Abbiamo ancora bisogno degli zoo?

13 settembre 2011 Shanghai zoo 201

Un gorilla di pianura allo zoo di Shanghai

Se siete anche solo in parte interessati alle vicende della natura, quanto è successo alcuni giorni fa allo zoo di Cincinnati non vi è sicuramente sfuggito, così come il lunghissimo strascico di polemiche che ne è seguito: un bambino di 4 anni si è gettato nel recinto di un gorilla di pianura. L’animale, il diciassettenne Harambe, era un maschio adulto da sempre vissuto in cattività e inserito in un programma di captive breeding, con lo scopo di garantire un sufficiente pool genetico per la sopravvivenza della specie, sempre più a rischio e di difficile gestione nel suo habitat naturale. Il bambino, secondo quanto riportato da alcuni testimoni, aveva ripetutamente espresso il desiderio di raggiungere l’animale all’interno del recinto, e aveva avuto ben pochi problemi nello scavalcare il muretto di protezione per gettarsi nel fossato, profondo solo alcuni metri. Le reazioni del gorilla alla vista dell’inatteso ospite sono state poco decifrabili. Ha infatti alternato atteggiamenti difensivi e forse anche protettivi ad altri ben più violenti: a un certo punto ha afferrato il bambino per una gamba e lo ha trascinato a grande velocità nell’acqua che si trovava in mezzo al recinto per alcuni metri. Alla fine, dopo alcuni minuti di panico, è arrivata la decisione da parte dei responsabili su cosa fare: il gorilla è stato ucciso con un colpo di fucile e il bambino tratto in salvo quasi illeso, con solo alcune ferite superficiali. Le reazioni alla notizia sono arrivate da ogni parte, e non sono mancate le polemiche, a partire da tutti quelli che si sono domandati se non si sarebbe potuto operare diversamente, ad esempio allontanando tutti i curiosi e lasciando spazio solo ai responsabili dello zoo, che forse sarebbero riusciti a distrarre l’animale e a calmarlo. Oppure semplicemente sedandolo. In quest’ultimo caso, la scelta è stata spiegata dallo stesso direttore dello zoo, che ha fatto notare come un dardo con del sedativo non avrebbe agito immediatamente ma solo dopo alcuni minuti, e i quegli attimi le reazioni dell’animale, divenuto a questo punto ancora più spaventato e meno lucido, sarebbero state del tutto imprevedibili. Senza dimenticare la mole dell’animale, che sarebbe potuto collassare addosso al bambino.

E così, le iniziali polemiche su quanto accaduto sono cambiate nel giro di poche ore: inizialmente la diatriba riguardava la scelta di uccidere l’animale, ma in questo caso il pensiero dominante è stato quello di affermare che “se fosse capitato a mio figlio, non ci avrei pensato due volte”. A mio avviso, però, non bisogna mai fare in modo che scelte cruciali come questa vengano dettate dalla pancia: deve esistere un protocollo rigido, immutabile, che vada seguito alla lettera quando si presenta una situazione del genere, anche per poter operare le scelte giuste nel giro di pochi secondi. In ogni caso, lo stesso direttore dello zoo ha affermato che, se dovesse tornare indietro, avrebbe preso esattamente le stesse, dolorose, decisioni. Già a questo livello, l’operato degli addetti alla sicurezza dello zoo ha suscitato molte perplessità (a tal proposito, a questo indirizzo è possibile leggere i pareri su quanto accaduto di alcuni primatologi famosi, tra i quali spiccano Jane Goodall e Frans de Waal).

13 settembre 2011 Shanghai zoo 246

Successivamente le polemiche si sono orientate sui genitori, dato che hanno lasciato che il bambino sotto la loro responsabilità si arrampicasse sul muretto per buttarsi di sotto. Una sottoscrizione online, che ha raccolto centinaia di migliaia di firmatari nel giro di poche ore, ha espressamente richiesto alle autorità competenti di ritenere i genitori responsabili di quanto accaduto. Ma anche in questo caso le polemiche si sono presto attenuate: chi ha figli piccoli sa benissimo che basta un attimo di distrazione e questi possono scomparire alla vista o compiere le azioni più imprevedibili nel giro di pochi secondi. In ogni caso, le eventuali responsabilità dei genitori dovrebbero essere ancora sotto indagine, quindi è presto per dire che sono stati “assolti” da ogni coinvolgimento con quanto accaduto.

