Dall’Africa all’Australia per salvare i rinoceronti

(foto: Manfred Heyde/Wikimedia Commons)

Ho letto di recente su Australian Geographic una notizia a dir poco insolita: alcuni rinoceronti sono stati catturati in Africa, trasportati prima in Sudafrica per un periodo di quarantena, per poi essere condotti in una riserva in Australia, come gesto estremo di protezione nei confronti dei bracconieri. A quanto pare infatti, sul continente nero la battaglia di protezione degli animali nei confronti del mercato nero del corno (venduto in Cina e in varie altre zone dell’Asia come afrodisiaco) sembra essere ormai persa: troppo pochi i mezzi a disposizione di guardacaccia e istituzioni per poter fronteggiare a un nemico più forte, più ricco e meglio organizzato. E così, questo programma, ideato e portato avanti da Ray Dearlove, cresciuto in Sudafrica e oggi residente a Sydney, prevede il trasporto di un’ottantina di rinoceronti nel parco zoologico di Taronga Western Plains in Dubbo, nel New South Wales, dove gli animali trascorreranno altri sessanta giorni di quarantena. Verranno in seguito trasferiti in un’altra riserva, che con ogni probabilità sarà il Monarto Zoo’s safari park, vicino ad Adelaide; qui potranno riprodursi e mantenere in vita un numero sufficiente di esemplari da reintrodurre in seguito in Africa. Il programma sarà completato nel giro di quattro anni.

Questa scelta, purtroppo, è un segno del dramma che la fauna africana sta vivendo da alcuni decenni a questa parte. I numeri sono impressionanti: tutte le popolazioni delle più note specie selvatiche del continente stanno progressivamente diminuendo. E il processo sta andando avanti a una velocità ineguagliata in passato, al punto che al momento non si riescono a trovare rimedi che possano garantire un futuro sicuro alle specie colpite dal bracconaggio. O almeno, non sul suolo africano. L’esempio più lampante è dato proprio dalle popolazioni di rinoceronte: in Sudafrica, nel 2007, i cacciatori di frodo ne avevano uccisi 13; nel 2014, gli abbattimenti sono saliti a 1215, ossia il 9000% in più.

Eppure una soluzione come quella del trasferimento degli animali, per quanto motivata dalle migliori intenzioni, sembra azzardata su tanti punti. Tanto più che la destinazione degli animali interessati è proprio l’Australia, quella terra su cui ormai, quasi per definizione, non andrebbero introdotti animali alloctoni: sulla piaga dei conigli europei importati nell’Ottocento e che ancora adesso pascolano indisturbati a milioni per le praterie del continente non mi dilungo, se non per sottolineare come questo sia un esempio rappresentativo di un gigantesco errore. Chiaro, ben altra cosa sono dei rinoceronti, tanto più che verranno numerati, rilasciati in un’area controllata e recintata, il tutto dopo un periodo di quarantena. Ma se comunque introducessero parassiti dannosi per altri animali? O se perissero a causa di malattie locali o incapacità di adattarsi al nuovo ambiente? Temo che questo tipo di operazione, per quanto coraggiosa, porti con sé enormi rischi. Ma soprattutto, ci porta a riflettere sul dramma dell’attuale situazione africana nei confronti della tutela dell’ambiente.

Ormai la guerra al bracconaggio richiede altri metodi, differenti da quelli utilizzati finora: i guardacaccia e tutte le persone coinvolte in questa guerra senza quartiere devono avere maggiori mezzi a disposizione, guadagnare ben di più (anche la corruzione è un elemento da non sottovalutare) e utilizzare nuovi sistemi. Un esempio è dato dal taglio del corno, che ormai viene frequentemente effettuato dalle pattuglie antibracconaggio per rendere gli animali di nessun interesse per i commerci illegali, un altro è la distruzione immediata dei materiali sequestrati al commercio illegale. Di recente il Kenya si è distinto per aver realizzato il più grande rogo della storia di zanne di elefante, corni di rinoceronte e altro materiale originato dal bracconaggio: beni che andavano distrutti in quanto sequestrati ai cacciatori di frodo certo, ma comunque di grande valore. Purtroppo però entrambe queste strategie portano scarsi risultati: i rinoceronti senza corno vengono comunque abbattuti per scavare sul moncherino del corno quel poco di materiale rimasto (un chilogrammo di corno ha un valore commerciale di 60.000 dollari), mentre il sequestro dei materiali ai bracconieri non evita l’abbattimento degli animali.

