Le sfortunate vicende di Gideon Mantell, “papà” dei dinosauri

ATTENZIONE: questo post riprende parte del quarto capitolo del mio nuovo libro “Alla scoperta della vita – le grandi rivoluzioni delle scienze naturali”. Per ulteriori informazioni, clicca qui.

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Chi più chi meno, tutti gli appassionati di paleontologia conoscono a menadito la storia geologica delle più grandi (in tutti i sensi) mascotte della loro disciplina, i dinosauri: dalle specie più celebri agli stili di vita, dai ritrovamenti più belli alle teorie sulla loro estinzione. Quello che invece in pochi hanno avuto modo di approfondire è la loro storia su scala umana, ovvero tutte quelle vicissitudini che condussero alcuni scienziati e collezionisti, nei primi decenni del XIX secolo, a identificare per primi questi organismi tra i giacimenti fossili, con tutte le implicazioni connesse. Gli eventi legati a questo periodo della storia della paleontologia sono fondamentali per il successivo sviluppo delle scienze della vita, perché hanno scosso alle fondamenta il pensiero e le convinzioni di gran parte dei naturalisti e geologi dell’epoca.

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Gideon Algernon Mantell (1790-1852)

Lo sfortunato protagonista di questi eventi fu Gideon Algernon Mantell che, nonostante il suo ruolo fondamentale nell’identificazione di questo nuovo gruppo tassonomico, a causa del suo “dilettantismo” e soprattutto della sua ingenuità fu vittima di soprusi e per lungo tempo non ricevette il giusto credito da parte della comunità scientifica. Ma andiamo per ordine. Mantell nacque a Lewes, Sussex, nel 1790, figlio di un calzolaio discendente da una nobile famiglia inglese decaduta. Sin da giovane ebbe una grande passione per la geologia e lo studio dei fossili, in particolare trilobiti, che cercava regolarmente tra le cave e le formazioni geologiche dell’Inghilterra meridionale. dopo la morte del padre, avvenuta nel 1807, grazie a una piccola somma messa da parte poté dedicarsi agli studi in medicina a Londra, per poi dedicarsi ad una brillante carriera di medico di campagna nella sua natia Lewes. Sebbene le sue competenze mediche fossero vaste, la sua specialità era l’ostetricia: in un periodo storico in cui, mediamente, morivano 14 donne ogni 1000 parti, Mantell perse soltanto due pazienti nel corso di tutta la sua carriera, in cui aiutò oltre 2400 madri a partorire. Grazie ai guadagni provenienti dalla sua professione, riuscì ad acquistare una villa in cui realizzò un piccolo museo dedicato alla sua collezione di fossili, che continuava ad accrescersi. Il poco tempo lasciato libero dal suo lavoro, principalmente le ore notturne, veniva dedicato agli studi di geologia e paleontologia. Grazie all’influenza di James Parkinson (scopritore dell’omonimo morbo), Mantell mise in dubbio le stime sull’età della terra, al tempo ritenuta di poche migliaia di anni. Inoltre, nei primi decenni dell’Ottocento, tutti i fossili provenienti da giacimenti del Cretaceo inglese erano marini: l’unico rettile fossile di grandi dimensioni conosciuto al tempo era l’ittiosauro, scoperto nel 1811 a Lyme Regis in Dorset dalla collezionista Mary Anning. Mantell prese accordi con la cava di Whiteman’s Green, vicino a Cuckfield nel West Sussex, risalente al Cretaceo Inferiore, per farsi inviare tutti i fossili scoperti accidentalmente negli scavi. E tra questi vi era l’indubbia presenza di ambienti terrestri e d’acqua dolce, che ribattezzò gli strati della Foresta di Tilgate.

