di balena grigia, che viene allontanato dalla madre dopo ore di inseguimento, e poi annegato prima di essere divorato, mentre mamma balena deve allontanarsi sconsolata e esausta dopo ore di lotta estenuante.
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La parte del viaggio più affascinante è però il viaggio in verticale, verso le oscurità degli abissi: gli animali cominciano ad apparire strani, in certi casi deformi e mostruosi, talvolta bioluminescenti, e sempre più particolari e sfuggevoli. Le immagini fornite da un piccolo robot subacqueo ci permettono di spingerci sino alle massime profondità conosciute della Fossa delle Marianne (circa 11.000 metri), e fino alla valle tettonica di una dorsale mediooceanica. Arriviamo a esplorare un mondo assolutamente inedito e particolare come i popolamenti animali dei Black smokers, sorgenti idrotermali del fondo oceanico, dove grazie solo al calore e alla fissazione di alcuni elementi in composti necessari per la sopravvivenza da parte di determinati batteri chemiosintetici, riesce a mantenersi la vita animale nonostante la totale assenza di luce solare.
Ritorniamo in superficie, il viaggio si è concluso con la presa di coscienza che conosciamo poco o nulla dei nostri oceani, e che il profondo blu continua a sorprenderci. Il messaggio di questo documentario visivamente spettacolare e meravigliosamente poetico, è di cercare di conservare e proteggere in tutti i modi questo ‘mondo segreto’, indispensabile per la sopravvivenza del nostro pianeta e di noi tutti.

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Cinema: ‘Il Popolo Migratore’ di Jacques Perrin

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Per gli amanti della natura il nome di Jacques Perrin non deve suonare nuovo, dato che documentari scientifici dal taglio cinematografico come  Himalaya portano la sua firma; in questo caso, Perrin dedica la sua opera al mondo degli uccelli migratori, e ai loro incredibili viaggi sopra i cieli dei cinque continenti.

Il popolo migratore non può però essere considerato come un documentario scientifico rigoroso, ma deve essere visto nell’ottica entro cui il suo autore l’ha creato, ovvero rivolto a un pubblico estremamente ampio e non necessariamente competente, come è consuetudine dell’opera cinematografica. In questo caso infatti non ci troviamo di fronte a un documentario tout-court, con termini e descrizioni scientifiche accurate e approfondite, e anzi la voce narrante si presenta sporadicamente a sottolineare unicamente alcuni eventi fondamentali nel corso del racconto.
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Dal punto di vista puramente visivo l’opera è sensazionale, con una fotografia strepitosa che riesce a far sentire lo spettatore parte dello straordinario viaggio degli uccelli migratori; in particolare le tecniche di ripresa, mai così all’avanguardia nel campo della documentaristica, grazie alle riprese di telecamere poste sul dorso degli uccelli stessi o a operatori in deltaplano, riescono a farci sentire parte degli stormi dei migratori e a provare l’ebbrezza del volo sopra paesaggi di rara bellezza, su sfondi naturali, come ad esempio il Grand Canyon immortalato dai film di John Ford o le infinite distese oceaniche dell’Atlantico o desertiche dell’Africa, ad altri artificiali, ma visti sotto un’ottica totalmente inedita, come la Statua della Libertà e le torri gemelle di New York, la torre Eiffel di Parigi o Mont Saint-Michèl nel nord della Francia.
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Allo stesso modo della narrazione le musiche, a opera di Bruno Coulais ed eseguite dall’Orchestra Bulgara, presenti ma mai invadenti, riescono ad arricchire la poesia dell’opera, alternandosi a momenti di silenzio o ai suoni della natura che fanno da cornice a gran parte delle scene. Le voci sono invece di Nick Cave e Robert Wyatt, artisti celebri per i loro amore per la natura e per le tematiche ecologiche.

