Persone.

13 settembre 2011 Shanghai zoo 218

Un paio di anni fa una storica sentenza in Argentina ha deciso che Sandra, una femmina di orangutan reclusa nello zoo di Buenos Aires, dovesse essere liberata in quanto “persona non umana”. Dopo un’intera esistenza condotta in cattività, alla scimmia di 29 anni sono stati garantiti i diritti propri di qualunque individuo libero. Sulla base di questo nuovo status giuridico, Sandra ha potuto essere liberata e condotta in un santuario in Brasile, dove trascorrere serenamente il resto della propria esistenza senza dover intrattenere il pubblico pagante da dietro le sbarre di una gabbia.

Nel 2016, una sentenza simile ha stabilito, appellandosi al principio giuridico del “habeas corpus”, che un gruppo di nove scimpanzé fossero liberati in quanto imprigionati senza giusta motivazione. Tra questi animali c’erano anche i celebri Hercules e Leo, detenuti per motivi di studio nel centro di ricerca New Iberia in Louisiana. Sorte simile per il loro conspecifico Tommy, recluso in un giardino zoologico a New York prima della sua misteriosa scomparsa, avvenuta pochi mesi fa.

Nel 2013 il Ministero dell’Ambiente e delle foreste indiano ha messo al bando la detenzione di cetacei per scopi di intrattenimento: mai più orche e delfini potranno essere utilizzati per esibizioni pubbliche a fini commerciali. Tale trattamento risulterebbe non compatibile con il loro status di esseri senzienti, dotati di sensibilità, coscienza di sé e intelligenza superiore. E, a quanto pare, l’India non è stata la prima nazione a prendere tale provvedimento in difesa dei mammiferi marini: a intraprendere tale strada, negli anni precedenti, ci sono stati Ungheria, Cile, Costa Rica.

Altre cause, promosse in giro per il mondo soprattutto da associazioni animaliste, hanno portato sul banco degli imputati zoo, delfinari, circhi e acquari accusandoli di trattamenti inumani, riduzione in schiavitù e reclusione illegittima di esseri viventi dotati di intelligenza e sensibilità. Ogni giorno, il discorso su cosa sia una “persona” dal punto di vista giuridico sembra portare alla conclusione che molti animali non umani debbano ambire a questo status e, con esso, ai sufficienti diritti in grado di garantire loro una dignità e un’esistenza soddisfacente.

La questione è intricata e di non semplice soluzione. Spesso i toni esasperati e militanti di alcune associazioni animaliste hanno tolto spessore e importanza a questa tematica, che è sicuramente importante affrontare nel modo giusto. Un caso come quello di Sandra non può e non deve passare inosservato: un orangutan è un essere vivente dotato di sensibilità e intelligenza indubbiamente paragonabile a quelle di un essere umano, e come tale non dovrebbe subire soprusi di alcun genere. Non dovrebbe essere imprigionato senza motivo o sfruttato per l’intrattenimento degli umani e, soprattutto, i suoi simili dovrebbero ricevere lo stesso riconoscimento. E qui la faccenda si complica: tutti gli orangutan sparsi negli zoo in giro per il mondo meriterebbero di essere liberati? E come dovremmo comportarci con le altre specie di primati? E di mammiferi? E di uccelli, pesci, molluschi e quant’altro?

Al momento attuale non abbiamo ben chiaro che cosa sia l’intelligenza e come si possa quantificare e, soprattutto, non abbiamo i metodi sufficienti per poterla valutare in specie differenti dalla nostra: ne parla bene Frans de Waal nel suo recente “Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?” in cui tra l’altro cita l’Umwelt, un principio ideato dal biologo tedesco Jakob von Uexküll, che si potrebbe tradurre come “mondo circostante”. Questo concetto è fondamentale: non siamo in grado neanche di immaginare come sia il mondo per uno scimpanzé o un gorilla, per un polpo o una salamandra. Hanno caratteristiche cerebrali proprie, diversi livelli di sensibilità e di percezione del mondo, altri scopi, altri comportamenti. Siamo sicuri di poter stabilire quale sia il loro livello di intelligenza? Io ne dubito fortemente. Ci sono animali con un cervello molto più sviluppato del nostro come gli elefanti, altri con vista, riflessi o altre capacità di gran lunga superiori a quelle umane (a tal proposito, qui trovate un’interessante carrellata di animali che surclassano l’uomo in varie specialità). Capire e identificare in che modo si possa garantire serenità e benessere a esseri viventi così diversi da noi è al momento praticamente impossibile.

