Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il nonno

Tanti sono i miti e le leggende riguardanti il nome di Archimede di Siracusa, ma tutte le testimonianze storiche giunte fino a noi concordano nel definirlo uno dei più straordinari scienziati dell’Antichità, al punto che il suo nome è diventato una sorta di sinonimo con cui indicare un inventore, soprattutto se geniale.

La nostra mostra Agorà tratta per circa metà percorso esclusivamente delle invenzioni di Archimede, a sottolineare la sua incredibile prolificità. A dare il benvenuto ai visitatori c’è ovviamente la leva, che è strettamente legata al nome dello scienziato siracusano e che è tra gli exhibits di maggior successo dell’intera mostra, soprattutto tra i bambini.

 

Il perché è abbastanza semplice: a parte qualche uso improprio (ad esempio come un’altalena), questa semplicissima leva di primo genere permette a un  bambino di 40 kg di alzare senza problemi il suo corpulento nonno di quasi un quintale, sfruttando il fatto che questo si è seduto sul braccio più corto della struttura, quella dove – per citare Archimede  – è rappresentato un mondo da sollevare…  ovviamente ci sono interessanti risvolti storici: pare che l’utilizzo di queste strutture nell’Antichità fosse estremamente prezioso nei cantieri navali, dove la procedura più difficile era sempre il varo dei nuovi vascelli, e pare che Archimede avesse creato un complesso sistema di leve proprio per facilitare queste operazioni all’interno del porto di Siracusa.

Un’altra celebre invenzione dello scienziato siracusano fa bella mostra di sé all’interno di Agorà: la còclea o vite di Archimede (Archimedes’ screw per gli anglosassoni).

Due vasche comunicanti poste ad altezze diverse contengono dell’acqua che, per gravità, defluisce naturalmente verso la vasca più bassa. La còclea altro non è che un sistema di tubi posti a spirale che, fatti ruotare, trasportano l’acqua verso l’alto. Il funzionamento è semplice: in ogni punto le singole gocce d’acqua vanno verso il basso, ma il movimento complessivo le porta sempre più in alto, fino a scaricarle nella vasca superiore.

Il sistema, utilizzato tutt’oggi in alcune opere di ingegneria idraulica, era diffusissimo nell’antichità e veniva adoperato principalmente per svuotare le abitazioni o gli scafi delle navi in caso di allagamento. La paternità dell’invenzione è assegnata ad Archimede da parte di più storici, ma non si esclude che ne esistessero versioni preesistenti.

Come abbiamo visto in precedenza Agorà è una mostra in buona parte matematica. Archimede, oltre che ingegnere e inventore, fu anche uno straordinario mago dei numeri: celebre è il suo ‘Problema dei buoi’ rimasto irrisolto per oltre 2000 anni fino all’avvento dei supercomputers, unici macchinari dotati di una capacità di calcolo sufficiente per poterlo affrontare (di questo quesito ho parlato diffusamente in un articolo su Life of Gaia).

Il genio matematico di Archimede si espresse in numerosi trattati di algebra e geometria, alcuni dei quali sono giunti fino a noi. Tra questi, uno dei più celebri era dedicato alle spirali; per studiare queste figure geometriche particolari Agorà, che ha proprio una spirale nel suo logo, mette a disposizione dei bambini un sistema ‘anticheggiante’ con cui ricrearle: una vasca circolare piena di sabbia è posta in rotazione e un punteruolo mobile lungo il raggio del cerchio permette di tracciare delle figure al suo interno.

A parte immagini fantasiose come fiori, soli o vari tipi di motivi circolari, con questo sistema è possibile creare, muovendo con velocità costante il punteruolo, una spirale di Archimede

o, utilizzando un movimento accelerato, una spirale logaritmica.

È curioso notare come gran parte delle invenzioni presentate ad Agorà siano nate indipendentemente in Europa, in Cina e in altri paesi, e come il nome di Archimede ai visitatori cinesi dica tutto sommato abbastanza poco, così come a noi occidentali i nomi dei grandi scienziati di queste terre, soprattutto se di epoche remote, comunichino poco o nulla: in questo senso opere di divulgazione come la nostra mostra possono avere una grande importanza nell’avvicinamento dei popoli e delle loro culture, dato che in fondo, anche quando si era separati da distanze che con i secoli sono scomparse, le culture si evolvevano parallelamente; se si vuole un futuro di armonia tra le nazioni questa sarà la strada da seguire: trovare i punti in comune e valorizzarli, non cercare le differenze per fomentare l’odio e la xenofobia. La Scienza e la Cultura in questo senso devono essere assolutamente in prima linea.