La pellicola riesce a dare un’immagine realmente toccante e drammatica del viaggio che gli uccelli devono compiere per giungere ai luoghi di svernamento; le scene fanno talvolta sorridere, come nel caso di uno stormo di anatre che si posa su una portaerei in alto mare nel corso di una tempesta, talvolta riflettere, e in certi casi anche commuovere lo spettatore: è ad esempio estremamente dolorosa la scena di una sterna che, appena giunta sulle coste dell’Africa con un’ala spezzata, dopo migliaia di chilometri di volo, viene raggiunta e divorata dai granchi sulla spiaggia.
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Gli uccelli presenti nel film sono innumerevoli, e non si tratta unicamente di migratori: si va dai classici viaggiatori di lunghe tratte come oche, aironi e cicogne, anatre e sterne, a specie stanziali, come ad esempio le colonie di pinguini imperatori in Antartide, a mille altre varietà fotografate in uno straordinario viaggio sopra i cinque continenti. Si va dai volatili ben noti alle nostre latitudini, come il pettirosso che apre e chiude la narrazione del film, o il cuculo che, ancora implume, viene colto nell’atto di cacciare fuori dal nido le uova dei suoi “fratellastri”, fino a specie esotiche come i pappagalli Ara delle foreste fluviali, o il condor delle Ande, o ancora l’albatros, che trascorre gran parte della sua esistenza in volo sopra i mari glaciali. Tra i principali protagonisti della seconda parte del film, che coincide con l’arrivo dei migratori nelle terre di svernamento, ci sono i pellicani bianchi africani, l’oca delle nevi, la gru del Giappone e molti altri ancora.
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Anche l’uomo è presente: non sempre si vede ma il più delle volte si intuisce la sua presenza, quando ad esempio gli stormi di anatre migratrici vengono raggiunti e decimati dai colpi di doppietta, oppure quando queste si vanno a rifugiare tra gli scarichi di una fabbrica, rimanendo impantanate, oppure ancora ricercano sollievo dal calore del deserto nascondendosi all’ombra di un camion abbandonato lungo la strada. Altre volte invece gli uomini si vedono: il ragazzo che spaventa le anatre nello stagno ad esempio, oppure la vecchietta che dà da mangiare alle gru appena arrivate e stremate dal lungo viaggio.
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La frase di Perrin La promessa del ritorno è stata mantenuta…, in coincidenza col ritorno sui territori di riproduzione da parte dei migratori, chiude un documentario stupendo e toccante, eccezionale dal punto di vista visivo e incredibilmente efficace nel descrivere le meraviglie della natura, e la grave perdita che non tutti subiremmo se decidessimo di distruggere queste specie e questi paesaggi per perseguire i nostri interessi economici. Un autentico capolavoro, ricco di poesia e dotato della capacità, sempre più rara nei film odierni, di meravigliare lo spettatore con immagini vere tratte dal mondo reale. Consigliato a tutti.

Cinema: ‘Instinct’ di Jon Turteltaub (1999)

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Dopo l’incredibile successo riscosso da Il silenzio degli innocenti, la crescente fama di Anthony Hopkins portò l’attore a scegliere personaggi e trame che sembravano costruite su misura per lui, ovvero individui complessi, dotati di un dualismo che li dipingeva a tratti affascinanti e ricchi di interiorità, mentre altre volte si rivelano pericolosi, violenti e incapaci di inserirsi in un contesto sociale. Sotto quest’ottica alcuni critici hanno liquidato questo film come una riproposizione di temi già visti, con un Hopkins intento a ripresentarsi nei panni di un Hannibal Lecter in salsa pò più ecologista, e mai errore fu più madornale.

Allo stesso modo altri hanno accusato questo film di buonismo e superficialità, dimostrano loro stessi di aver compiuto un esame tutt’altro che approfondito. Instinctin realtà è un film eccezionale, intelligente e mai banale, basato sul confronto psicologico tra due protagonisti diametralmente opposti, che aiuta a riflettere su parecchie realtà del mondo moderno sotto un’ottica assolutamente inedita.