Forse la strategia scelta dalla grande Dian Fossey, anche se nel suo sfortunato caso le è costata la vita, è la strada da seguire: una lotta frontale e senza esclusione di colpi al bracconaggio. Nessuno spazio di manovra lasciato ai cacciatori di frodo, nessun permissivismo, nessun insabbiamento. E soprattutto, in futuro bisognerà pensare sempre di più al soldo: finché uccidere rinoceronti per il loro corno o elefanti per le loro zanne si rivelerà un’attività proficua, o perlomeno più redditizia della loro tutela, la battaglia sempre persa. Speriamo di capirlo per tempo, in modo da poter permettere a chi verrà dopo di noi su questo pianeta di godere di tutte le sue bellezze.

A cosa pensava Darwin?

Piccole storie di grandi naturalisti

 

 

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A cosa pensava Charles Darwin quando, ormai anziano, passeggiava nei boschi che circondano la sua casa in campagna? E qual era il sogno di Konrad Lorenz, prima di voler diventare un’oca? Perché Jane Goodall si è ritrovata all’improvviso nel cuore dell’Africa a studiare gli scimpanzé? E cosa ha spinto David Attenborough sulla cima del monte Roraima, nel cuore dell’Amazzonia?
Il libro è una raccolta di brevi biografie di alcuni tra i più grandi naturalisti degli ultimi due secoli: ogni capitolo ha un diverso protagonista di cui vengono narrati pregi e difetti, vicissitudini e successi. Di storia in storia, si indaga cosa abbia spinto queste grandi donne e questi grandi uomini a dedicare la loro vita allo studio della natura, pur dovendo fronteggiare difficoltà di ogni genere per riuscire nell’impresa. Il libro è disponibile anche su Amazon, ha ottenuto ottime recensioni su varie riviste scientifiche (tra cui Le Scienze e la Rivista della Natura), sul sito della Fondazione Umberto Veronesi e su Ansa Scienza, è stato presentato in radio (Radio3 Scienza e Il Giardino di Albert, sulla Rete 2 Svizzera) e in televisione (GEO su Raitre). Si è inoltre classificato terzo nella categoria Scienze della vita e della salute per il 2016 nel concorso nazionale di divulgazione scientifica dell’Associazione Italiana del Libro.

Per ulteriori informazioni:

pagina dedicata su Amazon.it

pagina dedicata sul sito HOEPLI

Con il cuore (e le tonsille) nella foresta

ATTENZIONE: quanto segue, pur abbreviato e con le modifiche necessarie per il formato web, è il capitolo iniziale del mio libro “A cosa pensava Darwin? – Piccole storie di grandi naturalisti”. Per ulteriori informazioni, clicca qui.
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“Signora, non ho ancora un’idea chiara su di lei. Prima di prendere una decisione, voglio farle un test.”

“Mi dica.”

“Spero abbia presente che tipo di ambiente è la foresta pluviale del Borneo.”

“Certamente.”

“Bene. Allora mi dica, secondo lei, nella foresta pluviale del Borneo si possono trovare degli ospedali?”

“Ovviamente no.”

“Esattamente, non ci sono. E non ci sono strutture adeguate in caso di emergenza.”

“Ne sono perfettamente consapevole.”

“Bene. Allora mi dica, cosa pensa di fare della sua appendice?”

“La mia appendice?”