Quindi sì, bisogna valutare le scelte ragionando anche in maniera orrendamente pratica: gli zoo, ad esempio, hanno una loro utilità (ne avevo già parlato qui); idem come sopra per i centri di ricerca, anche se qui gli antispecisti ribatteranno che si tratta di utilità solo per la specie umana, ma questo è un altro discorso, troppo ampio per essere affrontato in poche righe; inoltre animali che vivono in cattività non possono assolutamente essere liberati a cuor leggero se non hanno sviluppato le capacità per vivere in ambienti non artificiali. Quindi la questione è ben più complessa di quanto possa sembrare.

Quello che però è importante aver presente è che il termine “persona”, nel XXI secolo, non può e non deve essere assolutamente attribuito soltanto agli esseri umani. E creando un precedente come quello di Sandra, abbiamo – giustamente – ammesso che gli animali hanno personalità, intelligenza, coscienza di sé e sensibilità. Dovremo deciderci a trattarli di conseguenza.

Annunci

Abbiamo ancora bisogno degli zoo?

13 settembre 2011 Shanghai zoo 201

Un gorilla di pianura allo zoo di Shanghai

Se siete anche solo in parte interessati alle vicende della natura, quanto è successo alcuni giorni fa allo zoo di Cincinnati non vi è sicuramente sfuggito, così come il lunghissimo strascico di polemiche che ne è seguito: un bambino di 4 anni si è gettato nel recinto di un gorilla di pianura. L’animale, il diciassettenne Harambe, era un maschio adulto da sempre vissuto in cattività e inserito in un programma di captive breeding, con lo scopo di garantire un sufficiente pool genetico per la sopravvivenza della specie, sempre più a rischio e di difficile gestione nel suo habitat naturale. Il bambino, secondo quanto riportato da alcuni testimoni, aveva ripetutamente espresso il desiderio di raggiungere l’animale all’interno del recinto, e aveva avuto ben pochi problemi nello scavalcare il muretto di protezione per gettarsi nel fossato, profondo solo alcuni metri. Le reazioni del gorilla alla vista dell’inatteso ospite sono state poco decifrabili. Ha infatti alternato atteggiamenti difensivi e forse anche protettivi ad altri ben più violenti: a un certo punto ha afferrato il bambino per una gamba e lo ha trascinato a grande velocità nell’acqua che si trovava in mezzo al recinto per alcuni metri. Alla fine, dopo alcuni minuti di panico, è arrivata la decisione da parte dei responsabili su cosa fare: il gorilla è stato ucciso con un colpo di fucile e il bambino tratto in salvo quasi illeso, con solo alcune ferite superficiali. Le reazioni alla notizia sono arrivate da ogni parte, e non sono mancate le polemiche, a partire da tutti quelli che si sono domandati se non si sarebbe potuto operare diversamente, ad esempio allontanando tutti i curiosi e lasciando spazio solo ai responsabili dello zoo, che forse sarebbero riusciti a distrarre l’animale e a calmarlo. Oppure semplicemente sedandolo. In quest’ultimo caso, la scelta è stata spiegata dallo stesso direttore dello zoo, che ha fatto notare come un dardo con del sedativo non avrebbe agito immediatamente ma solo dopo alcuni minuti, e i quegli attimi le reazioni dell’animale, divenuto a questo punto ancora più spaventato e meno lucido, sarebbero state del tutto imprevedibili. Senza dimenticare la mole dell’animale, che sarebbe potuto collassare addosso al bambino.

E così, le iniziali polemiche su quanto accaduto sono cambiate nel giro di poche ore: inizialmente la diatriba riguardava la scelta di uccidere l’animale, ma in questo caso il pensiero dominante è stato quello di affermare che “se fosse capitato a mio figlio, non ci avrei pensato due volte”. A mio avviso, però, non bisogna mai fare in modo che scelte cruciali come questa vengano dettate dalla pancia: deve esistere un protocollo rigido, immutabile, che vada seguito alla lettera quando si presenta una situazione del genere, anche per poter operare le scelte giuste nel giro di pochi secondi. In ogni caso, lo stesso direttore dello zoo ha affermato che, se dovesse tornare indietro, avrebbe preso esattamente le stesse, dolorose, decisioni. Già a questo livello, l’operato degli addetti alla sicurezza dello zoo ha suscitato molte perplessità (a tal proposito, a questo indirizzo è possibile leggere i pareri su quanto accaduto di alcuni primatologi famosi, tra i quali spiccano Jane Goodall e Frans de Waal).