Superata anche questa fase, il pensiero comune si è orientato su un altro aspetto ancora, ovvero la struttura stessa dello zoo: ammesso (e non ancora concesso) che quanto accaduto sia stato un incidente causato da una ragazzata e da un attimo di distrazione dei genitori del bambino e che la scelta di uccidere Harambe sia stata giusta, come è possibile che tutto questo sia successo? Com’è possibile che una struttura di recinzione di un animale tre volte più grande e sei volte più forte di un uomo adulto sia scavalcabile da un bambino di quattro anni? Qualcosa non torna. A questo punto viene da chiedersi se il problema sia strutturale, e insito in un certo tipo di giardino zoologico, che forse nel 2016 non dovrebbe più esistere. E così, dopo la morte di Harambe sono sempre di più a chiedersi se ci sia effettivamente spazio per gli zoo nella società moderna.

A me personalmente è capitato e capita tuttora di visitare parecchi zoo, lo confesso. Se per vari motivi vengo a trovarmi in una città con un giardino zoologico, non escludo che una delle mie mete turistiche sia proprio quello. Non ne vado particolarmente fiero, ma in certi casi è la curiosità a prevalere sul giudizio di merito di quella che è una struttura del genere, e che non mi piace particolarmente, come si può facilmente intuire da quanto scrivo su questo blog. Li ho visitati e li visito per il semplice motivo che, pur amando viaggiare, la quantità di esemplari di animali esotici che si possono vedere in un giro di poche ore è talmente superiore a quello che si potrebbe osservare in sei mesi di esplorazioni intorno al mondo da giustificare una visita in una struttura in cui gli animali vengono tenuti prigionieri e, spesso e volentieri, non possono condurre un’esistenza equivalente a quella che avrebbero nel loro ambiente naturale: per osservare dal vivo un aye-aye bisogna esplorare di notte la foresta pluviale malgascia ed avere un’enorme fortuna; per vedere un orango bisogna avventurarsi nella giungla del Borneo, per un leone o un elefante la savana africana, e non tutti possono permetterselo. Quindi è anche lecito pensare che uno zoo non sia una struttura destinata unicamente ai bambini, ma anche a tanti adulti curiosi e appassionati di natura che non possono permettersi grosse trasferte. Questo giustifica l’esistenza di un luogo dove gli animali vengono tenuti prigionieri? Presumibilmente no, visto che molti di questi si trovano in condizioni inaccettabili, tra spazi troppo piccoli e inadatti, clima diverso da quello dei loro habitat originari, nessuna attività destinata a “tenere occupati” gli esemplari. Un grande felino come un leopardo o un ghepardo non potrà mai trovarsi a proprio agio in pochi metri quadrati di gabbia, un orango, un gorilla o uno scimpanzé ha una complessità comportamentale tale da rendere inaccettabile una sua reclusione in un fossato. In Cina, nello zoo di Shanghai, mi è capitato di vedere tutto un settore del parco dedicato ai cani (!), che venivano tenuti in gabbie dalle dimensioni e condizioni igieniche assolutamente inaccettabili, ben peggio di quelle di un canile italiano (che pure spesso non brillano per rispetto dei bisogni minimi dei quattro zampe).

Qualche notevole passo in avanti è stato compiuto a partire dal Jersey Zoo (oggi Durrell Wildlife Conservation Park) del grande Gerald Durrell, dove agli animali sono stati dedicati spazi ben studiati alle loro necessità e attività di vario genere per tenerli impegnati. L’esperienza di vita di Durrell ha avuto un forte ruolo in tal senso: la sua carriera è infatti iniziata come assistente in negozi di animali e giardini zoologici prima, nella raccolta di esemplari da rivendere agli zoo dopo. E tutte le conoscenze accumulate negli anni lo hanno aiutato a creare una struttura di gran lunga più adatta a garantire il benessere degli animali, quantomeno rispetto a quanto esisteva prima del Jersey Zoo. Anche gli attuali bioparchi rappresentano sicuramente un miglioramento, per quanto riguarda il benessere degli animali, sia per gli spazi più ampi sia per il trattamento riservato agli “ospiti”. Anche se spesso, va detto, il confine tra “bioparco” e “zoo” è molto labile e non sempre distinguibile.

