98%

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Se vi è capitato di sentir parlare di scimpanzé o bonobo, magari in documentari televisivi o su articoli di riviste che parlano di natura, molto probabilmente avrete letto o sentito citare una cifra, o meglio una percentuale: 98%. Questo numero altro non è che la percentuale di patrimonio genetico che l’essere umano condivide con i suoi parenti più prossimi, le scimmie del genere Pan: lo scimpanzé Pan troglodytes e il bonobo Pan paniscus. Una percentuale altissima, a ben sottolineare come questi animali siano vicini, anzi vicinissimi a noi. Una sorta di “cugini”, filogeneticamente parlando. In effetti, si stima che la linea evolutiva che porta a bonobo e scimpanzé (che tra loro sono ancora più vicini) si sia “staccata” da quella dell’essere umano in un periodo compreso tra i 7 e i 4,5 milioni di anni fa, quindi in tempi recenti, paleontologicamente parlando. In tempi ancora più recenti, tra 2 e 1,5 milioni di anni fa, sarebbe avvenuta la differenziazione tra le due specie, presumibilmente grazie alla separazione geografica data dal fiume Congo.

Anche se efficace nel rappresentare quanto minima sia la differenza, però, una fredda percentuale non è sufficiente a farci capire la nostra vicinanza con questi animali. Una somiglianza che è sia morfologica sia comportamentale. Nonostante le affinità con l’uomo, bonobo e scimpanzé nel sentimento comune diffuso tra il grande pubblico vengono visti come semplici “animali”, come se noi stessi non lo fossimo. In quest’ottica è quindi accettabile recluderli in gabbie anguste nei giardini zoologici, vederli come semplici beni commerciali, sfruttarli per intrattenimento nei circhi o ucciderli in caso di necessità (senza tornare sulle polemiche riguardanti la morte di un’altra scimmia antropomorfa, il gorilla Harambe, di cui ho già ampiamente parlato qui). Tutte le considerazioni etologiche sugli animali, comprese la coscienza di sé e la comprensione del concetto di morte (presenti, ad esempio, nella celebre gorilla “parlante” Koko) o la presenza di una personalità complessa molto simile all’uomo vengono del tutto ignorate. E si tratta di un grave errore, visto che tante interessanti scoperte sui nostri parenti più prossimi sono state fatte in tempi recenti e ci hanno aiutato a capire come le scimmie antropomorfe (e non solo loro, a dirla tutta) meriterebbero un trattamento ben migliore.

Gli scimpanzé, ad esempio, sono in grado di comunicare con gli umani tramite il linguaggio dei segni: la femmina Washoe, studiata dagli scienziati americani Allen e Beatrice Gardner, fu una delle prime a impararlo. In tempi più recenti lo stesso talento è stato dimostrato da Koko e dal “bonobo-superstar” Kanzi e già questo dovrebbe aiutarci a comprendere come le interazioni sociali in natura siano piuttosto complesse per questi animali. Scimpanzé e bonobo, tra gli altri, sanno utilizzare e addirittura creare vari tipi di strumenti, e non parliamo solo di animali in cattività: Jane Goodall fu la prima a vederli in azione, a Gombe in Tanzania, mentre catturavano termiti con l’utilizzo di rametti appositamente preparati per essere infilati nelle aperture dei loro nidi.

Ma avere in comune con l’uomo così tante somiglianze non ha solo aspetti positivi. E infatti, udite udite, scimpanzé e bonobo possono avere anche i nostri difetti: sono in grado di imbrogliare e mentire, ad esempio per competizione sessuale o per altri motivi pratici come la ricerca del cibo. Gli scimpanzé possono anche avere il vizio del fumo, e non si tratta soltanto di esemplari appositamente addestrati al circo: in questo video vediamo Charlie, morto ormai una decina di anni fa, che nel suo Mangaung zoo in Sudafrica era diventato una piccola celebrità proprio per questa abitudine, nata casualmente dopo che qualche visitatore gli aveva lanciato nel recinto delle sigarette accese (comportamento a mio avviso decisamente criminale).

Come abbiamo già raccontato su queste pagine, gli scimpanzé sono abili cacciatori e tra le loro vittime preferite ci sono altri primati, in particolare i colobi rossi. Ebbene, da uno studio su una popolazione di scimpanzé a Ngogo nel parco nazionale di Kibale in Uganda è emerso che, nonostante la carne dei colobi non sia certo la principale fonte di sostentamento delle scimmie antropomorfe, l’efficacia delle loro battute di caccia abbia portato un gravissimo declino delle popolazioni delle scimmie più piccole: dal 1975 al 2007 si è osservato un crollo dell’89% nella popolazione locale di colobi rossi dovuto alla predazione, a un passo dall’estinzione sul territorio. La facilità con cui i predatori riuscivano a catturare i colobi era tale da aver causato, verso la fine degli anni ’90, un’eliminazione di circa metà popolazione ogni anno. Alla fine la pressione venatoria è stata tale da non permettere alle prede di recuperare i numeri persi, e ora c’è il serio rischio di veder scomparire per sempre i colobi rossi da Ngogo. In questo caso si potrebbe imputare agli scimpanzé una mancanza di lungimiranza nel gestire le risorse offerte loro dalla natura, ma più verosimilmente il loro difetto è quello di non disporre di una visione a lungo termine che li aiuti a effettuare scelte ponderate sul futuro remoto. Difficile stabilirlo, in ogni caso è un qualcosa su cui riflettere: se tante sono le somiglianze tra noi e i nostri parenti più stretti, scoprire che questi non sanno gestire le risorse a loro disposizione non è certo un buon segno. Tutte cose che peraltro già sappiamo. Cerchiamo però di non utilizzare questa scoperta per giustificare i nostri comportamenti: la mancanza di buon senso, anche se si può osservare sporadicamente in altri animali, non va comunque giustificata in quanto “naturale” (termine che, peraltro, a mio avviso ha sempre meno senso).

Ma anche nelle somiglianze non mancano sorprese in positivo: quel comportamento che in certi casi identifichiamo con “umanità” si può trovare qua e là anche nei primati. La compassione e l’empatia di cui spesso si occupa Frans de Waal ad esempio, ma non solo. In certi casi sembrano anche le classiche “leggi della natura” a venir meno. In tempi recenti è stata infatti pubblicata una notizia che ha destato molto scalpore, riguardante una madre scimpanzé del Mahale Mountains National Park in Tanzania che ha portato con sé e avuto cura un cucciolo con gravi disabilità. In natura, di solito, i piccoli malati in moltissime specie animali vengono abbandonati al loro destino. Invece in questo caso il cucciolo, una femmina identificata con la sigla XT11, è stata curata e accudita dalla madre per tutti i 23 mesi della sua breve vita, molto più di quanto sarebbe stato lecito prevedere per un piccolo in quelle condizioni. XT11 infatti aveva una grave malformazione fisica, oltre ai sintomi di una malattia simile alla sindrome di Down. Ciononostante l’amore materno non è mai venuto a mancare.

