Festival della Scienza 2015: equilibrio

Festival della Scienza 2015

A questo giro, la mia collaborazione con il Festival della Scienza di Genova sarà particolarmente intensa: collaboro attivamente a tre eventi del programma che, per l’edizione 2015, avrà come parola chiave l’equilibrio.

Il primo, come preannunciato, sarà una mostra/laboratorio dal titolo “The Great Pacific Garbage Patch – Il tempo scorre, la plastica rimane“. Creato, ancora una volta, in collaborazione con Chiara Segré, Debora Serra e Paolo Degiovanni, l’evento è dedicato al problema di cui ci siamo interessati negli ultimi mesi: l’immenso accumulo di rifiuti che infesta gli oceani del globo. A ospitarci sarà il bellissimo Galata – Museo del Mare, a due passi dall’Acquario. A questo indirizzo si possono trovare tutte le informazioni sull’evento.

Il secondo è una conferenza, sempre in compagnia di Paolo Degiovanni, dedicata alla natura delle isole: “La vita delle isole – la ricchezza di un frammento di terra“.L’evento, che riprende la nostra mostra del 2011, si terrà venerdì 23 ottobre alla Biblioteca Berio di Genova. Ulteriori informazioni si possono trovare qui.

Il terzo e ultimo evento, che avrà luogo sempre al Galata Museo del Mare, si terrà martedì 27 ottobre alle 11 e si intitolerà “Il furgone rosso e il pesciolino – piccole storie di grandi naturalisti“. Sarà una conferenza dedicata alla vita di alcuni tra i più grandi biologi e naturalisti degli ultimi due secoli. Le tematiche che tratterò durante la conferenza riprenderanno in buona parte gli argomenti principali del mio prossimo libro, in uscita in primavera e di cui vi avevo accennato in un precedente post. Nonostante l’embargo sul titolo, posso anticiparvi che l’editore ora c’è, ed è storico che più storico non si può. Non aggiungo altro: seguiranno dettagli più avanti. Per ora vi attendo tutti alla conferenza per un assaggino. Trovate qui maggiori dettagli.

Vi aspetto!

Isole di guerra, isole di pace

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L’Isola di Pasqua è uno dei lembi di terra più remoti al mondo: si trova a 3600 chilometri a ovest dalle coste del Cile e a circa 2000 chilometri a est dalle isole Pitcairn.

Quest’isola non è soltanto un’affascinante meta turistica, ma rappresenta soprattutto una testimonianza storica importante, dato che è stata teatro del primo disastro ambientale causato dall’uomo.

Colonizzata dai Polinesiani intorno all’anno 1000, la popolazione di Rapa Nui, dopo un periodo di grande prosperità testimoniato dalla presenza degli imponenti Moai, le mastodontiche statue che celebrano gli antichi capi delle tribù locali, conobbe un progressivo declino che portò a guerre civili e carestie. Che cosa era successo?

I nativi, oltre che per creare imbarcazioni e capanne, utilizzarono quantità sempre maggiori di legname per il trasporto delle immense e pesantissime statue.

Estese popolazioni di uccelli marini furono completamente sterminate dai cacciatori e, quando per necessità la pesca divenne la principale fonte di sostentamento degli isolani, essi dovettero combattere per accaparrarsi il poco legname rimasto, indispensabile per creare le imbarcazioni.

Dopo secoli di sfruttamento intensivo, sull’isola non rimasero più alberi e, con la loro scomparsa, sopravvennero ben presto carestia e guerre tra clan. I pochi sopravvissuti, incontrati dal capitano Cook nel XVIII secolo, non erano che una pallida ombra di quella che era stata una civiltà florida, divenuta poi vittima della propria incoscienza.

L’albero Toromiro, endemico dell’isola ed estinto in natura, è ancora presente nei giardini botanici continentali di Kew Gardens a Londra e di Goteborg, ed è attualmente in corso un programma di riproduzione e reintroduzione nell’ormai desolato ambiente naturale, che un tempo era interamente ricoperto da rigogliose foreste.

Ma nel sud del Pacifico c’è un’altra storia di popoli isolani, che offre invece uno spiraglio di speranza per il futuro.

Anuta, un microscopico lembo di terra di meno di mezzo chilometro quadrato di estensione nell’arcipelago delle isole Salomone, separato da decine di chilometri di oceano aperto dalla terra emersa più vicina, è infatti casa di una popolazione completamente autosufficiente di circa trecento uomini e donne che vivono in assoluta armonia.

