Storie di leoni, di Africa, di cinema e di YouTube

Nel 1970, Virginia McKenna e Bill Travers, coppia di acclamati attori inglesi, entrarono in un negozio di mobili a King’s Road a Londra, alla ricerca di una scrivania. I due non avrebbero mai potuto immaginare che questa semplice commissione li avrebbe resi l’anello di congiunzione tra le storie di due dei più celebri animali selvatici di tutti i tempi.

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George Adamson (1906-1989)

Per raccontare questo affascinante intreccio di vicende, bisogna introdurre uno dei protagonisti assoluti della storia dell’attivismo ambientale in Africa, nonché uno dei simboli della lotta al bracconaggio e allo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali da parte dell’uomo.

Sono ormai passati oltre 25 anni dalla tragica scomparsa di George Adamson, il Baba ya Simba (padre dei leoni) che tanto ha fatto per sensibilizzare il pubblico sulla tutela degli animali selvatici. Eppure, il suo lungo lavoro di studio, allevamento e reintroduzione dei grandi predatori nel loro ambiente naturale non è andato perduto. Il suo nome è tutt’oggi associato ai maestosi scenari della savana africana e all’amore per la vita selvatica, in buona parte grazie alla notorietà giunta negli anni dal cinema, dai documentari e da una costante attenzione da parte dei media di mezzo mondo.

Adamson iniziò la sua carriera come guardacaccia nel 1938, nelle zone settentrionali del Kenya che coincidono con l’attuale Parco Nazionale di Meru. La sua attività proseguì fino al 1961, anno in cui decise di andare in pensione. La sua permanenza in quest’area durò invece fino al 1970, quando si trasferì nella Kora National Reserve (ora parco nazionale), sempre in Kenya. Qui si dedicò totalmente all’allevamento di animali allevati in cattività o rimasti orfani, allo scopo di reintrodurli in natura, attività a cui si era già dedicato in passato e per la quale era divenuto celebre, grazie in buona parte a sua moglie Joy.

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Joy Adamson (1910-1980)

Joy, che aveva sposato George Adamson in terze nozze, era un’illustratrice: aveva creato molti pregevoli dipinti della natura africana che le avevano fruttato un buon nome nel campo. Tuttora gran parte delle sue opere sono conservate in un museo a Nairobi. Era innamorata dell’Africa e della sua natura selvaggia, sebbene il suo arrivo fosse stato dettato da cause non dipendenti dalla sua volontà: dall’Austria si era trasferita in Kenya insieme al primo marito, di origini ebraiche, per fuggire all’avvento del nazismo.

Il suo talento artistico si rivelò presto anche nella scrittura quando, nel 1960, diede alle stampe il suo primo racconto, Nata libera, in cui narrava la vera storia della leonessa Elsa, che era stata allevata da lei e da George per essere reintrodotta in natura.

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Elsa (1956-1961)

Le vicende di Elsa sono ancora oggi conosciutissime: George Adamson, svolgendo il suo ruolo di guardacaccia, era andato alla ricerca di un leone che aveva sbranato degli uomini, per abbatterlo. Durante la battuta di caccia, Adamson e i suoi compagni vennero improvvisamente aggrediti da una leonessa a cui dovettero sparare, uccidendola. L’animale, in realtà, stava solo proteggendo il suo territorio e la sua famiglia: una cucciolata di tre femmine, che in seguito vennero chiamate Big One, Lustica ed Elsa.