13 settembre 2011 Shanghai zoo 246

Successivamente le polemiche si sono orientate sui genitori, dato che hanno lasciato che il bambino sotto la loro responsabilità si arrampicasse sul muretto per buttarsi di sotto. Una sottoscrizione online, che ha raccolto centinaia di migliaia di firmatari nel giro di poche ore, ha espressamente richiesto alle autorità competenti di ritenere i genitori responsabili di quanto accaduto. Ma anche in questo caso le polemiche si sono presto attenuate: chi ha figli piccoli sa benissimo che basta un attimo di distrazione e questi possono scomparire alla vista o compiere le azioni più imprevedibili nel giro di pochi secondi. In ogni caso, le eventuali responsabilità dei genitori dovrebbero essere ancora sotto indagine, quindi è presto per dire che sono stati “assolti” da ogni coinvolgimento con quanto accaduto.

Superata anche questa fase, il pensiero comune si è orientato su un altro aspetto ancora, ovvero la struttura stessa dello zoo: ammesso (e non ancora concesso) che quanto accaduto sia stato un incidente causato da una ragazzata e da un attimo di distrazione dei genitori del bambino e che la scelta di uccidere Harambe sia stata giusta, come è possibile che tutto questo sia successo? Com’è possibile che una struttura di recinzione di un animale tre volte più grande e sei volte più forte di un uomo adulto sia scavalcabile da un bambino di quattro anni? Qualcosa non torna. A questo punto viene da chiedersi se il problema sia strutturale, e insito in un certo tipo di giardino zoologico, che forse nel 2016 non dovrebbe più esistere. E così, dopo la morte di Harambe sono sempre di più a chiedersi se ci sia effettivamente spazio per gli zoo nella società moderna.

A me personalmente è capitato e capita tuttora di visitare parecchi zoo, lo confesso. Se per vari motivi vengo a trovarmi in una città con un giardino zoologico, non escludo che una delle mie mete turistiche sia proprio quello. Non ne vado particolarmente fiero, ma in certi casi è la curiosità a prevalere sul giudizio di merito di quella che è una struttura del genere, e che non mi piace particolarmente, come si può facilmente intuire da quanto scrivo su questo blog. Li ho visitati e li visito per il semplice motivo che, pur amando viaggiare, la quantità di esemplari di animali esotici che si possono vedere in un giro di poche ore è talmente superiore a quello che si potrebbe osservare in sei mesi di esplorazioni intorno al mondo da giustificare una visita in una struttura in cui gli animali vengono tenuti prigionieri e, spesso e volentieri, non possono condurre un’esistenza equivalente a quella che avrebbero nel loro ambiente naturale: per osservare dal vivo un aye-aye bisogna esplorare di notte la foresta pluviale malgascia ed avere un’enorme fortuna; per vedere un orango bisogna avventurarsi nella giungla del Borneo, per un leone o un elefante la savana africana, e non tutti possono permetterselo. Quindi è anche lecito pensare che uno zoo non sia una struttura destinata unicamente ai bambini, ma anche a tanti adulti curiosi e appassionati di natura che non possono permettersi grosse trasferte. Questo giustifica l’esistenza di un luogo dove gli animali vengono tenuti prigionieri? Presumibilmente no, visto che molti di questi si trovano in condizioni inaccettabili, tra spazi troppo piccoli e inadatti, clima diverso da quello dei loro habitat originari, nessuna attività destinata a “tenere occupati” gli esemplari. Un grande felino come un leopardo o un ghepardo non potrà mai trovarsi a proprio agio in pochi metri quadrati di gabbia, un orango, un gorilla o uno scimpanzé ha una complessità comportamentale tale da rendere inaccettabile una sua reclusione in un fossato. In Cina, nello zoo di Shanghai, mi è capitato di vedere tutto un settore del parco dedicato ai cani (!), che venivano tenuti in gabbie dalle dimensioni e condizioni igieniche assolutamente inaccettabili, ben peggio di quelle di un canile italiano (che pure spesso non brillano per rispetto dei bisogni minimi dei quattro zampe).

Qualche notevole passo in avanti è stato compiuto a partire dal Jersey Zoo (oggi Durrell Wildlife Conservation Park) del grande Gerald Durrell, dove agli animali sono stati dedicati spazi ben studiati alle loro necessità e attività di vario genere per tenerli impegnati. L’esperienza di vita di Durrell ha avuto un forte ruolo in tal senso: la sua carriera è infatti iniziata come assistente in negozi di animali e giardini zoologici prima, nella raccolta di esemplari da rivendere agli zoo dopo. E tutte le conoscenze accumulate negli anni lo hanno aiutato a creare una struttura di gran lunga più adatta a garantire il benessere degli animali, quantomeno rispetto a quanto esisteva prima del Jersey Zoo. Anche gli attuali bioparchi rappresentano sicuramente un miglioramento, per quanto riguarda il benessere degli animali, sia per gli spazi più ampi sia per il trattamento riservato agli “ospiti”. Anche se spesso, va detto, il confine tra “bioparco” e “zoo” è molto labile e non sempre distinguibile.

