Ultima tappa: Min Hang!

Spulciando tra le migliaia di foto che ho scattato in questi mesi in giro per la Cina comincio veramente a realizzare quanto questo viaggio insieme ad Agorà sia stato lungo e variegato. Quelle tipiche reazioni di incredulità del tipo “ma veramente sono stato in questo posto?”, “ma davvero ieri ero lì?”, “non mi ricordavo quanto bello fosse quel paesaggio” di fronte alla miriade di immagini di città, campagne, paesi e volti della Terra di Mezzo che ho immortalato mi fanno realizzare come, tra le tappe al seguito della mostra e le deviazioni sul percorso, abbia visto una quantità di luoghi che, per soli cinque mesi scarsi di peregrinare,  è davvero notevole.

Ciononostante, la lunghezza di questo viaggio ancora di più mi aiuta a realizzare quanto infinitamente grande sia l’Impero Celeste e quanto poco di esso sia riuscito a vedere. Uno dei pochi libri che mi hanno accompagnato durante questa avventura è stato La Cina in vespa del compianto Giorgio Bettinelli, regalatomi il giorno prima della partenza. Il celebre Mr.Vespa, dopo aver girato il mondo più volte a bordo della sua due ruote, si era sposato con una donna cinese e si era stabilito a JingHong, nella regione meridionale dello Yunnan, dove aveva vissuto per un paio di anni prima di intraprendere l’ennesima avventura raccontata in questo libro: un viaggio in vespa di quarantamila chilometri, durato 18 mesi e che aveva toccato tutte e 34 le provincie e municipalità della Cina. E lui stesso nel corso della narrazione, dopo più di 4 anni trascorsi al suo interno, affermava di cominciare a malapena a capirci qualcosa di questo immenso punto interrogativo che è rappresentato dalla Cina moderna; figuriamoci io, che in pochi mesi ne ho visto poco più che un assaggino. Bettinelli purtroppo è scomparso tre anni fa a causa di un malore durante la preparazione di un altro grande viaggio in vespa, questa volta in Tibet. Chissà che meraviglia sarebbe stato. Rest in Peace Mr. Vespa, e grazie per avermi fornito l’unica vera, completa ed affidabile guida turistica che abbia usato durante questi mesi di permanenza nel meraviglioso paese che tu amavi così tanto.

Queste sono le tipiche riflessioni che il viaggiatore comincia a fare quando sente avvicinarsi sempre più il giorno del ritorno a casa e degli addii (ma più probabilmente degli arrivederci) ed in effetti tutto questo è assolutamente naturale dato che da alcuni giorni Agorà ha raggiunto la sua ultima tappa, ovvero il Min Hang district di Shanghai.

   

Con i suoi due milioni e mezzo di abitanti e le sue dimensioni da città europea medio-grande, Min Hang è un quartiere popolare che si estende a sud dell’area urbana della megalopoli, ed è ben diverso dalle sue zone più commerciali e moderne: niente grattacieli, niente centri commerciali o boutiques di Zara, niente turisti, tantomeno occidentali. A Min Hang si trovano soprattutto case popolari, scuole, sedi universitarie e campi sportivi; e proprio in un centro dedicato principalmente ad attività sportive ed in generale ad eventi per i più giovani che Agorà viene ospitata nella sua ultima tappa, all’undicesimo piano di un palazzo il cui lunghissimo nome eviterò di tradurvi, circondato da campi da calcio a 11, basket, tennis, badminton nonché piscina olimpionica. “Mostra con vista” verrebbe da dire, dato che dall’undicesimo piano si può godere di un panorama splendido, trovandosi nel palazzo più alto della zona, dal quale si possono vedere i tetti rossi tipici delle vecchie case di Shanghai che si ripetono per chilometri e chilometri in tutte le direzioni; un’altra definizione calzante potrebbe essere “mostra allegra”, dato che si trova di fronte ad un asilo nido, a poche centinaia di metri da alcune scuole elementari, e lungo Gaoxin lu, letteralmente “la via felice”!

E di certo l’inizio è stato molto più che felice: soliti lavori di allestimento, solita cerimonia di apertura presenziata dalle autorità della SAST (come sempre cordiali e alla mano) e dai rappresentanti del quartiere di Min Hang, solito pubblico delle occasioni che contano, in questo caso un nutrito gruppo di pensionati provenienti da un centro per le attività della Terza Età poco distante dalla nostra location, che hanno reso divertente e giocosa (ma per fortuna tranquilla!) la giornata di apertura.

              

Nei giorni successivi, nonostante la difficoltà nel raggiungere la location dal centro città (poche linee di autobus e circa 20 min a piedi dalla più vicina fermata della metro) che mi aveva fatto dubitare in grandi afflussi di pubblico, la mostra è stata spesso visitata da gruppi, ma forse il termine ‘orde’ è più adatto, di centinaia e centinaia di bambini provenienti dalle scuole adiacenti, che da un lato ci hanno dato grande soddisfazione confermando il successo delle tappe precedenti, dall’altro hanno reso tutt’altro che leggere e rilassanti le ultime giornate di lavoro, con exhibits fuori uso da riparare, pezzi da sostituire, grandi gruppi di persone da gestire. Giorni divertenti e faticosi ma a conti fatti anche gli ultimi del tour, quindi tutto sommato va bene così, bisogna solo tener duro fino alla fine.

Il conto alla rovescia prima della partenza è cominciato e visto che ormai rimangono pochi giorni di mostra e poi ci sarà un disallestimento da fare ed un container da riempire per il ritorno in Italia di Agorà, bisogna sfruttare questi giorni per visitare gli ultimi angoli remoti di Shanghai ancora non visti; tra questi c’è il mercato tradizionale di Qi Bao road  con le sue lanterne rosse, le basse case tradizionali, i negozi di souvenir, le tea houses, i canali solcati da imbarcazioni a remo, i negozi alimentari all’aperto e l’acre odore di tofu fritto e spiedini alla brace che intorpidisce le narici e ti fa finalmente provare quelle sensazioni di Cina autentica che nel resto di Shanghai sono diventate sempre più rare con l’avvento di centri commerciali e grattacieli. Questo “piccolo mondo antico” si può vedere bene all’ingresso della water town, dove una statuetta a forma di porcellino in mezzo ad uno stagno viene presa di mira dal lancio delle monetine dei passanti: ovviamente per chi centra la schiena aperta a mò di salvadanaio ci sarà un po’ di fortuna extra nella vita. Allo stesso modo qua e là in giro per gli specchi d’acqua e i parchi di tutta la Cina si possono vedere bocche di drago, vasetti, salvadanai o anche ranocchie con la bocca spalancata, tutti bersagliati da migliaia e migliaia di monetine, a dimostrare che quel piccolo vecchio mondo delle superstizioni e dell’ingenuità popolare è rimasto tutto sommato intatto nonostante secoli di cambiamenti politici ed economici e questi ultimi anni di sfrenata modernizzazione.