  

Sempre a proposito di Cina e di Agorà: la mostra da alcuni giorni è approdata nella bella città di Jiaxing nella regione dello Zhejiang, che conta ‘solo’ 3 milioni di abitanti e tanto le basta per essere ripetutamente definita dai miei colleghi locali come a small town (!). Inutile discutere e sottolineare come Roma ne conti altrettanti pur essendo la città più popolosa d’Italia, qui le proporzioni sono diverse per tutto, in particolare per quanto riguarda gli abitanti. Tanto vale visitare, afa permettendo (temperature regolarmente sopra i 35°), le bellezze della città tra cui una serie di splendidi canali che di notte assumono un fascino unico,

  

le bancarelle della storica Zhongji Road, i mercati dei fiori e degli uccelli in gabbia e soprattutto il celebre South Lake: eh sì, un altro lago cittadino: c’è poco da stupirsi comunque, in un paese così dominato dalle acque come la Cina, con i suoi grandi fiumi, i canali artificiali e le colline interamente coltivate a riso, al punto da disegnare un paesaggio assolutamente unico al mondo.

In ogni caso qui ci sono anche interessanti risvolti storici: proprio sulle sponde di questo lago il Partito Comunista Cinese, uno dei più longevi del mondo, è stato fondato esattamente 90 anni fa, come testimoniano alcuni memoriali e statue presenti lungo le sue sponde, e per il cui anniversario sono state indette grandi manifestazioni in tutto il paese fino a pochi giorni fa.

 

Agorà sarà ospite per quasi tutto il mese di agosto di questa città bella e interessante. Vedremo gli sviluppi nei prossimi giorni, nel frattempo ci godiamo le bellezze locali, continuando a giocare con acqua, sabbia e altalene, come faceva anche il grande Archimede più di 2000 anni fa, solo un po’ più ad ovest di Jiaxing.

Zaijian,

fonso

He Cha!

 

Nella periferia sudoccidentale di Hangzhou si nasconde un piccolo gruppo di case denominato Dragon Well village, in cui è possibile degustare una tazza di tè secondo riti tradizionali, all’interno di splendide tea houses o anche all’aperto, seduti in mezzo al verde dei boschi.

 

Per la prima volta da quando sono in Cina visitando questo villaggio mi sono sentito veramente a disagio: le poche persone presenti, principalmente anziane, mi hanno guardato con stupore e forse un poco di fastidio, non essendo chiaramente abituate a vedere un lao wai (straniero) in un luogo che considerano ‘loro’, non adatto ai turisti né tantomeno di interesse per gli occidentali che vengono in Cina, presi come sono da centri commerciali e grattacieli ultramoderni. In ogni caso, un po’ per l’orario poco adatto (circa mezzogiorno), un po’ per il caldo atroce, mi sono allontanato dopo breve tempo senza sedermi e degustare il tè, lasciando questo piccolo luogo misterioso ai suoi più classici avventori.

Un antico detto cinese recita: sette sono gli elementi necessari in casa: il fuoco, il riso, l’olio, il sale, la soia , l’aceto e il tè. Inoltre tra gli studiosi delle discipline classiche gli elementi terreni di assoluta importanza nell’esistenza di ogni uomo, quelli per cui la vita vale la pena di essere vissuta, sono Musica, Scacchi, Calligrafia, Pittura, Poesia, Vino e Tè. Secondo la tradizione del Buddhismo Chán (da cui deriva il più conosciuto Zen giapponese) l’arte e il rito del tè, fissato da gesti curati nei minimi particolari e immutati da secoli, è un elemento assolutamente fondamentale per poter raggiungere l’unità tra Uomo e Natura.

