A cosa pensava Darwin?

Piccole storie di grandi naturalisti

 

 

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A cosa pensava Charles Darwin quando, ormai anziano, passeggiava nei boschi che circondano la sua casa in campagna? E qual era il sogno di Konrad Lorenz, prima di voler diventare un’oca? Perché Jane Goodall si è ritrovata all’improvviso nel cuore dell’Africa a studiare gli scimpanzé? E cosa ha spinto David Attenborough sulla cima del monte Roraima, nel cuore dell’Amazzonia?
Il libro è una raccolta di brevi biografie di alcuni tra i più grandi naturalisti degli ultimi due secoli: ogni capitolo ha un diverso protagonista di cui vengono narrati pregi e difetti, vicissitudini e successi. Di storia in storia, si indaga cosa abbia spinto queste grandi donne e questi grandi uomini a dedicare la loro vita allo studio della natura, pur dovendo fronteggiare difficoltà di ogni genere per riuscire nell’impresa. Il libro è disponibile anche su Amazon, ha ottenuto ottime recensioni su varie riviste scientifiche (tra cui Le Scienze e la Rivista della Natura), sul sito della Fondazione Umberto Veronesi e su Ansa Scienza, è stato presentato in radio (Radio3 Scienza e Il Giardino di Albert, sulla Rete 2 Svizzera) e in televisione (GEO su Raitre). Si è inoltre classificato terzo nella categoria Scienze della vita e della salute per il 2016 nel concorso nazionale di divulgazione scientifica dell’Associazione Italiana del Libro.

Per ulteriori informazioni:

pagina dedicata su Amazon.it

pagina dedicata sul sito HOEPLI

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Anaconda, coccodrilli e piante: c’è modo e modo di fare spettacolo con la natura

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Paul Rosolie (foto:Discovery Channel)

 

Passato il grande clamore per Eaten Alive, il programma di Discovery Channel che ha visto Paul Rosolie protagonista di un goffo tentativo di farsi mangiare vivo da un anaconda e tutto il successivo corollario di commenti caustici, critiche e raccolte firme di protesta, voglio scrivere anch’io due righe a mente fredda sull’argomento.

La storia l’abbiamo letta e vista tutti, tra tv, siti internet e giornali: il 7 dicembre 2014 il programma è andato in onda sul celebre network televisivo americano, registrando un altissimo numero di telespettatori (4,1 milioni, tra i più alti numeri mai registrati dai tempi di Life di David Attenborough) e il suo protagonista, nonostante la monumentale figura di palta, ha raggiunto una grandissima notorietà. Dall’assurdo scafandro indossato per proteggersi e cosparso di sangue di maiale per attirare il predatore, alla fine immediata del tentativo di tramutarsi in un succulento pasto per il rettile, le critiche su questo “esperimento” sono piovute da ogni parte.

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C’è chi ci è andato giù pesantechi pesantissimoma soprattutto molti hanno fatto notare come il nostro buon Rosolie non si possa autodefinire un naturalista solo per aver vissuto in Amazzonia per alcuni anni: insomma, come dire, se mancano le basi tutto il resto viene meno. Come dar loro torto? Certo, la lunghissima filippica di Rosolie sulle colonne del Guardian, in cui difende il suo operato, la preparazione del suo team e soprattutto attacca Discovery per aver tagliato dal montaggio finale tutte le parti in cui si parlava di deforestazione e di inquinamento da mercurio dovuto alle miniere d’oro mi ha fatto riflettere: se da un lato si può anche far finta di credere che il lavoro di Rosolie fosse dettato da buone intenzioni e volesse informare il pubblico su questioni ambientali serie, dall’altro viene da chiedersi il perché dell’inserimento, in un lavoro così importante, di quell’assurda pagliacciata del farsi mangiare vivo.

E soprattutto, possibile che a Rosolie non sia stato detto o mostrato niente del montaggio finale del programma di cui era il protagonista principale? Inoltre, la sua dichiarazione secondo cui la parte in cui si faceva ingoiare dall’anaconda si sarebbe trasformata in una sorta di semplice “cameo” alla fine del programma puzza di arrampicamento sugli specchi da chilometri di distanza. Ho trovato particolarmente divertente anche la pronta replica di Discovery Channel, che ha promesso che d’ora in avanti dirà basta ai documentari spazzatura.