Adamson, al ritorno dalla battuta di caccia, portò le tre leoncine con sé e decise di tenerle, per svezzarle ed evitare loro una morte certa. Elsa era la più piccola ma anche la più curiosa e intraprendente e, soprattutto, la più docile e affezionata agli uomini. Mentre le sue sorelle, una volta svezzate, vennero inviate allo zoo di Rotterdam, per Elsa si decise di provare a reintrodurla in natura. Dopo lunghe peripezie e non pochi fallimenti, gli Adamson riuscirono a restituire Elsa all’ambiente selvaggio in cui era nata. Circa tre anni dopo, Elsa tornò a salutare i suoi genitori adottivi in compagnia dei suoi tre cuccioli, i maschi Jespah e Gopa e la femmina Little Elsa. La leonessa morì nel 1961 dopo aver contratto una malattia infettiva, la piroplasmosi. Al suo funerale, Adamson sparò venti colpi di fucile in sua memoria. Ancora oggi la sua tomba, ubicata nel Parco Nazionale di Meru, è oggetto di visita da parte di tanti amanti della natura. Per i tre figli di Elsa, essendo mal visti da buona parte della popolazione locale, fu necessario un trasferimento in Serengeti, in Tanzania, dove finalmente riuscirono a trovare un ambiente a loro favorevole.

Il romanzo Nata Libera ebbe subito un grande successo di pubblico, trasformando George e Joy Adamson in celebrità di livello internazionale. Stessa cosa per il suo seguito Living Free, racconto in cui venivano raccontate le vicissitudini dei cuccioli di Elsa. Dalla carta stampata alle cineprese il passo fu breve: cortometraggi, documentari e serie televisive negli anni a venire avrebbero celebrato l’epopea degli Adamson e il loro grande amore per la natura selvaggia. Ma fu soprattutto la trasposizione cinematografica del primo romanzo di Joy, l’omonimo Born free (Nata libera nella sua traduzione italiana) a rendere i coniugi inglesi delle celebrità a livello planetario. Il film fu un grandissimo successo e divenne immediatamente un classico del cinema per ragazzi. E, manco a dirlo, per interpretare gli Adamson vennero scelti proprio i nostri Bill Travers e Virginia McKenna, che erano coniugi anche nella vita reale.

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Poster originale di “Nata libera” (1965) (fonte: Wikipedia)

Quello che non tutti sanno è che durante la lavorazione del film gli Adamson collaborarono attivamente come consulenti e addestratori dei leoni e strinsero una sincera amicizia con i due attori scelti per rappresentarli. Questi ultimi, da parte loro, furono profondamente segnati dall’esperienza e, pur proseguendo con successo nelle loro carriere, da quel momento decisero di dedicarsi attivamente alla salvaguardia della natura.

Ed eccoci tornati al 1970 e al nostro negozio di mobili in King’s road. Erano passati pochi anni dalle riprese di Born free e i due attori avevano fresca memoria della loro esperienza in Kenya. Al primo piano del negozio, ad attenderli, c’era una sorpresa inaspettata: era Christian, un leone maschio di pochi mesi ma dalle dimensioni già notevoli. Il leone, di proprietà di due ragazzi australiani, John Rendall e Anthony “Ace” Bourke, era stato acquistato nei celebri magazzini Harrod’s di Londra l’anno precedente. Ai tempi la legislazione britannica consentiva l’acquisto e l’allevamento di animali esotici in casa, e anzi nella mondana capitale inglese di fine anni ‘60 stravaganze come portare un cucciolo di leone o di leopardo al guinzaglio erano piuttosto comuni.

I due ragazzi, dipendenti del negozio di mobili, avevano trovato nel primo piano del negozio un buon accomodamento per il loro cucciolo, ma la rapida crescita e il notevole aumento di peso cominciavano a creare più di un problema nel suo mantenimento. Per permettergli di fare qualche corsetta, il vicario del quartiere permise ai proprietari di Christian di farlo passeggiare liberamente nel camposanto (!).

In questo senso l’arrivo dei due attori amici degli animali fu provvidenziale: i ragazzi australiani non esitarono a chiedere aiuto per Christian, al fine di evitargli una triste fine dietro alle sbarre di uno zoo. Subito i coniugi Travers si dissero entusiasti di poter dare una mano e contattarono George Adamson (che nel frattempo si era separato da Joy) per vedere se fosse possibile fare con Christian quello che era stato fatto con Elsa e con tanti altri animali.