Dal punto di vista più strettamente pratico, bere il tè in Cina ha rappresentato per secoli un modo per socializzare e rilassarsi, allontanandosi per un breve periodo nel corso della giornata dalle pressioni lavorative; al giorno d’oggi invece non è più soltanto un antico rito, ma è alla base di tutta la cucina della Terra di Mezzo: tè caldo, tè freddo, biscotti e dolci al tè, uova sode cucinate nel tè, latte e yogurt al sapore di tè: basta girare per supermercati e negozi alimentari, tradizionali e non, per vedere come il “cha” sia presente praticamente ovunque nella cucina cinese, alla base delle sue stesse origini e comunissimo anche nei piatti più moderni, esattamente come il riso. Praticamente tutti, uomini e donne di qualunque fascia di età,  vanno in giro con il loro thermos con le foglioline verdi in decantazione: è un elemento assolutamente irrinunciabile, quasi come il cellulare o il portafoglio in tasca.

La città di Hangzhou è alla base di questa cultura, sia in quanto è stata definita ‘la capitale Buddhista della Cina del Sudest” sia perché qui è nata la Longjing, la più nota e pregiata di tutte le varietà di tè verde cinese, alla base del rito zen della degustazione.

Per celebrare tutti questi aspetti circa vent’anni fa è stato aperto un museo immerso nel verde delle coltivazioni, in cui è possibile imparare tutti i segreti legati a questa bevanda e il modo corretto per prepararla, seguendo i canoni dell’antico Libro del tè di Lu Yu, in cui contano, oltre alla qualità delle foglie, anche il set di tazze utilizzato, il tempo di infusione, la diluizione, la temperatura e persino l’origine dell’acqua (l’acqua di fiume e di pozzo sono sconsigliate, occorrono acqua di montagna o di sorgente).

Ma come si prepara un buon tè “alla cinese”? Le differenze con la versione occidentale sono molte: innanzitutto qui è decisamente più diffuso il tè verde, o la particolare varietà Oolong, rispetto al nero che è raro e poco bevuto. Inoltre è più diluito anche se viene tenuto in infusione più a lungo, spesso con le foglie intere e non sminuzzate o essiccate. Di solito non viene zuccherato, e se si aggiunge il latte in genere è per una particolare versione di tè freddo che viene bevuto durante i pasti, che è chiamato, molto banalmente, milk tea.

C’è un’altra pianta, oltre a riso e tè, ad essere strettamente legata alla cultura cinese: il bambù.

Nel Guangxi ho potuto vedere case tradizionali costruite interamente in bambù, oltre a negozi specializzati nella vendita di prodotti realizzati unicamente con questo tipo di legno; mobili, bicchieri, vettovaglie, scope, bastoni, staccionate, tetti, persino scarpe e cinture sono create con il legno e le fibre di questa pianta di rara versatilità.

 

Qua e là è possibile vedere qualche ponteggio per le costruzioni ancora realizzato con i tronchi di quella che comunque, sorprendentemente, non è altro che un’erba: erba che viene tuttora coltivata, mangiata e utilizzata in mille modi, ed è alla base dello stile di vita di popolazioni tradizionali nel sud della Cina, in particolare nella splendida regione dello Yunnan. I germogli di bambù cucinati alla piastra sono una delle assolute prelibatezze della cucina cinese, e anche per utilizzi meno pratici la nostra erba gigante è protagonista assoluta, decorando i giardini e i parchi di tutta la nazione. Qui in Cina gli innamorati e i graffitari non scrivono il proprio nome sulla corteccia degli alberi, ma sui tronchi del bambù.

Questa pianta è famosa anche perché le sue foreste danno asilo a quella che è la mascotte del WWF, ma soprattutto un simbolo universale della conservazione della natura e anche della Cina stessa: il Panda maggiore.

 

È completamente inutile che ora incominci a tediarvi con le arcinote difficoltà riproduttive, la dieta esclusiva a base di bambù e quant’altro riguardi la biologia di questo animale, do per scontato che sappiate già tutto, bombardati come siete da documentari, articoli di Focus e National Geographic e campagne di sensibilizzazione delle associazioni ambientaliste.

Vi fornisco solo un paio di curiosità che forse non conoscete:  innanzitutto ho scoperto che da quando ho studiato questi animali all’università (ok, era il Paleolitico, ma tant’è) la loro popolazione allo stato selvatico si è quasi raddoppiata: da circa 1100 esemplari negli anni ’90 agli attuali 2000; inoltre si stanno introducendo da alcuni anni regolamentazioni particolarmente rigorose per la salvaguardia delle foreste di bambù in cui l’animale vive, cercando di evitare l’impoverimento dell’habitat e delle specie vegetali presenti: il panda maggiore si nutre difatti di germogli di bambù, e il fatto che esistano numerose varietà di tale pianta con differenti periodi di fioritura consente all’animale di trovare sempre  il nutrimento che gli occorre per sopravvivere. Grossi passi avanti si sono fatti in questo senso, ed è un ottimo segnale per il futuro dell’animale-mascotte.