13 settembre 2011 Shanghai zoo 218

Beninteso, uno zoo non è solo un luogo dove gli animali vengono esposti per il pubblico pagante: molti di loro partecipano attivamente a programmi di reintroduzione di specie in pericolo o estinte in natura. Lo stesso Harambe, come detto prima, faceva parte di uno di questi progetti. Enormi sono i problemi che chi si occupa di conservazione della fauna africana deve affrontare ogni giorno: instabilità economica e politica che spesso fa il gioco dei bracconieri, coltivazioni e deforestazioni (non sempre legali) che sottraggono ogni anno terreno agli habitat naturali di specie come il gorilla, giusto per fare due esempi. Un punto fondamentale da capire è che, se anche la vita di un bambino è inestimabile, di certo anche quella di un maschio adulto di gorilla di pianura ha un altissimo valore. In quest’ottica, ben vengano anche gli zoo, seppure non siano una soluzione ottimale: grazie agli introiti forniti dai visitatori riescono a sopravvivere spesso indipendentemente da quelle raccolte fondi con cui invece si sostengono i progetti di conservazione tout-court, e anche storicamente molte specie sono state recuperate a un passo dall’estinzione grazie proprio agli esemplari conservati negli zoo. Anche in questo senso, il Jersey Zoo è stato all’avanguardia in questo nuovo modo di intendere i giardini zoologici. Ma probabilmente, alla luce dei fatti di Cincinnati, questo ormai non basta più per giustificare la loro esistenza.

Vediamo il caso del gorilla. Non tutti sanno che ci sono stati due precedenti: uno proprio a Jersey nel 1986, in cui un bambino cadde all’interno del recinto degli animali e perse conoscenza. Il maschio dominante, Jambo, allontanò gli altri animali e accarezzò la schiena del bambino, il cinquenne Levan Merritt, forse per controllare che fosse ancora vivo. Ben presto si allontanò anche lui, lasciando via libera ai soccorsi. Nel 1996 a Chicago, in un altro evento simile, fu una femmina a proteggere lo sfortunato bimbo di turno e, addirittura, si prodigò ad accompagnarlo verso i paramedici. Questo, oltre alla lunga esperienza sul campo di scienziati come Dian Fossey, che ha convissuto pacificamente con i gorilla nel loro stesso ambiente naturale, ci fanno ragionevolmente pensare che forse anche a Cincinnati al bambino finito nel fossato non sarebbe capitato nulla di grave. L’indole del gorilla è pacifica, e la poca aggressività che ogni tanto si può riscontrare si osserva generalmente da parte dei maschi adulti, i silverback, in risposta a minacce al loro gruppo familiare. E, anche con le dovute differenze, sembra che anche per gli animali tenuti in cattività si possa fare un discorso equivalente. Ma il punto è un altro, ed è rendersi conto che una struttura contenente un animale potenzialmente pericoloso come un gorilla non dovrebbe essere in alcun modo raggiungibile da un bambino di pochi anni. Nelle mie svariate visite a giardini zoologici mi è capitato sia di vedere strutture del tutto chiuse destinate ai gorilla, in cui i visitatori potevano osservare gli animali solo attraverso un vetro, e altre con fossato di qualche metro di profondità e muretto difensivo, come a Cincinnati. Ecco, mi sembra ragionevole supporre che in futuro strutture di quest’ultimo tipo non si dovrebbero vedere più, per evitare ulteriori incidenti.