L’impresa non era facile e lo stesso Adamson si disse dubbioso: c’era una bella differenza tra il reintrodurre nella savana africana degli animali già selvatici all’origine e provare a far adattare a un nuovo ambiente un leone proveniente da uno zoo e discendente da animali a loro volta addomesticati. Ciononostante, il “padre dei leoni” prese a cuore la causa e accettò di prendersi in carico Christian.

Dopo lunghe trattative con le autorità del Kenya, inizialmente restie ad accettare l’introduzione dell’animale sul loro territorio, alla fine l’autorizzazione arrivò. Durante questo periodo di attesa, Christian venne custodito nella tenuta personale dei Travers in Surrey, in un recinto creato appositamente per lui. Poco dopo aver compiuto l’anno di età, Christian era finalmente in volo verso la riserva di Kora.

Adamson aveva pensato di creare un branco di animali in cui Christian potesse integrarsi e adattarsi gradualmente alla savana. Venne affiancato a un altro leone maschio più grande, anch’esso allevato per anni da Adamson e chiamato Boy, che sarebbe stato il capobranco. Dopo una forte aggressività iniziale da parte di Boy, i due leoni strinsero una forte amicizia. Al branco venne poi aggiunta una femmina, Katania.

Purtroppo la storia del branco fu accompagnata da molte disgrazie: Katania venne aggredita da un coccodrillo, mentre un’altra femmina che le era stata affiancata venne uccisa da un branco rivale. Lo stesso Boy ebbe una tragica fine: Stanley, cuoco della riserva e amico di Adamson, si era allontanato dalla zona sicura per raccogliere del miele selvatico. All’improvviso si accorse di essere seguito da Boy e, spaventato, si mise a correre scatenando l’istinto predatorio del leone. Boy lo azzannò e Adamson, sopraggiunto, fu costretto a sparargli, uccidendolo. Lo stesso Stanley morì due giorni dopo per le ferite riportate. La tragedia causò un grande clamore mediatico e alcune persone cominciarono a sollevare dubbi sulla pericolosità del progetto di Adamson.

In ogni caso, il lavoro di reintroduzione di Christian proseguì, fino a che l’animale sembrò perfettamente in grado di vivere nella savana. Nel 1974 Christian, ormai un leone adulto, era a capo di un branco e aveva avuto cuccioli con due femmine. Rendall e Bourke, confortati da questa notizia, chiesero ad Adamson di reincontrare quello che era stato il loro cucciolo. Il naturalista si disse scettico, sia perché dubitava che il leone li avrebbe riconosciuti, sia perché erano mesi che Christian non si faceva vedere vicino al campo base. Ma le cose andarono in un modo del tutto inaspettato.

Il giorno dell’arrivo dei due ragazzi, infatti, Christian apparve dalla sua roccia preferita, a breve distanza dal campo, come se stesse aspettando qualcuno. L’incontro fu memorabile: dopo un attimo di indecisione e ripetuti sguardi di verifica, Christian scese dalla roccia e corse incontro ai suoi amici di infanzia, abbracciandoli e mostrando una gioia incontenibile nel rivederli dopo così tanto tempo. Dopo poco, anche il resto della famiglia di Christian venne a salutare i suoi amici umani.

Tre mesi dopo avvenne un altro incontro, l’ultimo, tra il leone e i suoi ex padroni. Da lì in poi Christian non fu più visto, ma Adamson ha ipotizzato che abbia trascorso serenamente i suoi ultimi anni in prossimità della Riserva Naturale di Meru, a breve distanza da Kora.