Purtroppo non ho potuto vedere il panda nel suo ambiente, dato che si trova solo in alcune foreste del Sichuan ben lontane da qui ed è comunque molto difficile avvistarlo in natura; ciononostante il concetto fondamentale – ed è anche quello che molti ecologisti della domenica dovrebbero capire – è che non si può proteggere il panda se non si salva anche la foresta di bambù in cui vive, insieme a tutti gli altri organismi che la abitano e che fanno ugualmente parte dell’ecosistema, compresi bagarozzi e pantegane: non si deve tutelare un animale solo perché è carino, cuccioloso e piace ai bambini; quelli negli zoo non sono che surrogati semiaddomesticati e incapaci di vivere indipendentemente nel loro ambiente naturale, i veri panda si trovano solo in poche isolate zone di montagna della Cina centrale. Se l’intenzione è quella di consegnare alle future generazioni un mondo non impoverito delle sue bellezze naturali ok, se invece l’interesse è salvare soltanto il pelouche vivente, anche se messo dentro a un recinto per poterlo esporre al pubblico pagante, allora non ci siamo proprio. Qui in Cina comunque sembrano aver capito questo concetto fondamentale, speriamo sia così anche altrove.

 

Chiusa questa parentesi naturalistica, torniamo al lavoro: Agorà si prepara a salutare definitivamente Hangzhou: questa è l’ultima settimana allo Zhejiang Science and Technology Museum, la prossima tappa sarà la città di Jiaxing, di cui parlerò per bene nei prossimi giorni, a trasferimento avvenuto.

 

Per ora è tempo di tracciare un bilancio (ancora una volta ottimo, con tanti visitatori, in gran parte bambini) organizzarsi, raccogliere armi e bagagli, visitare quelle ultime attrazioni turistiche che ancora non si erano viste, e prepararsi a dare l’addio (o forse l’arrivederci, chissà?) alla nobile Città del Tè: Xie xie, Hangzhou: in fondo Marco Polo non aveva poi esagerato. Speriamo di rivederci, un giorno.

  

Zaijian,

fonso

Lingering snow on the broken bridge

Si narra che Bai Suzhen, la bellissima ragazza Serpente Bianco, dopo anni di studio delle pratiche religiose e dei segreti della magia, scoprì e fece suo il segreto della vita eterna. Al suo fianco c’era sempre la sorella Xiao Qing, il Serpente Nero, che condivideva con lei la vita insieme agli altri immortali.

Durante il raduno di tutte le anime eterne Bai Suzhen si rese però conto di non desiderare più l’immortalità e una vita distaccata dalle passioni del mondo reale, e si diresse verso il bellissimo Lago Occidentale, a Hangzhou, per provare ancora una volta le sensazioni del mondo dei mortali.

In prossimità del Duan Qiao, il caratteristico ponte rotto, il Serpente Bianco sotto sembianze umane incontrò il giovane Xu Xian, un ragazzo affascinante di cui si innamorò all’istante.

Per riuscire a parlargli finse di cadere sulle rocce rese scivolose dalla pioggia. Xu Xian le corse incontro per soccorrerla, e dopo averla aiutata a rialzarsi le prestò il suo ombrello, affinché potesse ripararsi per tornare a casa.

La scusa per poter riincontrare Xu Xian era perfetta, e Bai Suzhen, esortata anche dalla sorella che cercava in ogni modo di aiutarla nella sua storia d’amore, si recò il giorno successivo presso la dimora del giovane per  restituirgli l’ombrello.

Grazie anche alla mediazione del Serpente Nero, Xu Xian e Bai Suzhen si fidanzarono, e dopo breve tempo si sposarono. Il giovane però ancora ignorava la reale natura della ragazza Serpente Bianco. Ciononostante, l’amore e l’armonia regnavano nella coppia, e ben presto i due aprirono una farmacia a Zhen Jiang, dove Bai Suzhen, grazie anche alle sue notevoli conoscenze di erboristeria e magia, guarì tutti i malati che si recarono da loro. In breve tempo divennero conosciuti e rispettati come grandi medici in tutto il paese.