Il film è liberamente tratto dal libro Ishmaeldi Daniel Quinn, in cui il protagonista, tramite comunicazioni telepatiche con un gorilla di pianura rinchiuso in gabbia, scopre gli errori e le contraddizioni della società moderna, paragonandola alle antiche società tribali (simili ai branchi dei gorilla stessi), in cui si viveva in equilibrio con l’ambiente, facendo parte della natura e non cercando di sfruttarla e controllarla. 

Sapremo rinunciare al nostro dominio? è forse la battuta più importante dell’intero film, poichè aiuta lo spettatore a riflettere su quanta libertà ci imponga effettivamente la nostra società moderna, e la strutturazione dei numerosi dialoghi che costituiscono l’ossatura del film portano un pò per volta i protagonisti, così come gli spettatori, a una presa di coscienza su tali tematiche.

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La copertina di ‘Ismael’, di Daniel Quinn

La trama in sé appare piuttosto lineare per il contesto di un thriller: il celebre studioso americano Ethan Powell, dopo aver compiuto per lunghi anni approfonditi studi sui gorilla di montagna in libertà sulle montagne africane, risulta disperso per quasi due anni, finché non riemerge e uccide a colpi di clava due cacciatori intenti a massacrare il branco di scimmie di cui ormai era diventato parte integrante. Il governo degli Stati Uniti riesce a far riportare il professore in patria, e a farlo rinchiudere nel manicomio criminale di Harmony Bay, decrepito e sovraffollato, dove il direttore e i secondini trattano con brutalità i detenuti.

E’ importante notare come, dal momento del delitto, Powell non abbia mai proferito una sola parola. Il professore Ben Hillard (Donald Sutherland), incaricato di eseguire una perizia psichiatrica su Powell, accetta di buon grado di lasciare questa al suo giovane e ambizioso assistente, Theo Caulder (un eccellente Cuba Gooding, jr.), ansioso di vedere com’è un uomo regredito in una sorta di stato primitivo, ripromettendosi di riuscire nell’impresa di rompere il suo silenzio.

Powell al primo incontro appare ancora violento e ritroso al confronto col giovane psichiatra, che però in breve, grazie all’aiuto della figlia del professore, Lynn (Maura Tierney), riesce a far schiudere Powell dal suo silenzio, e a spiegargli, incontro dopo incontro, cosa gli sia avvenuto negli ultimi anni trascorsi in Africa , e cosa lo abbia condotto al delitto. Lo stesso psichiatra, peraltro, sarà vittima dei violenti e improvvisi attacchi di violenza del professore, prima di ottenere la sua fiducia.

Caulder, convinto di poter cambiare le opinioni e il punto di vista del professore, viene al contrario reso partecipe da Powell della sua ottica del vivere in branco, in cui, cone nelle originarie tribù degli uomini, non si caccia mai più del necessario, non si coltiva più di quanto realmente occorra, e in sostanza si fa parte della natura senza cercare di sfruttarla o dominarla. La società moderna, secondo Powell, sarebbe in parte costituita dai cosiddetti Prendi (termine riferito a chi esercita il controllo, in contrapposizione aiLascia), che cercano di esercitare e reiterare il proprio dominio sugli altri. Inoltre, il desiderio di successo, l’ambizione, il perseguire costanti illusioni conducono alla totale mancanza di autentica libertà degli uomini moderni.

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L’ambiente non è dei migliori: le guardie provocano ripetutamente Powell, al fine di far fuoriuscire il suo lato più aggressivo, e esercitano il loro controllo anche sugli altri detenuti in maniera oppressiva; è chiaro l’esempio di ‘controllo’ esercitato tramite l’utilizzo di un mazzo di carte: prima dell’ora d’aria, destinata a un solo detenuto al giorno, vengono date a caso le carte ai detenuti, una ciascuno, e chi ha l’asso di quadri ha il diritto a uscire. Il problema è che sono sempre i più forti a sottrarre tale carta i più deboli, e quindi ad avere diritto ad andare all’aria aperta. Questo per Powell è un chiaro esempio di controllo da parte dei Prendi (in questo caso le guardie). Caulder rimane colpito da tale sopruso, e convince i detenuti a rifiutare questa regola, aiutato anche dal dottore di Harmony Bay, John Murray (George Dzundza), ma inimicandosi peraltro il direttore del manicomio, che lo obbliga ad accelerare la sua perizia, costringendolo ad andarsene prima del tempo previsto.