Conoscendo quante sono le somiglianze tra noi e questi parenti prossimi, a questo punto penso sia normle domandarsi che cosa sia particolare, tipico, esclusivo dell’uomo. A livello fisico possiamo facilmente identificare le differenze, mentre a livello di comportamenti è molto più difficile, visto che con cadenza regolare i primatologi scoprono nuovi punti in comune tra umani e altre scimmie antropomorfe. E allora ci viene naturale tornare a quella percentuale di cui sopra, quel freddo 98% che poco ci rappresenta, se non per farci capire il concetto di somiglianza. Per questo vi segnalo una voce di Wikipedia molto ben fatta, basata in gran parte sull’articolo “Che cosa ci rende umani?” di Katherine S. Pollard, pubblicato su Le Scienze di agosto 2009. Qui potete trovare alcuni interessanti approfondimenti. Io mi accontento di mettervi la pulce nell’orecchio, e di farvi ragionare sul fatto che i punti in comune tra uomo e altri animali (in particolare i primati) sono molti di più che le differenze,. Tra l’altro, questa conoscenza potrebbe tornarci abbondantemente utile in futuro, se sapremo sfruttarla come si deve: ad esempio, su questo articolo sul Guardian potrete scoprire come oggi si stiano studiando gli scimpanzé, o meglio i loro giacigli, al fine di sviluppare il “letto perfetto” per gli esseri umani. E non è certo roba di poco conto.

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Abbiamo ancora bisogno degli zoo?

13 settembre 2011 Shanghai zoo 201

Un gorilla di pianura allo zoo di Shanghai

Se siete anche solo in parte interessati alle vicende della natura, quanto è successo alcuni giorni fa allo zoo di Cincinnati non vi è sicuramente sfuggito, così come il lunghissimo strascico di polemiche che ne è seguito: un bambino di 4 anni si è gettato nel recinto di un gorilla di pianura. L’animale, il diciassettenne Harambe, era un maschio adulto da sempre vissuto in cattività e inserito in un programma di captive breeding, con lo scopo di garantire un sufficiente pool genetico per la sopravvivenza della specie, sempre più a rischio e di difficile gestione nel suo habitat naturale. Il bambino, secondo quanto riportato da alcuni testimoni, aveva ripetutamente espresso il desiderio di raggiungere l’animale all’interno del recinto, e aveva avuto ben pochi problemi nello scavalcare il muretto di protezione per gettarsi nel fossato, profondo solo alcuni metri. Le reazioni del gorilla alla vista dell’inatteso ospite sono state poco decifrabili. Ha infatti alternato atteggiamenti difensivi e forse anche protettivi ad altri ben più violenti: a un certo punto ha afferrato il bambino per una gamba e lo ha trascinato a grande velocità nell’acqua che si trovava in mezzo al recinto per alcuni metri. Alla fine, dopo alcuni minuti di panico, è arrivata la decisione da parte dei responsabili su cosa fare: il gorilla è stato ucciso con un colpo di fucile e il bambino tratto in salvo quasi illeso, con solo alcune ferite superficiali. Le reazioni alla notizia sono arrivate da ogni parte, e non sono mancate le polemiche, a partire da tutti quelli che si sono domandati se non si sarebbe potuto operare diversamente, ad esempio allontanando tutti i curiosi e lasciando spazio solo ai responsabili dello zoo, che forse sarebbero riusciti a distrarre l’animale e a calmarlo. Oppure semplicemente sedandolo. In quest’ultimo caso, la scelta è stata spiegata dallo stesso direttore dello zoo, che ha fatto notare come un dardo con del sedativo non avrebbe agito immediatamente ma solo dopo alcuni minuti, e i quegli attimi le reazioni dell’animale, divenuto a questo punto ancora più spaventato e meno lucido, sarebbero state del tutto imprevedibili. Senza dimenticare la mole dell’animale, che sarebbe potuto collassare addosso al bambino.

E così, le iniziali polemiche su quanto accaduto sono cambiate nel giro di poche ore: inizialmente la diatriba riguardava la scelta di uccidere l’animale, ma in questo caso il pensiero dominante è stato quello di affermare che “se fosse capitato a mio figlio, non ci avrei pensato due volte”. A mio avviso, però, non bisogna mai fare in modo che scelte cruciali come questa vengano dettate dalla pancia: deve esistere un protocollo rigido, immutabile, che vada seguito alla lettera quando si presenta una situazione del genere, anche per poter operare le scelte giuste nel giro di pochi secondi. In ogni caso, lo stesso direttore dello zoo ha affermato che, se dovesse tornare indietro, avrebbe preso esattamente le stesse, dolorose, decisioni. Già a questo livello, l’operato degli addetti alla sicurezza dello zoo ha suscitato molte perplessità (a tal proposito, a questo indirizzo è possibile leggere i pareri su quanto accaduto di alcuni primatologi famosi, tra i quali spiccano Jane Goodall e Frans de Waal).

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Successivamente le polemiche si sono orientate sui genitori, dato che hanno lasciato che il bambino sotto la loro responsabilità si arrampicasse sul muretto per buttarsi di sotto. Una sottoscrizione online, che ha raccolto centinaia di migliaia di firmatari nel giro di poche ore, ha espressamente richiesto alle autorità competenti di ritenere i genitori responsabili di quanto accaduto. Ma anche in questo caso le polemiche si sono presto attenuate: chi ha figli piccoli sa benissimo che basta un attimo di distrazione e questi possono scomparire alla vista o compiere le azioni più imprevedibili nel giro di pochi secondi. In ogni caso, le eventuali responsabilità dei genitori dovrebbero essere ancora sotto indagine, quindi è presto per dire che sono stati “assolti” da ogni coinvolgimento con quanto accaduto.

Superata anche questa fase, il pensiero comune si è orientato su un altro aspetto ancora, ovvero la struttura stessa dello zoo: ammesso (e non ancora concesso) che quanto accaduto sia stato un incidente causato da una ragazzata e da un attimo di distrazione dei genitori del bambino e che la scelta di uccidere Harambe sia stata giusta, come è possibile che tutto questo sia successo? Com’è possibile che una struttura di recinzione di un animale tre volte più grande e sei volte più forte di un uomo adulto sia scavalcabile da un bambino di quattro anni? Qualcosa non torna. A questo punto viene da chiedersi se il problema sia strutturale, e insito in un certo tipo di giardino zoologico, che forse nel 2016 non dovrebbe più esistere. E così, dopo la morte di Harambe sono sempre di più a chiedersi se ci sia effettivamente spazio per gli zoo nella società moderna.

A me personalmente è capitato e capita tuttora di visitare parecchi zoo, lo confesso. Se per vari motivi vengo a trovarmi in una città con un giardino zoologico, non escludo che una delle mie mete turistiche sia proprio quello. Non ne vado particolarmente fiero, ma in certi casi è la curiosità a prevalere sul giudizio di merito di quella che è una struttura del genere, e che non mi piace particolarmente, come si può facilmente intuire da quanto scrivo su questo blog. Li ho visitati e li visito per il semplice motivo che, pur amando viaggiare, la quantità di esemplari di animali esotici che si possono vedere in un giro di poche ore è talmente superiore a quello che si potrebbe osservare in sei mesi di esplorazioni intorno al mondo da giustificare una visita in una struttura in cui gli animali vengono tenuti prigionieri e, spesso e volentieri, non possono condurre un’esistenza equivalente a quella che avrebbero nel loro ambiente naturale: per osservare dal vivo un aye-aye bisogna esplorare di notte la foresta pluviale malgascia ed avere un’enorme fortuna; per vedere un orango bisogna avventurarsi nella giungla del Borneo, per un leone o un elefante la savana africana, e non tutti possono permetterselo. Quindi è anche lecito pensare che uno zoo non sia una struttura destinata unicamente ai bambini, ma anche a tanti adulti curiosi e appassionati di natura che non possono permettersi grosse trasferte. Questo giustifica l’esistenza di un luogo dove gli animali vengono tenuti prigionieri? Presumibilmente no, visto che molti di questi si trovano in condizioni inaccettabili, tra spazi troppo piccoli e inadatti, clima diverso da quello dei loro habitat originari, nessuna attività destinata a “tenere occupati” gli esemplari. Un grande felino come un leopardo o un ghepardo non potrà mai trovarsi a proprio agio in pochi metri quadrati di gabbia, un orango, un gorilla o uno scimpanzé ha una complessità comportamentale tale da rendere inaccettabile una sua reclusione in un fossato. In Cina, nello zoo di Shanghai, mi è capitato di vedere tutto un settore del parco dedicato ai cani (!), che venivano tenuti in gabbie dalle dimensioni e condizioni igieniche assolutamente inaccettabili, ben peggio di quelle di un canile italiano (che pure spesso non brillano per rispetto dei bisogni minimi dei quattro zampe).