A questo punto però a Rosolie si può anche concedere il beneficio del dubbio. D’ora in avanti, avendo gli occhi di tutto il mondo puntati contro, difficilmente potrà commettere altri errori di questo genere. Detto questo, quello che a me preme far notare è un’altra cosa, ovvero che c’è modo e modo di fare spettacolo, soprattutto quando si parla di natura.

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Steve Irwin (1962-2006) (foto: Wikimedia commons)

 

Mi è venuto in mente un parallelismo tra questa vicenda e i funambolici documentari di Steve Irwin, il celebre Crocodile Hunter australiano: quest’ultimo infatti era solito afferrare e bloccare a mani nude animali anche molto pericolosi, come coccodrilli e serpenti velenosi. In più di un’occasione aveva ricevuto critiche anche molto pesanti per questo modo di comportarsi tipico dei suoi programmi, spesso ritenuto superfluo e causa di stress per gli animali coinvolti. Sarà per la innata simpatia del buon Steve o forse per la sua tragica scomparsa, avvenuta ormai quasi dieci anni fa, ma non mi sento assolutamente di porlo sullo stesso piano di Rosolie, per una lunga serie di motivi: innanzitutto, perché Irwin conosceva alla perfezione gran parte degli animali che avvicinava, avendo praticamente vissuto tutta la sua esistenza all’interno di zoo e rettilari o immerso nella natura, in cerca di quei coccodrilli che per anni ha realmente catturato per lavoro.

Il suo maneggiare gli animali era dettato da grande esperienza e fatto in modo da mostrare alcuni aspetti interessanti della morfologia dell’esemplare di turno, riducendo al minimo il suo stress. Le sue trasmissioni mettevano sempre l’accento sulle questioni ambientali e, soprattutto, il suo lavoro ha ampiamente contribuito ad accrescere la sensibilità del pubblico
sulla conservazione degli ambienti naturali del suo paese. Tra i vari riconoscimenti, ricevuti in vita e postumi, spicca la Medaglia del Centenario, conferitagli dal governo australiano per il suo lavoro di promozione della conservazione e del turismo sul territorio nazionale. Insomma, siamo su ben altri livelli, e, a dimostrazione del fatto che la ricerca dello spettacolo non era mai fine a sé stessa, la moglie Terri ha fatto distruggere il filmato in cui venne ripresa l’improvvisa e tragica morte di Steve, per la puntura sul petto dell’aculeo velenoso di una razza.

Io però sono convinto che anche il metodo alla Steve Irwin non sia necessario: la natura è già grandiosa così com’è. Il solo osservare la sua infinita varietà di forme, colori,
ambienti rendono del tutto superflue ulteriori spettacolarizzazioni. E anche la tecnologia, se usata in maniera sensata, con buon gusto e buon senso, può rendere documentari e programmi naturalistici ancora più belli. In tal senso, mi viene in mente la fotografia in timelapse, ma è solo uno dei mille possibili esempi di utilizzo intelligente e non invasivo delle nuove tecniche di ripresa applicate al mondo naturale.

Infatti, giusto per celebrare il suo ventennale che cade proprio in questi giorni, la pluripremiata serie della BBC The Private life of plants, opera dell’immancabile David Attemborough, è il migliore esempio di come la natura sia già spettacolare di per sé, senza bisogno di aggiunte di nessun genere. Ed è così persino quando i protagonisti di fronte alla macchina da presa sono solo ed esclusivamente dei vegetali.

Ecco un bell’esempio della bellezza di questa serie, il risveglio della natura dopo lo scioglimento delle nevi invernali, nel cuore delle Alpi: link

Insomma, c’è sempre modo e modo di presentare le cose. Il valore aggiunto però è il buon gusto.

Un’isola tra le nuvole

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Per anni, il grande naturalista David Attenborough è stato affascinato, e al tempo stesso ossessionato, da un quadro appeso nel suo salotto, raffigurante una maestosa montagna dalla cima piatta, il monte Roraima.