Caulder riesce però a forzare i tempi: conducendo Powell in uno zoo, a contatto con dei gorilla ingabbiati, il muro viene finalmente abbattuto, e si scopre la verità sugli eventi sanguinosi avvenuti in Africa: Powell aveva semplicemente cercato di difendere il suo branco da un attacco di bracconieri, e oltretutto l’aspetto che più lo aveva abbattuto era il fatto che questi erano giunti a reperire il gruppo di gorilla proprio per colpa sua, avendo trovato alcuni suoi oggetti lasciati lungo la strada, e conducendoli fino a loro.
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E’ interessante il parallelismo compiuto nella figura di Powell a confronto con quella di un vecchio gorilla imprigionato nello zoo, proprio per colpa del professore, molti anni addietro: pur aprendo la gabbia, egli non cerca neanche più di fuggire, tutte le sue speranze e illusioni di ritrovare la libertà sono ormai svanite da tempo; Caulder è però convinto che, raccontando la propria storia, Powell abbia buone probabilità di essere scarcerato, e riesce a convincere il professore che la libertà esiste, non è solo un miraggio.

Presumibilmente il punto di forza di questo film è proprio questo messaggio: la libertà esiste, ed è possibile raggiungerla anche quando le imposizioni della società moderna ci costringono entro mille modelli di pensiero e comportamentali che possono essere superati soltanto prendendo coscienza di sé e dei propri limiti, dettati dall’ambizione, dal desiderio di essere accettati, di fare parte del gioco. La rivisitazione della storia dell’Umanità, ‘senza fronzoli’, così come viene definita dal professor Powell, è il suo altro punto di forza: gli uomini, originariamente, vivevano in tribù in equilibrio tra loro e con il mondo di cui facevano parte, senza cercare di dominarlo; è stato l’arrivo dei Prendi, con le loro pretenziose pretese di controllo sugli altri uomini e sulla natura, illudendosi di essere dei, a rovinare tutto. Ma noi non siamo dei, siamo soltanto uomini: è questo probabilmente il principale messaggio di questo stupendo film.

Cinema: ‘Microcosmos – Il popolo dell’erba’ di Claude Nuridsany e Marie Pérennou (1996)

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Molti spettatori ritengono che per assistere alle più grandi e spettacolari manifestazioni del mondo naturale sia necessario visitare le savane africane o le foreste pluviali del Borneo o dell’Amazzonia, quando in realtà intorno a noi è presente un mondo incredibilmente variegato, popolato da un’infinita moltitudine di forme animali e vegetali strane e misteriose, di timidi erbivori e feroci predatori, di strenue lotte quotidiane per il successo e la sopravvivenza, di mille sfide avvincenti e affascinanti. L’unica differenza, rispetto alle tematiche trattate dai classici documentari naturalistici, è la scala su cui opera questo Microcosmos.

Ambientato nella campagna francese dell’Aveyron, e nel corso di un singolo ciclo di 24 ore di un giorno d’estate, questo documentario ci mostra un mondo quasi inesplorato o, perlomeno, mai visto con gli occhi dei suoi protagonisti: le proporzioni cambiano, i tempi si accelerano, la vita vista sotto l’ottica degli insetti assume un aspetto magico e avventuroso: la pioggia, con le sue enormi gocce, è un pericolo concreto, semplici sassi si trasformano in montagne così come uccelli di dimensioni anche ridotte diventano temibili predatori, e lo stesso ciclo della vita cambia completamente i tempi a cui siamo abituati: un giorno dura un’ora, una stagione un giorno, una vita una stagione.

La giungla inestricabile che fa da ambiente naturale per i protagonisti del documentario altro non è che un semplice prato erboso, e creature piccole, quasi insignificanti all’occhio umano, si trasformano in protagonisti assoluti della scena, proiettando lo spettatore in una dimensione completamente nuova e inedita.