Qualche notevole passo in avanti è stato compiuto a partire dal Jersey Zoo (oggi Durrell Wildlife Conservation Park) del grande Gerald Durrell, dove agli animali sono stati dedicati spazi ben studiati alle loro necessità e attività di vario genere per tenerli impegnati. L’esperienza di vita di Durrell ha avuto un forte ruolo in tal senso: la sua carriera è infatti iniziata come assistente in negozi di animali e giardini zoologici prima, nella raccolta di esemplari da rivendere agli zoo dopo. E tutte le conoscenze accumulate negli anni lo hanno aiutato a creare una struttura di gran lunga più adatta a garantire il benessere degli animali, quantomeno rispetto a quanto esisteva prima del Jersey Zoo. Anche gli attuali bioparchi rappresentano sicuramente un miglioramento, per quanto riguarda il benessere degli animali, sia per gli spazi più ampi sia per il trattamento riservato agli “ospiti”. Anche se spesso, va detto, il confine tra “bioparco” e “zoo” è molto labile e non sempre distinguibile.

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Beninteso, uno zoo non è solo un luogo dove gli animali vengono esposti per il pubblico pagante: molti di loro partecipano attivamente a programmi di reintroduzione di specie in pericolo o estinte in natura. Lo stesso Harambe, come detto prima, faceva parte di uno di questi progetti. Enormi sono i problemi che chi si occupa di conservazione della fauna africana deve affrontare ogni giorno: instabilità economica e politica che spesso fa il gioco dei bracconieri, coltivazioni e deforestazioni (non sempre legali) che sottraggono ogni anno terreno agli habitat naturali di specie come il gorilla, giusto per fare due esempi. Un punto fondamentale da capire è che, se anche la vita di un bambino è inestimabile, di certo anche quella di un maschio adulto di gorilla di pianura ha un altissimo valore. In quest’ottica, ben vengano anche gli zoo, seppure non siano una soluzione ottimale: grazie agli introiti forniti dai visitatori riescono a sopravvivere spesso indipendentemente da quelle raccolte fondi con cui invece si sostengono i progetti di conservazione tout-court, e anche storicamente molte specie sono state recuperate a un passo dall’estinzione grazie proprio agli esemplari conservati negli zoo. Anche in questo senso, il Jersey Zoo è stato all’avanguardia in questo nuovo modo di intendere i giardini zoologici. Ma probabilmente, alla luce dei fatti di Cincinnati, questo ormai non basta più per giustificare la loro esistenza.

Vediamo il caso del gorilla. Non tutti sanno che ci sono stati due precedenti: uno proprio a Jersey nel 1986, in cui un bambino cadde all’interno del recinto degli animali e perse conoscenza. Il maschio dominante, Jambo, allontanò gli altri animali e accarezzò la schiena del bambino, il cinquenne Levan Merritt, forse per controllare che fosse ancora vivo. Ben presto si allontanò anche lui, lasciando via libera ai soccorsi. Nel 1996 a Chicago, in un altro evento simile, fu una femmina a proteggere lo sfortunato bimbo di turno e, addirittura, si prodigò ad accompagnarlo verso i paramedici. Questo, oltre alla lunga esperienza sul campo di scienziati come Dian Fossey, che ha convissuto pacificamente con i gorilla nel loro stesso ambiente naturale, ci fanno ragionevolmente pensare che forse anche a Cincinnati al bambino finito nel fossato non sarebbe capitato nulla di grave. L’indole del gorilla è pacifica, e la poca aggressività che ogni tanto si può riscontrare si osserva generalmente da parte dei maschi adulti, i silverback, in risposta a minacce al loro gruppo familiare. E, anche con le dovute differenze, sembra che anche per gli animali tenuti in cattività si possa fare un discorso equivalente. Ma il punto è un altro, ed è rendersi conto che una struttura contenente un animale potenzialmente pericoloso come un gorilla non dovrebbe essere in alcun modo raggiungibile da un bambino di pochi anni. Nelle mie svariate visite a giardini zoologici mi è capitato sia di vedere strutture del tutto chiuse destinate ai gorilla, in cui i visitatori potevano osservare gli animali solo attraverso un vetro, e altre con fossato di qualche metro di profondità e muretto difensivo, come a Cincinnati. Ecco, mi sembra ragionevole supporre che in futuro strutture di quest’ultimo tipo non si dovrebbero vedere più, per evitare ulteriori incidenti.

Problemi strutturali quindi, ma non solo. Anche le specie che vengono tenute all’interno dello zoo dovrebbero iniziare a essere selezionate meglio, persino a discapito del pubblico pagante. Come detto prima, animali che vivono in enormi spazi aperti come i grandi felini africani non dovrebbero più esserne ospiti, a meno di non creare aree talmente grandi da poterli contenere evitando loro il tipico stress da reclusione, che li colpisce molto spesso e si sviluppa in comportamenti aggressivi e gesti ripetuti ciclicamente, in maniera parossistica, rivelando gravi stati di malessere e disagio. Questa, però, mi sembra una soluzione altamente improbabile. Idem come sopra per animali dalla personalità articolata, come i gorilla stessi e più in generale le scimmie antropomorfe, ma, perché no, anche gli elefanti e molti altri animali dal comportamento particolarmente complesso (i delfini nei parchi acquatici?). La mia impressione personale è che animali così intelligenti ben difficilmente possano reagire bene a una reclusione. Si tratta proprio di buon senso, prima ancora che di etologia. Certo, allo stesso modo ci sono altri animali che possono vivere benissimo e felicemente in pochi metri quadrati di spazio vitale, ad esempio gli animali “da terrario” quali sono i ragni e molte specie di rettili. Ovviamente in questi casi si perde tantissima spettacolarità e probabilmente la proposta commerciale degli zoo ne risentirebbe pesantemente, dato che ben sappiamo quali sono gli animali che i bambini amano vedere: leoni, scimmie ed elefanti, non certo iguane e tarantole (anche se non vanno sottovalutate neppure queste). Di certo sapere che animali di questo genere si trovino in condizioni inadatte al loro benessere potrebbe influire sulla futura sensibilità del pubblico, ma è una strada decisamente in salita. Non intendo addentrarmi ulteriormente nel dettaglio di questo argomento, dato che sul benessere degli animali in cattività si sono spesi fiumi di inchiostro e migliaia di ore di ricerca e di sicuro, andando a vedere i singoli casi, esistono molte più sfumature di quante ne possa affrontare qui in poche righe.