Fantasticare su un luogo del genere è quasi inevitabile: questa massiccia formazione, dal profilo riconoscibile anche da decine di chilometri di distanza, è alta poco meno di tremila metri e la sua sommità è quasi irraggiungibile, in quanto delimitata su ogni lato da pareti a strapiombo alte quattrocento metri.

La fantasia spinse Arthur Conan Doyle, “papà”, fra gli altri, di Sherlock Holmes, a ispirarsi al monte Roraima per scrivere il suo celebre romanzo “Il mondo perduto”, pubblicato nel 1912, in cui immaginava che su un inaccessibile altopiano della Guyana fossero sopravvissuti i dinosauri e altri animali preistorici, scampati, grazie alla protezione data dall’isolamento, all’estinzione di massa che aveva colpito il resto del mondo naturale. L’ispirazione era stata, per certi versi, “aiutata” dalla prima spedizione di successo sulla vetta del monte, guidata dall’esploratore inglese Everard Ferdinand im Thurn nel dicembre 1884, che aveva svelato un ambiente completamente diverso, sia nel clima sia nelle popolazioni animali e vegetali, rispetto al mondo sottostante.

Ci troviamo in sud America, al confine fra tre nazioni: Venezuela, Brasile e Guyana, in corrispondenza dell’antichissimo Massiccio della Guyana, risalente addirittura al Precambriano: la sua formazione è stata infatti stimata in un periodo compreso fra i 2,5 e i 1,9 miliardi di anni fa.

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Il Roraima, così come altre formazioni tipiche di quest’area, è un Tepui, termine che significa “Casa degli dei” nella lingua degli indigeni Pemon. Queste formazioni sono il risultato di milioni di anni di erosione che hanno cancellato tutta la roccia circostante, lasciando solo questi massicci, composti soprattutto da quarzite e arenaria, a emergere dal substrato di base, formato principalmente da granito. Un altro tepui conosciuto in tutto il mondo è l’Auyantepui in Venezuela, da cui si originano le famose cascate del Salto Angel, le più alte del mondo grazie al loro “viaggio” di quasi un chilometro di caduta libera.

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Non è un evento raro che il Roraima emerga al di sopra di una fitta coltre di nuvole, come una sorta di isola in mezzo a un mare bianco. Ed è proprio con le isole che questo incredibile ambiente condivide molte caratteristiche. Innanzitutto, la separazione dagli ambienti circostanti. Quando si parla di “isola” in termini ecologici, infatti, non necessariamente ci stiamo riferendo a un lembo di terra in mezzo al mare: spesso valli isolate, ghiacciai, fosse abissali, laghi o altri ambienti nettamente separati dal resto del mondo hanno le stesse caratteristiche peculiari di un’isola.

Isolamento, nel mondo naturale, significa spesso differenziazione e conseguente nascita di endemismi, ovvero di specie o varietà esclusive di un determinato territorio. Il monte Roraima, così come altri tepui di quest’area, chiamata Gran Sabana, presenta tante piante e animali che non si trovano da nessun altra parte del mondo.

Niente dinosauri, per la delusione dei fans di Conan Doyle, ma tante sorprese: prima fra tutte la massiccia presenza di piante carnivore, di cui alcune esclusive della vetta del monte. Qual è il motivo della loro presenza? Semplice, le piante carnivore, ovunque nel mondo, rappresentano un chiaro esempio di risposta adattativa a difficoltà ambientali, essendosi originate laddove terreni molto poveri di nutrienti, in particolare di azoto, lo rendevano necessario. Quello che non poteva essere assorbito dalle radici veniva così integrato con le proteine degli animali catturati, principalmente insetti. Per il Roraima la causa della presenza di così tante piante carnivore è proprio questa: il clima è particolare e completamente diverso da quello tropicale delle foreste sottostanti. Qui l’aria è fresca, l’altitudine e la fortissima piovosità non permettono la formazione di una vegetazione fitta e in grado di dare origine a un terreno sufficientemente carico di nutrienti, motivo per cui si è rivelata necessaria la comparsa di questa strategia di sopravvivenza.