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L’intento dei registi Claude Nuridsany e Marie Pérennou non è difatti quello di creare un rigoroso documentario scientifico ricco di termini e descrizioni della vita dei suoi piccoli protagonisti, ma di far semplicemente sentire l’osservatore parte di quel mondo in miniatura, in cui la lotta per la sopravvivenza e le piccole sfide di ogni giorno hanno lo stesso peso e difficoltà di quelle del mondo su scala ‘umana’. L’intento di umanizzare gli insetti viene svolto egregiamente non soltanto dalla scelta di scene azzeccate e particolarmente significative, ma anche da un sottofondo musicale introspettivo e indovinato, che spesso si alterna a rumori della natura che non siamo soliti ascoltare, come il rumore dei passi delle formiche, o lo scontro tra le temibili armi da combattimento di due cervi volanti in lotta.

La stessa voce narrante si limita a un breve cenno introduttivo, per poi lasciare totalmente spazio alle voci della natura. Tale scelta è presente in altre opere dello stesso produttore Jacques Perrin, come Il popolo migratore o Himalaya, tra i più celebri e acclamati film-documentario usciti negli ultimi anni nelle sale cinematografiche.
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Le tecnologie di ripresa utilizzate sono assolutamente innovative e all’avanguardia, e si basano principalmente, come è ovvio, sulla tecnica macro, che permette un dettaglio eccellente anche su scene di pochi centimetri di ampiezza. Molte delle apparecchiature di ripresa utilizzate sono state create ad hoc per la realizzazione del documentario stesso, e soltanto i tempi di preparazione delle ambientazioni e delle apparecchiature ha richiesto due anni di lavoro, oltre ai tre anni necessari per completare le riprese.

Tempi così lunghi non sono casuali: determinati avvenimenti, come la cova delle libellule (che dura soltanto 15 giorni), avvengono in un breve periodo dell’anno, e se le riprese necessarie non sono state finite, bisogna attendere l’anno successivo per poterle completare.

L’ambientazione e la sceneggiatura rigorosa, con scene ben definite e talvolta complesse, pur favorendo l’eccezionale risultato finale, ha reso estremamente difficoltoso il lavoro per i realizzatori del documentario. In determinati casi le ambientazioni proposte erano totalmente inedite, come ad esempio nel caso di una straordinaria inquadratura all’interno di un formicaio, con le abitanti della colonia in stato di allarme generale a causa dell’attacco di un gigantesco predatore, in questo caso un fagiano.

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Altre scene si sono rivelate difficili da immortalare proprio perché rare e poco frequenti, come la creazione della ‘campana’ di aria subacquea da parte dell’argironeta, l’unico ragno ‘sommozzatore’ esistente al mondo. Altre scene, pur se più frequenti in natura, presentano comunque una bellezza particolare perché mai viste in maniera così completa e dettagliata: un esempio è fornito dagli afidi, piccoli animali che estraggono la linfa da determinate piante e forniscono alle formiche una soluzione zuccherina in cambio di protezione; e la protezione stessa non tarda a farsi vedere, quando sul ramo popolato di afidi arriva una coccinella, loro predatrice, che viene prontamente scacciata dalle formiche di guardia. Altre scene ancora, come la nascita delle zanzare dall’uovo deposto sul pelo dell’acqua, o il ragno argiope intento ad avvolgere alcune malcapitate cavallette vittima della sua tela, pur se non particolarmente rare, assumono un fascino assolutamente unico viste sotto l’ottica dei loro protagonisti. Lo stesso combattimento tra cervi volanti, assume, immerso nell’oscurità e illuminato unicamente dalla flebile luce lunare, una drammaticità unica.