      

Prima di concludere salto di palo in frasca per sfatare un paio di miti gastronomici cinesi su cui molti si interrogano: intanto se gli involtini primavera e le nuvole di drago qui esistano davvero oppure siano solo una creazione per i ristoranti cinesi in Occidente. Ebbene sì, esistono anche in Cina, sebbene non siano così diffusi come verrebbe da pensare e soprattutto hanno origini regionali ben definite essendo diffusi principalmente nel sud del paese, in particolare nella zona di Guangzhou (Canton), i cui piatti sono l’unico tipo di cucina cinese conosciuto in Occidente. L’abitudine di utilizzarli come antipasto è invece più occidentale: in Cina gli involtini primavera sono mangiati per lo più a colazione, mentre le nuvole di drago spesso fanno da contorno o addirittura da semplice abbellimento ad altri piatti. L’altro mito gastronomico sui cinesi dice che questi mangino il cane regolarmente: ebbene, in cinque mesi di permanenza e dopo aver pranzato in qualche centinaio di ristoranti e locali sparsi da nord a sud del paese non ne ho visto uno solo che avesse sul menù un piatto che, laddove esistesse, vien facile pensare sia un’attrattiva per qualche turista voglioso di raccontare “ho mangiato il cane, ho mangiato il cane!” una volta tornato a casa. In effetti a tal proposito il mio amico Tim si è detto sorpreso del fatto che fossi l’unico occidentale con cui avesse  lavorato negli ultimi anni a non avergli chiesto di un ristorante dove mangiare il cane, e mi ha detto di conoscerne soltanto uno fuori Shanghai, una città di 30 milioni di abitanti, giusto per far capire quanto sia diffusa questa ‘abitudine’ che peraltro, è bene precisarlo, è stata diffusa per secoli in varie parti del mondo e non soltanto in Cina.

(AGGIORNAMENTO del 30 settembre: oggi è nuovamente uscito fuori il discorso, e a quanto pare c’è una via in Shanghai dove si possono trovare alcuni locali che servono il cane… con la precisazione che si tratta di ristoranti coreani gestiti da immigrati coreani e all’interno del quartiere coreano!)

C’è decisamente poco altro da aggiungere, bisogna solo prepararsi fisicamente per gli ultimi giorni di duro lavoro e psicologicamente per l’addio alla Cina e il rientro in aereo, che avverrà solo dopo la partenza del container con gli elementi della mostra; nel frattempo bisognerà cominciare a fare mente locale e a stilare una –lunghissima- lista di ringraziamenti per tutte le persone coinvolte in questa meravigliosa avventura cinese a cui dovrò dedicare il prossimo post, l’ultimo scritto in terra d’Oriente. E forse sarà questo, molto più che exhibits da smontare o containers da caricare, a rivelarsi il compito più arduo da svolgere prima della partenza.

Zaijian,

fonso

Un pochino di Pechino – prima parte

In soli quattro giorni non si può certo pretendere di vedere tutto quello che è degno di essere ammirato in una città maestosa ed immensa come Pechino, la capitale dell’Impero Celeste. Tanto più se due di questi giorni sono in buona parte dedicati ai viaggi di trasferimento: in corriera da Jiaxing a Shanghai e in aereo (poco più di mille km) da Shanghai e Pechino, l’inverso al ritorno. Non è di aiuto neanche il fatto che Pechino sia una delle città più grandi della Cina, con i suoi 16 milioni di abitanti stimati, tra residenti, pendolari, immigranti non registrati e tanti, tantissimi stranieri presenti per lavoro o turismo. In ogni caso ho sfruttato al massimo le mie doti di turista ossessivo-complusivo per vedere il maggior numero di tappe possibili, e tutto sommato sono riuscito a lasciare la Capitale del nord senza rimpianti. Cercherò di farvi un bignami di questa visita, diviso comunque in due parti, per rendervi partecipi della meraviglia che è questa città.

L’arrivo nella tarda serata di lunedì non mi ha impedito di fare una breve uscita di ricognizione, durante la quale ho assistito ad una delle scene più belle viste da quando sono in Cina: i balli di gruppo di fronte alla cattedrale di San Giuseppe, la principale chiesa cattolica della capitale. È normale vedere gruppi di persone -soprattutto anziane- ballare nelle piazze alla sera al suono degli amplificatori portatili che diffondono musiche “da balera” cinesi, ma con l’inedita variante della chiesa sullo sfondo beh, questo in effetti mi mancava! Dopo questo simpatico siparietto e una visita rapida ad alcuni Hutong (vicoli) vicino all’albergo, ho pianificato con cura le tappe dei giorni successivi.

 

La prima visita obbligatoria da fare a Pechino è la Città Proibita, la residenza degli imperatori della Cina per circa cinque secoli, oltre che il punto centrale del reticolato perfettamente ortogonale delle strade che disegnano la mappa della capitale. Si tratta, come dice anche il nome, di una città dentro alla città, con dimensioni imponenti (720.000 metri quadrati di superficie complessiva, quasi mille edifici con oltre 8700 stanze al loro interno), mura di protezione che la cingono sui quattro lati, e amplissime aree destinate ai più svariati utilizzi.

  

La Città Proibita venne edificata durante la dinastia Ming, dal 1406 al 1420 d.C. e da allora ospitò tutti i sovrani cinesi, sia Ming che della successiva dinastia Qing, fino alla deposizione dell’ultimo imperatore Aisin Gioro Pu Yi nei primi anni del XX secolo. Dal 1925 è un museo, visitato ogni anno da migliaia di turisti provenienti dalla Cina e da tutto il mondo, ed è stato nominato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Cercando di evitare la ressa mi sono recato dagli ingressi della Città Proibita già armato di biglietto prima della sua apertura alle 9 del mattino. Un grande cortile fa da anticamera alla città imperiale vera e propria e in quest’area abbondano negozi di souvenir e venditori ambulanti, ma è anche possibile vedere alcune esercitazioni militari di una caserma presente all’interno dell’area.

 

Lo sforzo di arrivare all’ingresso il prima possibile si è rivelato tutto sommato inutile, dato che moltissimi altri visitatori erano già in attesa e si sono riversati dentro la residenza imperiale a migliaia all’apertura dei cancelli, formando un fiume di gente proporzionale alle maestose dimensioni del luogo.

