Killer apes

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Nel 1960, durante il suo primo anno di ricerche nella foresta di Gombe in Tanzania, Jane Goodall scoprì qualcosa di inaspettato per molti naturalisti e primatologi dell’epoca: gli scimpanzé sono efficienti e spietati predatori e, conseguentemente, la loro dieta prevede un consumo regolare di carne.

Per quale motivo tale scoperta fosse sorprendente è presto detto: le scimmie antropomorfe (apes per gli anglosassoni, per distinguerle da tutti gli altri primati, chiamati monkeys e creando, a mio avviso, una differenziazione piuttosto forzata) erano infatti  considerate al tempo quasi totalmente vegetariane, con piccole e trascurabili eccezioni. Bonobo, gorilla e orango sono in effetti in grandissima parte frugivori, e solo di rado si nutrono di insetti o piccoli vertebrati. Per gli scimpanzé, come osservato inizialmente dalla Goodall, è diverso: essi organizzano vere e proprie battute di caccia e orientano la loro predazione verso animali anche medio-grandi, come altre specie di scimmie o addirittura piccoli ungulati.

Ogni grande scoperta scientifica che si rispetti porta con sé tanti nuovi interrogativi e questa non fece certo eccezione viste le sue tante implicazioni, sia sull’etologia e le abitudini alimentari della specie Pan troglodytes ma anche e soprattutto sullo studio evoluzionistico dell’uomo e di come sia nato e si sia sviluppato l’istinto predatorio e il carnivorismo nei progenitori della nostra specie.

Il fatto di essere la “specie animale più affine all’uomo” e offrire il fianco a titoloni a effetto con il solito, abusatissimo 99% di genoma in comune (che in realtà è il 98%, come ha spiegato Katherine Pollard in un articolo su “Le Scienze”, ben ripreso da una voce di Wikipedia ottimamente compilata) può però essere un punto di partenza per ricerche – serie – sulla nostra specie, cercando di trovare o immaginare affinità tra il comportamento attuale delle scimmie di Gombe e quello dei progenitori dell’uomo, che, verosimilmente, abitavano ambienti simili e dovevano affrontare le stesse sfide per la sopravvivenza.

Nondimeno, il fatto di avere un antenato comune non lontanissimo nel tempo (i due “bracci” evolutivi di uomo e scimpanzé si sono presumibilmente separati qualcosa come 5-6 milioni di anni fa, secondo stime condivise dai più) ci può far capire che questi comportamenti siano nati sia da esigenze nutrizionali sia, sorprendentemente, anche sociali.

Uno studio condotto nel Taï National Park, in Costa d’Avorio, da Christina M. Gomes e Cristophe Boesch del Max-Planck Institut ha infatti approfondito nel dettaglio il comportamento predatorio degli scimpanzé, rivelando alcuni aspetti molto interessanti:

 – gli scimpanzé cacciano sia singolarmente che in gruppo, ma la caccia di gruppo è di gran lunga il sistema più diffuso;

– i gruppi sono composti di solito da una decina di scimpanzé, ma possono arrivare fino a 35 esemplari;

 – a cacciare sono soprattutto i maschi adulti o adolescenti; le femmine talvolta fanno parte dei gruppi di caccia, ma hanno per lo più ruoli marginali;

 – i gruppi di caccia sono organizzati molto bene, così come ben stabiliti sono i ruoli dei vari membri (spiegati con chiarezza da un articolo di Cristophe Boesch del 2001): ambusher, blocker, chaser, driver. In particolare, quando il gruppo ha accerchiato sui rami più alti e isolati della foresta i colobi rossi, scimmie arboricole che, sia a Taï che a Gombe, rappresentano di gran lunga la loro preda preferita, i ruoli degli accerchiatori e di chi poi sale a raggiungere le vittime è sempre prestabilito;

 -le battute di caccia sono più frequenti nei mesi della stagione secca, in cui per gli scimpanzé è più difficile procurarsi nutrimento vegetariano.