E la fauna? Pochi uccelli sono arrivati a popolare, peraltro saltuariamente, l’ambiente dell’altopiano: ben più consone alle loro necessità sono le fitte e rigogliose foreste amazzoniche sottostanti, ricche di cibo e dalle temperature ben più alte. Gli insetti invece sono presenti e numerosi (e difatti sono il motivo fondamentale del successo delle piante carnivore), mentre tra i vertebrati l’endemismo più conosciuto è un piccolo anfibio anuro, Oreophrynella quelchii.

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Questo rospetto di colore nero è incapace di saltare: l’assenza di predatori gli ha fatto perdere questa caratteristica nel corso dell’evoluzione. D’altra parte, se non ci sono rischi, perché sprecare energie preziose, soprattutto se si vive in un ambiente così povero di risorse? E in realtà anche per questo animaletto alcuni rischi ci sono: sulla lista rossa dell’IUCN, dove vengono raccolte tutte le specie animali e vegetali in pericolo di estinzione, Oreophrynella quelchii è schedata come “vulnerabile”, sia per il ridotto areale di distribuzione, sia perché i turisti che si avventurano sulla vetta del Roraima hanno la pessima abitudine di prendere in mano gli animali. In questo senso le aree protette entro cui ricade il Roraima (Monumento Natural Los Tepuyes in Venezuela, Parque Nacional Monte Roraima in Brasile) stanno già operando per sensibilizzare gli escursionisti al vecchio classico “guardare e non toccare”.

Oltre all’incredibile forza visiva che non può non sollecitare la fantasia, i Tepui sono importanti isole di biodiversità che potrebbero celare sorprese inaspettatamente utili anche in campo medico: uno studio condotto da un’equipe di scienziati spagnoli su sedici differenti piante endemiche del monte Roraima ha evidenziato infatti che nove di queste mostrano una forte capacità inibitoria sui tumori, quattro in aggiunta producono attività citotossica (un attacco immunitario alle cellule infettate da virus o batteri). Un riassunto dei risultati di questi studi può essere visto in un poster, scaricabile a questo indirizzo.

‎Chi non potesse andare fisicamente fino in sud America, e non volesse accontentarsi di viaggiare con la fantasia, può comunque soddisfare almeno in parte la sua curiosità, grazie alla visita virtuale al Salto Angel, che può essere effettuata da questo sito.

La biodiversità, termine di cui tante, troppe persone si servono senza conoscerne l’importanza, non è un qualcosa di astratto e che ha valore solo per gli appassionati: conservare e mantenere integra la ricchezza biologica del nostro pianeta è fondamentale non soltanto per il piacere puramente estetico – ma comunque importante – di trasmettere ai nostri figli e nipoti una natura non impoverita dall’azione distruttiva dell’uomo, ma anche per sviluppare nuovi settori di ricerca, ad esempio in campo medico o alimentare. I Tepui, in questo senso, sono un esempio assolutamente fondamentale di come il nostro pianeta sia ricchissimo di piccoli, autentici scrigni di biodiversità che vanno protetti a ogni costo, alcuni ancora tutti da scoprire.

E, alla fine, sir David Attenborough è riuscito a realizzare il suo sogno? Ovviamente sì, nel 1995, girando – guardacaso – la serie “The private life of plants” per la BBC.

A questo indirizzo è possibile vedere un estratto da questa serie, in cui il grande naturalista britannico ci racconta vita, morte e miracoli delle piante carnivore del monte Roraima, l’isola in mezzo alle nuvole.

Pennuti sapienti

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In alcune regioni della Cina, per secoli, i pescatori hanno addestrato i cormorani a tuffarsi, pescare e ritornare alla barca per riconsegnare il pesce al loro padrone. Un anello al collo sufficientemente stretto impediva loro di ingoiare le prede, ma ogni otto pesci uno era concesso agli uccelli tuffatori, a cui veniva allentato il blocco. Quando questo non accadeva, non era raro che i cormorani si ribellassero, rifiutando di tuffarsi e schiamazzando fino a ottenere la loro meritata ricompensa. Questo dimostra due cose: che i cormorani sanno contare fino a otto, e che soprattutto sono sufficientemente intelligenti da comprendere un concetto complesso come giustizia o ingiustizia.