13 settembre 2011 Shanghai zoo 218

Beninteso, uno zoo non è solo un luogo dove gli animali vengono esposti per il pubblico pagante: molti di loro partecipano attivamente a programmi di reintroduzione di specie in pericolo o estinte in natura. Lo stesso Harambe, come detto prima, faceva parte di uno di questi progetti. Enormi sono i problemi che chi si occupa di conservazione della fauna africana deve affrontare ogni giorno: instabilità economica e politica che spesso fa il gioco dei bracconieri, coltivazioni e deforestazioni (non sempre legali) che sottraggono ogni anno terreno agli habitat naturali di specie come il gorilla, giusto per fare due esempi. Un punto fondamentale da capire è che, se anche la vita di un bambino è inestimabile, di certo anche quella di un maschio adulto di gorilla di pianura ha un altissimo valore. In quest’ottica, ben vengano anche gli zoo, seppure non siano una soluzione ottimale: grazie agli introiti forniti dai visitatori riescono a sopravvivere spesso indipendentemente da quelle raccolte fondi con cui invece si sostengono i progetti di conservazione tout-court, e anche storicamente molte specie sono state recuperate a un passo dall’estinzione grazie proprio agli esemplari conservati negli zoo. Anche in questo senso, il Jersey Zoo è stato all’avanguardia in questo nuovo modo di intendere i giardini zoologici. Ma probabilmente, alla luce dei fatti di Cincinnati, questo ormai non basta più per giustificare la loro esistenza.

Vediamo il caso del gorilla. Non tutti sanno che ci sono stati due precedenti: uno proprio a Jersey nel 1986, in cui un bambino cadde all’interno del recinto degli animali e perse conoscenza. Il maschio dominante, Jambo, allontanò gli altri animali e accarezzò la schiena del bambino, il cinquenne Levan Merritt, forse per controllare che fosse ancora vivo. Ben presto si allontanò anche lui, lasciando via libera ai soccorsi. Nel 1996 a Chicago, in un altro evento simile, fu una femmina a proteggere lo sfortunato bimbo di turno e, addirittura, si prodigò ad accompagnarlo verso i paramedici. Questo, oltre alla lunga esperienza sul campo di scienziati come Dian Fossey, che ha convissuto pacificamente con i gorilla nel loro stesso ambiente naturale, ci fanno ragionevolmente pensare che forse anche a Cincinnati al bambino finito nel fossato non sarebbe capitato nulla di grave. L’indole del gorilla è pacifica, e la poca aggressività che ogni tanto si può riscontrare si osserva generalmente da parte dei maschi adulti, i silverback, in risposta a minacce al loro gruppo familiare. E, anche con le dovute differenze, sembra che anche per gli animali tenuti in cattività si possa fare un discorso equivalente. Ma il punto è un altro, ed è rendersi conto che una struttura contenente un animale potenzialmente pericoloso come un gorilla non dovrebbe essere in alcun modo raggiungibile da un bambino di pochi anni. Nelle mie svariate visite a giardini zoologici mi è capitato sia di vedere strutture del tutto chiuse destinate ai gorilla, in cui i visitatori potevano osservare gli animali solo attraverso un vetro, e altre con fossato di qualche metro di profondità e muretto difensivo, come a Cincinnati. Ecco, mi sembra ragionevole supporre che in futuro strutture di quest’ultimo tipo non si dovrebbero vedere più, per evitare ulteriori incidenti.