Mi sembra comunque lecito auspicare un futuro diverso per i giardini zoologici sparsi in giro per il mondo, dato che i tempi sono sicuramente maturi per superare un format di divertimento per le masse che troppo spesso si rivela inadeguato e obsoleto. Forse il punto non sarà rinunciare a far parte del mercato, ma sviluppare una struttura, comunque in esso inserita, che possa superare, almeno in parte, una visione antropocentrica che danneggia gli animali e sa un po’ troppo di Ottocento. E a guadagnarci non saranno soltanto gli esemplari custoditi ma anche il pubblico, che così potrà vedere qualcosa che somiglia un po’ meno vagamente a un animale felice.

Anche gli scimpanzé hanno una religione?

Uno scimpanzé intento a compiere l'insolito "rituale"

Uno scimpanzé intento a compiere l’insolito “rituale”

È stato recentemente pubblicato un articolo firmato da una lunga lista di primatologi sulla rivista Scientific reports che descrive un comportamento insolito da parte di alcuni gruppi di scimpanzé dell’Africa occidentale: gli animali lanciano o battono con forza delle pietre contro i tronchi di alcuni alberi, al punto da creare accumuli di sassi alla loro base o all’interno di quelli cavi. Questo comportamento sembra legato soltanto ad alcune piante appositamente scelte dalle scimmie. Inoltre, per ora è stato visto soltanto in specifiche popolazioni di animali: ad esempio i celebri scimpanzé di Gombe in Tanzania, studiati originariamente da Jane Goodall, non sembrano conoscerlo.

Il comportamento è stato osservato nei filmati raccolti da una serie di fototrappole posizionate in zone boscose della Repubblica di Guinea. A realizzare le riprese il team di ricercatori autori dello studio, tra cui Laura Kehoe dell’Università di Berlino, che ha parlato della scoperta anche in un articolo su The conversation. I suoi contenuti sono poi stati ripresi da molte testate, tra cui New Scientist e persino il Daily Mail, non esattamente un giornale scientifico.  Gli accumuli di pietre in certi casi sono anche molto ben riconoscibili e il comportamento degli animali, filmato in più occasioni, non sembra essere riconducibile a interessi pratici come la ricerca di cibo.

Un’ipotesi suggerisce che questo modo di agire sia una sorta di esibizione da parte dei maschi come segno di dominanza sugli altri maschi, o anche come metodo per attrarre le femmine. Dal punto di vista puramente pratico l’interpretazione potrebbe essere credibile: un tronco cavo rimbomba bene se colpito con un oggetto di peso adeguato, e produce anche frequenze particolarmente basse e capaci di propagarsi a distanza. L’accumulo di pietre sarebbe in tal caso dovuto al fatto che alcuni alberi si presterebbero meglio all’uso e quindi verrebbero utilizzati con più frequenza. Il comportamento però, sebbene sia stato principalmente osservato in maschi adulti, è stato registrato anche in femmine e giovani, e questo rende tale ipotesi poco plausibile. Inoltre, l’accumulo delle pietre all’interno delle cavità non sarebbe spiegato in maniera esaustiva.

Una raccolta di video di scimpanzé coinvolti nello studio, catturati su pellicola dalle fototrappole.

Un’altra ipotesi afferma che si tratti di un comportamento che anche per la storia umana ha segnato una svolta importante: la creazione di segnali di riferimento per stabilire i confini territoriali e favorire l’orientamento all’interno del bosco. Di certo un accumulo di pietre alla base di un albero costituirebbe un segnale inconfondibile, ma non spiegherebbe il comportamento associato alla sua creazione: basterebbe appoggiare le rocce, senza bisogno di lanciarle contro i tronchi, soprattutto con la notevole forza impiegata dalle scimmie nei filmati studiati.

E a questo punto l’ipotesi più fantasiosa, ma anche la più affascinante, si fa strada: e se si trattasse di comportamenti irrazionali? Potrebbe essere una sorta di atto rituale, simbolico o, perché no, religioso? E se gli alberi cavi fossero una sorta di luogo sacro creato dalle scimmie per motivi a noi non chiari? Un punto di riferimento a cui approcciarsi per comunicare con la natura e chiederle favori di vario genere? In fondo, sappiamo già che gli scimpanzé hanno comportamenti quantomeno insoliti e affascinanti (come le incredibili danze della pioggia osservate per la prima volta da Jane Goodall in Tanzania).

Di certo si tratta di un’interpretazione molto fantasiosa di un comportamento che per ora è soltanto di difficile comprensione e potrebbe avere una spiegazione molto più razionale. Gli stessi ricercatori sembrano comunque voler lasciare aperta la “finestrella” che ci fa vedere gli scimpanzé come animali irrazionali e interessati all’ultraterreno. Ed è facile capire perché: se dimostrata, una teoria del genere rappresenterebbe una sorta di rivoluzione nel modo con cui noi ci approcciamo al mondo animale. Le implicazioni, anche per l’interpretazione antropologica della religione, sarebbero enormi: forse il credere in qualche sorta di realtà spirituale o ultraterrena sono una necessità non solo di gran parte delle popolazioni umane ma anche di altri animali particolarmente complessi come le scimmie antropomorfe?

Si tratta di teorie affascinanti e ancora ben lontane dall’essere dimostrate o dimostrabili. Il caso degli scimpanzé della repubblica di Guinea si rivela comunque un evento di estremo interesse e di cui sarà bene seguire gli sviluppi anche in futuro. Anche perché nella letteratura scientifica possiamo trovare un piccolo precedente che ci dimostra che anche del mondo animale un po’ di irrazionalità esiste: in un celebre esperimento del 1947 infatti, lo psicologo americano Burrhus Frederic Skinner dimostrò che anche i piccioni sono superstiziosi e compiono riti scaramantici. E forse presto scopriremo che non sono gli unici.

A cosa pensava Darwin?

Piccole storie di grandi naturalisti

 

 

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A cosa pensava Charles Darwin quando, ormai anziano, passeggiava nei boschi che circondano la sua casa in campagna? E qual era il sogno di Konrad Lorenz, prima di voler diventare un’oca? Perché Jane Goodall si è ritrovata all’improvviso nel cuore dell’Africa a studiare gli scimpanzé? E cosa ha spinto David Attenborough sulla cima del monte Roraima, nel cuore dell’Amazzonia?
Il libro è una raccolta di brevi biografie di alcuni tra i più grandi naturalisti degli ultimi due secoli: ogni capitolo ha un diverso protagonista di cui vengono narrati pregi e difetti, vicissitudini e successi. Di storia in storia, si indaga cosa abbia spinto queste grandi donne e questi grandi uomini a dedicare la loro vita allo studio della natura, pur dovendo fronteggiare difficoltà di ogni genere per riuscire nell’impresa. Il libro è disponibile anche su Amazon, ha ottenuto ottime recensioni su varie riviste scientifiche (tra cui Le Scienze e la Rivista della Natura), sul sito della Fondazione Umberto Veronesi e su Ansa Scienza, è stato presentato in radio (Radio3 Scienza e Il Giardino di Albert, sulla Rete 2 Svizzera) e in televisione (GEO su Raitre). Si è inoltre classificato terzo nella categoria Scienze della vita e della salute per il 2016 nel concorso nazionale di divulgazione scientifica dell’Associazione Italiana del Libro.

Per ulteriori informazioni:

pagina dedicata su Amazon.it

pagina dedicata sul sito HOEPLI

Con il cuore (e le tonsille) nella foresta

ATTENZIONE: quanto segue, pur abbreviato e con le modifiche necessarie per il formato web, è il capitolo iniziale del mio libro “A cosa pensava Darwin? – Piccole storie di grandi naturalisti”. Per ulteriori informazioni, clicca qui.
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“Signora, non ho ancora un’idea chiara su di lei. Prima di prendere una decisione, voglio farle un test.”