Tutti questi incontri vennero fotografati e filmati, dando origine a un gran numero di documentari su Christian che fecero il giro del mondo. L’amicizia di Rendall e Bourke con il fotografo Derek Cattani fu di grande aiuto in tal senso. Ma l’evento che più di ogni anno riportò l’attenzione dei media mondiali sulle vicende dell’animale fu la pubblicazione su YouTube del toccante video del ricongiungimento, nel 2006. Pubblicato dalla studentessa californiana Lisa Williams, il video divenne immediatamente virale e raggiunse in brevissimo tempo i cinquanta milioni di visualizzazioni. L’originale è stato rimosso, ma varie altre versioni sono disponibili in rete, come questa:

Alla fine, comunque, tutta questa attenzione da parte dei media è servita a sensibilizzare il pubblico sulla conservazione degli ambienti naturali e della fauna selvatica. In particolare, la notorietà di Elsa e Christian ha permesso di mantenere in vita fino a oggi i progetti nati dai protagonisti di questa vicenda: il George Adamson Wildlife Preservation Trust e la Born Free Foundation, quest’ultima creata da Bill Travers e Virginia McKenna.

Gli stessi protagonisti della vicenda hanno avuto sorti alterne. Da un lato i due attori, rimasti insieme fino alla morte di lui nel 1994, hanno avuto tanti altri successi televisivi e cinematografici e hanno continuato a dedicarsi all’ambiente. Virginia McKenna, in particolare, è ancora a capo della fondazione ed è molto impegnata nella promozione delle sue attività. Dall’altro lato Joy Adamson, nel 1980 (dieci anni dopo la separazione dal marito) venne barbaramente uccisa da un suo ex dipendente, forse a causa di debiti non saldati. Sulla sua morte però non è mai stata fatta del tutto chiarezza. George Adamson morì invece nel 1989 vicino a Kora, in un conflitto a fuoco con dei banditi somali mentre stava accorrendo in difesa di un turista che era venuto a trovarlo e che si salvò per merito suo. Oggi si trova sepolto nel Kora National Park a fianco di suo fratello Terrance, di Super Cub, il cucciolo preferito di Terrance, e del suo amato leone Boy.

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Caro dentista del Minnesota

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Caro dentista del Minnesota, mi permetto di scriverti questa lettera per darti un paio di semplici consigli.

Ho letto della tua disavventura, del tuo innocente safari in Zimbabwe che ha portato alla morte di Cecil, il maestoso leone dalla criniera nera che era un po’ il simbolo di quella savana e, per alcuni, addirittura della nazione. Ho letto che hai dichiarato di non essere a conoscenza della notorietà dell’animale. Ho letto che hai anche affermato di essere dispiaciuto per quanto accaduto, e di come tu comunque non abbia, in realtà, commesso alcun crimine. Tutto molto toccante.

Certo, è interessante notare come ora i tuoi compagni di safari locali ora siano sotto processo e rischino fino a 15 anni di carcere. Allo stesso modo, mi sono molto stupito nel leggere che, in passato, avevi ucciso illegalmente un orso nel tuo paese. Ma, in fondo, capita. Magari si era trattato di un malinteso. D’altra parte, hai dichiarato che pratichi la caccia “responsabilmente”.

Infatti sono sicuro che quando hai attirato Cecil al di fuori dei confini del parco con un’esca lo hai fatto responsabilmente; quando lo hai colpito con arco e frecce e lo hai seguito per 40 ore lo hai fatto responsabilmente; e anche che, dopo questa lunghissima agonia, quando lo hai finito col fucile e poi lo hai scuoiato e decapitato, hai fatto tutto questo responsabilmente.

Sono sicuro che a casa tua, in Minnesota, sei una persona apprezzata e rispettata. Sono sicuro che pratichi la tua professione con dedizione, che curi il giardino e i rapporti col vicinato, e che se c’è bisogno di aiutare una vecchietta ad attraversare la strada non ti tiri certo indietro. Purtroppo però, a causa di questa disavventura, chiunque altro nel mondo ti odia. Ti odia ferocemente. E non si tratta solo dei ragazzi che assaltano le baleniere col gommone, no. Si tratta di gente comune, come lo sei tu e come lo sono io. E forse la causa di questo odio non è lo sfortunato esito del tuo safari in Zimbabwe, ma è proprio il tuo hobby.