“Esattamente. Poniamo il caso che dovesse ammalarsi di appendicite fulminante in mezzo alla foresta, a decine di chilometri di distanza dal più vicino pronto soccorso, cosa penserebbe di fare? Se questa degenerasse in peritonite, potrebbe rischiare la vita. Ci ha pensato? L’unica soluzione sarebbe arrivare in Indonesia già senza l’appendice, in modo da non correre alcun rischio. Sarebbe disposta a farsela rimuovere prima di partire?”

“Certamente.”

“Ne è sicura?”

“Sì, ne sono sicura. Se lo riterrà necessario, mi farò togliere anche le tonsille.”

Immaginate la scena: una semisconosciuta primatologa di 22 anni di fronte a uno dei più grandi paleoantropologi di sempre, impegnata a convincerlo a sponsorizzare una spedizione nella foresta del Borneo per studiare gli orangutan. Il tutto dopo che quest’ultimo aveva già risposto in precedenza in modo tutt’altro che confortante.

Tre anni dopo, nel settembre 1971, la giovane scienziata, di nome Birutė Galdikas, grazie alla sua tenacia, stava per partire per un’avventura che l’avrebbe portata nel cuore della foresta pluviale indonesiana, e che dura tuttora.

Dopo non poche discussioni, suo marito Rod Brindamour decise di accantonare i suoi studi in campo informatico per seguirla. Avrebbe così svolto il ruolo di fotografo. Il giorno della partenza da Los Angeles, con loro avevano solo degli zaini con quattro cambi di vestiti ciascuno e tre copie di National Geographic. Dopo una breve tappa a Washington per un corso rapido di fotografia naturalistica, i nostri si fermarono in Kenya per incontrare il loro mecenate, Louis Leakey, e subito dopo in Tanzania, in visita a Jane Goodall per una formazione sul campo. Quest’ultima era stata scelta da Leakey per studiare gli scimpanzé nel loro habitat naturale.

 

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Louis Leakey (1903-1972) (foto: Wikimedia Commons)

Dian Fossey era stata invece inviata in Ruanda tra i gorilla di montagna. Insieme alla new entry di Birutė, le tre ricercatrici andarono così a comporre il gruppo delle Trimates, tre donne completamente dedicate allo studio delle grandi scimmie antropomorfe nel loro habitat naturale.

Grazie all’aiuto e al supporto del celebre paleoantropologo, arrivarono ben presto congrui finanziamenti dalla National Geographic Society e dalla Wilkie Brothers Foundation.

In breve tempo, nel cuore della foresta del Borneo, in quello che oggi è diventato il Parco Nazionale Tanjung Puting, nasceva il campo base di Birutė e Rod, battezzato, non a caso, Camp Leakey. Originariamente si trattava solo di un paio di capanne scalcinate, ex dimora di boscaioli, ubicate in un’area raggiungibile solo dopo un viaggio in canoa di alcune ore.

Ad accoglierli, però, invece degli oranghi ci furono soltanto legioni di zanzare e sanguisughe. Le scimmie, nei primi tempi, erano praticamente introvabili.

Prima di studiare i comportamenti di un orango bisogna riuscire a trovarlo. Questi animali, infatti, non solo sono particolarmente schivi, ma hanno anche l’abitudine di vivere ai piani alti della foresta pluviale, nell’intrico di rami e fronde che forma la sua sommità. In aggiunta, a differenza delle altre grandi scimmie antropomorfe, sono animali tendenzialmente solitari: i maschi conducono la propria esistenza in gran parte da soli, mentre le femmine possono al limite essere accompagnate da un unico cucciolo.

Per trovarli bisogna innanzitutto conoscere alla perfezione il loro stile di vita e, soprattutto, fare poco affidamento sulla propria vista: lassù in alto la massa rossastra dell’animale, che a terra salterebbe subito agli occhi, è molto poco distinguibile. L’intrico di rami è molto fitto, e quando è presente un’apertura, la visione controluce non aiuta a distinguere le sagome degli animali. Quello che tradisce la loro presenza è un rumore inconfondibile, il movimento dei rami piegati dal loro peso mentre si spostano placidamente di albero in albero. Altri indizi possono essere il rumore della corteccia strappata dagli alberi, o l’apertura di un frutto. Le “persone della foresta” (questo il significato del loro nome in lingua indonesiana) sono animali pacifici, silenziosi, molto intelligenti.