Gli stili di vita sono cambiati pochissimo da quando, circa 400 anni fa, i loro progenitori polinesiani arrivarono a colonizzare quest’isola.

Le risorse su Anuta sono scarse: l’isola è talmente piccola che non è possibile allontanarsi dalla costa fino a non sentire più il rumore delle onde. Una densità di popolazione equiparabile al Bangladesh su un’isola delle dimensioni di un paio di isolati rende indispensabile un’attentissima gestione delle risorse.

Gli isolani conoscono più tecniche di pesca di qualunque altra popolazione del sud Pacifico, dato che questa pratica è essenziale per il loro sostentamento. Per integrare il raccolto dei pescatori, l’isola è coltivata con piante di taro e di albero del pane, e parte dei raccolti viene sotterrata per i momenti difficili, in particolare quando l’arrivo di un ciclone impedisce ai pescatori di avventurarsi al largo.

Anche su Anuta gli alberi sono pochi, e le canoe sono viste come oggetti preziosi: alcune sono state utilizzate costantemente per quasi cinquant’anni.

L’isolamento, le dimensioni minime e le poche risorse hanno modellato la società: troppo distanti per poter commerciare con le altre isole, gli isolani hanno sviluppato un fortissimo senso di comunità, in cui tutti lavorano per il bene comune. Tutte le risorse vengono equamente distribuite, secondo i principi dell’Aropa, ossia della condivisione equa e della compassione, che porta non solo a condividere cibo e oggetti di uso comune, ma persino i figli: quelle coppie che non concepiscono naturalmente possono chiederli in adozione alle famiglie che ne hanno più di uno, e ben difficilmente verrà loro detto di no, in modo da mantenere un equilibrio in cui tutti sull’isola possano essere felici. Più in generale, i bambini vengono visti come una risorsa comune, a cui tutti i membri della comunità devono prestare cure e attenzione, per il bene della società.

Sorti così diverse per ambienti così simili come Rapa Nui e Anuta possono darci un chiaro segnale: le risorse naturali sono limitate, sia che lo scenario sia una sperduta isola in mezzo al Pacifico o una grande nazione occidentale. Il futuro dipende da noi, dalle nostre scelte, dal rifiutare gli sprechi con una forte presa di coscienza. Esempi in piccolo come questi ci possono far vedere e toccare con mano gli effetti tangibili delle scelte umane sull’ambiente, ed è bene ricordarli sempre, per il bene comune degli uomini e di tutto il pianeta.

Pennuti sapienti

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In alcune regioni della Cina, per secoli, i pescatori hanno addestrato i cormorani a tuffarsi, pescare e ritornare alla barca per riconsegnare il pesce al loro padrone. Un anello al collo sufficientemente stretto impediva loro di ingoiare le prede, ma ogni otto pesci uno era concesso agli uccelli tuffatori, a cui veniva allentato il blocco. Quando questo non accadeva, non era raro che i cormorani si ribellassero, rifiutando di tuffarsi e schiamazzando fino a ottenere la loro meritata ricompensa. Questo dimostra due cose: che i cormorani sanno contare fino a otto, e che soprattutto sono sufficientemente intelligenti da comprendere un concetto complesso come giustizia o ingiustizia.

Tra scimpanzé e gorilla che comunicano con il linguaggio dei segni, scimmie cappuccine che hanno scoperto l’utilizzo di attrezzi, delfini, cani e specie domestiche dotate di talenti di ogni genere, la classe dei Mammiferi, a cui noi stessi apparteniamo, sembra detenere senza dubbio lo scettro di gruppo animale più intelligente. Eppure non siamo gli unici in grado di risolvere enigmi complessi e dimostrare pura capacità discernitiva e una fervida immaginazione: di sicuro ci fanno compagnia almeno alcune specie dei nostri cugini alati.

In effetti gli esempi non sono pochi. E la cosa non dovrebbe stupire: ai tempi dell’università, studiando anatomia e fisiologia animale, mi era stato fatto notare da più di un professore come gli uccelli avessero mediamente un cervello di dimensioni ampiamente superiori alla media dei vertebrati, mammiferi esclusi. Certo, la coordinazione necessaria per dedicarsi a un’attività impegnativa come il volo ha favorito lo sviluppo di determinate aree encefaliche come il cervelletto, che difatti negli uccelli è molto accresciuto, ma è possibile che il particolare stile di vita che essi conducono abbia portato allo sviluppo dell’intelligenza e di un sistema di ragionamento complesso?