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I denti di iguanodonte scoperti da Mantell

Iniziò a collezionare ossa di grandi animali. Tra queste vi fu il suo più grande contributo alla storia della paleontologia: un dente di grandi dimensioni appartenuto a un gigantesco rettile erbivoro, qualcosa di assolutamente sconosciuto all’epoca. Mantell nel 1822 pubblicò il suo primo libro,The Fossils of South Downs or Illustrations of the Geology of Sussex, dedicato a queste scoperte, che ottenne un discreto successo (quattro copie vennero anche ordinate dal Re Giorgio IV). Il trattato, così come tutte le sue prime opere, venne realizzato in un’edizione particolarmente lussuosa e costosa (l’equivalente di 1000 dollari attuali a volume). Mantell intuì che se voleva aumentare sensibilmente le vendite doveva puntare a un pubblico un po’ meno d’élite. Più avanti nella sua carriera realizzò così libri dal costo ben più limitato. In ogni caso, incoraggiato dal successo iniziale della sua opera e dall’aiuto del suo amico geologo Charles Lyell, Mantell fece esaminare il dente fossile dal grande anatomista francese Georges Cuvier, la massima autorità a quell’epoca nel campo, che però lo attribuì erroneamente a un rinoceronte.

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Georges Cuvier (1769-1832)

A tarpare le ali dell’entusiasmo del medico-paleontologo fu poi la Geological Society di Londra, i cui membri non furono convinti della sua interpretazione del reperto. Forse anche la formazione scientifica da autodidatta di Mantell, che quindi godeva di scarso prestigio negli ambienti accademici, fu la causa di questo disinteresse. Nonostante la fatica, le grandi spese sostenute e le delusioni subite, la forza delle sue convinzioni superò le avversità: Mantell ripropose un paio di anni dopo, nel 1824, nuovi reperti provenienti dallo stesso strato roccioso a Cuvier, che a questo punto ammise di buon grado il proprio errore, confermando che si trattava indubitabilmente di parti di un rettile. Nello stesso anno, Mantell si prese la rivincita anche sulla Geological Society, presentando la lettera in cui il luminare francese ammetteva pubblicamente il suo sbaglio.

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Una ricostruzione dello scheletro dell’iguanodonte realizzata da Mantell

Mantell diede al rettile il nome di Iguanodonte (“dente d’iguana”), e, non appena ebbe sufficienti evidenze fossili, ipotizzò una sua struttura del corpo che oggi sappiamo essere corretta, con gli arti anteriori molto più corti dei posteriori. Nello stesso anno il teologo e paleontologo William Buckland identificò e descrisse scientificamente il Megalosauro, a cui fu lo stesso Mantell a dare il nome scientifico, dedicato al suo scopritore, nel 1827: Megalosaurus bucklandii.

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Ricostruzione ottocentesca di Megalosaurus

Con il riconoscimento delle sue scoperte, arrivò anche un discreto successo: Notice on the Iguanodon, a Newly Discovered Fossil Reptile, from the Sandstone of Tilgate Forest, in Sussex, pubblicato nel 1825, fu letto pubblicamente in una riunione della Royal Society, di cui Mantell fu eletto Fellow. Nel 1833 Mantell decise di trasferirsi da Lewes a Brighton per trovarsi “nel cuore dell’azione”. Mai scelta fu più sbagliata. Il lavoro di medico gli aveva assicurato una vita più che dignitosa, che gli consentiva anche di pagare gli operai che di volta in volta gli procuravano i fossili. Con il trasferimento, Mantell avrebbe dovuto procurarsi nuovi clienti, ma, nella sua prima conferenza pubblica, commise due gravi errori: prima assicurò i medici locali che non sarebbe stato un loro concorrente, poi affermò, di fronte a potenziali nuovi pazienti, che le sue ricerche non lo avrebbero distolto dal suo lavoro di dottore. In breve le sue finanze andarono in grave crisi e, per pagare i propri debiti, la sua villa venne trasformata in un museo pubblico, con biglietto di ingresso di uno scellino, cifra altissima per l’epoca. Anche la situazione familiare precipitò: prima Mantell fu lasciato dalla moglie Mary Ann nel 1839, stesso anno in cui il figlio Walter emigrò in Nuova Zelanda, dalla quale in seguito gli avrebbe inviato fossili di grande valore. L’anno dopo morì la figlia Hannah. A tutto questo si sommarono gravi problemi di salute. Nel 1841 infatti Mantell cadde dalla propria carrozza, rimanendo intrappolato nelle redini e venendo trascinato al suolo. Come risultato, ebbe una grave lesione alla spina dorsale, che gli causò dolori costanti per il resto della sua vita. Ciononostante, Mantell proseguì nei suoi studi con la caparbietà che aveva contraddistinto tutta la sua carriera.