Ad un certo punto però entrò in scena Fa Hai, colui che per anni era stato un bonzo buddista, ma che in un determinato momento della sua vita  aveva rinunciato agli studi religiosi per combattere le sue personali battaglie fatte di odio e intransigenza; una di queste era proprio contro gli spiriti immortali in terra, e, conoscendo la reale natura della ragazza Serpente Bianco, convocò suo marito Xu Xian per rivelargli la verità. Lui però era profondamente innamorato di Bai Shuzen e lo scacciò senza credergli.

Fa Hai però sapeva già come si sarebbe rivelata la vera natura della Ragazza Serpente: durante la festa tradizionale della Barca del Dragone si beve un particolare liquore come prevenzione da futuri malanni. Questa bevanda però contiene al suo interno un ingrediente che avrebbe riportato temporaneamente Bai Lhuzen al suo aspetto originale. Così difatti accadde, e quando Xu Xian  vide sua moglie nel letto a cortine trasformarsi in serpente svenne per l’orrore. 

Lo sconforto fu talmente grande che Xu Xian fu in pericolo di vita, ma Bai Suzhen, che si era ubriacata e aveva perso i sensi, dopo essersi ripresa si rese conto della situazione e si recò di nascosto sulle montagne dell’isola sacra Peng Lai, per rubare agli Dei l’unica pianta che potesse curare suo marito. Dopo essere riuscita nell’impresa e aver salvato Xu Xian dalla morte, Bai Suzhen dovette però vedersela di nuovo con Fa Hai, che prese con sè Xu Xian e lo rinchiuse nel tempio di Jin Shian, sulle montagne che circondano il Lago Occidentale.

Dopo tre giorni il Serpente Bianco e il Serpente Nero andarono a cercare Xu Xian, ma furono respinte. Bai Suzhen convocò allora tutti gli animali del lago per combattere al loro fianco contro il bonzo: le acque ribollirono, e le montagne vennero travolte da una violenta inondazione. Ma Fa Hai aveva dalla sua parte gli Dei e alla fine Bai Suzhen venne sconfitta e fuggì verso Hangzhou.

Xu Xian era però ancora innamorato di Bai Suzhen e riuscì a fuggire dalle montagne durante l’inondazione, alla ricerca di sua moglie.

Fa Hai vide che Xu Xian non poteva rinunciare al suo amore, e in un momento di umanità evocò un vento magico che lo trasportò verso la città, dove gli sarebbe stato concesso di restare per un mese a fianco di Bai Suzhen, in attesa che desse alla luce il loro primogenito.  La famiglia si riunì laddove tutto era iniziato,  in prossimità del Ponte Rotto.

Dopo la nascita del figlio, Fa Hai inviò una divinità sua complice che imprigionò Bai Suzhen coprendola con una scodella d’oro sulla cima della Pagoda di Lei Feng, dalla quale avrebbe potuto essere liberata solo quando le acque del lago si fossero disseccate e le pareti della stessa pagoda sbriciolate.

Passarono anni, e Bai Suzhen sembrava destinata a restare per sempre separata da suo marito e da suo figlio. La ragazza Serpente Nero Xiao Qing però non si diede per vinta, e decise di liberare la sorella. Si immerse nuovamente negli studi magici e dopo alcuni anni ritornò a capo di una grande armata di spiriti provenienti dalle grotte, che circondarono e distrussero definitivamente la pagoda liberando Bai Suzhen, che rinunciò alla sua immortalità e potè finalmente e definitivamente riabbracciare la sua famiglia.


Dragons & Dinosaurs

La nostra avventura in giro per la Terra di Mezzo prosegue, e dopo più di un mese eccoci ritornare nell’affascinante Hangzhou, capitale dello Zhejiang ma soprattutto una delle più belle ed interessanti città di tutta la Cina.

Un detto popolare cinese recita: ‘Nasci a Suzhou, vivi a Hangzhou, mangia a Guangzhou, muori a Liuzhou’, ad indicare le città più belle e vivibili dell’Impero Celeste. Un altro celebre proverbio, riportato per la prima volta in Occidente dal missionario Matteo Ricci, invece afferma che ‘in alto c’è il Paradiso, in basso Hangzhou e Suzhou’. Marco Polo addirittura la definì  ‘senza alcun dubbio la città più bella e nobile al mondo‘.