“Mi dica.”

“Spero abbia presente che tipo di ambiente è la foresta pluviale del Borneo.”

“Certamente.”

“Bene. Allora mi dica, secondo lei, nella foresta pluviale del Borneo si possono trovare degli ospedali?”

“Ovviamente no.”

“Esattamente, non ci sono. E non ci sono strutture adeguate in caso di emergenza.”

“Ne sono perfettamente consapevole.”

“Bene. Allora mi dica, cosa pensa di fare della sua appendice?”

“La mia appendice?”

“Esattamente. Poniamo il caso che dovesse ammalarsi di appendicite fulminante in mezzo alla foresta, a decine di chilometri di distanza dal più vicino pronto soccorso, cosa penserebbe di fare? Se questa degenerasse in peritonite, potrebbe rischiare la vita. Ci ha pensato? L’unica soluzione sarebbe arrivare in Indonesia già senza l’appendice, in modo da non correre alcun rischio. Sarebbe disposta a farsela rimuovere prima di partire?”

“Certamente.”

“Ne è sicura?”

“Sì, ne sono sicura. Se lo riterrà necessario, mi farò togliere anche le tonsille.”

Immaginate la scena: una semisconosciuta primatologa di 22 anni di fronte a uno dei più grandi paleoantropologi di sempre, impegnata a convincerlo a sponsorizzare una spedizione nella foresta del Borneo per studiare gli orangutan. Il tutto dopo che quest’ultimo aveva già risposto in precedenza in modo tutt’altro che confortante.

Tre anni dopo, nel settembre 1971, la giovane scienziata, di nome Birutė Galdikas, grazie alla sua tenacia, stava per partire per un’avventura che l’avrebbe portata nel cuore della foresta pluviale indonesiana, e che dura tuttora.

Dopo non poche discussioni, suo marito Rod Brindamour decise di accantonare i suoi studi in campo informatico per seguirla. Avrebbe così svolto il ruolo di fotografo. Il giorno della partenza da Los Angeles, con loro avevano solo degli zaini con quattro cambi di vestiti ciascuno e tre copie di National Geographic. Dopo una breve tappa a Washington per un corso rapido di fotografia naturalistica, i nostri si fermarono in Kenya per incontrare il loro mecenate, Louis Leakey, e subito dopo in Tanzania, in visita a Jane Goodall per una formazione sul campo. Quest’ultima era stata scelta da Leakey per studiare gli scimpanzé nel loro habitat naturale.

 

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Louis Leakey (1903-1972) (foto: Wikimedia Commons)

Dian Fossey era stata invece inviata in Ruanda tra i gorilla di montagna. Insieme alla new entry di Birutė, le tre ricercatrici andarono così a comporre il gruppo delle Trimates, tre donne completamente dedicate allo studio delle grandi scimmie antropomorfe nel loro habitat naturale.

Grazie all’aiuto e al supporto del celebre paleoantropologo, arrivarono ben presto congrui finanziamenti dalla National Geographic Society e dalla Wilkie Brothers Foundation.

In breve tempo, nel cuore della foresta del Borneo, in quello che oggi è diventato il Parco Nazionale Tanjung Puting, nasceva il campo base di Birutė e Rod, battezzato, non a caso, Camp Leakey. Originariamente si trattava solo di un paio di capanne scalcinate, ex dimora di boscaioli, ubicate in un’area raggiungibile solo dopo un viaggio in canoa di alcune ore.

Ad accoglierli, però, invece degli oranghi ci furono soltanto legioni di zanzare e sanguisughe. Le scimmie, nei primi tempi, erano praticamente introvabili.

Prima di studiare i comportamenti di un orango bisogna riuscire a trovarlo. Questi animali, infatti, non solo sono particolarmente schivi, ma hanno anche l’abitudine di vivere ai piani alti della foresta pluviale, nell’intrico di rami e fronde che forma la sua sommità. In aggiunta, a differenza delle altre grandi scimmie antropomorfe, sono animali tendenzialmente solitari: i maschi conducono la propria esistenza in gran parte da soli, mentre le femmine possono al limite essere accompagnate da un unico cucciolo.

Per trovarli bisogna innanzitutto conoscere alla perfezione il loro stile di vita e, soprattutto, fare poco affidamento sulla propria vista: lassù in alto la massa rossastra dell’animale, che a terra salterebbe subito agli occhi, è molto poco distinguibile. L’intrico di rami è molto fitto, e quando è presente un’apertura, la visione controluce non aiuta a distinguere le sagome degli animali. Quello che tradisce la loro presenza è un rumore inconfondibile, il movimento dei rami piegati dal loro peso mentre si spostano placidamente di albero in albero. Altri indizi possono essere il rumore della corteccia strappata dagli alberi, o l’apertura di un frutto. Le “persone della foresta” (questo il significato del loro nome in lingua indonesiana) sono animali pacifici, silenziosi, molto intelligenti.

I piccoli seguono la madre ovunque vada, imparano da lei come si sopravvive nella foresta, come si cercano e si aprono i frutti, in che modo si apre un termitaio per mangiare gli insetti al suo interno, come ci si sposta di ramo in ramo, come si costruisce un solido nido per passare la notte tra le cime degli alberi. Il distacco avviene dopo 7-8 anni, e solo allora la femmina può provare ad avere un nuovo cucciolo: l’orango è la specie di mammifero in cui è presente la più grande distanza temporale tra una maternità e la successiva. Il perché è chiaro: la vita, lassù in alto tra i rami, richiede molte conoscenze e la separazione dalla madre, per i piccoli oranghi, può avvenire soltanto quando sono perfettamente in grado di nutrirsi, spostarsi e non correre rischi di alcun tipo anche senza una guida al loro fianco.

 

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(foto: Wikimedia Commons)

Senza le foreste, gli oranghi non possono sopravvivere. Tra i rami, le grandi scimmie rosse conducono il 95% della loro esistenza; la foresta pluviale è l’unico ambiente in cui sono in grado di procurarsi del cibo e proteggersi dalle insidie esterne.

Negli anni, l’opera di Biruté è diventata sempre più fondamentale per la conoscenza e la conservazione della specie: ben presto, infatti, all’attività di studio sul comportamento è stato affiancato un lungo e costante lavoro di salvataggio e reintroduzione dei piccoli oranghi rimasti orfani per la deforestazione.

La scomparsa della foresta tropicale indonesiana, la seconda per estensione al mondo dopo quella brasiliana, ha un principale colpevole: l’olio di palma. Questa materia prima è un componente base di tantissimi prodotti della nostra vita quotidiana e richiede costantemente nuovi terreni dove coltivare gli alberi da cui viene ricavata. Sebbene in tempi recenti alcune aziende virtuose abbiano iniziato a perseguire campagne per l’utilizzo di piantagioni create su terreni non originati dalla deforestazione, ancora oggi le foreste pluviali di Borneo e Sumatra, l’unica casa degli oranghi e di tantissime altre specie rare ed endemiche, continuano a cedere il passo a nuove piantagioni. Secondo le stime della stessa Birutė, negli ultimi 20 anni le popolazioni di oranghi allo stato selvatico si sono praticamente dimezzate.

