Lasciate stare i credenti

SONY DSC

Frans de Waal

(Precisazione forse superflua, ma che nel dubbio è meglio fare: chi scrive è un agnostico con una forte propensione all’ateismo, ma questa posizione, ai fini di quanto contenuto nel post che segue, è del tutto irrilevante)

Ne ha parlato diffusamente Frans de Waal in un suo intervento su Salon.com (che poi in realtà intervento non era, si trattava di un breve estratto del suo libro Il bonobo e l’ateo), in cui, molto semplicemente, si era chiesto se alcune nuove forme di ateismo militante rischiassero di diventare religione a sé stante. Insomma, combattere i dogmatismi con un atteggiamento a sua volta dogmatico.

Ovviamente la polemica, tra commenti e risposte via blog, articoli e social network, non si è fatta attendere, soprattutto da parte di chi pensa che si debba abbracciare un atteggiamento bellicoso nei confronti della religione, forse in risposta a una presunta ostilità delle istituzioni ecclesiastiche nei confronti della comunità scientifica. Della gran parte delle risposte alla questione, tra l’altro, ben poche erano strettamente attinenti ai contenuti del pezzo, forse a testimoniare il fatto che molte persone si rapportano al dibattito scienza-religione con un atteggiamento decisamente aggressivo. Alla fine, per chiarire la situazione, de Waal ha dovuto fare un altro intervento in cui ha spiegato che in realtà il suo libro parla solo in minima parte di queste tematiche, mentre si dedica molto di più a domandarsi se la religiosità, e in termini anche più ampi la moralità, possa avere radici evoluzionistiche. Questo perché atteggiamenti di empatia, di solidarietà e di compassione si possono incontrare in molti animali, come le scimmie superiori o gli elefanti. Insomma, di “guerre di religione” tra atei e credenti non ne vuole sentir parlare.

E come dargli torto? Sebbene – parere personale – il libro in sé mi sia sembrato piuttosto noiosetto e anche ridondante in alcune parti (forse per troppe derive filosofiche), il succo della questione è ineccepibile: gli scienziati devono fare gli scienziati, occuparsi dei fatti, non perdersi in inutili zuffe con i credenti, soprattutto con quelli che ritengono che il loro lavoro sia una minaccia (ad esempio i Creazionisti). E questo non perché si debba essere convinti per forza che scienza e religione possano coesistere (anzi), ma per il semplice fatto che se si vogliono intavolare discussioni scientifiche i propri interlocutori devono ragionare in maniera ugualmente scientifica: per sostenere le proprie tesi devono utilizzare prove replicabili, verifiche a doppio e triplo cieco, metodo galileiano, revisione paritaria, quelle robe lì che tanti non conoscono o non capiscono quando provano a parlare di Scienza. Quindi, visto che, spesso e volentieri, si ragiona su due piani diversi, a cosa servono queste polemiche?

Ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole, in fondo. Qualche tempo fa la pagina facebook di Le Scienze ha rispolverato un vecchio e lunghissimo articolo che attaccava (a ragionissima, per carità) le convinzioni dei Creazionisti. In breve si è scatenato il pandemonio, con migliaia di commenti (alcuni particolarmente inviperiti) di chi vedeva questo come un attacco non all’antiscientificità di alcune posizioni, ma alla religione presa nel suo insieme. Testimonianza chiarissima di un nervo scoperto sull’argomento, perlomeno in una buona fetta di pubblico. E la cosa divertente, in questo caso, era che l’articolo in sé non era antireligioso, ma spiegava i fatti che ci sono alla base dell’evoluzionismo: erano semplici repliche a chi contesta i dati a sostegno della visione di Darwin.

Non mi sembra che ci sia bisogno di raccontare tutte le continue, pedanti, stucchevoli, superflue uscite di Richard Dawkins in attacco ai credenti: ormai
da un paio di decenni la sua attività (peraltro brillantissima) di biologo è passata in secondo piano rispetto al suo lavoro a supporto di questo Nuovo Ateismo, militante e gratuitamente attaccabrighe. Una sorta di scuola di pensiero che, invece di attaccare le pseudoscienze o le posizioni antiscientifiche in generale, punta il dito verso l’intero mondo della religione e dei credenti, nella speranza di, boh? Illuminarli su cose che non conoscono? Far loro abbandonare le loro convinzioni? Offenderli e basta?

(avete presente quei settantenni che cercano di fare i giovani a tutti i costi e finiscono col dire, fare e, in certi casi, indossare cose ridicole? Ecco.)

Di livello ancora più basso le uscite di Piergiorgio Odifreddi, il matematico cuneese che, senza neanche avere lo spessore scientifico e la carriera di Dawkins alle spalle, sembra aver preso di punta chiunque difenda anche solo in parte l’operato della Chiesa Cattolica, o delle religioni in generale. Il che è un problema mica da poco, visto che spesso tratta argomenti importantissimi come la laicità dello Stato o determinati temi di bioetica (che andrebbero difesi a spada tratta da tutti, mica solo dagli atei) per attaccare in blocco tutti i credenti, persino quelli che la pensano come lui. E in questa sua personalissima crociata contro qualche miliardo di persone, il nostro eroe non lesina toni frequentemente arroganti (e talvolta persino offensivi) verso i suoi oppositori. Trattandosi di una persona affetta da “Sindrome di Fonzie“, ovvero l’incapacità di ammettere di avere torto anche solo parzialmente (e in questo è in effetti molto simile a Dawkins), spesso finisce col produrre uscite di una crudezza e insensibilità tali che riesce a infastidire persino gli atei più convinti. Ad esempio, facendo elucubrazioni pseudofilosofiche sulla morte di una persona. Forse in certi casi non è neppure il buonsenso a rendersi necessario, ma proprio il buon gusto.