Problemi strutturali quindi, ma non solo. Anche le specie che vengono tenute all’interno dello zoo dovrebbero iniziare a essere selezionate meglio, persino a discapito del pubblico pagante. Come detto prima, animali che vivono in enormi spazi aperti come i grandi felini africani non dovrebbero più esserne ospiti, a meno di non creare aree talmente grandi da poterli contenere evitando loro il tipico stress da reclusione, che li colpisce molto spesso e si sviluppa in comportamenti aggressivi e gesti ripetuti ciclicamente, in maniera parossistica, rivelando gravi stati di malessere e disagio. Questa, però, mi sembra una soluzione altamente improbabile. Idem come sopra per animali dalla personalità articolata, come i gorilla stessi e più in generale le scimmie antropomorfe, ma, perché no, anche gli elefanti e molti altri animali dal comportamento particolarmente complesso (i delfini nei parchi acquatici?). La mia impressione personale è che animali così intelligenti ben difficilmente possano reagire bene a una reclusione. Si tratta proprio di buon senso, prima ancora che di etologia. Certo, allo stesso modo ci sono altri animali che possono vivere benissimo e felicemente in pochi metri quadrati di spazio vitale, ad esempio gli animali “da terrario” quali sono i ragni e molte specie di rettili. Ovviamente in questi casi si perde tantissima spettacolarità e probabilmente la proposta commerciale degli zoo ne risentirebbe pesantemente, dato che ben sappiamo quali sono gli animali che i bambini amano vedere: leoni, scimmie ed elefanti, non certo iguane e tarantole (anche se non vanno sottovalutate neppure queste). Di certo sapere che animali di questo genere si trovino in condizioni inadatte al loro benessere potrebbe influire sulla futura sensibilità del pubblico, ma è una strada decisamente in salita. Non intendo addentrarmi ulteriormente nel dettaglio di questo argomento, dato che sul benessere degli animali in cattività si sono spesi fiumi di inchiostro e migliaia di ore di ricerca e di sicuro, andando a vedere i singoli casi, esistono molte più sfumature di quante ne possa affrontare qui in poche righe.

Mi sembra comunque lecito auspicare un futuro diverso per i giardini zoologici sparsi in giro per il mondo, dato che i tempi sono sicuramente maturi per superare un format di divertimento per le masse che troppo spesso si rivela inadeguato e obsoleto. Forse il punto non sarà rinunciare a far parte del mercato, ma sviluppare una struttura, comunque in esso inserita, che possa superare, almeno in parte, una visione antropocentrica che danneggia gli animali e sa un po’ troppo di Ottocento. E a guadagnarci non saranno soltanto gli esemplari custoditi ma anche il pubblico, che così potrà vedere qualcosa che somiglia un po’ meno vagamente a un animale felice.

Caro dentista del Minnesota

image

Caro dentista del Minnesota, mi permetto di scriverti questa lettera per darti un paio di semplici consigli.

Ho letto della tua disavventura, del tuo innocente safari in Zimbabwe che ha portato alla morte di Cecil, il maestoso leone dalla criniera nera che era un po’ il simbolo di quella savana e, per alcuni, addirittura della nazione. Ho letto che hai dichiarato di non essere a conoscenza della notorietà dell’animale. Ho letto che hai anche affermato di essere dispiaciuto per quanto accaduto, e di come tu comunque non abbia, in realtà, commesso alcun crimine. Tutto molto toccante.

Certo, è interessante notare come ora i tuoi compagni di safari locali ora siano sotto processo e rischino fino a 15 anni di carcere. Allo stesso modo, mi sono molto stupito nel leggere che, in passato, avevi ucciso illegalmente un orso nel tuo paese. Ma, in fondo, capita. Magari si era trattato di un malinteso. D’altra parte, hai dichiarato che pratichi la caccia “responsabilmente”.

Infatti sono sicuro che quando hai attirato Cecil al di fuori dei confini del parco con un’esca lo hai fatto responsabilmente; quando lo hai colpito con arco e frecce e lo hai seguito per 40 ore lo hai fatto responsabilmente; e anche che, dopo questa lunghissima agonia, quando lo hai finito col fucile e poi lo hai scuoiato e decapitato, hai fatto tutto questo responsabilmente.

Sono sicuro che a casa tua, in Minnesota, sei una persona apprezzata e rispettata. Sono sicuro che pratichi la tua professione con dedizione, che curi il giardino e i rapporti col vicinato, e che se c’è bisogno di aiutare una vecchietta ad attraversare la strada non ti tiri certo indietro. Purtroppo però, a causa di questa disavventura, chiunque altro nel mondo ti odia. Ti odia ferocemente. E non si tratta solo dei ragazzi che assaltano le baleniere col gommone, no. Si tratta di gente comune, come lo sei tu e come lo sono io. E forse la causa di questo odio non è lo sfortunato esito del tuo safari in Zimbabwe, ma è proprio il tuo hobby.

