A cosa pensava Darwin?

Piccole storie di grandi naturalisti

 

 

copertina2

A cosa pensava Charles Darwin quando, ormai anziano, passeggiava nei boschi che circondano la sua casa in campagna? E qual era il sogno di Konrad Lorenz, prima di voler diventare un’oca? Perché Jane Goodall si è ritrovata all’improvviso nel cuore dell’Africa a studiare gli scimpanzé? E cosa ha spinto David Attenborough sulla cima del monte Roraima, nel cuore dell’Amazzonia?
Il libro è una raccolta di brevi biografie di alcuni tra i più grandi naturalisti degli ultimi due secoli: ogni capitolo ha un diverso protagonista di cui vengono narrati pregi e difetti, vicissitudini e successi. Di storia in storia, si indaga cosa abbia spinto queste grandi donne e questi grandi uomini a dedicare la loro vita allo studio della natura, pur dovendo fronteggiare difficoltà di ogni genere per riuscire nell’impresa. Il libro è disponibile anche su Amazon, ha ottenuto ottime recensioni su varie riviste scientifiche (tra cui Le Scienze e la Rivista della Natura), sul sito della Fondazione Umberto Veronesi e su Ansa Scienza, è stato presentato in radio (Radio3 Scienza e Il Giardino di Albert, sulla Rete 2 Svizzera) e in televisione (GEO su Raitre). Si è inoltre classificato terzo nella categoria Scienze della vita e della salute per il 2016 nel concorso nazionale di divulgazione scientifica dell’Associazione Italiana del Libro.

Per ulteriori informazioni:

pagina dedicata su Amazon.it

pagina dedicata sul sito HOEPLI

Pennuti sapienti

image

In alcune regioni della Cina, per secoli, i pescatori hanno addestrato i cormorani a tuffarsi, pescare e ritornare alla barca per riconsegnare il pesce al loro padrone. Un anello al collo sufficientemente stretto impediva loro di ingoiare le prede, ma ogni otto pesci uno era concesso agli uccelli tuffatori, a cui veniva allentato il blocco. Quando questo non accadeva, non era raro che i cormorani si ribellassero, rifiutando di tuffarsi e schiamazzando fino a ottenere la loro meritata ricompensa. Questo dimostra due cose: che i cormorani sanno contare fino a otto, e che soprattutto sono sufficientemente intelligenti da comprendere un concetto complesso come giustizia o ingiustizia.

Tra scimpanzé e gorilla che comunicano con il linguaggio dei segni, scimmie cappuccine che hanno scoperto l’utilizzo di attrezzi, delfini, cani e specie domestiche dotate di talenti di ogni genere, la classe dei Mammiferi, a cui noi stessi apparteniamo, sembra detenere senza dubbio lo scettro di gruppo animale più intelligente. Eppure non siamo gli unici in grado di risolvere enigmi complessi e dimostrare pura capacità discernitiva e una fervida immaginazione: di sicuro ci fanno compagnia almeno alcune specie dei nostri cugini alati.

In effetti gli esempi non sono pochi. E la cosa non dovrebbe stupire: ai tempi dell’università, studiando anatomia e fisiologia animale, mi era stato fatto notare da più di un professore come gli uccelli avessero mediamente un cervello di dimensioni ampiamente superiori alla media dei vertebrati, mammiferi esclusi. Certo, la coordinazione necessaria per dedicarsi a un’attività impegnativa come il volo ha favorito lo sviluppo di determinate aree encefaliche come il cervelletto, che difatti negli uccelli è molto accresciuto, ma è possibile che il particolare stile di vita che essi conducono abbia portato allo sviluppo dell’intelligenza e di un sistema di ragionamento complesso?

Non è facile stabilirlo, per vari motivi. In primis perché il termine “intelligenza” non è considerato da tutti gli studiosi allo stesso modo: per alcuni è la semplice predisposizione a risolvere enigmi, anche di tipo pratico, per altri è una caratteristica molto più vicina alla fantasia e all’immaginazione, e per altri ancora corrisponde alla capacità di fare propri concetti complessi come la coscienza di sé, l’empatia e la comprensione. Insomma, è difficile trovare un punto di vista comune su cosa sia e su come si possa definire più o meno “intelligente” un essere vivente.