I piccoli seguono la madre ovunque vada, imparano da lei come si sopravvive nella foresta, come si cercano e si aprono i frutti, in che modo si apre un termitaio per mangiare gli insetti al suo interno, come ci si sposta di ramo in ramo, come si costruisce un solido nido per passare la notte tra le cime degli alberi. Il distacco avviene dopo 7-8 anni, e solo allora la femmina può provare ad avere un nuovo cucciolo: l’orango è la specie di mammifero in cui è presente la più grande distanza temporale tra una maternità e la successiva. Il perché è chiaro: la vita, lassù in alto tra i rami, richiede molte conoscenze e la separazione dalla madre, per i piccoli oranghi, può avvenire soltanto quando sono perfettamente in grado di nutrirsi, spostarsi e non correre rischi di alcun tipo anche senza una guida al loro fianco.

 

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(foto: Wikimedia Commons)

Senza le foreste, gli oranghi non possono sopravvivere. Tra i rami, le grandi scimmie rosse conducono il 95% della loro esistenza; la foresta pluviale è l’unico ambiente in cui sono in grado di procurarsi del cibo e proteggersi dalle insidie esterne.

Negli anni, l’opera di Biruté è diventata sempre più fondamentale per la conoscenza e la conservazione della specie: ben presto, infatti, all’attività di studio sul comportamento è stato affiancato un lungo e costante lavoro di salvataggio e reintroduzione dei piccoli oranghi rimasti orfani per la deforestazione.

La scomparsa della foresta tropicale indonesiana, la seconda per estensione al mondo dopo quella brasiliana, ha un principale colpevole: l’olio di palma. Questa materia prima è un componente base di tantissimi prodotti della nostra vita quotidiana e richiede costantemente nuovi terreni dove coltivare gli alberi da cui viene ricavata. Sebbene in tempi recenti alcune aziende virtuose abbiano iniziato a perseguire campagne per l’utilizzo di piantagioni create su terreni non originati dalla deforestazione, ancora oggi le foreste pluviali di Borneo e Sumatra, l’unica casa degli oranghi e di tantissime altre specie rare ed endemiche, continuano a cedere il passo a nuove piantagioni. Secondo le stime della stessa Birutė, negli ultimi 20 anni le popolazioni di oranghi allo stato selvatico si sono praticamente dimezzate.

 

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L’attuale areale di distribuzione dell’orango (Wikimedia Commons)

I pochi piccoli che sopravvivono alla deforestazione vengono talvolta catturati per essere rivenduti come animali da compagnia. Sebbene dopo una certa età questi debbano comunque essere allontanati e uccisi perché troppo grandi e intelligenti per poter essere tenuti in una casa, si tratta comunque di una minoranza fortunata: tutti gli altri orfani abbandonati nella foresta sono destinati a morte certa.

In questo contesto, il centro di rieducazione fondato da Birutė svolge ormai un ruolo molto importante. Decine di piccoli oranghi vengono salvati ogni anno. Gli operatori del centro seguono gli animali passo passo, talvolta prendendosi cura di animali di pochi giorni di vita. Ai piccoli viene insegnato come arrampicarsi sugli alberi, come procurarsi il cibo, come vivere nella foresta. Un poco alla volta, gli orfani imparano ad essere indipendenti, fino al momento in cui possono essere liberati: un prezioso lavoro di supporto a una specie sempre più a rischio.