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Richard Owen (1804-1892)

È fondamentale a questo punto introdurre un’altra figura cruciale nella paleontologia inglese di quegli anni: Richard Owen. Egocentrico e ambizioso, Owen era un brillante paleontologo (è lui l’ideatore del termine “dinosauro”), ma era anche visto come un personaggio odioso e ampiamente controverso, ad esempio per la violenza con cui si oppose alle teorie di Darwin. Owen tenne sempre un atteggiamento ostile nei confronti di Mantell, opponendosi a gran parte delle sue teorie e cercando di sminuire le sue scoperte. Non perdeva mai occasione di sottolineare la scarsa formazione scientifica, da autodidatta, del medico di campagna. Owen aveva gioco facile in tal senso: a differenza del suo rivale, era benestante e aveva una brillante carriera accademica in corso, grazie anche al matrimonio con la figlia di un suo professore. Oltre ad aver litigato pubblicamente con Mantell sui dinosauri ma anche su molti altri fossili, attribuì a se stesso e a Cuvier la scoperta dell’iguanodonte, cercò di impedire alla Royal Society di conferirgli la Royal Medal e di pubblicare molte sue ricerche, in modo tale da attribuirsene il merito. Nel 1851 arrivò al punto di visionare di nascosto i disegni di un nuovo dinosauro che Mantell avrebbe dovuto presentare alla Geological Society e, sfruttando un rinvio della conferenza, pubblicò la scoperta, attribuendosene il merito, su un’altra rivista. Alla fine, Owen venne allontanato dalla Royal Society con l’accusa di plagio, ma ormai il danno era fatto. Per Mantell la morte arrivò nel 1852, in seguito a un sovradosaggio di oppiacei, che prendeva regolarmente per lenire i dolori alla schiena. Ma l’accanimento di Owen non si placò neppure in seguito alla scomparsa del suo rivale: la grande collezione di oltre 20000 fossili, costata decenni di sacrifici, venne acquistata dallo stesso Owen, che la smembrò tra donazioni e scambi con altri musei. Acquistò anche la spina deformata di Mantell, in modo che venisse esposta al Royal College of Surgeons. Fu addirittura accusato di essere l’autore di un necrologio in cui Mantell veniva descritto come uno scienziato mediocre che nella vita non aveva conseguito nessun successo significativo. Per fortuna, nonostante la malvagità e l’accanimento del suo rivale, la memoria di Gideon Mantell è rimasta intatta, così come l’eredità lasciata dal suo monumentale lavoro di ricerca. All’epoca della sua morte era accreditato della scoperta di quattro degli allora cinque generi conosciuti di Dinosauri, e, oltre all’iguanodonte, identificò per primo anche il brachiosauro, insieme a innumerevoli altre specie di vertebrati e invertebrati. Fu anche il primo a teorizzare, a ragione, l’esistenza di forme di vita su antichissime rocce risalenti al Precambriano, ai suoi tempi ritenute troppo antiche per portarne traccia. Per chi volesse ripercorrere nel dettaglio la drammatica epopea di Mantell, Owen e degli altri pionieri dello studio dei dinosauri, due opere imperdibili sono il libro di Deborah Cadbury “Cacciatori di dinosauri. L’acerrima rivalità scientifica che portò alla scoperta del mondo preistorico”, pubblicato da Sironi editore nel 2004 e un film per la tv realizzato da National Geographic nel 2002, intitolato sempre The dinosaur hunters.