Tra scimpanzé e gorilla che comunicano con il linguaggio dei segni, scimmie cappuccine che hanno scoperto l’utilizzo di attrezzi, delfini, cani e specie domestiche dotate di talenti di ogni genere, la classe dei Mammiferi, a cui noi stessi apparteniamo, sembra detenere senza dubbio lo scettro di gruppo animale più intelligente. Eppure non siamo gli unici in grado di risolvere enigmi complessi e dimostrare pura capacità discernitiva e una fervida immaginazione: di sicuro ci fanno compagnia almeno alcune specie dei nostri cugini alati.

In effetti gli esempi non sono pochi. E la cosa non dovrebbe stupire: ai tempi dell’università, studiando anatomia e fisiologia animale, mi era stato fatto notare da più di un professore come gli uccelli avessero mediamente un cervello di dimensioni ampiamente superiori alla media dei vertebrati, mammiferi esclusi. Certo, la coordinazione necessaria per dedicarsi a un’attività impegnativa come il volo ha favorito lo sviluppo di determinate aree encefaliche come il cervelletto, che difatti negli uccelli è molto accresciuto, ma è possibile che il particolare stile di vita che essi conducono abbia portato allo sviluppo dell’intelligenza e di un sistema di ragionamento complesso?

Non è facile stabilirlo, per vari motivi. In primis perché il termine “intelligenza” non è considerato da tutti gli studiosi allo stesso modo: per alcuni è la semplice predisposizione a risolvere enigmi, anche di tipo pratico, per altri è una caratteristica molto più vicina alla fantasia e all’immaginazione, e per altri ancora corrisponde alla capacità di fare propri concetti complessi come la coscienza di sé, l’empatia e la comprensione. Insomma, è difficile trovare un punto di vista comune su cosa sia e su come si possa definire più o meno “intelligente” un essere vivente.

In secondo luogo non va dimenticata la difficoltà pratica di studiare il comportamento degli animali selvatici nel loro ambiente, ancora di più quando questi possono involarsi al primo sospetto di essere osservati. Prima di cominciare a intuire anche piccole parti del comportamento di una specie occorrono migliaia e migliaia di ore di osservazione diretta sul campo e i risultati non sono mai garantiti, né tantomeno certi o definitivi.

Eppure alcuni esempi indubitabili ci fanno vedere come il detto comune bird’s brain, utilizzato dagli anglosassoni in termini dispregiativi, sia decisamente campato in aria; gli uccelli sono sicuramente molto più intelligenti di quanto venga loro dato credito. Vediamo alcuni esempi.

Nella cultura popolare corvi e gazze sono notoriamente riconosciuti come gli uccelli più astuti. Lo stesso Konrad Lorenz, nel suo celeberrimo L’anello di Re Salomone, ha parlato diffusamente delle taccole, descrivendole come animali curiosi, oltreché estremamente sensibili ed empatici. E in generale molti rappresentanti della famiglia dei corvidi, a cui corvi, gazze e taccole appartengono, dimostrano una spiccata intelligenza.

In certi casi per osservare queste dimostrazioni di perspicacia non bisogna avventurarsi nei boschi. Ecco un esempio celebre: un corvo comprende come utilizzare le automobili passanti come schiaccianoci, scoprendo anche il modo più adatto per non rischiare la pellaccia scendendo in strada.

Gli studi compiuti dagli scienziati Bernd Heinrich e Thomas Bugnyar sul corvo imperiale hanno dimostrato come questo animale sia in grado di compiere scelte consapevoli tra più alternative possibili, utilizzando la logica e l’esperienza pregressa: ad esempio, tirando e tenendo ferma una corda a cui era legata una ricompensa, o nascondendo il cibo alla vista dei rivali, allontanando solo quei rivali che conoscevano il nascondiglio e ignorando gli altri. Talvolta il livello di complessità di ragionamento era paragonabile a quello delle scimmie antropomorfe.