Molto spesso, però, i più grandi successi arrivano solo dopo aver fronteggiato grandi sofferenze: dopo alcuni anni di permanenza in Borneo arrivò il divorzio da Rod, che aveva ormai intuito che per Birutė non ci sarebbe mai stato un ritorno in Canada, come lui invece desiderava. Birutė accettò anche la più dolorosa delle scelte: il loro unico figlio Binti, di pochissimi anni, sarebbe andato con suo padre; la sua vita al tempo consisteva nel vivere in mezzo agli oranghi e non aveva contatti con altri bambini. Era giusto lasciarlo partire.

 

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Birutė Galdikas nel 2012 (foto: Wikimedia Commons)

Al giorno d’oggi, Birutė Galdikas può essere tranquillamente considerata una delle massime autorità a livello mondiale sulla vita selvatica degli orangutan. Questo grazie a oltre 40 anni di esperienza sul campo, a una fondazione che salva decine di animali ogni anno, a centinaia di pubblicazioni scientifiche e conferenze in giro per il mondo, ad alcuni libri, tra cui il bestseller Reflections of Eden, alle copertine su National Geographic e molte altre riviste, a numerosi documentari televisivi di cui è protagonista. Ha collezionato una lunghissima serie di onorificenze per il suo lavoro di sensibilizzazione sul declino delle foreste asiatiche e sulla necessità di conservare la loro biodiversità.

Ancora oggi vive a Camp Leakey, nel cuore della foresta del Borneo, insieme a tanti collaboratori e scienziati, al suo nuovo marito indonesiano e ai suoi figli, e ad alcune decine di oranghi che stanno imparando ad affrontare le sfide della foresta.

E tutto questo senza mai farsi togliere le tonsille.

Biografia di Dian Fossey (1932-1985)

Dian nasce da genitori di origine inglese, e conduce i primi anni d’infanzia in California; presto i suoi genitori si separano, a causa della dipendenza all’alcool del padre e di alcuni suoi guai con la legge. Dian vive in seguito con sua madre e col suo nuovo marito, Richard Price, con cui ha un rapporto conflittuale a causa della sua mentalità conservatrice e tradizionalista.

Nonostante il suo interesse e amore per gli animali, non le viene concesso di acquistarne altri dopo la morte del suo pesce rosso, suo unico animale domestico nell’infanzia. I genitori di Dian non collaborano economicamente ai suoi studi al college, mentre vi partecipano i suoi zii materni, che incoraggiano e aiutano la passione di Dian per la natura.

Dopo aver terminato la high school nel 1949, Dian frequenta il Marian Junior College in California. Sospinta dal suo patrigno, Dian segue lezioni di economia, pur detestandole, e nel frattempo lavora in una fabbrica come operatrice alle macchine, mentre al liceo aveva lavorato come commessa.

A 19 anni, dopo aver trascorso il suo primo anno di college, a Dian viene offerto un lavoro in un ranch nel Montana, e lei accetta con entusiasmo, data la sua passione per gli animali e per la natura, ma si ammala presto ed è costretta ad abbandonare.

Nel 1950 ritorna agli studi, ma questa volta dedicandosi a studi di sua scelta, e si iscrive al corso di veterinaria, alla University of California a Davis. Nonostante la passione per le discipline biologiche, Dian ha problemi con altre materie scientifiche come la fisica e la chimica e non riesce a superare il secondo anno di college.

Nel 1952 Dian si trasferisce al San Jose State College, con un nuovo interesse nel occuparsi dei bambini afflitti da malattie nervose. Nel 1954 si laurea in Occupational therapy.

Più tardi, nel 1974, Dian tornerà agli studi e otterrà PhD in Zoologia alla Cambridge University, per la creazione del centro di ricerca a Karisoke in Ruanda nel 1967.

Dopo la laurea, Dian lavora in diversi ospedali in California, occupandosi di pazienti affetti da tubercolosi per nove mesi consecutivi. Cercando di allontanarsi il più possibile dalla California, accetta un lavoro al Kosair Children’s Hospital a Louisville, nel Kentucky. Dian accetta di buon grado il fatto di non poter vedere frequentemente la propria famiglia, pur di allontanarsi dalla California. Apprezza molto invece il fatto di poter lavorare con la gente onesta e semplice del Kentucky, di cui apprezza lo spirito e la semplicità. Vive in un cottage affittato all’interno di una tenuta chiamata Glenmary, fuori dalla città. I proprietari la incoraggiano a seguire la sua passione e la sua applicazione negli studi di veterinaria.