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Dinosauro sì, dinosauro no

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Allosauro (Domser/Wikimedia Commons)

Poche certezze ci sono ancora rimaste nella vita, ma una di queste è sicuramente il nostro amore indiscusso per i dinosauri. E sì che in questi ultimi anni i paleontologi, con il loro maledetto zelo, ci hanno provato in tutti i modi a farci abbandonare questa passione: ad esempio ricoprendo i nostri animali preferiti di penne multicolori e così togliendo loro gran parte di quel fascino ancestrale di bestie feroci e temibili che avevano fino a pochi anni fa. E non è finita qui, perché il vostro dinosauro preferito di quando eravate bambini potrebbe, in effetti, non essere affatto un dinosauro.

Molto semplicemente, non tutti i grandi rettili estinti sono dinosauri. E già così si potrebbe risolvere la questione. Ma forse è meglio chiarire per bene che cos’è un dinosauro, o almeno quali sono i suoi tratti salienti, dato che in molti li ignorano.

Innanzitutto, il periodo di tempo in cui sono esistiti: si stima che i dinosauri siano comparsi durante il Triassico superiore, quindi circa 230 milioni di anni fa e che, come ben sappiamo, siano scomparsi intorno a 65 milioni di anni fa, a causa di quell’evento cataclismico che sconvolse la Terra alla fine del Cretaceo. E già qui i più ferrati capiranno che almeno un animale che spesso viene ascritto ai dinosauri in realtà sia ben distante da loro e anzi sia più vicino, a livello di parentela, a noi mammiferi: il dimetrodonte. Forse il nome non a tutti ricorda qualcosa, ma se vedete una sua immagine capirete benissimo di chi stiamo parlando: quella vela sul dorso e quell’aspetto vagamente rassomigliante a un’iguana ci è sicuramente familiare, avendolo visto in decine di libri e documentari.

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Dimetrodonte (Dmitry Bogdanov/Wikimedia Commons)

Ebbene, il buon dimetrodonte visse sulla Terra nel Permiano inferiore, quindi 280-265 milioni di anni fa circa: molto prima dei dinosauri. E quella vela sulla schiena, presumibilmente usata per la termoregolazione, ci dovrebbe in qualche modo far pensare proprio al sangue caldo, che è caratteristica tipica dei mammiferi ma non dei rettili odierni. Il dimetrodonte infatti appartiene alla linea evolutiva che ha portato ai mammiferi attuali.

Ma anche l’anatomia è un elemento importantissimo per distinguere i dinosauri dagli altri gruppi tassonomici di rettili estinti. In particolare le nostre lucertole terribili, come le aveva battezzate Richard Owen nel 1842, in realtà lucertole non erano affatto: la conformazione dell’anca nei dinosauri consentiva loro di mantenere le gambe al di sotto del resto del corpo e non a lato, come invece avveniva e avviene tuttora per i sauri. Quindi già con un rapido colpo d’occhio possiamo fare le prime distinzioni e applicarle, ancora una volta, al nostro amato dimetrodonte che in effetti teneva le zampe di lato.

Se poi ci concentriamo sulle caratteristiche dello scheletro altre differenze saltano agli occhi e la prima, la più importante a livello di classificazione, si può trovare nel cranio: i dinosauri erano rettili diapsidi, quindi con due fori presenti su ogni lato della testa per permettere l’attacco di muscoli della mascella grandi e particolarmente potenti. Molti altri rettili e gli attuali mammiferi sono invece sinapsidi, quindi con una sola apertura: nel cranio dell’uomo è poco dietro l’aggancio tra mandibola e mascella.

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Cranio di diapside (Preto/Wikimedia Commons)

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Cranio di sinapside (Preto/Wikimedia Commons)

Evitiamo di addentrarci ulteriormente nel dettaglio anatomico per concentrarci invece sull’ambiente di vita. E qui salta fuori l’ennesimo colpo di scena: tutti i dinosauri vivevano sulla terraferma, nessuno escluso. Quindi, molto semplicemente, non sono esistiti dinosauri marini e quel celebre ittiosauro, che fu tra i primi oggetti di studio del buon Gideon Mantell, non era affatto un dinosauro. Idem come sopra per gli altrettanto celebri plesiosauri che qualcuno ha associato, con molta fantasia, al mostro di Loch Ness dei giorni nostri.