Problemi strutturali quindi, ma non solo. Anche le specie che vengono tenute all’interno dello zoo dovrebbero iniziare a essere selezionate meglio, persino a discapito del pubblico pagante. Come detto prima, animali che vivono in enormi spazi aperti come i grandi felini africani non dovrebbero più esserne ospiti, a meno di non creare aree talmente grandi da poterli contenere evitando loro il tipico stress da reclusione, che li colpisce molto spesso e si sviluppa in comportamenti aggressivi e gesti ripetuti ciclicamente, in maniera parossistica, rivelando gravi stati di malessere e disagio. Questa, però, mi sembra una soluzione altamente improbabile. Idem come sopra per animali dalla personalità articolata, come i gorilla stessi e più in generale le scimmie antropomorfe, ma, perché no, anche gli elefanti e molti altri animali dal comportamento particolarmente complesso (i delfini nei parchi acquatici?). La mia impressione personale è che animali così intelligenti ben difficilmente possano reagire bene a una reclusione. Si tratta proprio di buon senso, prima ancora che di etologia. Certo, allo stesso modo ci sono altri animali che possono vivere benissimo e felicemente in pochi metri quadrati di spazio vitale, ad esempio gli animali “da terrario” quali sono i ragni e molte specie di rettili. Ovviamente in questi casi si perde tantissima spettacolarità e probabilmente la proposta commerciale degli zoo ne risentirebbe pesantemente, dato che ben sappiamo quali sono gli animali che i bambini amano vedere: leoni, scimmie ed elefanti, non certo iguane e tarantole (anche se non vanno sottovalutate neppure queste). Di certo sapere che animali di questo genere si trovino in condizioni inadatte al loro benessere potrebbe influire sulla futura sensibilità del pubblico, ma è una strada decisamente in salita. Non intendo addentrarmi ulteriormente nel dettaglio di questo argomento, dato che sul benessere degli animali in cattività si sono spesi fiumi di inchiostro e migliaia di ore di ricerca e di sicuro, andando a vedere i singoli casi, esistono molte più sfumature di quante ne possa affrontare qui in poche righe.

Mi sembra comunque lecito auspicare un futuro diverso per i giardini zoologici sparsi in giro per il mondo, dato che i tempi sono sicuramente maturi per superare un format di divertimento per le masse che troppo spesso si rivela inadeguato e obsoleto. Forse il punto non sarà rinunciare a far parte del mercato, ma sviluppare una struttura, comunque in esso inserita, che possa superare, almeno in parte, una visione antropocentrica che danneggia gli animali e sa un po’ troppo di Ottocento. E a guadagnarci non saranno soltanto gli esemplari custoditi ma anche il pubblico, che così potrà vedere qualcosa che somiglia un po’ meno vagamente a un animale felice.

Lasciate stare i credenti

SONY DSC

Frans de Waal

(Precisazione forse superflua, ma che nel dubbio è meglio fare: chi scrive è un agnostico con una forte propensione all’ateismo, ma questa posizione, ai fini di quanto contenuto nel post che segue, è del tutto irrilevante)

Ne ha parlato diffusamente Frans de Waal in un suo intervento su Salon.com (che poi in realtà intervento non era, si trattava di un breve estratto del suo libro Il bonobo e l’ateo), in cui, molto semplicemente, si era chiesto se alcune nuove forme di ateismo militante rischiassero di diventare religione a sé stante. Insomma, combattere i dogmatismi con un atteggiamento a sua volta dogmatico.

Ovviamente la polemica, tra commenti e risposte via blog, articoli e social network, non si è fatta attendere, soprattutto da parte di chi pensa che si debba abbracciare un atteggiamento bellicoso nei confronti della religione, forse in risposta a una presunta ostilità delle istituzioni ecclesiastiche nei confronti della comunità scientifica. Della gran parte delle risposte alla questione, tra l’altro, ben poche erano strettamente attinenti ai contenuti del pezzo, forse a testimoniare il fatto che molte persone si rapportano al dibattito scienza-religione con un atteggiamento decisamente aggressivo. Alla fine, per chiarire la situazione, de Waal ha dovuto fare un altro intervento in cui ha spiegato che in realtà il suo libro parla solo in minima parte di queste tematiche, mentre si dedica molto di più a domandarsi se la religiosità, e in termini anche più ampi la moralità, possa avere radici evoluzionistiche. Questo perché atteggiamenti di empatia, di solidarietà e di compassione si possano incontrare in molti animali, come le scimmie superiori o gli elefanti. Insomma, di “guerre di religione” tra atei e credenti non ne vuole sentir parlare.

E come dargli torto? Sebbene – parere personale – il libro in sé mi sia sembrato piuttosto noiosetto e anche ridondante in alcune parti (forse per troppe derive filosofiche), il succo della questione è ineccepibile: gli scienziati devono fare gli scienziati, occuparsi dei fatti, non perdersi in inutili zuffe con i credenti, soprattutto con quelli che ritengono che il loro lavoro sia una minaccia (ad esempio i Creazionisti). E questo non perché si debba essere convinti per forza che scienza e religione possano coesistere (anzi), ma per il semplice fatto che se si vogliono intavolare discussioni scientifiche i propri interlocutori devono ragionare in maniera ugualmente scientifica: per sostenere le proprie tesi devono utilizzare prove replicabili, verifiche a doppio e triplo cieco, metodo galileiano, revisione paritaria, quelle robe lì che tanti non conoscono o non capiscono quando provano a parlare di Scienza. Quindi, visto che, spesso e volentieri, si ragiona su due piani diversi, a cosa servono queste polemiche?

Ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole, in fondo. Qualche tempo fa la pagina facebook di Le Scienze ha rispolverato un vecchio e lunghissimo articolo che attaccava (a ragionissima, per carità) le convinzioni dei Creazionisti. In breve si è scatenato il pandemonio, con migliaia di commenti (alcuni particolarmente inviperiti) di chi vedeva questo come un attacco non all’antiscientificità di alcune posizioni, ma alla religione presa nel suo insieme. Testimonianza chiarissima di un nervo scoperto sull’argomento, perlomeno in una buona fetta di pubblico. E la cosa divertente, in questo caso, era che l’articolo in sé non era antireligioso, ma spiegava i fatti che ci sono alla base dell’evoluzionismo: erano semplici repliche a chi contesta i dati a sostegno della visione di Darwin.

Non mi sembra che ci sia bisogno di raccontare tutte le continue, pedanti, stucchevoli, superflue uscite di Richard Dawkins in attacco ai credenti: ormai
da un paio di decenni la sua attività (peraltro brillantissima) di biologo è passata in secondo piano rispetto al suo lavoro a supporto di questo Nuovo Ateismo, militante e gratuitamente attaccabrighe. Una sorta di scuola di pensiero che, invece di attaccare le pseudoscienze o le posizioni antiscientifiche in generale, punta il dito verso l’intero mondo della religione e dei credenti, nella speranza di, boh? Illuminarli su cose che non conoscono? Far loro abbandonare le loro convinzioni? Offenderli e basta?

(avete presente quei settantenni che cercano di fare i giovani a tutti i costi e finiscono col dire, fare e, in certi casi, indossare cose ridicole? Ecco.)

Di livello ancora più basso le uscite di Piergiorgio Odifreddi, il matematico cuneese che, senza neanche avere lo spessore scientifico e la carriera di Dawkins alle spalle, sembra aver preso di punta chiunque difenda anche solo in parte l’operato della Chiesa Cattolica, o delle religioni in generale. Il che è un problema mica da poco, visto che spesso tratta argomenti importantissimi come la laicità dello Stato o determinati temi di bioetica (che andrebbero difesi a spada tratta da tutti, mica solo dagli atei) per attaccare in blocco tutti i credenti, persino quelli che la pensano come lui. E in questa sua personalissima crociata contro qualche miliardo di persone, il nostro eroe non lesina toni frequentemente arroganti (e talvolta persino offensivi) verso i suoi oppositori. Trattandosi di una persona affetta da “Sindrome di Fonzie“, ovvero l’incapacità di ammettere di avere torto anche solo parzialmente (e in questo è in effetti molto simile a Dawkins), spesso finisce col produrre uscite di una crudezza e insensibilità tali che riesce a infastidire persino gli atei più convinti. Ad esempio, facendo elucubrazioni pseudofilosofiche sulla morte di una persona. Forse in certi casi non è neppure il buonsenso a rendersi necessario, ma proprio il buon gusto.

PIERGIORGIO ODIFREDDI MATEMATICO UNIVERSITA' DI TORINO CORNELL UNIVERSITY

dicevamo…

Beh, il punto è che si sta rischiando di utilizzare singoli elementi di discussione (talvolta importantissimi) per attaccare miliardi di persone solo per la loro religiosità. Un conto è prendersela con chi è convinto che l’evoluzione non esista, decisamente un altro offendere chi crede semplicemente “perché crede”. Esattamente che senso ha un atteggiamento del genere? Gli scienziati non dovrebbero solamente fornire dati certi e verificati con cui poi l’uomo comune potrà farsi la propria idea sul mondo? È necessario che gli insegnino anche come devono vederlo?
E questo è solo uno degli aspetti della questione. Un altro può essere, molto semplicemente, l’impossibilità di instaurare una discussione insultando i propri interlocutori: le persone si rispettano, casomai sono le idee che vanno attaccate. È una semplicissima regola della retorica, vecchia di migliaia di anni e che sarebbe il caso di ricordarsi sempre. E inoltre è controproducente: cosa si spera di ottenere? Le discussioni non si “vincono”, soprattutto su tematiche del genere. O, come avevo scritto sempre su questo blog, si è in malafede e si cerca solo la zuffa per ottenere notorietà spicciola, oppure si combatte una battaglia contro i mulini a vento. Se volete convincere il vostro pescivendolo a diventare un macellaio questo vi risponderà molto, ma molto male: è una questione  di invasione di spazi personali. Se invece fate un tranquillo, lento e pacifico lavoro di informazione sui vantaggi per cui vendere carne è più bello, proficuo e gratificante di vendere pesci, forse (ed è un forse bello grande), dopo anni e anni il vostro amico cambierà finalmente settore merceologico. Ma ne vale davvero la pena?