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La stessa scelta dei protagonisti delle scene è stata tutt’altro che semplice per i realizzatori del film, poiché, a differenza di quanto si potrebbe credere, ogni esemplare ha un suo carattere particolare, e sono rari gli insetti che si comportano naturalmente e a loro agio sotto la macchina da presa. Determinate scene, come hanno rivelato gli stessi Nuridsany e Pérennou, sono state realizzate utilizzando diversi ‘protagonisti’ e addirittura qualche comparsa: un caso in tal senso è la divertente scena di uno scarabeo sacro intento a trasportare la sua pallina di sterco, il quale, novello Sisifo, incontra mille ostacoli durante il suo tragitto che lo rallentano e lo bloccano, ma lui, imperterrito e dotato di rara tenacia e testardaggine, le supera tutte per portare il suo raccolto alla propria tana.

Persino la lunga marcia dei bruchi, in rigorosa fila indiana, ci viene raccontata in modo inedito, e ci mostra in maniera affascinate e insolita le particolari regole che controllano la formazione delle colonne dei piccoli Lepidotteri.

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Durante la narrazione ci veniamo, in sostanza, a trovare in un pianeta Terra parallelo, con tempi, proporzioni e protagonisti diversi dal solito, che ci appaiono inediti e a cui non siamo abituati, sebbene ci circondino nella nostra vita di tutti i giorni. L’idea dei registi è stata difatti quella di ricostruire un mondo invisibile in gran parte all’occhio umano, e di farne sentire il profumo, le sensazioni, la magia.

Il risultato è assolutamente eccezionale e imperdibile per ogni buon amante della natura, e ci fa comprendere che il mondo in cui viviamo è straordinario e incredibilmente variegato anche alle nostre latitudini, e per rendersene conto è sufficiente cambiare il nostro punto di vista, o le proporzioni a cui siamo solitamente abituati.

Biografia di Dian Fossey (1932-1985)

Dian nasce da genitori di origine inglese, e conduce i primi anni d’infanzia in California; presto i suoi genitori si separano, a causa della dipendenza all’alcool del padre e di alcuni suoi guai con la legge. Dian vive in seguito con sua madre e col suo nuovo marito, Richard Price, con cui ha un rapporto conflittuale a causa della sua mentalità conservatrice e tradizionalista.

Nonostante il suo interesse e amore per gli animali, non le viene concesso di acquistarne altri dopo la morte del suo pesce rosso, suo unico animale domestico nell’infanzia. I genitori di Dian non collaborano economicamente ai suoi studi al college, mentre vi partecipano i suoi zii materni, che incoraggiano e aiutano la passione di Dian per la natura.

Dopo aver terminato la high school nel 1949, Dian frequenta il Marian Junior College in California. Sospinta dal suo patrigno, Dian segue lezioni di economia, pur detestandole, e nel frattempo lavora in una fabbrica come operatrice alle macchine, mentre al liceo aveva lavorato come commessa.

A 19 anni, dopo aver trascorso il suo primo anno di college, a Dian viene offerto un lavoro in un ranch nel Montana, e lei accetta con entusiasmo, data la sua passione per gli animali e per la natura, ma si ammala presto ed è costretta ad abbandonare.

Nel 1950 ritorna agli studi, ma questa volta dedicandosi a studi di sua scelta, e si iscrive al corso di veterinaria, alla University of California a Davis. Nonostante la passione per le discipline biologiche, Dian ha problemi con altre materie scientifiche come la fisica e la chimica e non riesce a superare il secondo anno di college.

Nel 1952 Dian si trasferisce al San Jose State College, con un nuovo interesse nel occuparsi dei bambini afflitti da malattie nervose. Nel 1954 si laurea in Occupational therapy.

Più tardi, nel 1974, Dian tornerà agli studi e otterrà PhD in Zoologia alla Cambridge University, per la creazione del centro di ricerca a Karisoke in Ruanda nel 1967.