Sebbene i primi siano detti popolari e quindi pieni di amor patrio, mentre chi ha letto il Milione sa bene che il viaggiatore veneziano non fosse certo parsimonioso in fatto di superlativi, è comunque chiaro che si tratti di una città di assoluto valore culturale e storico.

 

Del Lago Occidentale e dei suoi meravigliosi paesaggi notturni vi ho già accennato in precedenza, mentre non ho ancora citato una delle assolute meraviglie che adornano la città, ovvero il Grande Canale  che parte da Hangzhou e incredibilmente arriva a spingersi fino a Pechino, ed è quindi il più lungo fiume artificiale al mondo, con i suoi quasi 1800 Km di lunghezza.

Ancora più spettacolare della lunghezza è la sua storia: i primi tratti del canale vennero realizzati addirittura nel V Secolo a.C., mentre gli ultimi chilometri che arrivano fino ad Hangzhou sono attribuiti alla Dinastia Sui, quindi risalgono VII Secolo d.C., il che vuol dire che per il completamento di quest’opera monumentale occorsero più di mille anni e la forza lavoro di milioni di uomini provenienti da più generazioni di Cinesi.

 

All’opera vennero in seguito apportate grandi modifiche, come chiuse per permettere la risalita di dislivelli anche di decine di metri, e un fitto sistema di canali di comunicazione che sostanzialmente ha costituito per secoli un’antica autostrada sull’acqua. Il canale ebbe anche una forte importanza strategica sia per il trasporto di materiali militari e truppe sia per bloccare eventuali avanzate nemiche, talvolta passivamente, a causa un guado difficoltoso, ma spesso anche attivamente: la rottura volontaria di alcuni argini poteva causare inondazioni in grado di annientare gli eserciti nemici. A tutt’oggi il canale è trafficatissimo ed è attraversato da lunghe chiatte e navi commerciali e da trasporto che solcano le sue acque di giorno e di notte.

Ebbene sì, in Cina tutto è grande, enorme, monumentale. Non fa certo eccezione lo Zhejiang Science and Technology Museum, gigantesca opera di divulgazione scientifica inaugurata nel 2009, che offre ai visitatori uno spettacolo unico nel campo della conoscenza, dell’interattività, del gioco e dell’approfondimento.

Dall’esplorazione dello spazio e dalle nuove frontiere della tecnologia e dell’ingegneria si passa alle curiosità della medicina tradizionale cinese, per poi arrivare all’approfondimento delle tematiche ambientali e dello sviluppo sostenibile, il tutto orientato (così come per il padiglione cinese dell’Expo) al sensibilizzare i visitatori sullo sviluppo di città a impatto zero in armonia con la natura.

Ho notato con grande piacere che ci sono ampie aree del museo dedicate al gioco e ai bambini, ma anche per gli adulti sono numerose le esperienze interattive e hands on, seguendo il nuovo corso della divulgazione scientifica internazionale.

 

Il visitatore può, nel giro di pochi metri, viaggiare dentro un sottomarino o testare gli effetti dell’assenza di gravità, guidare una navicella spaziale, suonare strumenti musicali con corde invisibili, dirigere un’orchestra composta da robot musicisti, capire i segreti di una centrale elettrica e vivere mille altre esperienze. A fianco, a completare l’opera del Science Center, c’è un museo di Storia Naturale dedicato principalmente alle tematiche di conservazione della biodiversità, con una articolare attenzione dedicata alle meraviglie naturali della Cina.

 

Tra le principali attrazioni dello Zhejiang ci sono i dinosauri, scoperti di recente in gran numero e varietà, e proprio per questo motivo un’ampia area del museo è dedicata ai giganteschi rettili estinti della zona. Così come per l’Argentina, gli Stati Uniti e qua e là in giro per il mondo, anche in Cina sta nascendo la moda dei ‘Dino Parks‘ creati nelle zone di ritrovamento dei resti dei dinosauri, per vedere i fossili direttamente nelle aree di ritrovamento. L’area del museo dedicata ai dinosauri contiene pertanto svariati inviti più o meno espliciti alla visita di tali aree, sparse qua e là nella Cina orientale, in particolare nelle regioni dello Jiangsu e, ovviamente, nello Zhejiang.