In secondo luogo non va dimenticata la difficoltà pratica di studiare il comportamento degli animali selvatici nel loro ambiente, ancora di più quando questi possono involarsi al primo sospetto di essere osservati. Prima di cominciare a intuire anche piccole parti del comportamento di una specie occorrono migliaia e migliaia di ore di osservazione diretta sul campo e i risultati non sono mai garantiti, né tantomeno certi o definitivi.

Eppure alcuni esempi indubitabili ci fanno vedere come il detto comune bird’s brain, utilizzato dagli anglosassoni in termini dispregiativi, sia decisamente campato in aria; gli uccelli sono sicuramente molto più intelligenti di quanto venga loro dato credito. Vediamo alcuni esempi.

Nella cultura popolare corvi e gazze sono notoriamente riconosciuti come gli uccelli più astuti. Lo stesso Konrad Lorenz, nel suo celeberrimo L’anello di Re Salomone, ha parlato diffusamente delle taccole, descrivendole come animali curiosi, oltreché estremamente sensibili ed empatici. E in generale molti rappresentanti della famiglia dei corvidi, a cui corvi, gazze e taccole appartengono, dimostrano una spiccata intelligenza.

In certi casi per osservare queste dimostrazioni di perspicacia non bisogna avventurarsi nei boschi. Ecco un esempio celebre: un corvo comprende come utilizzare le automobili passanti come schiaccianoci, scoprendo anche il modo più adatto per non rischiare la pellaccia scendendo in strada.

Gli studi compiuti dagli scienziati Bernd Heinrich e Thomas Bugnyar sul corvo imperiale hanno dimostrato come questo animale sia in grado di compiere scelte consapevoli tra più alternative possibili, utilizzando la logica e l’esperienza pregressa: ad esempio, tirando e tenendo ferma una corda a cui era legata una ricompensa, o nascondendo il cibo alla vista dei rivali, allontanando solo quei rivali che conoscevano il nascondiglio e ignorando gli altri. Talvolta il livello di complessità di ragionamento era paragonabile a quello delle scimmie antropomorfe.

I corvi sono inoltre tra i pochi uccelli in cui è stato osservato in natura l’utilizzo di strumenti. L’esempio più lampante è dato da quello che per molti è il volatile più intelligente in assoluto, il corvo della Nuova Caledonia, di cui ha parlato anche National Geographic.

L’utilizzo di rametti per raccogliere il cibo dall’interno dei tronchi non è però esclusivo dei corvidi ma si può incontrare in altre specie come il fringuello picchio delle Galapagos (Camarhynchus pallidus), uno dei celebri Darwin’s finches che, con la loro incredibile varietà di soluzioni adattative, hanno aiutato lo scienziato inglese a dare vita alla sua teoria dell’evoluzione.

Molte di queste specie dotate di spiccata intelligenza vivono sulle isole, dove la pressione adattativa data da un ambiente particolarmente esigente e con poche risorse le spinge a trovare soluzioni immediate per procurarsi il cibo e in cui caratteristiche come fantasia e curiosità possono rivelarsi un’arma in più nella lotta per la sopravvivenza.

Tra le specie di uccelli particolarmente sapienti non si può dimenticare il neozelandese kea, degno rappresentante di un altro gruppo di uccelli dalla spiccata intelligenza come i pappagalli. In questo documentario della BBC, la voce di sir David Attenborough ci guida alla scoperta delle straordinarie capacità di questo pennuto, ormai diventato una sorta di mascotte nazionale.

E infine, per i più curiosi, ecco un simpatico confronto “testa a testa” nel risolvere alcuni rompicapi, in cui i contendenti sono il kea e il corvo della Nuova Caledonia, forse i due più meritevoli di ambire al titolo di “uccello più intelligente”. A voi stabilire il vincitore, a me basta la meraviglia nell’osservare cosa sono in grado di fare questi due splendidi animali.