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Californosaurus perrini, un ittiosauro nordamericano (Nobu Tamura/Wikimedia Commons)

Si trattava di linee filetiche a sé stanti che hanno convissuto per un certo periodo con i dinosauri e che, in alcuni casi, ne hanno condiviso la sorte. Ma la grande estinzione di fine Cretaceo, come ben sappiamo, ha spazzato via molti più gruppi di animali dei soli dinosauri. E forse anche la concorrenza diretta, in altri casi, li ha fatti scomparire: gli ittiosauri ad esempio si sono estinti ben prima e probabilmente proprio per essere entrati in conflitto diretto proprio con plesiosauri e simili.

So già a cosa state pensando adesso: e allora, tutti quei grandi rettili alati, lo pterodattilo, lo pteranodonte? Neppure loro erano dinosauri? Ebbene no, anche se si trattava effettivamente di rettili diapsidi e per di più vissuti nel periodo storico “giusto”. Presumibilmente non erano neanche lontanissimi a livello di parentela, ma non erano dinosauri neanche loro. Neppure il mastodontico Quetzalcoatlus, con i suoi maestosi 12 metri di apertura alare che lo resero il più grande essere vivente in grado di solcare i cieli e che ancora adesso smuove la nostra fantasia. Ma in questo caso il punto cruciale da tenere bene a mente è molto, molto semplice, ed è quello con cui abbiamo cominciato il nostro discorso: “grande rettile estinto” non significa automaticamente “dinosauro”.

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Arambourgiania, Nyctosaurus e Quetzalcoatlus (Manedwolf/Wikimedia Commons)

Tutti questi aspetti poco conosciuti dal grande pubblico devono farci riflettere su molte cose: innanzitutto su quanto varia e insolita sia stata la vita sulla terra nei milioni, o meglio miliardi, di anni trascorsi dalla sua comparsa, ma soprattutto sul non fissarci troppo su una sua visione eccessivamente legata alla fiction, sia essa film, tv, fumetti, merchandising o quant’altro: per chi vi vende un giocattolo o un film può essere necessario associare le bestie terribili che rappresentano a un nome ben chiaro e identificabile (e che per giunta fa vendere bene), ma per chi questi animali li studia la faccenda è ben diversa. Soprattutto non illudiamoci che la scienza, e in particolare una sua branca particolarmente complessa come la paleontologia, possa in qualche modo venire incontro alle necessità commerciali di film o racconti.

Ovviamente questi sono solo alcuni brevi spunti di riflessione. Se volete un approfondimento ben fatto, vi suggerisco di leggere questo ottimo articolo su Earth Archives, scritto da Franz Anthony. Vi suggerisco anche di supportare il lavoro dell’illustratore “preistorico” Julio Lacerda (qui trovate la sua pagina facebook, mentre qui il suo blog), dato che è davvero di altissimo livello. Se volete fare bella figura alle cene poi, ricordatevi che in realtà i dinosauri non si sono estinti, ma ci stanno volando sopra la testa: gli uccelli derivano infatti da una linea filetica di dinosauri teropodi.

Se invece volete sbizzarrirvi e andare a conoscere nel dettaglio tutti – o quasi – i fossili attualmente conosciuti, il sito Paleobiology Database è quello che fa per voi. Buon divertimento!

 

L’estinzione dei Dinosauri – L’ipotesi impatto extraterrestre

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Il tramonto dei Dinosauri, opera di Julian Baum

L’evento cataclismico che condusse all’estinzione di massa della fine del Cretaceo, all’incirca 65 milioni di anni fa, lasciò via libera al successo evolutivo dei Mammiferi sul pianeta a discapito di quelli che al tempo erano i dominatori della Terra, i Dinosauri. Le sue origini sono però ancora fonte di accesi dibattiti presso la comunità scientifica. Questo perché i dati risalenti all’epoca sono ovviamente frammentari, sia per quanto riguarda le scarse testimonianze fossili sia per la difficoltà di interpretazione degli strati geologici risalenti al periodo in cui tale estinzione è avvenuta.

