Parlare la stessa lingua

Indicatore golanera

Indicatore golanera (Wilferd Duckitt/Wikimedia commons)

Da millenni la popolazione degli Yao, in Mozambico, si dedica alla ricerca e alla raccolta del miele delle api selvatiche. Per trovare il dolce bottino, però, i raccoglitori si affidano al talento di un insolito aiutante, un uccellino. L’indicatore golanera (Indicator indicator), infatti, è ben più bravo dell’uomo nel trovare i nidi degli insetti e nel condurlo fino alla loro ubicazione. Spesso, infatti, gli alveari sono costruiti sui rami più alti degli alberi e trovarli non è così facile per chi non è in grado di volare. Gli uomini, per contro, sono molto più abili nel recupero del bottino: staccano l’alveare dal ramo su cui è costruito e lo affumicano per far scappare le api.

E così, seguendo una tradizione che si perpetua ormai da tantissime generazioni, i cercatori si affidano alle indicazioni del volatile, che dalla collaborazione potrà ottenere il vantaggio di nutrirsi, grazie a dei potenti enzimi digestivi, della cera dell’alveare (di scarso interesse per gli umani) una volta che questo sarà abbandonato dalle sue abitanti. Questo rapporto di collaborazione non è però esclusivo: anche i tassi del miele sfruttano le indicazioni degli uccellini per recuperare il prezioso bottino.

Questo tipo di interazione tra specie viene chiamato mutualismo: entrambe le parti in gioco ottengono un vantaggio dalla reciproca collaborazione, senza entrare in competizione diretta per le risorse (agli uomini interessa il miele, agli indicatori la cera). Questa collaborazione tra uomini e uccelli per trovare il miele è comunque conosciuta da secoli. Tra l’altro, lo stesso sistema di raccolta del miele è stato osservato in altre popolazioni africane, in Kenya e Tanzania, mentre è risaputo che i delfini sono in grado di aiutare i pescatori nella loro ricerca di pesce, ben consci che potranno trarre un vantaggio da questa collaborazione.

La novità assoluta riguardante questo comportamento è stata presentata in un articolo pubblicato su Science pochi giorni fa: i cercatori di miele Yao e gli uccellini, nella riserva nazionale di Niassa in Mozambico, comunicano tra di loro utilizzando un linguaggio comune. Nello specifico, il richiamo emesso e interpretato allo stesso modo da uomini e volatili è un particolare tipo di fischio vagamente tremolante, indicato dai ricercatori come “brrr-hm”. Il segnale sembra, dati alla mano, una sorta di comando che gli uomini impartiscono agli uccellini, qualcosa del tipo: “sono qui, dimmi dove si trova l’alveare e al resto penso io”. Per i più curiosi, qui potete ascoltare il particolare richiamo:

Ma cosa ci sarà mai di nuovo in tutto ciò, direte voi: c’è chi dirà che ogni mattina qualcuno fa un fischio al cane e questo viene dal padrone e magari gli porta pure le pantofole. In questo caso, però, la grande novità consiste nel fatto che il richiamo emesso è lo stesso per uomini e uccelli e che, soprattutto, questi ultimi sono animali selvatici. Fino ad ora, infatti, non si avevano prove di un livello di comunicazione condiviso tra uomini e animali selvatici.

Queste osservazioni personalmente mi spingono a riflettere su un argomento ben più ampio: è davvero così necessario imporre tutte queste distinzioni tra i comportamenti degli animali in natura e in cattività? Mi spiego meglio. È vero, indubbiamente, che lo stato di prigionia influisca sul modo in cui gli animali si relazionano con l’uomo e con l’ambiente circostante; nondimeno è stato fondamentale, per la conoscenza del comportamento animale, il passaggio allo studio dell’etologia degli animali in libertà, a cominciare soprattutto da Konrad Lorenz e dai suoi contemporanei: un conto è se un animale in uno zoo, per vincere un premio in cibo, impara a utilizzare un attrezzo, un’altra cosa è osservare l’utilizzo di questo utensile in natura. Detto questo, però, se osserviamo un animale comunicare con l’uomo con un linguaggio comune, come abbiamo visto per tanti primati in cattività, non dovrebbe venirci il dubbio che, almeno potenzialmente, questi possano avere questo talento anche in natura? Ovviamente ci vogliono anni e anni di insegnamento per raggiungere i livelli di Koko o Kanzi, però se guardiamo a come opera l’evoluzione, e quindi su più generazioni, una scoperta come quella che riguarda i cercatori di miele mozambicani non dovrebbe stupirci più di tanto. Ora però, come giustamente spiegato in questo articolo di National Geographic, bisogna affrettarsi a studiare a fondo il fenomeno: sempre meno africani si dedicano alla tradizionali ricerca degli alveari, e i segreti di questa antica pratica e della parlata comune di uomini e uccelli rischiano di andare perduti per sempre.

Caro dentista del Minnesota

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Caro dentista del Minnesota, mi permetto di scriverti questa lettera per darti un paio di semplici consigli.

Ho letto della tua disavventura, del tuo innocente safari in Zimbabwe che ha portato alla morte di Cecil, il maestoso leone dalla criniera nera che era un po’ il simbolo di quella savana e, per alcuni, addirittura della nazione. Ho letto che hai dichiarato di non essere a conoscenza della notorietà dell’animale. Ho letto che hai anche affermato di essere dispiaciuto per quanto accaduto, e di come tu comunque non abbia, in realtà, commesso alcun crimine. Tutto molto toccante.