Konrad Lorenz – L’altra faccia dello specchio (1973)

image

Tra le opere teoretiche di maggior importanza di Konrad Lorenz vi è senz’altro questo saggio datato 1973 (anno di conseguimento del premio Nobel da parte del suo autore). In quest’opera viene sottolineato come tutte le componenti del comportamento umano innato e appreso possano essere inserite in un’ottica di continuità filogenetica con la realtà naturale che circonda l’uomo.

In questo libro ho compiuto il tentativo, forse troppo audace, di dare una visione generale dei meccanismi cognitivi nell’uomo, scrive Lorenz.

Di certo il background culturale dell’autore, sia medico che biologo, lo ha aiutato a mettere insieme un’opera di tale portata, che rivela umiltà nel sottolineare l’ambiziosità del progetto in relazione alle sue comunque non illimitate conoscenze, associata però all’orgoglio nel tentare un lavoro mai realizzato in precedenza.

Finora infatti nel nostro pianeta non si è mai dato il caso di un’autoanalisi riflessiva della cultura umana, esattamente come, prima dei tempi di Galilei, non esisteva una scienza oggettivante della natura nel senso in cui la intendiamo noi. Ecco il perché di questo tentativo di un’analisi naturalistica della società e del comportamento umano, con tutti gli elementi classici dell’etologia di Lorenz, in particolare la difesa dell’idea del comportamento come l’intersecarsi di due elementi indispensabili e irrinunciabili come l’istinto e l’appreso. Tutti gli aspetti dell’analisi biologica degli individui, del loro comportamento e della struttura delle società che costituiscono, per la prima volta vengono così applicate all’uomo.

I tanti aspetti della vita umana, come l’abbigliamento, le mode, l’invarianza e l’evoluzione culturale, l’apprendimento e più in generale l’acquisizione di informazioni a qualunque livello vengono pertanto toccate con il distacco tipico di un naturalista: così Lorenz cerca di dimostrare, non senza ricchezza di esempi, che esiste una notevole continuità nella crescita e sviluppo della cultura umana in relazione al mondo naturale che la circonda.

Tutte le forme e i metodi di apprendimento presenti in natura, viceversa, si presentano nei vari piani che vanno a strutturare l’intelletto umano, sia a livello di singolo che di società. Il distacco tra il mondo naturale e l’ambito umano, teorizzato e sostenuto per secoli, viene poco per volta superato da una nuova ottica di continuità in cui quanto apparso precedentemente in natura è stato acquisito e sviluppato dall’uomo in forme culturali sempre più evolute e complesse, utilizzando però elementi già esistenti.

Il messaggio del saggio di Lorenz è probabilmente quello di sottolineare la straordinarietà dell’uomo in questo senso, ovvero il raggiungimento di livelli di complessità culturale e conoscitiva straordinari, pur utilizzando gli stessi metodi e forme di apprendimento che sono propri del mondo naturale. Sicuramente il lavoro in questione è estremamente ampio e ambizioso, ed è accostabile per forma e complessità ai lavori più ostici e teoretici dell’etologo austriaco, come Evoluzione e modificazione del comportamento, trattante le stesse tematiche, ed è pertanto consigliabile principalmente agli addetti ai lavori, sebbene alcuni passaggi (in particolare i ‘prolegomeni gnoseologici’ che fanno da introduzione al saggio e che esplorano le apparenti contraddizioni e i paradossi dell’Idealismo, in parte riconducibile a Kant, e i loro attriti con la visione del mondo da parte del Naturalista) possano rendere la lettura particolarmente appetibile anche agli appassionati di filosofia. In ogni caso un’opera di alto livello che cerca di spiegare e approfondire i concetti di ‘cultura’ e ‘apprendimento’ analizzandoli con l’occhio distaccato dello scienziato.

Konrad Lorenz – L’anello di Re Salomone (1949)

image

Ho da sempre associato la figura di Konrad Lorenz a quella di un vecchio saggio che ha condotto la sua vita in maniera appassionata ma al tempo stesso equilibrata, in armonia con sé stesso, con la natura e gli animali che lo hanno circondato nel corso tutta la sua esistenza, molto più che a quella del grande e influente scienziato, principale artefice della nascita di una nuova disciplina scientifica, l’etologia o studio del comportamento animale; ciò è dovuto in gran parte a questa sua opera, datata 1949, in cui è Lorenz stesso a confessare di averla scritta spinto dalla passione per lo studio degli animali e per la rabbia nata dall’aver letto tante, troppe storie ingiuste e crudeli nei confronti dei suoi beniamini.