 

Il motivo di questa fretta è facilmente comprensibile: la Città Proibita richiede svariate ore per essere vista nella sua interezza: sembra non finire mai con tutti i padiglioni centrali che si susseguono, larghi decine e decine di metri e tutti dotati di una sala del trono centrale, che non lasciano intuire se la Città finisca lì o continui alle loro spalle. Inoltre, soprattutto verso la fine, le aree laterali con cortili e spazi dedicati a varie attività si rivelano la vera chicca della visita: dalle stanze in cui abitavano gli eunuchi che facevano da scorta all’Imperatore, ai centralini telefonici d’epoca, per finire in una serie di giardini curati con una perizia quasi maniacale e adornati da specie vegetali ricercate e di rara bellezza.

   

L’ingresso della Città Proibita è a sud e si affaccia su Tien’anmen, la più grande piazza del mondo, anch’essa risalente all’inizio del XV secolo e ristrutturata più volte nel corso dei secoli. Sulle mura esterne della residenza imperiale campeggia il celebre ritratto di Mao Zedong, mentre, dal lato opposto della piazza e a quasi un chilometro di distanza, si trova il mausoleo/memoriale dello stesso chairman, visitato ogni giorno da migliaia e migliaia di persone che con assoluta devozione aspettano per ore in coda per poter vedere la mummia dell’artefice della Repubblica Popolare Cinese, esposta al suo interno.

  

Proseguendo ancora più a sud si ritorna al passato: l’altra visita obbligatoria per i visitatori della capitale è infatti il Tiantan o Tempio del Cielo, anch’esso edificato dai Ming ed uno dei più importanti luoghi di culto taoisti al mondo. Circondato da un grande parco e da vari padiglioni disposti al suo interno, il tempio ha nella sua zona più alta la Sala della Preghiera per un buon raccolto, un padiglione realizzato in legno decorato che è uno dei simboli di Pechino e della Cina, nonché uno dei monumenti meglio conservati dell’epoca Ming.

 

Due volte all’anno, per pregare per un buon raccolto, l’imperatore si recava in processione dalla Città Proibita al Tempio del Cielo indossando particolari paramenti. I comuni mortali non erano autorizzati ad assistere a questa cerimonia e lo stesso sovrano per circa tre settimane doveva dedicarsi interamente alla preghiera e all’ascetismo, conducendo vita di isolamento totale dentro ad un apposito padiglione del Tempio.

 

Nel grande parco all’interno del tempio è possibile vedere, in mezzo alle solite bancarelle e ai venditori ambulanti, anche qualche giocoliere maestro nell’utilizzo del nastro tradizionale, simile a quello della moderna ginnastica ritmica.

Dopo una breve tappa (per me obbligatoria) al dimenticabilissimo museo di Storia Naturale che si trova  a breve distanza dal tempio, mi sono recato a nord-ovest per vedere la residenza estiva degli imperatori, lo Yiheyuan, fatto costruire a metà del XVIII secolo dall’imperatore Qianlong della dinastia Qing.

Per raggiungerlo bisogna attraversare un lungo corridoio coperto, interamente realizzato in legno decorato a mano, che fa da giusta premessa a quanto si va a visitare.

Il palazzo, manco a dirlo, è imponente, arroccato com’è su una collina da cui si domina una vallata su cui è stato creato appositamente uno specchio d’acqua, il lago Kunming, solcato attualmente da decine di imbarcazioni affittate dai turisti. La visione per me è familiare, e non a caso: il lago venne creato per emulare lo Xi Hu di Hangzhou e la sua meravigliosa atmosfera che, evidentemente, era un po’ invidiata dagli imperatori pechinesi. Il palazzo era inoltre particolarmente amato dall’imperatrice vedova Cixi, che lo fece ristrutturare ed ampliare negli ultimi anni dell’impero.

L’ultima visita della giornata è stata dedicata al parco Jingshan, che confina a nord con la Città Proibita ed ha al suo interno una collina alta una cinquantina di metri su cui sono costruite alcune piccole pagode laterali attorno ad un padiglione centrale, tutto secondo l’architettura tradizionale. Al calar del sole da qui è possibile ammirare la Città Proibita dall’alto, illuminata dalle soffuse luci notturne e ancora più affascinante che durante il giorno, per rendersi conto della sua incredibile estensione: tutto questo era creato per la soddisfazione di un uomo solo, l’imperatore, considerato dal popolo cinese un dio in terra, al punto che anche la capitale dell’impero era stata pianificata e costruita intorno alla sua residenza.

La struttura degli Hutong, infatti, oltre alle classiche regole del Fengshui che imponevano un orientamento Nord-Sud delle case e conseguentemente Est-Ovest delle strade su cui si affacciavano, prevedeva una struttura concentrica delle vie attorno alla Città Proibita, fino ad arrivare alla periferia della città di Pechino. I nobili ed i dignitari di maggior importanza potevano abitare nelle vie più vicine alla residenza imperiale, i borghesi e le classi medie nei cerchi immediatamente al loro esterno, mentre le case dei poveri si trovavano nelle periferie ai quattro lati della città. Nel corso dei secoli varie modifiche sono state apportate a questo sistema di urbanizzazione, ma la struttura concentrica della città è rimasta.

Quello che è scomparso sono le costruzioni tradizionali degli Hutong, progressivamente demolite per fare spazio a strade sempre più ampie e a moderni alberghi e uffici. Non ne rimangono molti, e, pur trovandomi in pieno centro, sono riuscito a vederne e fotografarne ben pochi. A tal proposito vi segnalo la mostra di Andrea Sessarego, vecchia conoscenza di chiunque abbia mai avuto a che fare col Festival della Scienza, dedicata proprio agli Hutong, contenente immagini di tre anni fa, ovvero poco prima delle Olimpiadi e della cancellazione di tanti altri vicoli storici della Pechino vecchia.

Tutto questo, credeteci o no, l’ho visto durante il mio primo giorno di visita della capitale. Nella prossima puntata (che bello dire così, mi sento un po’ Piero Angela!) parlerò delle altre tappe viste nella seconda e ultima giornata della  mia mini-trasferta, ovvero la Grande Muraglia, l’area olimpica e la nuova Pechino, quella che vive e progetta il futuro della Cina e del mondo intero con un ruolo di assoluta protagonista.

Zaijian,

fonso

Chop(sticks) suey!

“Hello!”

“Hello! Huh, chefan le ma?”

“Chefan le ma! Good, do you speak Chinese?”

“No, no, just few words…”

“Ni shi na guò ren? Where are you from?”

“Wo shi Yidaliren, Italy”

“Ahh, Audalia, dué dué!”

“No, not Australia! Yidali, Italy, Italia!”

“…”

“Ehrr… noodles, you know? Pizza….”

“…”

“Venice, Rome, Na-po-li… Sicily?”

“Sicily? Godfader? Maf-fia? Aaaah, Yidaliren, Italia, cool, maf-fia, gangster, ratatatata..”