Ciononostante, le principali linee seguite dalla ricerca optano verso le due uniche possibilità ritenute effettivamente credibili, ovvero l’impatto di un corpo extraterrestre (una cometa o un asteroide), o una lunga serie di violente eruzioni vulcaniche. In entrambi i casi, tali eventi avrebbero portato profonde e radicali modificazioni climatiche e ambientali sul pianeta, in tempi troppo brevi per permettere agli animali più sfavoriti da queste di riadattarsi almeno ad un livello che garantisse la sopravvivenza delle specie.

Tali modificazioni avrebbero presumibilmente causato un lungo oscuramento della luce solare su tutto il globo, al punto da bloccare la fotosintesi e mettere in crisi l’intera catena alimentare, oltre a creare un lungo ‘inverno nucleare’ con forti abbassamenti delle temperature, e un successivo periodo di forte riscaldamento in cui, a causa degli effetti di tale evento, la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera si sarebbe notevolmente innalzata, causando un effetto serra su scala globale. Gli organismi pertanto sopravvissuti al primo periodo freddo avrebbero poi dovuto affrontare un lungo intervallo di tempo con temperature eccezionali su tutto il pianeta.

In aggiunta alle modificazioni termiche, l’aumento di CO2 nell’atmosfera avrebbe causato piogge acide diffuse, e questo spiegherebbe la successiva scomparsa di numerosi gruppi tassonomici marini come ad esempio le Ammoniti, i cui gusci carbonatici erano solubili nelle acque acide. Non si esclude inoltre la diffusione su scala globale di vasti incendi che avrebbero causato la distruzione di circa metà delle foreste presenti sul globo: una notevole presenza di fuliggine negli strati geologici dell’epoca potrebbe confermare tale ipotesi. Questa sarebbe stata causata della ricaduta di lapilli nel caso di lunghe eruzioni, o di frammenti incandescenti nel caso di un impatto meteoritico.

In poche parole, una catastrofe su scala globale, che avrebbe favorito soltanto le specie in grado di adattarsi in tempi sufficientemente brevi e di sopravvivere a condizioni ambientali estreme: ciò andrebbe oltretutto a supporto della teoria degli equilibri puntiformi di Stephen Jay Gould e Niles Eldredge, secondo cui la storia dell’evoluzione della vita sulla Terra non avrebbe sempre premiato le specie più adattate, ma quelle più capaci di resistere a quegli eventi cataclismici che hanno portato alle estinzioni di massa: per molti versi, le più fortunate.

Nei primi anni ‘80 Walter Alvarez insieme a suo padre Luis per primo portò agli occhi della comunità scientifica l’ipotesi dell’impatto extraterrestre, e lo fece adducendo una lunga lista di dati scientifici a favore alla sua teoria: per prima cosa, studiando lo strato geologico KT (da Kreide, Cretaceo in tedesco e Terziario, l’epoca geologica successiva), ossia quello interessato dagli eventi immediatamente precedenti e immediatamente successivi all’evento catastrofico, venne scoperta, in ogni parte del mondo in cui tale strato venne studiato, un’anomala abbondanza dell’elemento Iridio, componente estremamente raro sulla crosta terrestre, in concentrazioni e rapporti con gli altri elementi presenti molto simili a quelli rinvenuti sulle meteoriti litoidi risalenti a quell’epoca geologica.

Uno dei siti di ricerca più importanti a livello mondiale riguardante queste ricerche è situato a Gubbio, in Italia, dove uno strato argilloso di circa 2 cm di spessore delimita chiaramente il KT, differenziandosi completamente, anche dal punto visivo, dagli strati calcarei soprastanti e sottostanti. La caduta di un meteorite, di circa 10 km di diametro e alla velocità stimata di 10 Km/sec, avrebbe causato la formazione di un cratere di circa 150 Km di diametro, e l’impatto avrebbe riversato nell’atmosfera tali quantità di materiale proveniente dal corpo extraterrestre da permetterne una sua diffusione negli strati alti dell’atmosfera, e una ricaduta di questo sotto forma di precipitazioni su tutto il globo.