E no, non tirare fuori i bracconieri per spiegare il costante declino della fauna africana. Lo sai anche tu che il problema non è causato solo da loro. Spesso è la mancanza di mezzi a disposizione delle autorità a impedire di contrastare la caccia illegale. A volte si tratta di gente benestante come te che allunga una bustarella al guardiacaccia di turno, ben sapendo quanto questo riceva uno stipendio ridicolo per il suo lavoro, peraltro pericoloso. Altre volte i bracconieri sono dei poveracci che campano sul traffico illegale di avorio, corni di rinoceronte, persino mani di gorilla vendute come posacenere. Ma non è solo colpa loro. In un continente che da decenni si confronta costantemente con guerre civili, povertà, carestie e fame uno come te, che spende 50.000 dollari per uccidere un leone, è una risorsa preziosa. E, anche se sosterrai il contrario, nonostante si insista nel favorire la caccia legale per contrastare il bracconaggio, negli ultimi trent’anni le popolazioni di tutti i grandi mammiferi africani sono calate, in certi casi crollate. Forse è giunto il momento di dare l’addio proprio alla caccia.

Pensaci: ormai è diventata un divertimento obsoleto. Fosse stato un safari alla fine dell’Ottocento magari avresti dimostrato il tuo coraggio nell’affrontare l’ignoto e le bestie feroci. Ma oggi basta qualche ora di aereo e sei in Africa. Sali su una jeep, spari uno o due colpi col tuo fucile di precisione ed ecco fatto, hai ucciso un leone. Non è certo questa grande prova di forza, né di coraggio. Meno che mai mi sentirei di definirlo uno sport. Ok la vita all’aria aperta, ok l’adrenalina, ma dimmi un po’ tu se non esistono altri modi per godere della natura africana. Magari, non so, con una macchina fotografica o una videocamera? Non è abbastanza “da uomini” immortalare gli animali selvatici senza ucciderli?

Devo forse dubitare che anche tu sia affetto dalla Sindrome del Micropene? Sai, quando ci sono quelle immotivate esibizioni di machismo fine a se stesso, tipo quando vedi quelli che gonfiano i muscoli in spiaggia, o fanno le sgommate col macchinone sportivo, e a te viene solo il dubbio che in realtà siano alla ricerca di una compensazione per la loro scarsa dotazione tra le gambe. Ecco, ci siamo capiti.

Ma sai, volevo raccontarti del lavoro di alcuni scienziati che fanno l’impossibile per salvare gli animali africani dall’estinzione. Ad esempio i rinoceronti: adesso montano una videocamera sul loro corno, direttamente collegata a un collare GPS e perfino a un cardiofrequenzimetro, il tutto per beccare i cacciatori di frodo in flagrante, mentre stanno ancora inseguendo l’animale. Roba tosta, eh? O anche di un articolo del New Scientist di otto anni fa, che diceva che la caccia poteva essere un fondamentale aiuto alle finanze dei paesi africani e alla lotta al bracconaggio. In seguito alla tua bravata, ecco che ora invece hanno cambiato idea: per prima cosa, bisogna bloccare l’esportazione di trofei. Ottimo risultato, bravo!

Ora, per arrivare al mio consiglio, ecco cosa dovresti fare per evitare che la gente continui a odiarti: smetterla.

Dare l’addio definitivo al tuo hobby, prendere le distanze da chi uccide per divertimento e si spaccia comunque per amante della natura. Abbandonare un divertimento obsoleto, stupido, volgare, violento. Sarebbe un colpaccio per la tua immagine. Qualcuno tornerebbe ad apprezzarti.

Magari altri ti seguirebbero in questa tua scelta. Ma di sicuro tutti ammirerebbero il tuo coraggio nel cambiare così radicalmente idea. E soprattutto, nessuno penserebbe più che hai un pene minuscolo.