 

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L’attuale areale di distribuzione dell’orango (Wikimedia Commons)

I pochi piccoli che sopravvivono alla deforestazione vengono talvolta catturati per essere rivenduti come animali da compagnia. Sebbene dopo una certa età questi debbano comunque essere allontanati e uccisi perché troppo grandi e intelligenti per poter essere tenuti in una casa, si tratta comunque di una minoranza fortunata: tutti gli altri orfani abbandonati nella foresta sono destinati a morte certa.

In questo contesto, il centro di rieducazione fondato da Birutė svolge ormai un ruolo molto importante. Decine di piccoli oranghi vengono salvati ogni anno. Gli operatori del centro seguono gli animali passo passo, talvolta prendendosi cura di animali di pochi giorni di vita. Ai piccoli viene insegnato come arrampicarsi sugli alberi, come procurarsi il cibo, come vivere nella foresta. Un poco alla volta, gli orfani imparano ad essere indipendenti, fino al momento in cui possono essere liberati: un prezioso lavoro di supporto a una specie sempre più a rischio.

Molto spesso, però, i più grandi successi arrivano solo dopo aver fronteggiato grandi sofferenze: dopo alcuni anni di permanenza in Borneo arrivò il divorzio da Rod, che aveva ormai intuito che per Birutė non ci sarebbe mai stato un ritorno in Canada, come lui invece desiderava. Birutė accettò anche la più dolorosa delle scelte: il loro unico figlio Binti, di pochissimi anni, sarebbe andato con suo padre; la sua vita al tempo consisteva nel vivere in mezzo agli oranghi e non aveva contatti con altri bambini. Era giusto lasciarlo partire.

 

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Birutė Galdikas nel 2012 (foto: Wikimedia Commons)

Al giorno d’oggi, Birutė Galdikas può essere tranquillamente considerata una delle massime autorità a livello mondiale sulla vita selvatica degli orangutan. Questo grazie a oltre 40 anni di esperienza sul campo, a una fondazione che salva decine di animali ogni anno, a centinaia di pubblicazioni scientifiche e conferenze in giro per il mondo, ad alcuni libri, tra cui il bestseller Reflections of Eden, alle copertine su National Geographic e molte altre riviste, a numerosi documentari televisivi di cui è protagonista. Ha collezionato una lunghissima serie di onorificenze per il suo lavoro di sensibilizzazione sul declino delle foreste asiatiche e sulla necessità di conservare la loro biodiversità.

Ancora oggi vive a Camp Leakey, nel cuore della foresta del Borneo, insieme a tanti collaboratori e scienziati, al suo nuovo marito indonesiano e ai suoi figli, e ad alcune decine di oranghi che stanno imparando ad affrontare le sfide della foresta.

E tutto questo senza mai farsi togliere le tonsille.

Killer apes

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Nel 1960, durante il suo primo anno di ricerche nella foresta di Gombe in Tanzania, Jane Goodall scoprì qualcosa di inaspettato per molti naturalisti e primatologi dell’epoca: gli scimpanzé sono efficienti e spietati predatori e, conseguentemente, la loro dieta prevede un consumo regolare di carne.

Per quale motivo tale scoperta fosse sorprendente è presto detto: le scimmie antropomorfe (apes per gli anglosassoni, per distinguerle da tutti gli altri primati, chiamati monkeys e creando, a mio avviso, una differenziazione piuttosto forzata) erano infatti  considerate al tempo quasi totalmente vegetariane, con piccole e trascurabili eccezioni. Bonobo, gorilla e orango sono in effetti in grandissima parte frugivori, e solo di rado si nutrono di insetti o piccoli vertebrati. Per gli scimpanzé, come osservato inizialmente dalla Goodall, è diverso: essi organizzano vere e proprie battute di caccia e orientano la loro predazione verso animali anche medio-grandi, come altre specie di scimmie o addirittura piccoli ungulati.

Ogni grande scoperta scientifica che si rispetti porta con sé tanti nuovi interrogativi e questa non fece certo eccezione viste le sue tante implicazioni, sia sull’etologia e le abitudini alimentari della specie Pan troglodytes ma anche e soprattutto sullo studio evoluzionistico dell’uomo e di come sia nato e si sia sviluppato l’istinto predatorio e il carnivorismo nei progenitori della nostra specie.

Il fatto di essere la “specie animale più affine all’uomo” e offrire il fianco a titoloni a effetto con il solito, abusatissimo 99% di genoma in comune (che in realtà è il 98%, come ha spiegato Katherine Pollard in un articolo su “Le Scienze”, ben ripreso da una voce di Wikipedia ottimamente compilata) può però essere un punto di partenza per ricerche – serie – sulla nostra specie, cercando di trovare o immaginare affinità tra il comportamento attuale delle scimmie di Gombe e quello dei progenitori dell’uomo, che, verosimilmente, abitavano ambienti simili e dovevano affrontare le stesse sfide per la sopravvivenza.

Nondimeno, il fatto di avere un antenato comune non lontanissimo nel tempo (i due “bracci” evolutivi di uomo e scimpanzé si sono presumibilmente separati qualcosa come 5-6 milioni di anni fa, secondo stime condivise dai più) ci può far capire che questi comportamenti siano nati sia da esigenze nutrizionali sia, sorprendentemente, anche sociali.

Uno studio condotto nel Taï National Park, in Costa d’Avorio, da Christina M. Gomes e Cristophe Boesch del Max-Planck Institut ha infatti approfondito nel dettaglio il comportamento predatorio degli scimpanzé, rivelando alcuni aspetti molto interessanti:

 – gli scimpanzé cacciano sia singolarmente che in gruppo, ma la caccia di gruppo è di gran lunga il sistema più diffuso;

– i gruppi sono composti di solito da una decina di scimpanzé, ma possono arrivare fino a 35 esemplari;

 – a cacciare sono soprattutto i maschi adulti o adolescenti; le femmine talvolta fanno parte dei gruppi di caccia, ma hanno per lo più ruoli marginali;

 – i gruppi di caccia sono organizzati molto bene, così come ben stabiliti sono i ruoli dei vari membri (spiegati con chiarezza da un articolo di Cristophe Boesch del 2001): ambusher, blocker, chaser, driver. In particolare, quando il gruppo ha accerchiato sui rami più alti e isolati della foresta i colobi rossi, scimmie arboricole che, sia a Taï che a Gombe, rappresentano di gran lunga la loro preda preferita, i ruoli degli accerchiatori e di chi poi sale a raggiungere le vittime è sempre prestabilito;

 -le battute di caccia sono più frequenti nei mesi della stagione secca, in cui per gli scimpanzé è più difficile procurarsi nutrimento vegetariano.

 Quello che è però interessante dal punto di vista sociale è che, a caccia terminata, avvenga una spartizione del bottino. La carne viene offerta dai cacciatori sia alle femmine (in estro e non), sia ad altri maschi. Nel primo caso è ovvia la connessione:  i cacciatori che offrono la carne alle femmine hanno maggiori possibilità di accoppiarsi (e pare che questo sia dimostrato proprio dal fatto che, statisticamente, i migliori cacciatori siano quelli che hanno anche un maggior successo riproduttivo). L’interesse è, in questo caso, a lungo termine, come dimostrato dal fatto che non sempre alle offerte corrisponda il concedersi da parte delle femmine e che le offerte siano rivolte anche a quelle non in estro. Per le offerte ad altri maschi invece le ragioni potrebbero essere legate ai rapporti sociali, alla pacificazione tra rivali o a semplici favori reciproci.