Non si tratta difatti di un classico saggio scientifico scritto con rigore e compostezza di termini, ma di un vero e proprio gesto d’amore del grande scienziato nei confronti del mondo animale in tutta la sua varietà e meravigliosa ricchezza. È difatti un libro scritto con trascinante passione, che narra di oche selvatiche che credono di appartenere alla specie umana a causa dell’imprinting, che le ha legate indissolubilmente allo scienziato che le ha ‘covate’, e che per primo hanno visto al momento della loro nascita; di taccole disposte a sacrificare la loro vita pur di salvare le loro compagne; di pesci incredibilmente passionali, di gatti falsi, cani bugiardi, volpi molto meno furbe di quanto non voglia la tradizione; di acquari che si tramutano in grandi mondi inesplorati, creati con poche pianticelle e pesciolini raccolti dallo stagno vicino a casa, e di altri mille piccoli episodi legati a tutta la vita dell’autore, condotta nella casa di Altemberg in un piccolo paradiso incontaminato e popolato da tantissime specie diverse, conviventi in perfetta armonia. Vediamo insomma uno scienziato premio Nobel impegnarsi, in maniera quasi romanzesca, a narrare tutte le piccole e grandi meraviglie del mondo animale, rivelando di avere un coinvolgimento nei suoi studi che si spinge ben oltre la semplice ricerca di nuove scoperte per tramutarsi in una vera e propria passione che riesce a rendere partecipe il lettore dopo pochissime pagine.

Ciononostante, c’è molto più del semplice gusto di Lorenz nel raccontare con ironia e coinvolgimento in questo romanzo; si delinea, a poco a poco, il pensiero del grande scienziato austriaco sulle discusse tematiche dello studio del comportamento animale, come il corteggiamento, l’aggressività (protagonista di un altro suo grande saggio), l’amore, la territorialità e così via, ricordandoci, se ce ne fosse bisogno, che i comportamenti di noi umani non sono poi così lontani da quelli dei nostri ‘fratelli minori’; non è certo un caso, difatti, se gli studi di Lorenz, Von Frisch, Tinbergen (insigniti del premio Nobel per la medicina nel 1973) e pochi altri grandi scienziati hanno fornito un contributo prezioso allo studio del comportamento e della psicologia umana.

Forse questo libro ha due differenti chiavi di lettura: da un lato c’è l’amore, la passione e soprattutto il rispetto per la vita in tutte le sue forme, raccontata in maniera ora ironica, ora coinvolgente e appassionata, ora triste e malinconica, che ci permette di affrontare un approccio alla lettura analogo a quello per un romanzo sensu stricto, mentre dall’altro, forse parzialmente nascosta tra le righe, c’è la rigida convinzione dello scienziato che cerca di insegnarci che l’uomo non è poi così evoluto e superiormente distaccato nei confronti del resto del mondo naturale, e che il rispetto per la vita è un qualcosa di imprescindibile in una società che si presuppone civile. Il piccolo paradiso di Altenberg ha insegnato agli scienziati che per studiare a fondo e coerentemente il comportamento gli animali questi devono essere osservati in libertà; questo libro, invece, ci ha insegnato che per capire realmente la natura del mondo in cui viviamo forse non è sufficiente osservarla e rispettarla, ma bisogna realmente sentirsene parte. Probabilmente non sarebbe male ricordarselo anche in questi tempi di ecologia ‘usa e getta’.

image

Konrad Lorenz (1903-1989) gioca con un’oca selvatica, specie protagonista del suo saggio sul comportamento ‘Io sono qui, tu dove sei?’

Konrad Lorenz – Evoluzione e modificazione del comportamento (1965)

image

Lo studio del comportamento animale o etologia ha avuto una storia estremamente complessa e travagliata, con innumerevoli correnti e sottocorrenti di pensiero che hanno sfaccettato l’interpretazione delle conoscenze preesistenti e delle osservazioni sperimentali fornite dalla zoologia nel campo dello studio del comportamento animale.