Dopo la laurea, Dian lavora in diversi ospedali in California, occupandosi di pazienti affetti da tubercolosi per nove mesi consecutivi. Cercando di allontanarsi il più possibile dalla California, accetta un lavoro al Kosair Children’s Hospital a Louisville, nel Kentucky. Dian accetta di buon grado il fatto di non poter vedere frequentemente la propria famiglia, pur di allontanarsi dalla California. Apprezza molto invece il fatto di poter lavorare con la gente onesta e semplice del Kentucky, di cui apprezza lo spirito e la semplicità. Vive in un cottage affittato all’interno di una tenuta chiamata Glenmary, fuori dalla città. I proprietari la incoraggiano a seguire la sua passione e la sua applicazione negli studi di veterinaria.

Tra le persone maggiormente influenti nella vita di Dian un posto fondamentale lo ricopre Mary White Henry, segretaria dell’amministratore del Kosair Hospital, che la introduce alla società di Luoisville e favorisce le sue nuove amicizie e conoscenze, in particolare con Franz Forester, un ricco rhodesiano con cui ha una prima importante relazione, e in seguito con un prete irlandese, Padre Raymond, che ha una profonda influenza su Dian, sino alla sua conversione al Cattolicesimo. Sebbene la sua intima relazione col religioso cresca, altrettanto fa quella con Forrester, al punto che questo nel 1957 offre a Dian un viaggio di sola andata per l’Africa, per andare a vivere nella residenza dei suoi genitori, ma Dian rifiuta per non rinunciare alla propria indipendenza.

Ormai la passione è fortissima, e, benché Dian debba rifiutare a malincuore a causa dell’eccessivo impegno economico varie proposte di viaggi per l’Africa, tra cui una della stessa Mary White, decide di accumulare conoscenze sui safari e sulla natura africana e si ripromette di riuscire a organizzare un viaggio per quelle terre entro il 1963.

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Ubicazione del Karisoke Research Center

Il giugno di quello stesso anno Dian riesce a organizzarsi in modo da affittare una guida per i safari di Nairobi, al prezzo di cinquemila dollari; per riuscire a fare questo deve impegnare i guadagni all’ospedale dei successivi tre anni a un interesse del 24 percento. Nel frattempo Dian continua a studiare e ad accumulare quante più nozioni le è possibile con tutta la letteratura che riesce a recuperare. In particolare il libro The Year of The Gorilla dello zoologo George Schaller ha una grande influenza su di lei, al punto da spingerla a indagare e a imparare di più sulla vita e le caratteristiche dei rari gorilla di montagna.

Preoccupata di poter contrarre allergie o malattie di vario genere, Dian imbottisce il suo bagaglio di tutti gli antibiotici e le medicine che riesce a trovare.
Dopo aver raggiunto l’Africa Dian riesce a contattare il celebre paleoantropologo Louis Leakey, che si trova in quel periodo a Nairobi, e a esprimergli il suo interesse per i gorilla di montagna, esprimendo il suo desiderio di riuscire a osservarli direttamente in natura. Leakey si dimostra molto cordiale e interessato alla ragazza.

Proseguendo nel viaggio Dian e la sua guida si fermano in prossimità del villaggio di Kisoro, da cui si dirigeranno verso uno dei grandi vulcani, il monte Mikeno, per raggiungere un campo base di due fotografi.

È qui che Dian ha per la prima volta un’esperienza diretta di osservazione della vita dei gorilla in libertà: difatti incontra, nel corso di un’uscita di gruppo, un gruppo di mezza dozzina di maschi adulti. Questa esperienza determinerà il corso futuro della vita di Dian.

Dopo il suo ritorno a Louisville, Dian riincontra il dr. Leakey a una conferenza, e riesce a influenzarlo sufficientemente da averlo come sostenitore di un suo progetto di ricerca; sebbene questo, difatti, sappia bene che Dian non è qualificata nel campo della biologia, dell’etnologia, dell’antropologia e della zoologia, Leakey rimane comunque impressionato dalla sua passione e dall’interesse verso i gorilla. 