Certo, è interessante notare come ora i tuoi compagni di safari locali ora siano sotto processo e rischino fino a 15 anni di carcere. Allo stesso modo, mi sono molto stupito nel leggere che, in passato, avevi ucciso illegalmente un orso nel tuo paese. Ma, in fondo, capita. Magari si era trattato di un malinteso. D’altra parte, hai dichiarato che pratichi la caccia “responsabilmente”.

Infatti sono sicuro che quando hai attirato Cecil al di fuori dei confini del parco con un’esca lo hai fatto responsabilmente; quando lo hai colpito con arco e frecce e lo hai seguito per 40 ore lo hai fatto responsabilmente; e anche che, dopo questa lunghissima agonia, quando lo hai finito col fucile e poi lo hai scuoiato e decapitato, hai fatto tutto questo responsabilmente.

Sono sicuro che a casa tua, in Minnesota, sei una persona apprezzata e rispettata. Sono sicuro che pratichi la tua professione con dedizione, che curi il giardino e i rapporti col vicinato, e che se c’è bisogno di aiutare una vecchietta ad attraversare la strada non ti tiri certo indietro. Purtroppo però, a causa di questa disavventura, chiunque altro nel mondo ti odia. Ti odia ferocemente. E non si tratta solo dei ragazzi che assaltano le baleniere col gommone, no. Si tratta di gente comune, come lo sei tu e come lo sono io. E forse la causa di questo odio non è lo sfortunato esito del tuo safari in Zimbabwe, ma è proprio il tuo hobby.

E no, non tirare fuori i bracconieri per spiegare il costante declino della fauna africana. Lo sai anche tu che il problema non è causato solo da loro. Spesso è la mancanza di mezzi a disposizione delle autorità a impedire di contrastare la caccia illegale. A volte si tratta di gente benestante come te che allunga una bustarella al guardiacaccia di turno, ben sapendo quanto questo riceva uno stipendio ridicolo per il suo lavoro, peraltro pericoloso. Altre volte i bracconieri sono dei poveracci che campano sul traffico illegale di avorio, corni di rinoceronte, persino mani di gorilla vendute come posacenere. Ma non è solo colpa loro. In un continente che da decenni si confronta costantemente con guerre civili, povertà, carestie e fame uno come te, che spende 50.000 dollari per uccidere un leone, è una risorsa preziosa. E, anche se sosterrai il contrario, nonostante si insista nel favorire la caccia legale per contrastare il bracconaggio, negli ultimi trent’anni le popolazioni di tutti i grandi mammiferi africani sono calate, in certi casi crollate. Forse è giunto il momento di dare l’addio proprio alla caccia.

Pensaci: ormai è diventata un divertimento obsoleto. Fosse stato un safari alla fine dell’Ottocento magari avresti dimostrato il tuo coraggio nell’affrontare l’ignoto e le bestie feroci. Ma oggi basta qualche ora di aereo e sei in Africa. Sali su una jeep, spari uno o due colpi col tuo fucile di precisione ed ecco fatto, hai ucciso un leone. Non è certo questa grande prova di forza, né di coraggio. Meno che mai mi sentirei di definirlo uno sport. Ok la vita all’aria aperta, ok l’adrenalina, ma dimmi un po’ tu se non esistono altri modi per godere della natura africana. Magari, non so, con una macchina fotografica o una videocamera? Non è abbastanza “da uomini” immortalare gli animali selvatici senza ucciderli?

Devo forse dubitare che anche tu sia affetto dalla Sindrome del Micropene? Sai, quando ci sono quelle immotivate esibizioni di machismo fine a se stesso, tipo quando vedi quelli che gonfiano i muscoli in spiaggia, o fanno le sgommate col macchinone sportivo, e a te viene solo il dubbio che in realtà siano alla ricerca di una compensazione per la loro scarsa dotazione tra le gambe. Ecco, ci siamo capiti.

Ma sai, volevo raccontarti del lavoro di alcuni scienziati che fanno l’impossibile per salvare gli animali africani dall’estinzione. Ad esempio i rinoceronti: adesso montano una videocamera sul loro corno, direttamente collegata a un collare GPS e perfino a un cardiofrequenzimetro, il tutto per beccare i cacciatori di frodo in flagrante, mentre stanno ancora inseguendo l’animale. Roba tosta, eh? O anche di un articolo del New Scientist di otto anni fa, che diceva che la caccia poteva essere un fondamentale aiuto alle finanze dei paesi africani e alla lotta al bracconaggio. In seguito alla tua bravata, ecco che ora invece hanno cambiato idea: per prima cosa, bisogna bloccare l’esportazione di trofei. Ottimo risultato, bravo!

Ora, per arrivare al mio consiglio, ecco cosa dovresti fare per evitare che la gente continui a odiarti: smetterla.

Dare l’addio definitivo al tuo hobby, prendere le distanze da chi uccide per divertimento e si spaccia comunque per amante della natura. Abbandonare un divertimento obsoleto, stupido, volgare, violento. Sarebbe un colpaccio per la tua immagine. Qualcuno tornerebbe ad apprezzarti.

Magari altri ti seguirebbero in questa tua scelta. Ma di sicuro tutti ammirerebbero il tuo coraggio nel cambiare così radicalmente idea. E soprattutto, nessuno penserebbe più che hai un pene minuscolo.