In poco più di un secolo, da quando cioè l’etologia ha potuto definire i propri campi di indagine approfonditamente, distaccandosi dalle altre discipline naturalistiche per diventare scienza a sé stante, il dibattito sul comportamento animale ha cercato di stabilire quali siano le componenti fondamentali che danno origine al comportamento stesso.

Gli elementi basilari sono due: da un lato c’è un patrimonio genetico, ereditato da millenni di evoluzione e perciò selezionato e adattato all’ambiente, che dovrebbe fornire la matrice ‘innata’ del comportamento, dall’altra vi è l’influenza, tutt’altro che trascurabile, dell’ambiente stesso sulla crescita e la formazione dell’animale stesso e del suo comportamento (‘appreso’).

Konrad Lorenz, considerato il padre della moderna etologia (‘moderna’ in quanto una scuola di pensiero già piuttosto evoluta aveva posto le radici alla cosiddetta ‘psicologia comparata’ a cavallo tra XIX e XX secolo, e tra gli scienziati che la componevano vi era lo stesso maestro di Lorenz, Oskar Heinroth), al tempo della pubblicazione di questo libro cercò di fare il punto sulla situazione della disciplina, chiarendo gli aspetti fondamentali del suo pensiero e criticando la visione di alcune nuove scuole di pensiero.

Va detto difatti che ai tempi era ancora imperante tra gli etologi di scuola americana la corrente del ‘Behaviorismo’, che eliminava completamente dal piano comportamentale degli animali la sua componente innata, sottolineando il peso delle influenze ambientali nell’ontogenesi (sviluppo dell’individuo) dell’animale adulto, ponendo oltretutto l’accento sul fatto che una componente genetica, qualora presente, non fosse identificabile sperimentalmente e quindi dimostrabile, e su come in certi casi lo stesso sviluppo prenatale potesse influire sul comportamento dell’individuo.

Per molti altri etologi di lingua inglese invece il concetto di ‘innato’ non solo era inutile, ma anche sbagliato, poichè essi ritenevano che il comportamento fosse determinato in qualunque sua forma da due componenti, quella appresa e quella ereditata filogeneticamente e geneticamente, in livelli differenti a seconda dei casi, ma che comunque né l’una né l’altra parte fossero distinguibili e identificabili sperimentalmente in ogni singolo comportamento.

La primissima scuola di etologi europei, a cui faceva capo Heinroth e a cui si ascrive lo stesso Lorenz, aveva invece il difetto di ritenere che i due concetti di innato e appreso si escludessero a vicenda, e che ciascun comportamento potesse essere identificabile sperimentalmente come appartenente all’una o all’altra categoria. In questo senso lo stesso Lorenz confessa il proprio errore.

image

Konrad Lorenz (1903-1989)

Lo scopo principale del presente volume è quello di evitare che sia screditato un concetto che, anche se a volte è stato utilizzato in modo impreciso, è tuttavia indispensabile per affrontare in modo etologico lo studio degli animali. Il concetto è quello di “innato”, scrive Lorenz. Per perseguire questo scopo lo scienziato austriaco controbatte punto per punto le posizioni delle scuole sopraccitate, sottolineando come uno studio etologico debba essere compiuto, senza dimenticare una componente come quella dell’osservazione diretta in natura delle specie e l’approfondita conoscenza di tutti gli schemi di comportamento prefissati e preesistenti in esse (etogramma), e come, specie nella scuola Behavioristica, fosse stato dato un peso addirittura eccessivo allo studio sperimentale in laboratorio, che comunque forniva una fotografia deformata del comportamento reale dell’animale in natura, e spesso eccessivamente condizionato (ai limiti del patologico) per far sì che una componente innata fosse identificabile in esso. Lorenz inoltre sottolinea come sia fondamentale la funzione dei processi selettivi ereditati geneticamente, e già preformati per rispondere alle esigenze ambientali a cui la specie è adattata; l’influenza ambientale è sì importante, ma in molti casi fa da ‘fattore scatenante’ a determinati comportamenti ereditati geneticamente e quindi istintivi.