I corvi sono inoltre tra i pochi uccelli in cui è stato osservato in natura l’utilizzo di strumenti. L’esempio più lampante è dato da quello che per molti è il volatile più intelligente in assoluto, il corvo della Nuova Caledonia, di cui ha parlato anche National Geographic.

L’utilizzo di rametti per raccogliere il cibo dall’interno dei tronchi non è però esclusivo dei corvidi ma si può incontrare in altre specie come il fringuello picchio delle Galapagos (Camarhynchus pallidus), uno dei celebri Darwin’s finches che, con la loro incredibile varietà di soluzioni adattative, hanno aiutato lo scienziato inglese a dare vita alla sua teoria dell’evoluzione.

Molte di queste specie dotate di spiccata intelligenza vivono sulle isole, dove la pressione adattativa data da un ambiente particolarmente esigente e con poche risorse le spinge a trovare soluzioni immediate per procurarsi il cibo e in cui caratteristiche come fantasia e curiosità possono rivelarsi un’arma in più nella lotta per la sopravvivenza.

Tra le specie di uccelli particolarmente sapienti non si può dimenticare il neozelandese kea, degno rappresentante di un altro gruppo di uccelli dalla spiccata intelligenza come i pappagalli. In questo documentario della BBC, la voce di sir David Attenborough ci guida alla scoperta delle straordinarie capacità di questo pennuto, ormai diventato una sorta di mascotte nazionale.

E infine, per i più curiosi, ecco un simpatico confronto “testa a testa” nel risolvere alcuni rompicapi, in cui i contendenti sono il kea e il corvo della Nuova Caledonia, forse i due più meritevoli di ambire al titolo di “uccello più intelligente”. A voi stabilire il vincitore, a me basta la meraviglia nell’osservare cosa sono in grado di fare questi due splendidi animali.

Le opere di David Attenborough

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Sir David Attenborough

Sin dai primi anni ‘50 Sir David Attenborough ha rappresentato un’istituzione nel mondo della televisione britannica, in particolare per quanto riguarda i documentari scientifici e naturalistici, che sono tradotti in innumerevoli lingue e trasmessi in ogni parte del globo, al punto da essere senza dubbio le più celebri serie di divulgazione scientifica mai prodotte per la televisione.

La ultracinquantennale carriera di Attenborough iniziò nel 1954 con la collaborazione con la BBC per la serie Zoo Quest, che nei successivi dieci anni lo portò in ogni parte del globo a descrivere le meraviglie del mondo animale. Alternati a questa serie, Attenborough produsse altri programmi televisivi trattanti argomenti disparati, che passavano dall’archeologia all’antropologia, alla politica, alla religione, al giardinaggio e persino ai quiz (!), ciononostante il massimo successo venne raccolto con la sua produzione riguardante la storia naturale. Nel 1965, in qualità di responsabile dell’introduzione della televisione a colori in Inghilterra per la BBC, e in seguito anche direttore della programmazione dei due canali della stessa British Broadcasting Corporation, Attenborough fu costretto, a causa di questi pressanti impegni istituzionali, ad abbandonare per alcuni anni la realizzazione di nuovi programmi televisivi.

Nel 1973, però, esclamando “non ho ancora visto le isole Galapagos!”, Attenborough ritornò in televisione con nuove serie di documentari, prima con Eastwards, sulla natura del Sudest asiatico, poi con Tribal eye, dedicato all’arte tribale. Ma è con Life on Earth (La Vita Sulla Terra) del 1979 che l’opera di Attenboruogh divenne conosciuta in tutto il mondo: le tredici puntate che costituivano la serie furono distribuite in numerose nazioni dei cinque continenti, e viste da un pubblico stimato di circa 500 milioni di persone. Questa divenne la prima parte di una trilogia di serie televisive dedicate dalla BBC alla Storia Naturale, insieme a The Living Planet (il Pianeta Vivente) del 1984 e a The Trials of Life (Le Sfide della Vita) del 1990, che ebbero anche loro un eccezionale successo di pubblico a livello mondiale.