“Yes, we have also maf-fia, but it’s not cool, not ratatatata, it’s bad people”

“…”

“Well, nevermind.”

Gli incontri occasionali con la gente che ti ferma per strada e ti fa domande come se provenissi da Marte sono una delle parti migliori di questo viaggio. Ovviamente non parlo di Shanghai o Hangzhou, città turistiche dove i lao wai si incontrano frequentemente e la gente parla bene l’inglese, ma di posti come Jiaxing dove mi trovo ora, o Taicang, dove in due settimane di occidentali ne avrò incontrati sì e no cinque. Dai bambini che sgranano gli occhi, sussurrano qualcosa al papà o alla mamma e partono a fissarmi (e ai quali ovviamente rispondo al fissaggio, di solito condendo il tutto con un sorrisone per non spaventarli più di tanto) si passa alla gente per strada che ti saluta con un Hello o un How are you? occasionale, per arrivare ai più curiosi che si gettano in conversazioni  casuali, cercando di inquadrare la mia origine e quasi sempre tentano la carta australiano, che si trova piuttosto frequentemente in Cina. Probabilmente con qualche lentiggine in meno e un colorito un po’ più scuro passerei per pakistano, quindi direi che poco mi cambia, soprattutto per il fatto che Yidali e Audalia hanno due ideogrammi e relativi suoni in comune, quindi sono facilmente scambiabili e di sicuro in posti come questi di italiani se ne sono sempre visti ben pochi.

Il muro più invalicabile per un occidentale che cerchi di entrare in contatto con i Cinesi è sicuramente una lingua che, pur non essendo particolarmente complicata dal punto di vista della grammatica, mette a dura  prova la memoria di chi la deve imparare da zero: oltre 4800 ideogrammi nella sua versione semplificata, cinque suoni diversi per le vocali e un sistema di traslitterazione con i caratteri occidentali (l’Hanyu Pinyin) che non risolve tutto: shi, tanto per fare un esempio, significa tra le altre cose: l’affermazione sì, il verbo essere al presente, il sostantivo città e il numero 10. Il tutto, associato alla mia memoria da pesce rosso, è un discreto problema ma sono sicuro che ben pochi stranieri possano vantarsi di aver imparato il mandarino in pochi mesi: bisogna dare tempo al tempo. Pace, si studierà  senza fretta.

Un altro elemento di distacco, in questo caso però ampiamente superabile, è dato dal mangiare, o meglio dal modo di mangiare che si ha qui: ciotole, cucchiaio, e, soprattutto, bacchette.

Non ho avuto grossi problemi i primi tempi in Cina dato che sono un appassionato di sushi e sashimi e quindi avevo già una certa dimestichezza con l’utilizzo dei bastoncini, ma a lungo andare sono migliorato in maniera esponenziale, fino a raggiungere un livello di precisione che non avrei mai immaginato. Ora afferro senza grossi problemi oggetti scivolosi e guizzanti come uova di quaglia o verdure in salsa di soia, o di minime dimensioni come arachidi, piselli e addirittura chicchi di riso: a conti fatti con un po’ di esercizio il loro utilizzo non è per niente difficile se si ha la corretta impugnatura.

Per fortuna ho scoperto di avere già quella che è proprio la giusta impostazione, come mi hanno confermato i colleghi cinesi:

la bacchetta inferiore va appoggiata sull’anulare e tenuta fissa, quella superiore è mobile ed è afferrata  da pollice e indice, con il medio in mezzo alle due bacchette. La cosa mi ha stupito perché ero abbastanza sicuro che l’impostazione corretta non prevedesse il medio in mezzo alle due bacchette , ma sotto alla seconda: mi hanno detto che è un modo di prenderle sbagliato anche se molto diffuso persino in Cina. Quello su cui devo migliorare è il punto in cui le bacchette vanno afferrate, ovvero verso l’esterno e non poco dopo la metà come faccio io: tenendole così si può avere una presa più forte con minor sforzo e soprattutto domare i soy noodles, i cortissimi spaghetti di soia, ben diversi da quelli che si mangiano nei ristoranti cinesi in Italia; qui sono molto più corti, spessi, sdrucciolevoli e continuano a sfuggirmi, non c’è verso!

Oltre alla tecnica c’è anche il galateo: le bacchette non vanno usate per indicare una persona e in generale si usano solo per mangiare, non per fare gesti; nel tipico pranzo ‘a banchetto’, dove tutti mangiano le diverse portate presenti su una base rotante al centro di un tavolo rotondo, non si può prendere qualcosa, esaminarlo e poi posarlo di nuovo: l’hai preso, ormai è tuo! Inoltre non si infilza il cibo con le bacchette, non sono stuzzicadenti; non si leccano; non si infilzano in verticale nella scodella di riso: quello è un antico rito per venerare i morti che viene fatto unicamente davanti alle tombe o agli altari di famiglia.

Va detto che a livello di praticità le posate occidentali rimangono comunque più comode e più pratiche, non tanto per chi mangia (che comunque può adattarsi senza grossi forzi), ma per chi cucina: eh sì, perché forse non ci avete pensato, ma quello che arriva a una tavola in cui i commensali utilizzano le bacchette deve essere tagliato in pezzi sufficientemente piccoli da costituire un boccone! Alcuni amici mi hanno fatto notare che in effetti una gran parte del tempo che impiegano i cuochi cinesi per preparare le pietanze è dedicato al loro taglio in pezzi piccoli, e qua e là per le strade si possono vedere negozi interamente dedicati alla vendita di coltelli da cucina di ogni forma, misura e utilizzo possibili. Nulla da dire però sulla bellezza dell’oggetto in sé, infatti esistono anche negozi che vendono esclusivamente set di bacchette, spesso finemente ornate, come oggetto regalo; mi è venuto il dubbio che però questa sia più un’usanza turistica, avendo trovato questi chopsticks shops solo a Shanghai e Yangshuo e non nelle altre città. Indagherò…

 

Per  chi avesse nostalgia di casa c’è comunque un modo per mangiare spaghetti con la forchetta (!) che è diffusissimo qui in Cina: si tratta degli instant noodles, ovvero come prepararsi un pranzo rapido e più o meno completo in pochi secondi, spendendo qualcosa come 3 yuan a confezione (circa 30 centesimi di euro); si tratta di variopinte confezioni di cartone che si trovano in tutti i negozi e supermercati, spesso con etichette così accattivanti che è difficile resistere al loro richiamo.

All’interno si trovano degli spaghettini liofilizzati, una bustina di polvere simil-dado da brodo, delle spezie e un sacchettino con un condimento variabile (carne, pesce o verdure a seconda dei gusti) anch’esso liofilizzato. Il tutto insieme alla magica forchettina pieghevole che non manca mai.