E no, non tirare fuori i bracconieri per spiegare il costante declino della fauna africana. Lo sai anche tu che il problema non è causato solo da loro. Spesso è la mancanza di mezzi a disposizione delle autorità a impedire di contrastare la caccia illegale. A volte si tratta di gente benestante come te che allunga una bustarella al guardiacaccia di turno, ben sapendo quanto questo riceva uno stipendio ridicolo per il suo lavoro, peraltro pericoloso. Altre volte i bracconieri sono dei poveracci che campano sul traffico illegale di avorio, corni di rinoceronte, persino mani di gorilla vendute come posacenere. Ma non è solo colpa loro. In un continente che da decenni si confronta costantemente con guerre civili, povertà, carestie e fame uno come te, che spende 50.000 dollari per uccidere un leone, è una risorsa preziosa. E, anche se sosterrai il contrario, nonostante si insista nel favorire la caccia legale per contrastare il bracconaggio, negli ultimi trent’anni le popolazioni di tutti i grandi mammiferi africani sono calate, in certi casi crollate. Forse è giunto il momento di dare l’addio proprio alla caccia.

Pensaci: ormai è diventata un divertimento obsoleto. Fosse stato un safari alla fine dell’Ottocento magari avresti dimostrato il tuo coraggio nell’affrontare l’ignoto e le bestie feroci. Ma oggi basta qualche ora di aereo e sei in Africa. Sali su una jeep, spari uno o due colpi col tuo fucile di precisione ed ecco fatto, hai ucciso un leone. Non è certo questa grande prova di forza, né di coraggio. Meno che mai mi sentirei di definirlo uno sport. Ok la vita all’aria aperta, ok l’adrenalina, ma dimmi un po’ tu se non esistono altri modi per godere della natura africana. Magari, non so, con una macchina fotografica o una videocamera? Non è abbastanza “da uomini” immortalare gli animali selvatici senza ucciderli?

Devo forse dubitare che anche tu sia affetto dalla Sindrome del Micropene? Sai, quando ci sono quelle immotivate esibizioni di machismo fine a se stesso, tipo quando vedi quelli che gonfiano i muscoli in spiaggia, o fanno le sgommate col macchinone sportivo, e a te viene solo il dubbio che in realtà siano alla ricerca di una compensazione per la loro scarsa dotazione tra le gambe. Ecco, ci siamo capiti.

Ma sai, volevo raccontarti del lavoro di alcuni scienziati che fanno l’impossibile per salvare gli animali africani dall’estinzione. Ad esempio i rinoceronti: adesso montano una videocamera sul loro corno, direttamente collegata a un collare GPS e perfino a un cardiofrequenzimetro, il tutto per beccare i cacciatori di frodo in flagrante, mentre stanno ancora inseguendo l’animale. Roba tosta, eh? O anche di un articolo del New Scientist di otto anni fa, che diceva che la caccia poteva essere un fondamentale aiuto alle finanze dei paesi africani e alla lotta al bracconaggio. In seguito alla tua bravata, ecco che ora invece hanno cambiato idea: per prima cosa, bisogna bloccare l’esportazione di trofei. Ottimo risultato, bravo!

Ora, per arrivare al mio consiglio, ecco cosa dovresti fare per evitare che la gente continui a odiarti: smetterla.

Dare l’addio definitivo al tuo hobby, prendere le distanze da chi uccide per divertimento e si spaccia comunque per amante della natura. Abbandonare un divertimento obsoleto, stupido, volgare, violento. Sarebbe un colpaccio per la tua immagine. Qualcuno tornerebbe ad apprezzarti.

Magari altri ti seguirebbero in questa tua scelta. Ma di sicuro tutti ammirerebbero il tuo coraggio nel cambiare così radicalmente idea. E soprattutto, nessuno penserebbe più che hai un pene minuscolo.