 Anche se si rientra nel campo delle ipotesi, è giusto a questo punto cercare i punti in comune con i nostri precursori, in particolare con gli Australopitecini, i progenitori più vicini all’antenato comune che ci separa dagli scimpanzé. Come ben sottolineato in un articolo di Craig Stanford pubblicato su American Scientist, è ben probabile che le implicazioni sociali, di successo riproduttivo e “politiche” nella creazione di gruppi di caccia e di spartizione del bottino fossero almeno in parte simili a quelle delle scimmie attuali; e questo nonostante le evidenti differenze, costituite da una società probabilmente più complessa di quella degli scimpanzé, l’andatura bipede già presente, ad esempio, in Australopithecus ramidus oltre 4 milioni di anni fa, canini meno sviluppati e così via.

 Questo ci potrà in futuro far capire ancora meglio quali siano stati gli equilibri sociali nei nostri progenitori più antichi, per capire cosa ci ha portato a diventare la specie opportunista che siamo oggi, anche se ovviamente si rimane nel campo delle ipotesi: l’etologia non è una scienza esatta e meno che mai lo è la paleontologia, ma quello che si è scoperto in questi ultimi decenni nelle foreste di Gombe e di Taï può senz’altro offrire un’affascinante finestra sul nostro passato e sull’evoluzione del nostro comportamento sociale.

Post scriptum: ringrazio Francesco D’Amico per la segnalazione del mio articolo sulla Fauna di Ediacara sul suo interessante blog The light blue ribbon. Grazie e alla prossima!

Jane Goodall – Le ragioni della speranza (1999)

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Questo libro non è una semplice autobiografia della protagonista di alcune delle più grandi scoperte riguardanti le scimmie antropomorfe più vicine a noi, ovvero gli scimpanzé, né un arido trattato scientifico in cui vengono elencati gli sviluppi dei suoi studi, ma si tratta in realtà della risposta a una domanda frequentemente posta alla sua autrice: c’è ancora speranza per il mondo in cui viviamo? La domanda che mi viene rivolta più spesso nei miei viaggi intorno al mondo scaturisce dal timore più profondo della gente: Jane, lei pensa che ci sia speranza? C’è speranza per le foreste pluviali in Africa? Per gli scimpanzé? Per gli africani? C’è speranza per il pianeta, il nostro bel pianeta che stiamo saccheggiando? C’è speranza per noi e per i nostri figli e nipoti?, scrive la Goodall.

La risposta fornita in questo libro a tutti questi interrogativi è il racconto della vita di una donna condotta prima in Inghilterra, poi tra le montagne dell’attuale Tanzania, a Gombe, nello studio ravvicinato degli scimpanzé in libertà, e infine, ed è tuttora così, in giro per il mondo a promuovere, con passione e coinvolgimento, il lavoro del Jane Goodall Institute, per la salvaguardia non solo del futuro delle scimmie a noi più simili e del loro habitat naturale, ma anche e soprattutto del mondo in cui viviamo. Speranza mantenuta e accresciutasi negli anni nonostante le infinite avversità che la Goodall ha dovuto affrontare, a cominiciare dall’infanzia vissuta in Inghilterra nel periodo bellico, la visita ad Auschwitz, la morte di una sua collega in Africa durante i suoi studi e al rapimento di altri quattro per chiederne un riscatto, la morte del secondo marito per cancro e altre mille difficoltà incontrate da una donna che ha sempre fatto della perseveranza, basata su una forte fede religiosa, il suo credo.

La narrazione della Goodall, fresca e coinvolgente, ci porta a far nostra la sua passione per la natura, gli animali e i viaggi in terre lontane e inesplorate, avuta sin dall’infanzia e che la condusse a fare il suo primo viaggio in Africa a 23 anni, per far visita a un’amica, e che cambiò radicalmente la sua vita. Ci racconta della scelta da parte del grande antropologo Louis Leakey di fare di lei la prima vera studiosa degli scimpanzé nel loro habitat naturale, dell’aver successivamente osservato l’utilizzo da parte di questi di ramoscelli, ben ripuliti e lisciati, per la raccolta delle termiti (scoperta rivoluzionaria nel campo delle scienze antropologiche, dato che fino ad allora solo l’uomo era ritenuto capace di creare e utilizzare degli utensili), dell’incontro con David Greybeard, primo degli scimpanzé ad aver stretto un contatto con lei e ad averla introdotta nel branco creando fiducia e rispetto tra i suoi compagni nei confronti della nuova arrivata, dell’osservazione diretta e commovente dei mille sentimenti ed emozioni che vivono i nostri cugini nel condurre la loro esistenza, del successo dei suoi studi e della nascita del Jane Goodall Institute for Wildlife Research, Education and Conservation e infine delle mille battaglie vinte per sensibilizzare l’opinione pubblica sui gravi danni che l’umanità sta arrecando al pianeta.

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E la risposta è chiaramente sì, c’è ancora speranza, perchè se è vero che da un lato le sofferenze, le atrocità e le ingiustizie che l’uomo arreca ai suoi simili e al mondo in cui vive sono sotto gli occhi di tutti, da un altro è innnegabile, e la vita della Goodall ne è una prova, che avendo fiducia nelle proprie possibilità e trovando tante persone nobili e generose che aiutano le giuste cause (è commovente l’incontro con Henri Landwirth, magnate sopravvisssuto in gioventù alla prigionia ad Auschwitz, emigrato in America, creatore dell’associazione Give Kids the World per i bambini malati terminali), alla fine si può essere ripagati appieno della propria opera e dei risultati ottenuti con essa, anche se, ed è Jane Goodall stessa a ricordarcelo, il viaggio non finisce mai.

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Jane Goodall in una foto recente

Biografia di Jane Goodall

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Jane Goodall nasce a Londra il 3 aprile 1934. Sin dai primi anni di vita dimostra un forte interesse per le tematiche naturali e per il mondo degli animali, anche su incoraggiamento della madre Vanne, che si dimostrerà una figura fondamentale e sempre presente nel corso di tutta l’esistenza della scienziata. A Jane vengono comprati molti libri sul mondo degli animali, e viene concesso di passare gran parte del proprio tempo all’aria aperta, in contatto con la natura. Il padre Mortimer decide di trasferirsi con tutta la famiglia in Francia quando Jane ha soltanto cinque anni di vita, per permettere a lei e alla sorella minore Judy di imparare il francese.

Le sue intenzioni vengono però frustrate pochi mesi dopo il loro arrivo, poiché le armate tedesche invadono la Cecoslovacchia, e per il timore di una guerra imminente Mortimer Goodall decide di ricondurre la famiglia in Inghilterra, per arruolarsi poco dopo nell’esercito inglese, e partire alla volta del fronte. I racconti degli aventi bellici, e il timore degli attacchi aerei da parte dell’aviazione tedesca, che compiva frequenti raid aerei sopra i cieli di Londra, porteranno Jane ad avere un profondo timore e un innato senso del rifiuto per la guerra, al punto da decidere di visitare, anni dopo la fine dei conflitti, i campi di concentramento nazisti; la visita ad Auschwitz segnerà profondamente Jane, donna dotata di profonda religiosità e sensibilità per le tematiche umanitarie. Terminata la guerra, l’interesse di Jane per il mondo degli animali e in particolare per i primati si accresce a dismisura, e quando, su invito dell’amica di scuola Marie Claude Mange (“Clo”). ha l’opportunità di recarsi in Kenya, accetta entusiasticamente.

Per finanziarsi il viaggio Jane lavora duramente e mette da parte ogni singolo penny che può permettersi, fino a raggiungere una cifra necessaria per poter partire alla volta dell’Africa, nel 1957. Pochi mesi dopo ha la fortuna di conoscere il celebre antropologo Louis Leakey, impegnato nei suoi studi paleontologici sull’origine dell’uomo e in particolare sulla storia e costumi della popolazione indigena dei Kikuyu.