Dopo essere riuscita a ottenere un finanziamento dalla Wilkie Foundation, celebre anche per aver sponsorizzato Jane Goodall nei suoi studi sugli scimpanzé, e dopo essersi definitivamente slegata dal Kosair Hospital Dian è diretta nuovamente in Africa. Oltretutto ai finanziamenti si aggiungerà anche il supporto della National Geographic Society. Siamo nel 1966: l’anno seguente il centro di ricerca viene fondato in una zona intermedia tra i due vulcani Karisimbi e Visoke, all’interno del Parco dei Vulcani in Zaire, a pochi chilometri dal confine col Ruanda, col nome di Karisoke Research Center.

Presto questo diventa anche il quartiere generale delle pattuglie anti-bracconaggio dei gorilla da lei stessa organizzate, oltre che luogo di ricerca per numerosi scienziati che studiano la biologia dei gorilla di montagna.
I metodi di osservazione di Dian hanno per sempre cambiato le metodologie di studio degli animali in libertà: difatti Dian ha l’abitudine, e andrà avanti per oltre vent’anni in tal modo, di sedersi tra i gorilla, immobile e totalmente disarmata, prima lontana dal branco, per poi avvicinarsi gradualmente, fino a essere accettata come parte integrante della comunità e del branco nel giro di pochi anni. Dian in particolare stringe una forte amicizia con un gorilla, Digit, che sarà da lì a qualche anno massacrato dai bracconieri, come buona parte del branco da lei studiato. Dian scopre inoltre numerosi gesti e vocalizzi che i gorilla utilizzano nelle comunicazioni interne ai gruppi.

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Digit

Dian fonda in seguito il Digit Fund (adesso chiamato semplicemente DFGF), per la conservazione dei gorilla di montagna, soprattutto dalle riduzioni del loro habitat naturale e dagli attacchi dei bracconieri, che ricavano pochi dollari dalla vendita di teste, mani e piedi dei gorilla, utilizzate come decorazioni o addirittura come posacenere.

Dian è spesso impopolare tra i locali e addirittura, a causa di alcune superstizioni del luogo, viene spesso affiancata alla figura di strega, che spesso lei stessa impersona per spaventare i bracconieri catturati mentre li interroga. Dian rischia anche di essere allontanata dal governo in seguito ad accuse di collaborazione con i bracconieri (!) e col governo del Ruanda, e ha problemi legali di ogni genere per continuare la sua permanenza e il suo lavoro.

Dian scrive anche un romanzo per descrivere la sua esperienza, Gorilla nella nebbia. Da questo lavoro verrà tratto un film omonimo interpretato da Sigourney Weaver.

Il 27 dicembre 1985 Dian Fossey viene brutalmente assassinata a colpi di machete da uno sconosciuto aggressore, forse un bracconiere, all’interno proprio del Karisoke Research Center. Nessuna condanna è mai stata inflitta per questo assassinio, che rimane ancor oggi irrisolto.

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La copertina di National Geographic dedicata a Dian Fossey

La rivolta genocida scoppiata in Ruanda nei primi anni ‘90, che in meno di cinque anni ha portato a un massacro calcoltato in circa 1.2 milioni di vittime, ha creato anche un popolo di quasi un milioni di rifugiati e ha diminuito drasticamente le possibilità di salvare dall’estinzione i gorilla di montagna, la cui popolazione oggi stimata è di poche centinaia di individui. Tra i principali scenari in cui si è sviluppata questa tragedia ci sono difatti i monti Virunga, di cui fa parte tutta l’area circostante Karisoke. Nel 1994 la fondazione Gorilla Fund è stata definitivamente allontanata dal Ruanda. 

Il corpo di Dian Fossey è seppellito in un piccolo cimitero di fianco al centro di ricerca, in mezzo alle tombe di 17 gorilla, uno scimpanzè e un cane.

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Per ulteriori informazioni:

http://www.gorillafund.org/

The Dian Fossey Gorilla Fund (ex Digit Fund)

Tra i libri sulla figura della Fossey, oltre a Gorilla nella nebbia, vi segnalo Una donna tra i gorilla, di Farley Mowat, Ed.Garzanti, 1987, e, ovviamente, anche il film con Sigourney Weaver.

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Copertina di Gorilla nella nebbia, edizione originale

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Copertina del dvd del film Gorilla nella nebbia