  

In un ambiente del genere è chiaro che una mostra come Agorà, dedicata alla sperimentazione e al riprodurre di persona i grandi esperimenti scientifici dell’Antichità, si trova perfettamente a proprio agio ed è pronta a testare la curiosità degli abitanti di Hangzhou su queste tematiche.

L’allestimento degli exhibits è ormai concluso e uno staff di animatori nuovi di zecca attende solamente la data di apertura del 26 giugno, ovvero nientemeno che il primo giorno di vacanza degli studenti cinesi!

Riusciranno i nostri eroi a sopravvivere all’ondata di piena? Non ai posteri, ma ai giorni a seguire l’ardua sentenza!

          

Zaijian,

fonso

ffffffffaaaasssst!!!!

Qui corrono tutti: gli aerei, le macchine e in particolare i tassisti, i motorini contromano, le bici e i tricicli stracarichi di roba, le cameriere che ti tolgono il piatto un nanosecondo dopo che hai finito, i treni che vanno a oltre 400 Km/h e partono pure in orario perfetto (vedi in fondo), le persone che lavorano, le mamme con i bambini, tutti quanti.
Nel giro di un anno o due spuntano nuovi grattacieli alti centinaia di metri, nuove aziende nascono e si sviluppano anche in meno e non c’è tempo di voltarsi che dalla Cina arriva qualche nuova ed incredibile novità nel campo della tecnologia, dell’ingegneria, dell’architettura o della moda.
Eppure questa frenesia va a sbattere pesantemente con un passato che invece era strettamente legato a ritmi ben diversi, più blandi, riflessivi e serafici. E’ così in buona parte del vecchio mondo, ma va detto che qui queste differenze sono anche più esasperate.

In questi giorni ci siamo trasferiti al Jing’ An District di Shanghai, noto soprattutto per un tempio buddista del III Secolo d.C. che ormai è circondato su tutti i lati da grattacieli e centri commerciali. Nel giro di pochissimi metri si possono vedere queste due facce della Cina che sembrano convivere senza grossi problemi.

    

Ciononostante l’atmosfera è davvero strana, particolare. Shanghai così com’è oggi è sostanzialmente un’invenzione degli occidentali, eppure sembra che le antiche tradizioni del passato alberghino in ogni vicolo, in ogni anfratto, in ogni stradina.

Ed è così che spesso si può incappare in alcune splendide tea houses

in cui, oltre ad avere l’opportunità di gustare varietà di té che dalle nostre parti probabilmente non arriveranno mai, si può avere per un modesto sovrapprezzo anche una spiegazione dettagliata di tutti i gesti da conoscere e seguire per rispettare appieno l’antico rito della sua degustazione.

 

Un’altra antica tradizione è quella della calligrafia, ed è così che il passato degli antichi scrittoi e dei pennelli per ideogrammi

si va a fondere con la novità dell’oggetto regalo da centro commerciale, spesso adatto ad essere rifilato a turisti curiosi e spendaccioni che probabilmente non useranno mai.
Anche i parchi sono circondati da grattacieli e fermate della metro, eppure al loro interno si può nuovamente respirare aria di passato, con i pensionati che giocano a carte o giochi da tavolo, spesso circondati da ben più numerosi osservatori.

Anche alcuni giorni fa ad Hangzhou abbiamo visitato anche una serie di strade tutte dedicate al commercio della seta, non a caso definita la Silk City in cui ad un mercato di stoffe e abiti molto ma molto moderno si potevano associare alcune immagini dal vago gusto retrò:

 

Ma torniamo a noi: prima di partire per Jing’ An ho salutato i miei compagni d’avventura italiani rientrati in madrepatria, e, in qualità di ultimo rimasto della spedizione tricolore in terra d’Oriente, ho presenziato alla cerimonia di chiusura (con annesso concerto) del Pudong Science & Art Exhibition, presentato nientemeno che al bellissimo Oriental Art center

 

e, udite udite, Agorà ha vinto un premio: “Science & Art Education Excellence Award“!!!