Infine, Lorenz sottolinea quelli che devono essere gli aspetti fondamentali del cosiddetto ‘esperimento di privazione’, ovvero verificare se l’animale, in assenza del fenomeno scatenante presente in natura, presenti ugualmente un determinato comportamento che in tal caso sarebbe innato, nel caso contrario appreso; l’esempio più classico è dato dal maschio di Spinarello Gasterosteus aculeatus, che in fase riproduttiva assume una colorazione rossastra sul ventre. Uno spinarello nel periodo degli amori attaccherà qualunque altro maschio rosso se invaderà il suo territorio, pur non avendone mai visto un altro nel corso della propria esistenza.

image

Maschio di spinarello (Gasterosteus aculeatus) nel periodo degli amori

Lorenz identifica gli aspetti fondamentali dell’esperimento di privazione in 5 punti fondamentali:

1)Un esperimento di privazione può dare informazioni certe solo sulla componente innata di un comportamento, non su quella appresa;

2)Chi compie questo tipo di studi deve conoscere nei minimi dettagli ogni singolo aspetto di tutta la catena di comportamenti che caratterizza la specie (ad es. tutta la fase di corteggiamento-riproduzione dello Spinarello) in modo da avere un buon ‘occhio clinico’ e verificare ogni minimo cambiamento in essa;

3)Ogni animale deve essere utilizzato per un solo esperimento, oppure per ogni soggetto deve essere stabilita una determinata sequenza di studi, in modo che in ciascuno di essi l’acquisizione di dati sia sotto controllo e permetta la verifica in esperimenti successivi; inoltre bisogna compiere un’approfondita distinzione tra i meccanismi motori e attivatori, e tra le sperimentazioni volte a identificarli;

4)L’ambiente artificiale in cui viene effettuato l’esperimento deve contenere anche l’azione-stimolo necessaria a scatenare lo schema di comportamento studiato;

5)I risultati di tali esperimenti potranno dare uno schema comportamentale affidabile solo se effettuati su animali con patrimonio genetico estremamente simile.

Per quanto ovvi, tali presupposti sperimentali non erano stati quasi mai rispettati in passato, e Lorenz fornisce a tal proposito numerosi esempi, sottolineando l’approssimazione e l’incertezza data da studi etologici ancora acerbi e incompleti. Un esempio su tutti viene esposto da Lorenz in conclusione del suo saggio, ovvero delle ‘confutazioni’ sperimentali effettuate su studi compiuti del suo allievo Tinbergen su tacchini, fagiani e oche selvatiche, effettuati in laboratorio su galline bianche livornesi(!).

In conclusione mi sento di sottolineare l’importanza di questo trattato, sia perché riassume il ‘Lorenz-pensiero’ su tutte le principali tematiche storiche dell’etologia, sia per l’appassionata ed estremamente interessante difesa alla componente istintiva del comportamento, spesso trascurata o di scarso interesse per gli studiosi del comportamento ‘in erba’, nonostante la sua fondamentale importanza. Ovviamente non bisogna aspettarsi una narrazione leggera e scorrevole come quella di un’opera divulgativa come può essere ad esempio L’anello di Re Salomone, anche se Lorenz si dimostra un eccellente narratore anche impegnandosi nel rigido e formale trattato scientifico, che risulta comunque ‘digeribile’ anche da chi non è solitamente abituato a questo tipo di lettura; ciononostante mi sento comunque di consigliarne la lettura a tutti gli appassionati di psicologia ed etologia, data la sua importanza storica e i temi trattati, tuttora fonte di dibattito presso la comunità scientifica.