Tra bioetica e mammut

image


Un gruppo di mammut lanosi (Mammuthus primigenius) in un’illustrazione di Mauricio Antón (foto: Wikimedia commons)

Un’interessante notizia ha fatto il giro del mondo alcuni giorni fa: un gruppo di scienziati di Harvard, guidati dal famoso genetista George Church, ha inserito frammenti di DNA di mammut nel codice genetico di un elefante indiano, e le cellule così ottenute per ora sembrano sopravvivere bene in un ambiente di laboratorio (su piastre di Petri).

Il DNA apparteneva a un esemplare proveniente dall’isola di Wrangel, a nord della Siberia, dove gli ultimi esemplari di mammut sono sopravvissuti fino al 1700 a.C. circa, quindi molto dopo l’estinzione di tutti gli altri. La scoperta non è stata ancora pubblicata su una rivista scientifica peer-reviewed, ma il team di Church è al lavoro per elaborare i dati, in modo da presentarli al più presto. Questa notizia dovrebbe rappresentare un grosso passo avanti verso la possibilità di clonare l’animale, ma il lavoro di ricerca (e le evidenti difficoltà nel recuperare un completo codice genetico almeno da un animale) sembrano far capire che l’attesa sarà ancora lunga.

A conferma di questo, c’è una lunga lista di tentativi di clonazione nel passato, e speranze, tutte disattese, che ci fanno molto chiaramente intuire che anche questo progetto potrebbe portare a un nulla di fatto. Il caso più celebre è il tentativo operato da un team di scienziati russi e giapponesi, guidati da Akira Intani, che dopo circa vent’anni non ha portato risultati significativi.

Il professor Frans de Waal, da persona intelligente qual è, ha subito sollevato alcuni dubbi condivisibilissimi tramite la sua pagina facebook:

BRINGING BACK THE MAMMOTH
Do we really want to do this?
As every biologist, I am mightily curious, and would be delighted to see a mammoth. I’d love to study their behavior. But is this a reason to bring the species back? What about the ethics of it? For example, what would prevent them from being hunted for ivory?
I also don’t know what to make of the following statement in the article … “Professor Church believes that bringing the ancient mammoth back eventually could have a positive impact on the ecosystems in Russia. “The Siberian permafrost is melting with climate change, but research suggests large mammals could stabilize it.”
How?

Ovviamente, il discorso ha varie sfaccettature. Da un lato, l’entusiasmo e la curiosità dello scienziato che sogna di vedere per la prima volta un mammut in vita e non congelato o sotto forma di scheletro, dall’altro una lunga serie di interrogativi molto sensati: perché clonarlo? Se dovesse avere successo la clonazione e la successiva reintroduzione in natura (tra l’altro, dove?) non porterebbe agli stessi problemi che stanno minacciando gli elefantidi sopravvissuti, come la caccia di frodo per l’avorio? Inoltre, il professor Church afferma che in Siberia, con lo scioglimento del permafrost per il riscaldamento globale, i mammut potrebbero stabilizzare l’ambiente. Ma come?

A quest’ultima domanda provo a ipotizzare una risposta: Church forse immagina che  in una immaginaria Siberia in cui il permafrost si è sciolto, il mammut potrebbe svolgere un ruolo simile a quello degli elefanti in Africa, in cui la loro presenza, grazie alle enormi quantità di vegetali che consumano ogni giorno, oltre alla dispersione dei semi con le feci, effettivamente mantiene l’ambiente stabile. Gli animali che svolgono questo ruolo vengono definiti specie chiave. Siamo sicuri che il mammut lo fosse? In tutto questo progetto sembrano nascondersi un po’ troppi se e un po’ troppi ma.

A questi legittimi dubbi, aggiungerei che un mammut clonato dovrebbe essere, per forza di cose, allevato da degli elefanti, e questo comporterebbe un’ulteriore perdita di somiglianza con l’originale: sappiamo bene come negli elefantidi le cure parentali siano lunghe e fondamentali nella formazione del piccolo, e tutta la componente culturale dell’essere mammut verrebbe, in questo caso, mischiata con quella dell’elefante (che in teoria potrebbe essere anche simile, ma non è chiaramente dato saperlo).