Utilizzando quei bollitori elettrici che si trovano ovunque negli appartamenti e nelle stanze d’albergo cinesi si aggiunge acqua calda e si aspettano alcuni minuti.

Il risultato finale sono una sorta di spaghetti in brodo di solito molto piccanti e gustosi, a cui è difficile rinunciare una volta che si è entrati nel tunnel: creano veramente dipendenza, c’è poco da fare.

E questo nonostante quasi chiunque mi abbia detto che non sono proprio il massimo per la salute: ma perché, in fondo sono spaghetti in brodo, cos’altro ci dovrebbe essere dentro? In ogni caso guardando in giro mi è capitato di vedere gente mangiare gli instant noodles nei posti più disparati: per strada, in macchina(!), nei musei in cui ho lavorato (non i dipendenti, proprio i visitatori!) e persino in treno: ma dove diavolo l’hanno recuperata l’acqua bollente?!

Credo sarà uno dei misteri della Cina che mai riuscirò a risolvere. Mi concentrerò sul problema mentre mi alleno con le bacchette su un piatto di soy noodles, dato che il tutto dovrebbe impegnarmi per alcune ore.

(AGGIORNAMENTO: finalmente si è scoperta la verità! In quasi ogni locale, treno o persino bagno pubblico della Cina c’è un bollitore automatico che dispensa acqua calda gratuitamente per i milioni di passanti, viaggiatori e gente comune che bevono il proprio té in giro per il paese! Le sorprese qui non finiscono proprio mai…)

Zaijian,

fonso

Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il nonno

Tanti sono i miti e le leggende riguardanti il nome di Archimede di Siracusa, ma tutte le testimonianze storiche giunte fino a noi concordano nel definirlo uno dei più straordinari scienziati dell’Antichità, al punto che il suo nome è diventato una sorta di sinonimo con cui indicare un inventore, soprattutto se geniale.

La nostra mostra Agorà tratta per circa metà percorso esclusivamente delle invenzioni di Archimede, a sottolineare la sua incredibile prolificità. A dare il benvenuto ai visitatori c’è ovviamente la leva, che è strettamente legata al nome dello scienziato siracusano e che è tra gli exhibits di maggior successo dell’intera mostra, soprattutto tra i bambini.

 

Il perché è abbastanza semplice: a parte qualche uso improprio (ad esempio come un’altalena), questa semplicissima leva di primo genere permette a un  bambino di 40 kg di alzare senza problemi il suo corpulento nonno di quasi un quintale, sfruttando il fatto che questo si è seduto sul braccio più corto della struttura, quella dove – per citare Archimede  – è rappresentato un mondo da sollevare…  ovviamente ci sono interessanti risvolti storici: pare che l’utilizzo di queste strutture nell’Antichità fosse estremamente prezioso nei cantieri navali, dove la procedura più difficile era sempre il varo dei nuovi vascelli, e pare che Archimede avesse creato un complesso sistema di leve proprio per facilitare queste operazioni all’interno del porto di Siracusa.

Un’altra celebre invenzione dello scienziato siracusano fa bella mostra di sé all’interno di Agorà: la còclea o vite di Archimede (Archimedes’ screw per gli anglosassoni).

Due vasche comunicanti poste ad altezze diverse contengono dell’acqua che, per gravità, defluisce naturalmente verso la vasca più bassa. La còclea altro non è che un sistema di tubi posti a spirale che, fatti ruotare, trasportano l’acqua verso l’alto. Il funzionamento è semplice: in ogni punto le singole gocce d’acqua vanno verso il basso, ma il movimento complessivo le porta sempre più in alto, fino a scaricarle nella vasca superiore.

Il sistema, utilizzato tutt’oggi in alcune opere di ingegneria idraulica, era diffusissimo nell’antichità e veniva adoperato principalmente per svuotare le abitazioni o gli scafi delle navi in caso di allagamento. La paternità dell’invenzione è assegnata ad Archimede da parte di più storici, ma non si esclude che ne esistessero versioni preesistenti.

Come abbiamo visto in precedenza Agorà è una mostra in buona parte matematica. Archimede, oltre che ingegnere e inventore, fu anche uno straordinario mago dei numeri: celebre è il suo ‘Problema dei buoi’ rimasto irrisolto per oltre 2000 anni fino all’avvento dei supercomputers, unici macchinari dotati di una capacità di calcolo sufficiente per poterlo affrontare (di questo quesito ho parlato diffusamente in un articolo su Life of Gaia).

Il genio matematico di Archimede si espresse in numerosi trattati di algebra e geometria, alcuni dei quali sono giunti fino a noi. Tra questi, uno dei più celebri era dedicato alle spirali; per studiare queste figure geometriche particolari Agorà, che ha proprio una spirale nel suo logo, mette a disposizione dei bambini un sistema ‘anticheggiante’ con cui ricrearle: una vasca circolare piena di sabbia è posta in rotazione e un punteruolo mobile lungo il raggio del cerchio permette di tracciare delle figure al suo interno.

A parte immagini fantasiose come fiori, soli o vari tipi di motivi circolari, con questo sistema è possibile creare, muovendo con velocità costante il punteruolo, una spirale di Archimede

o, utilizzando un movimento accelerato, una spirale logaritmica.

È curioso notare come gran parte delle invenzioni presentate ad Agorà siano nate indipendentemente in Europa, in Cina e in altri paesi, e come il nome di Archimede ai visitatori cinesi dica tutto sommato abbastanza poco, così come a noi occidentali i nomi dei grandi scienziati di queste terre, soprattutto se di epoche remote, comunichino poco o nulla: in questo senso opere di divulgazione come la nostra mostra possono avere una grande importanza nell’avvicinamento dei popoli e delle loro culture, dato che in fondo, anche quando si era separati da distanze che con i secoli sono scomparse, le culture si evolvevano parallelamente; se si vuole un futuro di armonia tra le nazioni questa sarà la strada da seguire: trovare i punti in comune e valorizzarli, non cercare le differenze per fomentare l’odio e la xenofobia. La Scienza e la Cultura in questo senso devono essere assolutamente in prima linea.

  

Sempre a proposito di Cina e di Agorà: la mostra da alcuni giorni è approdata nella bella città di Jiaxing nella regione dello Zhejiang, che conta ‘solo’ 3 milioni di abitanti e tanto le basta per essere ripetutamente definita dai miei colleghi locali come a small town (!). Inutile discutere e sottolineare come Roma ne conti altrettanti pur essendo la città più popolosa d’Italia, qui le proporzioni sono diverse per tutto, in particolare per quanto riguarda gli abitanti. Tanto vale visitare, afa permettendo (temperature regolarmente sopra i 35°), le bellezze della città tra cui una serie di splendidi canali che di notte assumono un fascino unico,

  

le bancarelle della storica Zhongji Road, i mercati dei fiori e degli uccelli in gabbia e soprattutto il celebre South Lake: eh sì, un altro lago cittadino: c’è poco da stupirsi comunque, in un paese così dominato dalle acque come la Cina, con i suoi grandi fiumi, i canali artificiali e le colline interamente coltivate a riso, al punto da disegnare un paesaggio assolutamente unico al mondo.