image

Biografia di Konrad Lorenz

image

Konrad Lorenz nasce a Vienna il 7 novembre 1903, secondogenito di una famiglia di medici, figlio di Adolf Lorenz, celebre ortopedico, e Emma Lechter, presidente di una società letteraria. Il fratello Albert, maggiore di ben 18 anni rispetto a Konrad, segue la vocazione medica di famiglia, e si dimostra molto affettuoso e protettivo, così come tutta la famiglia, nei confronti dell’ultimo arrivato, nato da una gravidanza tardiva e, sostanzialmente, inaspettata. Konrad Lorenz dimostra notevole vivacità e intelligenza sin dai primi anni di vita, oltre a un grande amore per la natura sviluppatosi soprattutto nelle frequenti visite alla tenuta estiva della famiglia, ad Altenberg in Austria. Viene mandato nelle migliori scuole private della città, dove si rivela un eccellente allievo, rivelando grandi capacità comunicative e un’intelligenza vivace e curiosa. Il padre Adolf, figura affettuosa ma anche autoritaria e patriarcale, impone al figlio Konrad gli studi universitari in Medicina, sebbene l’interesse principale del giovane Lorenz sia già il mondo animale.

Nel 1922 parte per un tirocinio presso la Columbia University a New York, a cui però rinuncia quasi subito, ritornando presto in Austria e stupendo la propria famiglia per tale decisione. Ricomincia comunque gli studi in Medicina, e consegue la laurea in tale disciplina nel 1928, per diventare poi assistente del professore di Anatomia dell’Ateneo. L’anno precedente aveva sposato l’amica dei tempi d’infanzia Margarethe “Gretl” Gebhardt, medico ginecologo, più grande di lui di un anno, da cui avrà le due figlie Agnes e Dagmar e un figlio maschio, Thomas.

image

Konrad Lorenz e la moglie Margarethe in una foto d’epoca

Nonostante gli studi in Medicina, Konrad dedica gran parte del suo tempo libero all’osservazione degli animali in natura; fra i suoi primi studi è celebre un diario sulle osservazioni a Jock, un uccellino di cui lo scienziato studia e descrive minuziosamente il comportamento e le abitudini di vita. Un giornale di ornitologia pubblica le osservazioni del diario, dando a Lorenz una discreta notorietà nel campo che lo aiuterà in futuro. Un’altra passione che lo coinvolge fortemente è la motoristica: in questo periodo partecipa a numerose competizioni motociclistiche. Libero finalmente dalle imposizioni familiari, Lorenz può dedicarsi a tempo pieno alla sua vera passione; si iscrive alla facoltà di Zoologia di Vienna, scienza in cui si laureerà nel 1933. Nel periodo immediatamente successivo svilupperà gran parte degli studi sperimentali per i quali è celebre, in particolare lo studio sulle oche selvatiche ad Altenberg, e le taccole; unitamente a questi svilupperà e approfondirà le sue teorie sul comportamento animale, rivalutando in particolare la componente “innata” di questo, in contrapposizione con quanto sostenuto dalla scuola americana dei Behavioristi, secondo la quale tutti i suoi aspetti principali sono riconducibili a conoscenze apprese nel corso dell’esistenza dell’animale, e quindi tralasciando in gran parte quanto ereditato geneticamente. Buona parte di questa “rivalutazione” dell’innato è riassunta da Lorenz in Evoluzione e modificazione del comportamento, che pubblicherà molto più in là.

image

In particolare, dallo studio sulle oche selvatiche, Lorenz approfondisce minuziosamente il comportamento dell’imprinting, il fenomeno che determina un attaccamento affettivo profondo del pulcino al primo vivente che vede dopo la schiusa dell’uovo, anche se non appartenente alla propria specie, che da quel momento viene riconosciuto come propria madre. Lo stesso Lorenz viene riconosciuto come genitore naturale da svariate oche, che lo seguono fino al completo svezzamento. A dare ulteriore celebrità allo studioso austriaco sono numerose sue immagini che lo immortalano in compagnia di schiere di giovani oche che lo segono in fila indiana, o nuotano con la propria ‘madre’ umana. Questi studi riguardano direttamente anche la celebre oca Martina, protagonista del suo saggio sul comportamento Io sono qui, tu dove sei?. Lorenz sviluppa inoltre la teoria secondo la quale per determinati comportamenti animali occorre un ‘evento scatenante’ che renda questi attivi per la prima volta nel corso dell’esistenza dell’animale.