Dal sito di Focus ho raccolto un’altra obiezione al progetto, da parte di Alex Greenwood, biologo del Leibniz Institute for Zoo and Wildlife Research:

«Stiamo andando incontro alla potenziale estinzione degli elefanti asiatici e africani – ha detto Greenwood in un intervento sul Telegraph – perché riportare indietro un altro elefantide dall’estinzione, quando non riusciamo a tenere in vita quelli che abbiamo già? Qual è il messaggio? Che possiamo essere irresponsabili con l’ambiente quanto vogliamo, al massimo lo cloniamo di nuovo?».

Queste critiche, invece, mi sembrano abbastanza immotivate: qui si parla di genetica, non di biologia della conservazione, e i fondi destinati dall’Università di Harvard per queste ricerche non sono certo stati sottratti a qualche programma di conservazione di specie in via di estinzione. Anzi, potrebbero offrire una speranza in più per le specie estintesi in tempi recenti e, in minima parte, recuperare sui danni causati dall’uomo, che è il principale fattore di estinzione degli ultimi millenni. Per lo stesso mammut, una delle teorie più accreditate sostiene che la sua estinzione fu causata dall’eccessiva caccia da parte dell’uomo preistorico, e una conferma potrebbe provenire dal fatto che l’animale è sopravvissuto molto più a lungo sull’isola di Wrangel, completamente disabitata e sconosciuta all’uomo fino al XIX secolo.

Ma l’etica, e in particolare la bioetica, lavora anche su altri piani, altri livelli, con cui i genetisti devono spesso confrontarsi ma di cui è sempre bene parlare: il mammut clonato vivrebbe una vita felice? Si dovrebbe tenere in uno zoo per il pubblico pagante o lasciarlo in libertà? Una volta clonato, bisognerebbe ricrearne grandi popolazioni? E conoscere la sua specie, che vantaggi porterebbe, utilitaristicamente parlando, all’uomo?

Insomma, gli interrogativi sono tantissimi e sarà bene sfruttare questi anni di attesa che, è sempre bene ricordarlo, non è assolutamente detto che portino a qualche risultato concreto, per rifletterci su. Io, dal canto mio, pur non avendo la presunzione di dare risposte assolute su argomenti così complessi, mi crogiolo nell’idea che un giorno potrò vedere dal vivo il “grande elefante peloso” camminare ancora una volta sulla terra.

Frans de Waal e l’evoluzione della moralità

Fra i temi etici che personalmente trovo di maggiore interesse nel campo della scienza del comportamento, c’è un argomento che negli ultimi anni ha scatenato lunghe e accese discussioni – quasi al livello della tanto violenta quanto stucchevole querelle tra evoluzionisti e creazionisti – e riguarda l’esistenza di sentimenti quali l’empatia, la compassione e, più in generale, la moralità nel mondo animale.

Per scoprire gli ultimi sviluppi di questo insolito campo di studi, vi segnalo questo sito dedicato ad un evento tenutosi ad Erice, in provincia di Trapani, circa un anno fa:

Evolution of morality

A parte l’onnipresente Telmo Pievani e il naturalista Stefano Parmigiani a garantire la qualità della proposta, il nome riportato in cima al programma e che subito mi ha incuriosito è quello di Frans de Waal.

Per chi non lo conoscesse, questo simpatico signore è un etologo e primatologo olandese, da anni trasferitosi in USA, che conduce ormai da decenni approfondite ricerche sul comportamento sociale dei primati, in particolare per quanto riguarda bonobo e scimpanzé. Nei suoi studi, più volte è stata dimostrata l’esistenza nel mondo naturale di sentimenti e comportamenti per secoli ritenuti propri dell’uomo, come l’empatia, la consolazione, l’altruismo, la gelosia e persino il senso di giustizia o ingiustizia.

E per quale motivo questi fenomeni sarebbero causa di dibattiti? Forse perché spiegherebbero che la moralità non ha radici umane, né tantomeno religiose, come infatti suggerisce il buon de Waal in molti suoi interventi, e non è certo cosa da poco… a tal proposito, per approfondire, vi suggerisco il suo articolo pubblicato tempo fa sul blog del New York Times, dall’eloquente titolo Morals without God.

E, dulcis in fundo, una spassosa conferenza su TED del simpatico scienziato di ‘s-Hertogenbosch, in cui sono riportati alcuni esempi che dovrebbero quanto meno mettervi la pulce nell’orecchio, e farvi anche venir voglia di andarlo a sentire la prossima volta che ripasserà da queste parti. Nei casi più estremi vi verrà voglia di andarvi a comprare una scimmia cappuccina, ma sono rischi del mestiere. Metteteli in conto.