In ogni caso qui ci sono anche interessanti risvolti storici: proprio sulle sponde di questo lago il Partito Comunista Cinese, uno dei più longevi del mondo, è stato fondato esattamente 90 anni fa, come testimoniano alcuni memoriali e statue presenti lungo le sue sponde, e per il cui anniversario sono state indette grandi manifestazioni in tutto il paese fino a pochi giorni fa.

 

Agorà sarà ospite per quasi tutto il mese di agosto di questa città bella e interessante. Vedremo gli sviluppi nei prossimi giorni, nel frattempo ci godiamo le bellezze locali, continuando a giocare con acqua, sabbia e altalene, come faceva anche il grande Archimede più di 2000 anni fa, solo un po’ più ad ovest di Jiaxing.

Zaijian,

fonso

Dragons & Dinosaurs

La nostra avventura in giro per la Terra di Mezzo prosegue, e dopo più di un mese eccoci ritornare nell’affascinante Hangzhou, capitale dello Zhejiang ma soprattutto una delle più belle ed interessanti città di tutta la Cina.

Un detto popolare cinese recita: ‘Nasci a Suzhou, vivi a Hangzhou, mangia a Guangzhou, muori a Liuzhou’, ad indicare le città più belle e vivibili dell’Impero Celeste. Un altro celebre proverbio, riportato per la prima volta in Occidente dal missionario Matteo Ricci, invece afferma che ‘in alto c’è il Paradiso, in basso Hangzhou e Suzhou’. Marco Polo addirittura la definì  ‘senza alcun dubbio la città più bella e nobile al mondo‘.

Sebbene i primi siano detti popolari e quindi pieni di amor patrio, mentre chi ha letto il Milione sa bene che il viaggiatore veneziano non fosse certo parsimonioso in fatto di superlativi, è comunque chiaro che si tratti di una città di assoluto valore culturale e storico.

 

Del Lago Occidentale e dei suoi meravigliosi paesaggi notturni vi ho già accennato in precedenza, mentre non ho ancora citato una delle assolute meraviglie che adornano la città, ovvero il Grande Canale  che parte da Hangzhou e incredibilmente arriva a spingersi fino a Pechino, ed è quindi il più lungo fiume artificiale al mondo, con i suoi quasi 1800 Km di lunghezza.

Ancora più spettacolare della lunghezza è la sua storia: i primi tratti del canale vennero realizzati addirittura nel V Secolo a.C., mentre gli ultimi chilometri che arrivano fino ad Hangzhou sono attribuiti alla Dinastia Sui, quindi risalgono VII Secolo d.C., il che vuol dire che per il completamento di quest’opera monumentale occorsero più di mille anni e la forza lavoro di milioni di uomini provenienti da più generazioni di Cinesi.

 

All’opera vennero in seguito apportate grandi modifiche, come chiuse per permettere la risalita di dislivelli anche di decine di metri, e un fitto sistema di canali di comunicazione che sostanzialmente ha costituito per secoli un’antica autostrada sull’acqua. Il canale ebbe anche una forte importanza strategica sia per il trasporto di materiali militari e truppe sia per bloccare eventuali avanzate nemiche, talvolta passivamente, a causa un guado difficoltoso, ma spesso anche attivamente: la rottura volontaria di alcuni argini poteva causare inondazioni in grado di annientare gli eserciti nemici. A tutt’oggi il canale è trafficatissimo ed è attraversato da lunghe chiatte e navi commerciali e da trasporto che solcano le sue acque di giorno e di notte.

Ebbene sì, in Cina tutto è grande, enorme, monumentale. Non fa certo eccezione lo Zhejiang Science and Technology Museum, gigantesca opera di divulgazione scientifica inaugurata nel 2009, che offre ai visitatori uno spettacolo unico nel campo della conoscenza, dell’interattività, del gioco e dell’approfondimento.

Dall’esplorazione dello spazio e dalle nuove frontiere della tecnologia e dell’ingegneria si passa alle curiosità della medicina tradizionale cinese, per poi arrivare all’approfondimento delle tematiche ambientali e dello sviluppo sostenibile, il tutto orientato (così come per il padiglione cinese dell’Expo) al sensibilizzare i visitatori sullo sviluppo di città a impatto zero in armonia con la natura.

Ho notato con grande piacere che ci sono ampie aree del museo dedicate al gioco e ai bambini, ma anche per gli adulti sono numerose le esperienze interattive e hands on, seguendo il nuovo corso della divulgazione scientifica internazionale.

 

Il visitatore può, nel giro di pochi metri, viaggiare dentro un sottomarino o testare gli effetti dell’assenza di gravità, guidare una navicella spaziale, suonare strumenti musicali con corde invisibili, dirigere un’orchestra composta da robot musicisti, capire i segreti di una centrale elettrica e vivere mille altre esperienze. A fianco, a completare l’opera del Science Center, c’è un museo di Storia Naturale dedicato principalmente alle tematiche di conservazione della biodiversità, con una articolare attenzione dedicata alle meraviglie naturali della Cina.

 

Tra le principali attrazioni dello Zhejiang ci sono i dinosauri, scoperti di recente in gran numero e varietà, e proprio per questo motivo un’ampia area del museo è dedicata ai giganteschi rettili estinti della zona. Così come per l’Argentina, gli Stati Uniti e qua e là in giro per il mondo, anche in Cina sta nascendo la moda dei ‘Dino Parks‘ creati nelle zone di ritrovamento dei resti dei dinosauri, per vedere i fossili direttamente nelle aree di ritrovamento. L’area del museo dedicata ai dinosauri contiene pertanto svariati inviti più o meno espliciti alla visita di tali aree, sparse qua e là nella Cina orientale, in particolare nelle regioni dello Jiangsu e, ovviamente, nello Zhejiang.

  

In un ambiente del genere è chiaro che una mostra come Agorà, dedicata alla sperimentazione e al riprodurre di persona i grandi esperimenti scientifici dell’Antichità, si trova perfettamente a proprio agio ed è pronta a testare la curiosità degli abitanti di Hangzhou su queste tematiche.

L’allestimento degli exhibits è ormai concluso e uno staff di animatori nuovi di zecca attende solamente la data di apertura del 26 giugno, ovvero nientemeno che il primo giorno di vacanza degli studenti cinesi!