image

Questa teoria viene sviluppata in collaborazione con l’amico e collega Nikolas Tinbergen, che verrà in seguito insignito del premio Nobel proprio insieme a Lorenz. Dal 1937 in poi Lorenz insegna psicologia animale e anatomia comparativa all’Università di Vienna, e nel 1940 diventa anche professore di psicologia all’Università di Konigsberg. Nel 1941, in piena II Guerra Mondiale, Lorenz si arruola nell’esercito della Germania nazista, viene fatto prigioniero dall’esercito russo nel 1944, e tenuto in un campo di prigionia a Everan, in prossimità del monte Ararat (dove, secondo la tradizione, attraccò l’Arca di Noè) fino al 1948; durante questo periodo esercita la professione di medico e si fa ben volere da tutti, grazie alla sua simpatia irrefrenabile e a un carattere allegro e gioviale. Una volta liberato e ritornato ad Altenberg, torna all’Università di Vienna e inizia a collaborare con la Max Planck Society for the Advancement of Science. Nel 1949 viene pubblicato il suo libro più celebre, l’Anello di Re Salomone, conosciuto e rinomato dagli appassionati di tutto il mondo, in cui Lorenz, utilizzando un linguaggio schietto e distante dal rigore accademico tipico dei trattati scientifici, racconta e trasmette tutto il suo amore per il mondo animale e la propria esperienza personale di un ambiente familiare ormai tramutatosi in un autentico zoo popolato da cani, gatti, oche, acquari e mille altre specie, il tutto immerso nel piccolo paradiso naturale di Altenberg. Il libro è celeberrimo tuttora, ed è una delle opere letterarie trattanti tematiche naturalistiche più lette e diffuse nel mondo.

Nel 1955, grazie alla collaborazione della Max Planck Society, Lorenz fonda e dirige l’Istituto di fisiologia comportamentale di Seewiesen in Baviera, insieme all’etologo Gustav Kramer e al fisiologo Erich von Holst. Dopo la morte di questi, Lorenz resterà l’unico direttore dell’istituto. Durante questo periodo Lorenz evolve le sue teorie, approfondisce gli studi sulle analogie tra comportamento umano e animale, e sviluppa un’attenta analisi della storia e dell’evoluzione dell’Umanità. Parte di queste riflessioni verranno riassunte in altri bestsellers, come Il cosiddetto male e Il declino dell’uomo. Altra opera fondamentale per la definizione delle sue teorie sul comportamento è L’altra faccia dello specchio, in parte sviluppata da alcuni suoi manoscritti del periodo di prigionia in Russia.

Altri studi di Lorenz riguardano alcune particolari forme comportamentali come l’aggressività, a cui verrà dedicato un altro saggio di successo, e il cui studio verrà in parte applicato anche alla storia dell’uomo in un parallelismo con le guerre proprio ne Il cosiddetto male. Nel 1973, insieme ai colleghi e amici Nikolas Tinbergen e Karl Von Frisch, Konrad Lorenz viene insignito del premio Nobel per la Medicina per gli studi e le scoperte sul compotamento animale. Lo stesso anno Lorenz si ritira dal Seewiesen Institute e ritorna nella sua Altenberg, dove continua a scrivere e dirige il dipartimento di sociologia animale all’Accademia Austriaca delle Scienze. La Max Planck Society inoltre costruisce un laboratorio per le sue ricerche scientifiche nella sua stessa abitazione. Negli ultimi anni di vita Lorenz continua la sua opera di divulgatore e si schiera in numerose campagne per la tutela dell’ambiente e degli animali. In particolare è celebre la sua partecipazione a una contestazione nei confronti di un progetto di centrale idroelettrica sul suo amato Danubio. Un anno dopo la dolorosa scomparsa della moglie Gretl, Konrad Lorenz muore il 27 febbraio 1989, all’età di 85 anni, ormai unanimemente considerato come il padre dell’etologia moderna.

Gli approfondimenti disponibili in rete sulla figura di Konrad Lorenz sono innumerevoli. Tra i tanti, segnalo il sito ufficiale del Konrad Lorenz Institute for Evolution & Cognition Research (KLI):

http://www.kli.ac.at/

Un’altra associazione direttamente legata alla figura di Lorenz è il Konrad Lorenz Institute for Ethology, il cui sito ufficiale è raggiungibile all’URL:

http://www.oeaw.ac.at/klivv/