Ovviamente non ho potuto autofotografarmi quando sono salito sul palco a ritirare il premio in rappresentanza dei veri artefici di Agorà, ma ho recuperato all’uscita: eccomi qui in compagnia delle mie guardie del corpo che mi difendono dalla calca di fans:

Da domani si ricomincia col lavoro: l’inaugurazione a Jing’ An è venerdì, il tempo stringe e non ci si può addormentare sugli allori!

ps: visto che siamo in tema di velocità, per chi mi avesse chiesto com’è viaggiare sul MagLev a oltre 400 Km/h, beh, ecco com’è:


Zaijian,

fonso

Hangzhou & her romances

Trasferimento ad Hangzhou, capitale della regione dello Zhejiang che ha visto il suo massimo splendore alcuni secoli orsono, alla volta del Science museum e di tutto quanto di interessante c’è da visitare nella città.
Qusta ‘cittadina’ conta circa 3,9 milioni di abitanti (ma scommetto che saranno già diventati 4 prima che abbiate finito di leggere questo post), una vasta area urbana e alcune meraviglie naturali che meritano di essere visitate e raccontate.

Tra tutte primeggia il lago occidentale (Xi Hu), circondato da pagode, templi e costruzioni che con le loro luci rendono la visita incantevole soprattutto di sera.

Salendo a bordo di una barca appena un pò vistosa e appariscente

e accompagnati dall’affascinante musica tradizionale di due altrettanto affascinanti suonatrici

facciamo un giro completo del piccolo lago, raccogliendo un pò di foto e segnando la location come tra le più belle viste finora.

Ma perché siamo qui? In realtà non per turismo ma per lavoro: dobbiamo recarci al Science Museum per parlare a circa 70 dipendenti della Zhejiang Association for Science & Technology, spiegare loro cos’è un animatore scientifico, come si guadagna la pagnotta e soprattutto come lavora.

Dopo un piccolo disguido, ovvero l’aver scoperto di avere un cognome tutto nuovo

non faccio a tempo a ‘mugugnare’ che già è stato corretto con mille scuse. Possiamo cominciare, e riusciamo a ottenere un gran coinvolgimento da parte dei presenti, che hanno capito che l’elemento fondamentale per essere dei bravi animatori scientifici è innanzitutto divertirsi.

 

La mattina dopo ci rechiamo nell’area storica di Lingyin, non lontana da Hangzhou, dove si può trovare un bellissimo tempio buddista fondato nel IV secolo d.C. da un monaco giunto in queste terre fin dalla lontana India.

   

Occorre fare una levataccia: è domenica e i moltissimi credenti affolleranno in poche ore il tempio e sarà molto più difficile muoversi tra le diverse costruzioni che fanno parte del complesso. La sveglia è prima delle 7 e arriviamo a Lingyin poco dopo le 8.

 

Tra le meraviglie al suo interno primeggia una bellissima statua di Buddha alta circa 26 m,

 

e dietro ad essa un enorme altorilievo in legno che narra la storia della bodhisattva della Misericordia Guanyin.

Vi sono poi altri aspetti più caratteristici e pittoreschi come i fedeli che cercano di ‘imboccare’ la fontana del dragone con alcune monetine sperando sia di buon auspicio,

o un bassorilievo con alcuni ideogrammi su aspetti della vita (fortuna, successo, coraggio, etc) ‘ripuliti’ da migliaia di mani che ogni giorno li toccano nella speranza di ottenere quanto su essi è rappresentato.

Un’altra grande attrattiva di Hangzhou è una sorta di parco tematico denominato ‘Song Dynasty‘ e dedicato all’omonima dinastia che ha dominato la Cina circa 1000 anni fa, e lo spettacolo musicale intitolato ‘A love of  thousand Years‘.

   

Nessuno ci aveva preparato a vedere qualcosa di così esagerato e imprevedibile: un’audience entusiasta di migliaia e migliaia di persone, una platea mobile in grado di aprirsi a metà per far spazio a ballerini e cantanti, danzatrici volanti, palchi secondari sui lati, cannoni e cavalli autentici sul palco, laghi e perfino cascate d’acqua, e un’esplosione di luci, balli, colori e musica mai vista in uno spettacolo occidentale, forse neanche a Broadway.

   

Nonostante la magniloquenza e – forse – l’ingenuità di alcuni aspetti visivi lo spettacolo è veramente unico nel suo genere e ci lascia senza fiato dall’inizio alla fine di un’ora intensissima.

In fondo nonostante tutte le esagerazioni la Cina è anche questo, e ci piace così.

Zaijian,

fonso