Riusciranno i nostri eroi a sopravvivere all’ondata di piena? Non ai posteri, ma ai giorni a seguire l’ardua sentenza!

          

Zaijian,

fonso

ffffffffaaaasssst!!!!

Qui corrono tutti: gli aerei, le macchine e in particolare i tassisti, i motorini contromano, le bici e i tricicli stracarichi di roba, le cameriere che ti tolgono il piatto un nanosecondo dopo che hai finito, i treni che vanno a oltre 400 Km/h e partono pure in orario perfetto (vedi in fondo), le persone che lavorano, le mamme con i bambini, tutti quanti.
Nel giro di un anno o due spuntano nuovi grattacieli alti centinaia di metri, nuove aziende nascono e si sviluppano anche in meno e non c’è tempo di voltarsi che dalla Cina arriva qualche nuova ed incredibile novità nel campo della tecnologia, dell’ingegneria, dell’architettura o della moda.
Eppure questa frenesia va a sbattere pesantemente con un passato che invece era strettamente legato a ritmi ben diversi, più blandi, riflessivi e serafici. E’ così in buona parte del vecchio mondo, ma va detto che qui queste differenze sono anche più esasperate.

In questi giorni ci siamo trasferiti al Jing’ An District di Shanghai, noto soprattutto per un tempio buddista del III Secolo d.C. che ormai è circondato su tutti i lati da grattacieli e centri commerciali. Nel giro di pochissimi metri si possono vedere queste due facce della Cina che sembrano convivere senza grossi problemi.

    

Ciononostante l’atmosfera è davvero strana, particolare. Shanghai così com’è oggi è sostanzialmente un’invenzione degli occidentali, eppure sembra che le antiche tradizioni del passato alberghino in ogni vicolo, in ogni anfratto, in ogni stradina.

Ed è così che spesso si può incappare in alcune splendide tea houses

in cui, oltre ad avere l’opportunità di gustare varietà di té che dalle nostre parti probabilmente non arriveranno mai, si può avere per un modesto sovrapprezzo anche una spiegazione dettagliata di tutti i gesti da conoscere e seguire per rispettare appieno l’antico rito della sua degustazione.

 

Un’altra antica tradizione è quella della calligrafia, ed è così che il passato degli antichi scrittoi e dei pennelli per ideogrammi

si va a fondere con la novità dell’oggetto regalo da centro commerciale, spesso adatto ad essere rifilato a turisti curiosi e spendaccioni che probabilmente non useranno mai.
Anche i parchi sono circondati da grattacieli e fermate della metro, eppure al loro interno si può nuovamente respirare aria di passato, con i pensionati che giocano a carte o giochi da tavolo, spesso circondati da ben più numerosi osservatori.

Anche alcuni giorni fa ad Hangzhou abbiamo visitato anche una serie di strade tutte dedicate al commercio della seta, non a caso definita la Silk City in cui ad un mercato di stoffe e abiti molto ma molto moderno si potevano associare alcune immagini dal vago gusto retrò:

 

Ma torniamo a noi: prima di partire per Jing’ An ho salutato i miei compagni d’avventura italiani rientrati in madrepatria, e, in qualità di ultimo rimasto della spedizione tricolore in terra d’Oriente, ho presenziato alla cerimonia di chiusura (con annesso concerto) del Pudong Science & Art Exhibition, presentato nientemeno che al bellissimo Oriental Art center

 

e, udite udite, Agorà ha vinto un premio: “Science & Art Education Excellence Award“!!!

Ovviamente non ho potuto autofotografarmi quando sono salito sul palco a ritirare il premio in rappresentanza dei veri artefici di Agorà, ma ho recuperato all’uscita: eccomi qui in compagnia delle mie guardie del corpo che mi difendono dalla calca di fans:

Da domani si ricomincia col lavoro: l’inaugurazione a Jing’ An è venerdì, il tempo stringe e non ci si può addormentare sugli allori!

ps: visto che siamo in tema di velocità, per chi mi avesse chiesto com’è viaggiare sul MagLev a oltre 400 Km/h, beh, ecco com’è:


Zaijian,

fonso

Hangzhou & her romances

Trasferimento ad Hangzhou, capitale della regione dello Zhejiang che ha visto il suo massimo splendore alcuni secoli orsono, alla volta del Science museum e di tutto quanto di interessante c’è da visitare nella città.
Qusta ‘cittadina’ conta circa 3,9 milioni di abitanti (ma scommetto che saranno già diventati 4 prima che abbiate finito di leggere questo post), una vasta area urbana e alcune meraviglie naturali che meritano di essere visitate e raccontate.

Tra tutte primeggia il lago occidentale (Xi Hu), circondato da pagode, templi e costruzioni che con le loro luci rendono la visita incantevole soprattutto di sera.

Salendo a bordo di una barca appena un pò vistosa e appariscente

e accompagnati dall’affascinante musica tradizionale di due altrettanto affascinanti suonatrici

facciamo un giro completo del piccolo lago, raccogliendo un pò di foto e segnando la location come tra le più belle viste finora.

Ma perché siamo qui? In realtà non per turismo ma per lavoro: dobbiamo recarci al Science Museum per parlare a circa 70 dipendenti della Zhejiang Association for Science & Technology, spiegare loro cos’è un animatore scientifico, come si guadagna la pagnotta e soprattutto come lavora.

Dopo un piccolo disguido, ovvero l’aver scoperto di avere un cognome tutto nuovo

non faccio a tempo a ‘mugugnare’ che già è stato corretto con mille scuse. Possiamo cominciare, e riusciamo a ottenere un gran coinvolgimento da parte dei presenti, che hanno capito che l’elemento fondamentale per essere dei bravi animatori scientifici è innanzitutto divertirsi.

 

La mattina dopo ci rechiamo nell’area storica di Lingyin, non lontana da Hangzhou, dove si può trovare un bellissimo tempio buddista fondato nel IV secolo d.C. da un monaco giunto in queste terre fin dalla lontana India.

   

Occorre fare una levataccia: è domenica e i moltissimi credenti affolleranno in poche ore il tempio e sarà molto più difficile muoversi tra le diverse costruzioni che fanno parte del complesso. La sveglia è prima delle 7 e arriviamo a Lingyin poco dopo le 8.

 

Tra le meraviglie al suo interno primeggia una bellissima statua di Buddha alta circa 26 m,

 

e dietro ad essa un enorme altorilievo in legno che narra la storia della bodhisattva della Misericordia Guanyin.