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Le trasposizioni letterarie delle tre serie televisive dedicate dalla BBC alla storia naturale

Queste tre opere sono state riproposte con successo anche in Italia, e sono disponibili anche le loro trasposizioni su libro, addirittura in versioni adattate per le scuole. Il filo della narrazione è gestito magistralmente: se ‘La Vita Sulla Terra’ difatti spiega i vari passaggi che portarono i singoli gruppi animali e vegetali a popolare il globo nel corso della storia dell’evoluzione (le prime foreste, la conquista delle acque e della terraferma, etc..) e conseguentemente come l’infinita varietà biologica che lo popola si sia creata, ‘Il Pianeta Vivente’ analizza tale diversificazione in base all’habitat, e a ciascun differente ambiente è dedicato un capitolo dell’opera (foreste boreali e tropicali, deserti, acque dolci e salate, isole…), analizzando come animali e piante si siano adattati per giungere alle forme attuali, e la loro diversificazione e adattamento in base all’habitat.

Infine, ‘Le sfide della vita’ narra tutte le fasi che compongono l’esistenza degli individui, e degli sforzi che essi devono compiere per attuare lo scopo fondamentale di questa, la sopravvivenza e la perpetuazione della specie. Gli episodi della serie in questo caso sono dedicati ciascuno a una sola di tali tappe: il nascere, l’accrescimento, il nutrimento, la ricerca del compagno e le cure della prole, e così via. Ciò che rende straordinari questi documentari è però la bellezza e la qualità delle delle immagini e dei soggetti rappresentati, che rendono visivamente eccezionali tali opere e giustificano il loro successo, sebbene la capacità narrativa di Attenborough riesca nel non facile intento di collegare argomenti apparentemente distanti senza perdere il filo del discorso, e di mantenere criterio e precisione scientifica pur rivolgendosi a un pubblico ampio e non necessariamente competente. Non è un caso che le trasposizioni su carta stampata siano ricchissime di immagini, e la narrazione sia sempre fresca e coinvolgente, sforzandosi al massimo nell’evitare l’utiizzo di termini tecnici e scientifici, e nomi latini.

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A questa lunga trilogia si susseguirono e alternarono altre serie di minor durata, tra cui The First Eden, dedicata ai primi uomini che popolarono la Terra e al loro sviluppo iniziale lungo le coste mediterranee, e Lost Worlds, Vanished Lives, dedicata al mondo dei fossili e alla paleontologia. Nel 1993 Attenborough presentò Life in the Freezer, sulle forme di vita che popolano l’Antartide, e due anni più tardi The Private Life of Plants, dedicato al mondo vegetale.

Negli anni successivi girò due speciali per la BBC, uno sulla vita dei misteriosi uccelli del paradiso, l’altro sulla celebrazione delle opere compiute in quarant’anni di attività dalla BBC Natural History Unit. Nel 1998 presentò invece una nuova lunga serie di spettacolari documentari sulla vita degli uccelli del globo, chiamata The Life of Birds.

Le sue opere più recenti invece si intitolano State of the Planet e The Blue Planet, dedicate rispettivamente alla terraferma e al mondo marino. Del 2002 è invece una nuova e innovativa grande serie per la BBC, questa volta dedicata al mondo dei Mammiferi, intitolata The Life of Mammals. In essa sono state sperimentate nuove tecnologie di ripresa e di editing digitale, e in generale rappresenta una delle più evolute e ambiziose opere mai realizzate nel campo della documentaristica televisiva. Da qui in poi tutte le serie naturalistiche della BBC hanno seguito questo taglio moderno e all’avanguardia. Di tempi più recenti sono le serie Life in the undergrowth, Life stories e New life stories che portano ancora la sua firma, oltre a una costante presenza nei documentari BBC nel ruolo di voce narrante.

Insignito del cavalierato nel 1985 per i suoi meriti scientifici, Sir David Attenborough ha collezionato negli anni sempre più prestigiose onoreficenze per il suo lavoro di divulgatore scientifico, da parte dei principali istituti e musei britannici, ed è divenuto anche presidente della Royal Society for Nature Conservation. La sua carriera ultracinquantennale è stata celebrata dalla BBC con il documentario Life on Air.