Non è facile stabilirlo, per vari motivi. In primis perché il termine “intelligenza” non è considerato da tutti gli studiosi allo stesso modo: per alcuni è la semplice predisposizione a risolvere enigmi, anche di tipo pratico, per altri è una caratteristica molto più vicina alla fantasia e all’immaginazione, e per altri ancora corrisponde alla capacità di fare propri concetti complessi come la coscienza di sé, l’empatia e la comprensione. Insomma, è difficile trovare un punto di vista comune su cosa sia e su come si possa definire più o meno “intelligente” un essere vivente.

In secondo luogo non va dimenticata la difficoltà pratica di studiare il comportamento degli animali selvatici nel loro ambiente, ancora di più quando questi possono involarsi al primo sospetto di essere osservati. Prima di cominciare a intuire anche piccole parti del comportamento di una specie occorrono migliaia e migliaia di ore di osservazione diretta sul campo e i risultati non sono mai garantiti, né tantomeno certi o definitivi.

Eppure alcuni esempi indubitabili ci fanno vedere come il detto comune bird’s brain, utilizzato dagli anglosassoni in termini dispregiativi, sia decisamente campato in aria; gli uccelli sono sicuramente molto più intelligenti di quanto venga loro dato credito. Vediamo alcuni esempi.

Nella cultura popolare corvi e gazze sono notoriamente riconosciuti come gli uccelli più astuti. Lo stesso Konrad Lorenz, nel suo celeberrimo L’anello di Re Salomone, ha parlato diffusamente delle taccole, descrivendole come animali curiosi, oltreché estremamente sensibili ed empatici. E in generale molti rappresentanti della famiglia dei corvidi, a cui corvi, gazze e taccole appartengono, dimostrano una spiccata intelligenza.

In certi casi per osservare queste dimostrazioni di perspicacia non bisogna avventurarsi nei boschi. Ecco un esempio celebre: un corvo comprende come utilizzare le automobili passanti come schiaccianoci, scoprendo anche il modo più adatto per non rischiare la pellaccia scendendo in strada.

Gli studi compiuti dagli scienziati Bernd Heinrich e Thomas Bugnyar sul corvo imperiale hanno dimostrato come questo animale sia in grado di compiere scelte consapevoli tra più alternative possibili, utilizzando la logica e l’esperienza pregressa: ad esempio, tirando e tenendo ferma una corda a cui era legata una ricompensa, o nascondendo il cibo alla vista dei rivali, allontanando solo quei rivali che conoscevano il nascondiglio e ignorando gli altri. Talvolta il livello di complessità di ragionamento era paragonabile a quello delle scimmie antropomorfe.

I corvi sono inoltre tra i pochi uccelli in cui è stato osservato in natura l’utilizzo di strumenti. L’esempio più lampante è dato da quello che per molti è il volatile più intelligente in assoluto, il corvo della Nuova Caledonia, di cui ha parlato anche National Geographic.

L’utilizzo di rametti per raccogliere il cibo dall’interno dei tronchi non è però esclusivo dei corvidi ma si può incontrare in altre specie come il fringuello picchio delle Galapagos (Camarhynchus pallidus), uno dei celebri Darwin’s finches che, con la loro incredibile varietà di soluzioni adattative, hanno aiutato lo scienziato inglese a dare vita alla sua teoria dell’evoluzione.

Molte di queste specie dotate di spiccata intelligenza vivono sulle isole, dove la pressione adattativa data da un ambiente particolarmente esigente e con poche risorse le spinge a trovare soluzioni immediate per procurarsi il cibo e in cui caratteristiche come fantasia e curiosità possono rivelarsi un’arma in più nella lotta per la sopravvivenza.

Tra le specie di uccelli particolarmente sapienti non si può dimenticare il neozelandese kea, degno rappresentante di un altro gruppo di uccelli dalla spiccata intelligenza come i pappagalli. In questo documentario della BBC, la voce di sir David Attenborough ci guida alla scoperta delle straordinarie capacità di questo pennuto, ormai diventato una sorta di mascotte nazionale.

E infine, per i più curiosi, ecco un simpatico confronto “testa a testa” nel risolvere alcuni rompicapi, in cui i contendenti sono il kea e il corvo della Nuova Caledonia, forse i due più meritevoli di ambire al titolo di “uccello più intelligente”. A voi stabilire il vincitore, a me basta la meraviglia nell’osservare cosa sono in grado di fare questi due splendidi animali.