Vi sono poi altri aspetti più caratteristici e pittoreschi come i fedeli che cercano di ‘imboccare’ la fontana del dragone con alcune monetine sperando sia di buon auspicio,

o un bassorilievo con alcuni ideogrammi su aspetti della vita (fortuna, successo, coraggio, etc) ‘ripuliti’ da migliaia di mani che ogni giorno li toccano nella speranza di ottenere quanto su essi è rappresentato.

Un’altra grande attrattiva di Hangzhou è una sorta di parco tematico denominato ‘Song Dynasty‘ e dedicato all’omonima dinastia che ha dominato la Cina circa 1000 anni fa, e lo spettacolo musicale intitolato ‘A love of  thousand Years‘.

   

Nessuno ci aveva preparato a vedere qualcosa di così esagerato e imprevedibile: un’audience entusiasta di migliaia e migliaia di persone, una platea mobile in grado di aprirsi a metà per far spazio a ballerini e cantanti, danzatrici volanti, palchi secondari sui lati, cannoni e cavalli autentici sul palco, laghi e perfino cascate d’acqua, e un’esplosione di luci, balli, colori e musica mai vista in uno spettacolo occidentale, forse neanche a Broadway.

   

Nonostante la magniloquenza e – forse – l’ingenuità di alcuni aspetti visivi lo spettacolo è veramente unico nel suo genere e ci lascia senza fiato dall’inizio alla fine di un’ora intensissima.

In fondo nonostante tutte le esagerazioni la Cina è anche questo, e ci piace così.

Zaijian,

fonso

Agorà: pronti, ai posti, via!

Gli ultimi ritocchi agli exhibit sono fatti, gli animatori sono pronti, l’abito è quello delle occasioni che contano e il pubblico è numeroso: eccoci pronti alla cerimonia di apertura dello Shanghai International  Art & Technology Exhibition, e di conseguenza anche all’inaugurazione di Agorà.

Dopo alcuni discorsi introduttivi delle autorità presenti ci rechiamo in tutta fretta allo spazio dedicato alla nostra mostra interattiva, per verificare che tutto sia perfettamente a posto e funzionante.

La fiumana di gente che entra con noi ci lascia appena il tempo di sistemare gli ultimi dettagli e salutare e immortalare il nostro staff di animatori, sono o non sono stupendi?!

Ed eccoci pronti a partire. Agorà parla di Archimede e degli altri grandi scienziati della Magna Grecia, e sostanzialmente di come le basi della nostra cultura occidentale siano strettamente legate a questi grandi pensatori. I loro esperimenti e teoremi più famosi sono ricreati con bellissimi exhibit in legno con decorazioni blu mare, e  anche la spirale del logo è legata sia ai classici capitelli ionici dell’architettura greca che agli studi matematici sulle spirali fatti dai grandi matematici dell’antichità, di cui Archimede è una delle figure di massimo spicco. Dei contenuti della mostra parlerò per bene in seguito, in ogni caso sin da adesso spero che questa mostra permetta un confronto tra la cultura del mondo occidentale e quella cinese sulle grandi scoperte della scienza e della matematica.

     

Per una volta, è il pubblico più giovane a sembrare perplesso di fronte alla scienza, ma col tempo anche le nuove generazioni si renderanno conto della sua importanza.

 

Dopo questo ottimo inizio non c’è tempo di riposare un attimo che subito ci si affretta a presenziare ad un altro importantissimo evento, la cerimonia di firma dell’accordo per la Shanghai Academy of Scientific Explainers, con tanto di discorsi di rito, strette di mano, firma ufficiale e brindisi

 

e, finalmente, una bella foto dello staff al completo:

Il tempo corre ed è già il momento di recarsi in stazione alla volta di Hangzhou, dove ci aspettano altre cerimonie e corsi di formazione, gite in barca, spettacoli teatrali e visite ai templi buddisti, ma questa è un’altra storia di cui parleremo a breve!

Zaijian,

fonso

Old town, new stuff

La città vecchia di Shanghai ha un sapore un particolare: se da un lato fa piacere vedere finalmente un pò di architettura tradizionale in mezzo ad una città completamente occidentalizzata, dall’altro fa impressione notare come il turismo di massa l’abbia resa una specie di parco giochi per i visitatori stranieri, che si dedicano allo sport preferito della categoria, ovvero lo shopping.

 

Ed ecco allora che in mezzo a palazzi storici (probabilmente non proprio originali, o restaurati dalla prima all’ultima asse di legno) si possono trovare centinaia di negozi in grado di proporre al visitatore dai più grandi classici della tradizione cinese, come bacchette, incensi, vestiti e borse, per passare a negozi inediti dalle nostre parti, come il venditore di pettini

o lo store specializzato in action figures, per la gioia di voialtri nerds terminali:

Ovviamente nei negozi più generalisti si può trovare il classico oggettino che ‘noncifaccionientemacostatalmentepocochequasiquasi’, solo che qui c’è un’abbondanza quasi ridicola:

   

In certi ristoranti persino i cuochi, alla apparenza indaffarati e incuranti dei visitatori,

sono in realtà messi anche loro in vetrina! Mai perdere un’occasione di fare business…

L’architettura tradizionale di Shanghai, caratterizzata dalle basse case dai mattoni rossi, si può trovare poco più a sud del centro storico, a Taikang road. Sebbene sia ben nascosta e difficile da trovare per un forestiero, questa via, insieme a tutti i vicoli e vicoletti che la circondano, è tra le mete preferite dai turisti stranieri desiderosi di fare acquisti. Anche qui si possono trovare gadgets di ogni tipo, ma, ancora una volta, principalmente moderni.

   

E allora dove è possibile trovare qualche autentica antichità, magari non proprio preziosa, ma che perlomeno dia l’idea di essere qualche cosa di unico e non replicato in migliaia e migliaia di copie? Con un po’ di fortuna (o meglio ancora conoscenze locali) è possibile trovare qualche vecchio mercatino dell’usato in tutto e per tutto simile a quelle fiere dell’antiquariato che ogni tanto vengono fatte nei centri storici delle città italiane. Magari la qualità non è sempre altissima, ma perlomeno è possibile trovare oggetti realmente antichi e a volte anche qualche autentica chicca. Io sono riuscito a scovarne uno nell’antica Dongtai Road dove, in mezzo a varie cianfrusaglie e chincaglierie, è possibile trovare anche qualche oggetto realmente interessante, alcuni manifesti d’epoca molto belli e qualche opera d’arte vera e propria, provenienti direttamente da un mondo che ormai non esiste più.

     

Agorà, dal canto suo, sta procedendo alla grande: pochissimi intoppi tecnici nella realizzazione, una ultima spiegazione di ripasso al nostro staff di animatori (che, come abbiamo visto, sono molto promettenti), e siamo pronti per tagliare il nastro!

        

Zaijian,

fonso