Altra prova a favore di questa ipotesi è la presenza, negli strati geologici interessati dall’evento, di granuli di quarzo con deformazioni laminari dovute a shock da ipervelocità; questi tipi di strutture sono reperibili solo in siti di esplosioni nucleari, o in prossimità di crateri da impatto meteorico, e possono essere ricreate in laboratorio sottoponendo granuli di quarzo della crosta terrestre a fortissime pressioni e temperature.

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Granulo di quarzo con deformazioni laminari dovute a shock da ipervelocità

La prova schiacciante, definitiva a favore di tale teoria sarebbe però il rinvenimento del cratere da impatto che avrebbe causato la catastrofica estinzione, e questo non è mai stato trovato, pur ricercandolo su ogni parte del globo. Un’area della penisola dello Yucatan in Messico alcuni anni orsono è stata indicata come uno dei possibili luoghi dell’impatto, ma le testimonianze fossili non hanno mai confermato tale ipotesi. Non va però esclusa la cancellazione del cratere in seguito all’erosione superficiale di 65 milioni di anni, o alla sua scomparsa, sprofondato con quel 25% della crosta terrestre presente alla fine del Cretaceo che è stato ‘inghiottito’ per subduzione.

Non è stata esclusa, soprattutto negli ultimi anni, la possibilità di un impatto multiplo di più corpi, o addirittura una pioggia meteorica. In effetti sono presenti sulla superficie terrestre alcuni crateri doppi, dovuti pertanto a impatti multipli. Inoltre il corpo centrale di una cometa avrebbe potuto disgregarsi in più parti per l’attrito con l’atmosfera terrestre, essendo composto in gran parte di ghiaccio.

E’ interessante anche la teoria secondo cui una stella compagna del Sole, denominata  Nemesis, nel suo periodo di rotazione attorno alla stella principale si ripresenterebbe in prossimità del sistema solare ogni circa 32 milioni di anni, portando ripetute piogge meteoritiche di proporzioni catastrofiche e conseguenti estinzioni di massa. Le prove fossili sembrano dare supporto a tale teoria, sebbene la stella stessa non sia mai stata rinvenuta dagli astronomi.

L’intervallo di tempo entro cui questa tragedia si sarebbe compiuta è uno dei principali pomi della discordia: la teoria dell’impatto supporrebbe un tempo relativamente breve (di circa 1000 anni) in cui l’estinzione di massa avrebbe avuto luogo – e parte delle testimonianze fossili sembrano confermare tale possibilità – mentre per la teoria di un vulcanismo diffuso i tempi in cui le modificazioni ambientali avrebbero portato alla scomparsa di Dinosauri, Ammoniti e compagni di sventura sarebbero ben più lunghi, nell’ordine del mezzo milione di anni.

Entrambe le parti sono tuttora impegnate nella ricerca di prove inconfutabili a sostegno della propria teoria, e la durata del periodo di tempo interessato dall’estinzione di massa è ancora oggi uno dei punti focali del dibattito. Nei primi anni ‘80, periodo in cui le tensioni USA-URSS erano ancora marcate e gli Stati Uniti avevano in progetto di realizzazione uno ‘scudo spaziale’ di protezione da eventuali attacchi d’oltre cortina, la nuova ipotesi dell’impatto extraterrestre ebbe un grande successo tra il pubblico e la stampa come ulteriore supporto a tale progetto di difesa (non si sa bene su quali basi), e i finanziamenti per la ricerca aumentarono, così come l’impegno degli scienziati nella ricerca di una prova definitiva a supporto di questa ipotesi.

La teoria dell’impatto extraterrestre rimane tuttora l’ipotesi più diffusa e più conosciuta, sebbene non l’unica e non necessariamente la più supportata da prove scientifiche; è curioso notare comunque che – vuoi per la sindrome da ‘Jurassic Park’, che ha sempre cercato di spettacolarizzare al massimo la ricerca nel campo, vuoi per le particolari condizioni socio-politiche in cui venne ipotizzata – essa rimanga per il grande pubblico l’unica possibile causa della scomparsa dei Dinosauri. Potenza dei media…

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Punti del globo in cui in corrispondenza dello strato KT sono state trovate anomalie nei livelli di Iridio e granuli di quarzo deformati per ipervelocità