Tra le persone maggiormente influenti nella vita di Dian un posto fondamentale lo ricopre Mary White Henry, segretaria dell’amministratore del Kosair Hospital, che la introduce alla società di Luoisville e favorisce le sue nuove amicizie e conoscenze, in particolare con Franz Forester, un ricco rhodesiano con cui ha una prima importante relazione, e in seguito con un prete irlandese, Padre Raymond, che ha una profonda influenza su Dian, sino alla sua conversione al Cattolicesimo. Sebbene la sua intima relazione col religioso cresca, altrettanto fa quella con Forrester, al punto che questo nel 1957 offre a Dian un viaggio di sola andata per l’Africa, per andare a vivere nella residenza dei suoi genitori, ma Dian rifiuta per non rinunciare alla propria indipendenza.

Ormai la passione è fortissima, e, benché Dian debba rifiutare a malincuore a causa dell’eccessivo impegno economico varie proposte di viaggi per l’Africa, tra cui una della stessa Mary White, decide di accumulare conoscenze sui safari e sulla natura africana e si ripromette di riuscire a organizzare un viaggio per quelle terre entro il 1963.

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Ubicazione del Karisoke Research Center

Il giugno di quello stesso anno Dian riesce a organizzarsi in modo da affittare una guida per i safari di Nairobi, al prezzo di cinquemila dollari; per riuscire a fare questo deve impegnare i guadagni all’ospedale dei successivi tre anni a un interesse del 24 percento. Nel frattempo Dian continua a studiare e ad accumulare quante più nozioni le è possibile con tutta la letteratura che riesce a recuperare. In particolare il libro The Year of The Gorilla dello zoologo George Schaller ha una grande influenza su di lei, al punto da spingerla a indagare e a imparare di più sulla vita e le caratteristiche dei rari gorilla di montagna.

Preoccupata di poter contrarre allergie o malattie di vario genere, Dian imbottisce il suo bagaglio di tutti gli antibiotici e le medicine che riesce a trovare.
Dopo aver raggiunto l’Africa Dian riesce a contattare il celebre paleoantropologo Louis Leakey, che si trova in quel periodo a Nairobi, e a esprimergli il suo interesse per i gorilla di montagna, esprimendo il suo desiderio di riuscire a osservarli direttamente in natura. Leakey si dimostra molto cordiale e interessato alla ragazza.

Proseguendo nel viaggio Dian e la sua guida si fermano in prossimità del villaggio di Kisoro, da cui si dirigeranno verso uno dei grandi vulcani, il monte Mikeno, per raggiungere un campo base di due fotografi.

È qui che Dian ha per la prima volta un’esperienza diretta di osservazione della vita dei gorilla in libertà: difatti incontra, nel corso di un’uscita di gruppo, un gruppo di mezza dozzina di maschi adulti. Questa esperienza determinerà il corso futuro della vita di Dian.

Dopo il suo ritorno a Louisville, Dian riincontra il dr. Leakey a una conferenza, e riesce a influenzarlo sufficientemente da averlo come sostenitore di un suo progetto di ricerca; sebbene questo, difatti, sappia bene che Dian non è qualificata nel campo della biologia, dell’etnologia, dell’antropologia e della zoologia, Leakey rimane comunque impressionato dalla sua passione e dall’interesse verso i gorilla. 

Dopo essere riuscita a ottenere un finanziamento dalla Wilkie Foundation, celebre anche per aver sponsorizzato Jane Goodall nei suoi studi sugli scimpanzé, e dopo essersi definitivamente slegata dal Kosair Hospital Dian è diretta nuovamente in Africa. Oltretutto ai finanziamenti si aggiungerà anche il supporto della National Geographic Society. Siamo nel 1966: l’anno seguente il centro di ricerca viene fondato in una zona intermedia tra i due vulcani Karisimbi e Visoke, all’interno del Parco dei Vulcani in Zaire, a pochi chilometri dal confine col Ruanda, col nome di Karisoke Research Center.