 Quello che è però interessante dal punto di vista sociale è che, a caccia terminata, avvenga una spartizione del bottino. La carne viene offerta dai cacciatori sia alle femmine (in estro e non), sia ad altri maschi. Nel primo caso è ovvia la connessione:  i cacciatori che offrono la carne alle femmine hanno maggiori possibilità di accoppiarsi (e pare che questo sia dimostrato proprio dal fatto che, statisticamente, i migliori cacciatori siano quelli che hanno anche un maggior successo riproduttivo). L’interesse è, in questo caso, a lungo termine, come dimostrato dal fatto che non sempre alle offerte corrisponda il concedersi da parte delle femmine e che le offerte siano rivolte anche a quelle non in estro. Per le offerte ad altri maschi invece le ragioni potrebbero essere legate ai rapporti sociali, alla pacificazione tra rivali o a semplici favori reciproci.

 Anche se si rientra nel campo delle ipotesi, è giusto a questo punto cercare i punti in comune con i nostri precursori, in particolare con gli Australopitecini, i progenitori più vicini all’antenato comune che ci separa dagli scimpanzé. Come ben sottolineato in un articolo di Craig Stanford pubblicato su American Scientist, è ben probabile che le implicazioni sociali, di successo riproduttivo e “politiche” nella creazione di gruppi di caccia e di spartizione del bottino fossero almeno in parte simili a quelle delle scimmie attuali; e questo nonostante le evidenti differenze, costituite da una società probabilmente più complessa di quella degli scimpanzé, l’andatura bipede già presente, ad esempio, in Australopithecus ramidus oltre 4 milioni di anni fa, canini meno sviluppati e così via.

 Questo ci potrà in futuro far capire ancora meglio quali siano stati gli equilibri sociali nei nostri progenitori più antichi, per capire cosa ci ha portato a diventare la specie opportunista che siamo oggi, anche se ovviamente si rimane nel campo delle ipotesi: l’etologia non è una scienza esatta e meno che mai lo è la paleontologia, ma quello che si è scoperto in questi ultimi decenni nelle foreste di Gombe e di Taï può senz’altro offrire un’affascinante finestra sul nostro passato e sull’evoluzione del nostro comportamento sociale.

Post scriptum: ringrazio Francesco D’Amico per la segnalazione del mio articolo sulla Fauna di Ediacara sul suo interessante blog The light blue ribbon. Grazie e alla prossima!

Frans de Waal e l’evoluzione della moralità

Fra i temi etici che personalmente trovo di maggiore interesse nel campo della scienza del comportamento, c’è un argomento che negli ultimi anni ha scatenato lunghe e accese discussioni – quasi al livello della tanto violenta quanto stucchevole querelle tra evoluzionisti e creazionisti – e riguarda l’esistenza di sentimenti quali l’empatia, la compassione e, più in generale, la moralità nel mondo animale.

Per scoprire gli ultimi sviluppi di questo insolito campo di studi, vi segnalo questo sito dedicato ad un evento tenutosi ad Erice, in provincia di Trapani, circa un anno fa:

Evolution of morality

A parte l’onnipresente Telmo Pievani e il naturalista Stefano Parmigiani a garantire la qualità della proposta, il nome riportato in cima al programma e che subito mi ha incuriosito è quello di Frans de Waal.

Per chi non lo conoscesse, questo simpatico signore è un etologo e primatologo olandese, da anni trasferitosi in USA, che conduce ormai da decenni approfondite ricerche sul comportamento sociale dei primati, in particolare per quanto riguarda bonobo e scimpanzé. Nei suoi studi, più volte è stata dimostrata l’esistenza nel mondo naturale di sentimenti e comportamenti per secoli ritenuti propri dell’uomo, come l’empatia, la consolazione, l’altruismo, la gelosia e persino il senso di giustizia o ingiustizia.

E per quale motivo questi fenomeni sarebbero causa di dibattiti? Forse perché spiegherebbero che la moralità non ha radici umane, né tantomeno religiose, come infatti suggerisce il buon de Waal in molti suoi interventi, e non è certo cosa da poco… a tal proposito, per approfondire, vi suggerisco il suo articolo pubblicato tempo fa sul blog del New York Times, dall’eloquente titolo Morals without God.

E, dulcis in fundo, una spassosa conferenza su TED del simpatico scienziato di ‘s-Hertogenbosch, in cui sono riportati alcuni esempi che dovrebbero quanto meno mettervi la pulce nell’orecchio, e farvi anche venir voglia di andarlo a sentire la prossima volta che ripasserà da queste parti. Nei casi più estremi vi verrà voglia di andarvi a comprare una scimmia cappuccina, ma sono rischi del mestiere. Metteteli in conto.