L’incontro col celebre scienziato è la chiave di svolta nella vita della Goodall, che da lì a poco comincia a lavorare per Leakey, il quale da subito nota l’interesse della ragazza per il mondo naturale e in particolare per le scimmie antropomorfe. L’antropologo ha in programma di organizzare delle ricerche approfondite sugli animali geneticamente più vicini all’uomo, ovvero gli scimpanzé, e ha in progetto la realizzazione di un centro di ricerche a Gombe in Tanzania.

Occorre una persona giovane dotata di intelligenza ed entusiasmo, ma al tempo stesso con conoscenze ancora elementari nel campo, per evitare che il “fardello della conoscenza” possa influire sul risultato degli studi compiuti. La Goodall si rivela la persona ideale per il progetto, e sulla proposta del celebre scienziato Jane non ha dubbi e accetta entusiasticamente: entro pochi mesi la sua nuova dimora sarà definitivamente l’Africa. Da subito i detrattori di Leakey danno poco peso alle ricerche a Gombe, e pronosticano una rapida fine al progetto di studio sugli scimpanzé. Il paleontologo ha però idee molto chiare, e prepara da subito la Goodall a un progetto di ricerche a lungo termine.

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Nel 1960 Jane si trasferisce definitivamente a Gombe, destinata a diventare la sua seconda casa. Trascorre le giornate e spesso anche le notti nel territorio degli scimpanzé, in piena foresta, e poco per volta riesce a entrare in contatto con le scimmie.

La prima di queste a non aver più paura della ricercatrice e a introdurla del proprio territorio nella foresta è un giovane maschio adulto, ribattezzato David Greybeard, a cui Jane si affezionerà molto. Ben presto gli scimpanzé prendono confidenza con la nuova arrivata, e la accettano all’interno del loro territorio, consentendole di compiere osservazioni dirette sul loro stile di vita e sulle proprie abitudini, fino ad arrivare al contatto diretto e a una accettazione completa all’interno del gruppo. Poco per volta tutti gli scimpanzé di Gombe vengono ribattezzati: Freud, Fanni, Flo, Goblin e Gremlin sono alcuni degli animali con cui Jane trascorre le proprie giornate.

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Jane Goodall in compagnia di David Greybeard

Una delle principali scoperte compiute in questi anni riguarda l’utilizzo di utensili da parte degli scimpanzé, i quali si servono di rametti ben ripuliti per raccogliere le termiti e cibarsene. Questa è una delle prime testimonianze dirette sull’utilizzo di strumenti da parte di animali nel proprio ambiente naturale, e anche dal punto di vista antropologico la scoperta ha il suo peso, dato che fornisce una sorta di “fotografia” degli uomini primitivi che per la prima volta scoprono l’utilizzo di attrezzi.

Gli studi dalla Goodall rivelano molti aspetti sconosciuti degli scimpanzé, animali complessi, intelligenti e dotati di emozioni e sentimenti forti, oltre che di una complessa struttura sociale. Le ricerche condotte sulle scimmie ottengono un notevole successo e portano a Jane una grande notorietà, soprattutto grazie alle straordinarie somiglianze di comportamento tra uomini e scimpanzé che queste rivelano; pochi anni dopo, nel 1964, Jane sposa Hugo van Lawick, documentarista e fotografo olandese inviato da National Geografic a Gombe; da questa unione nasce il figlio Hugo Eric Louis, “Grub”.

L’anno seguente Jane si laurea in Etologia all’Università di Cambridge, per ritornare subito in Africa a continuare i suoi studi. Nello stesso anno istituisce il Gombe Stream Research Centre. Jane si dedica anche alla divulgazione scientifica, scrivendo alcuni saggi di grande successo, come il celebre L’ombra dell’uomo, in cui vengono confrontati il comportamento degli scimpanzé con quello degli umani e sottolineando le loro enormi somiglianze, e il recente Le ragioni della speranza, una sorta di autobiografia sui generis, in cui la Goodall sottolinea con convinzione il suo ottimismo sul futuro dell’umanità, ma anche quanto sia necessario un forte impegno da parte di tutti per tutelare il mondo in cui viviamo. Dopo il divorzio da Hugo van Lawick nel 1974, Jane si risposa l’anno seguente con il britannico Derek Bryceson, che morirà di cancro pochi anni dopo, nel 1980.

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Nel 1977 viene fondato il Jane Goodall Institute for Wildlife Research, Education and Conservation, organizzazione no–profit che ha come obiettivo principale la sensibilizzazione sulle tematiche ambientali e sulla tutela dell’ambiente e lo sviluppo delle ricerche riguardanti le grandi scimmie antropomorfe. Al giorno d’oggi l’associazione è il leader mondiale nella gestione e tutela degli scimpanzé e del loro habitat naturale. Tra le varie iniziative promosse vi è il programma Roots & Shoots, in atto in oltre 80 paesi mondiali, volto a sensibilizzare le nuove generazioni sulle tematiche ambientali e naturalistiche.

Tra le altre iniziative gestite dal centro ci sono cinque oasi faunistiche in Africa, e il progetto TACARE (dall’inglese take care, “prendersi cura”), sostenuto dalla Comunità Europea, che offre aiuto concreto a 30 villaggi africani con riforestazioni, l’assistenza sanitaria di base, la pianificazioni familiari, aiuto a donne e bambini orfani, e progetti di microcredito. Negli ultimi decenni Jane Goodall si è impegnata a promuovere l’opera dell’associazione viaggiando per il mondo e raccogliendo fondi per l’attuazione dei suoi progetti, divulgando a conoscenza scientifica e sensibilizzando il pubblico sulle grandi tematiche ambientali. Attualmente la Goodall è considerata una delle più grandi autorità nel campo delle ricerche sulle grandi scimmie antropomorfe, e i suoi studi sugli scimpanzé hanno portato e continuano ad aggiungere importantissimi dati alla conoscenza scientifica e allo studio dell’evoluzione degli uomini.

La ricercatrice inglese è stata inoltre insignita di numerosissime onoreficenze, tra cui il Premio Hubbard dalla National Geographic Society, il premio Lifetime of Discovery dalla Discovery Channel, il William Proctor Prize for Scientific Achievement, il Paul Getty Conservation Award, il titolo di Comandante dell’Impero Britannico (CBE) conferitole dalla Regina Elisabetta d’Inghilterra, l’Ordine dell’Arca d’Oro dai Paesi Bassi, il Premio Kyoto dal Giappone, la Medaglia Kilimanjaro dalla Tanzania, il premio Ghandi-King per la non-violenza 2001 e nel 2002 è stata nominata dall’Onu Messaggera Internazionale di Pace. Nello stesso anno ha partecipato alla conferenza di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile. Tra i vari riconoscimenti accademici si ricordano le onorificenze conferitele dalla Salisbury State University, la University of Philadelphia, l’Università di Utrecht, l’Università di Monaco, l’Università di Edimburgo, la Cornell University, e molte altre ancora.

Tra i vari approfondimenti disponibili in rete segnalo il sito ufficiale del Jane Goodall Institute for Wildlife Research, Education and Conservation, raggiungibile all’indirizzo

http://www.janegoodall.org/

e la sede italiana dell’istituzione, il cui sito ufficiale è disponibile all’URL

http://www.janegoodall-italia.org/