Presto questo diventa anche il quartiere generale delle pattuglie anti-bracconaggio dei gorilla da lei stessa organizzate, oltre che luogo di ricerca per numerosi scienziati che studiano la biologia dei gorilla di montagna.
I metodi di osservazione di Dian hanno per sempre cambiato le metodologie di studio degli animali in libertà: difatti Dian ha l’abitudine, e andrà avanti per oltre vent’anni in tal modo, di sedersi tra i gorilla, immobile e totalmente disarmata, prima lontana dal branco, per poi avvicinarsi gradualmente, fino a essere accettata come parte integrante della comunità e del branco nel giro di pochi anni. Dian in particolare stringe una forte amicizia con un gorilla, Digit, che sarà da lì a qualche anno massacrato dai bracconieri, come buona parte del branco da lei studiato. Dian scopre inoltre numerosi gesti e vocalizzi che i gorilla utilizzano nelle comunicazioni interne ai gruppi.

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Digit

Dian fonda in seguito il Digit Fund (adesso chiamato semplicemente DFGF), per la conservazione dei gorilla di montagna, soprattutto dalle riduzioni del loro habitat naturale e dagli attacchi dei bracconieri, che ricavano pochi dollari dalla vendita di teste, mani e piedi dei gorilla, utilizzate come decorazioni o addirittura come posacenere.

Dian è spesso impopolare tra i locali e addirittura, a causa di alcune superstizioni del luogo, viene spesso affiancata alla figura di strega, che spesso lei stessa impersona per spaventare i bracconieri catturati mentre li interroga. Dian rischia anche di essere allontanata dal governo in seguito ad accuse di collaborazione con i bracconieri (!) e col governo del Ruanda, e ha problemi legali di ogni genere per continuare la sua permanenza e il suo lavoro.

Dian scrive anche un romanzo per descrivere la sua esperienza, Gorilla nella nebbia. Da questo lavoro verrà tratto un film omonimo interpretato da Sigourney Weaver.

Il 27 dicembre 1985 Dian Fossey viene brutalmente assassinata a colpi di machete da uno sconosciuto aggressore, forse un bracconiere, all’interno proprio del Karisoke Research Center. Nessuna condanna è mai stata inflitta per questo assassinio, che rimane ancor oggi irrisolto.

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La copertina di National Geographic dedicata a Dian Fossey

La rivolta genocida scoppiata in Ruanda nei primi anni ‘90, che in meno di cinque anni ha portato a un massacro calcoltato in circa 1.2 milioni di vittime, ha creato anche un popolo di quasi un milioni di rifugiati e ha diminuito drasticamente le possibilità di salvare dall’estinzione i gorilla di montagna, la cui popolazione oggi stimata è di poche centinaia di individui. Tra i principali scenari in cui si è sviluppata questa tragedia ci sono difatti i monti Virunga, di cui fa parte tutta l’area circostante Karisoke. Nel 1994 la fondazione Gorilla Fund è stata definitivamente allontanata dal Ruanda. 

Il corpo di Dian Fossey è seppellito in un piccolo cimitero di fianco al centro di ricerca, in mezzo alle tombe di 17 gorilla, uno scimpanzè e un cane.

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Per ulteriori informazioni:

http://www.gorillafund.org/

The Dian Fossey Gorilla Fund (ex Digit Fund)

Tra i libri sulla figura della Fossey, oltre a Gorilla nella nebbia, vi segnalo Una donna tra i gorilla, di Farley Mowat, Ed.Garzanti, 1987, e, ovviamente, anche il film con Sigourney Weaver.

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Copertina di Gorilla nella nebbia, edizione originale

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Copertina del dvd del film Gorilla nella nebbia