PIERGIORGIO ODIFREDDI MATEMATICO UNIVERSITA' DI TORINO CORNELL UNIVERSITY

dicevamo…

Beh, il punto è che si sta rischiando di utilizzare singoli elementi di discussione (talvolta importantissimi) per attaccare miliardi di persone solo per la loro religiosità. Un conto è prendersela con chi è convinto che l’evoluzione non esista, decisamente un altro offendere chi crede semplicemente “perché crede”. Esattamente che senso ha un atteggiamento del genere? Gli scienziati non dovrebbero solamente fornire dati certi e verificati con cui poi l’uomo comune potrà farsi la propria idea sul mondo? È necessario che gli insegnino anche come devono vederlo?
E questo è solo uno degli aspetti della questione. Un altro può essere, molto semplicemente, l’impossibilità di instaurare una discussione insultando i propri interlocutori: le persone si rispettano, casomai sono le idee che vanno attaccate. È una semplicissima regola della retorica, vecchia di migliaia di anni e che sarebbe il caso di ricordarsi sempre. E inoltre è controproducente: cosa si spera di ottenere? Le discussioni non si “vincono”, soprattutto su tematiche del genere. O, come avevo scritto sempre su questo blog, si è in malafede e si cerca solo la zuffa per ottenere notorietà spicciola, oppure si combatte una battaglia contro i mulini a vento. Se volete convincere il vostro pescivendolo a diventare un macellaio questo vi risponderà molto, ma molto male: è una questione  di invasione di spazi personali. Se invece fate un tranquillo, lento e pacifico lavoro di informazione sui vantaggi per cui vendere carne è più bello, proficuo e gratificante di vendere pesci, forse (ed è un forse bello grande), dopo anni e anni il vostro amico cambierà finalmente settore merceologico. Ma ne vale davvero la pena?

Annunci

Richard Dawkins – Il Gene Egoista (1976)

image

In campo scientifico è sempre più difficile parlare di ‘rivoluzioni’ in tempi moderni, poiché il progresso della ricerca ha fornito dati approfonditi e indiscutibili sulle grandi teorie che regolano la fisica, la biologia e tutte le altre grandi branche del pensiero scientifico. In questo senso l’evoluzionismo è un caso a parte, e questo è dovuto in gran parte al fatto che i resti fossili giunti fino a noi, scarsi, incompleti e spesso di difficile interpretazione, non danno un quadro sempre chiaro di come si sia evoluta la vita sulla terra nel corso del tempo.

In tempi estremamente recenti si sono sviluppati dibattiti spesso accesi su quello che realmente significa Evoluzione per selezione naturale, così come ipotizzata da Charles Darwin, e i meccanismi con cui tale fenomeno opera sugli organismi viventi. Uno di questi dibattiti ha riguardato i celebri studiosi Stephen Jay Gould (ideatore, insieme a Niles Eldredge, della teoria degli equilibri puntiformi) e Richard Dawkins, che, con questa sua opera Il Gene Egoista, ha dato alla luce una delle più rivoluzionarie e discusse teorie in campo evoluzionistico degli ultimi 50 anni. Questa diatriba sulla vera natura della selezione darwiniana è stata sintetizzata brillantemente da Kim Sterelny nel suo saggio La sopravvivenza del più adatto.

image

Richard Dawkins

Dawkins, brillante biologo inglese e acceso sostenitore delle teorie di Darwin, già noto per altre opere molto innovative come Il Fenotipo Esteso, ha individuato in questo saggio un semplice cambiamento del livello su cui la selezione naturale opera: non più i singoli organismi, o il gruppo di propri simili (nota come selezione di gruppo), ma addirittura il gene, inteso come una piccola parte del patrimonio cromosomico di ogni organismo, dotato della capacità di riprodursi ed essere trasmesso di generazione in generazione, a discapito della sorte dei suoi simili. Entro quest’ottica tutti gli organismi animali e vegetali vengono visti semplicemente come “macchine di sopravvivenza”, semplici veicoli creati dai geni stessi per ottenere protezione, offrendo un ambiente sicuro e in grado di garantire un futuro alla propria discendenza.

Il resto dei principi che regolano l’evoluzionismo di Darwin, secondo cui i più forti o meglio adattati sopravvivono e trasmettono il proprio patrimonio genetico alla discendenza, rimane in pratica invariato. Dawkins è, sostanzialmente, un darwinista tout-court, l’unico elemento che viene modificato nel sistema è il livello stesso su cui la selezione interviene.

Affinché la selezione naturale operi su un determinato elemento questo però deve avere una caratteristica fondamentale: deve essere in grado di riprodursi e di trasmettere le proprie caratteristiche alla discendenza: la definizione data da Dawkins è quella di “Replicatore” e in questo senso il singolo gene ricade perfettamente all’interno del concetto. Un altro esempio che il biologo britannico ci fornisce, per dimostrare che la selezione opera su svariati livelli e non unicamente sul singolo individuo, è quello del “Meme”, ovvero l’elemento di base su cui opera la selezione culturale nell’uomo.

Un meme può essere un concetto, un’idea, una forma di pensiero che si trasmette e diffonde tra gli uomini e riesce a replicarsi di generazione in generazione (e a velocità ben maggiori della classica selezione biologica!); lo stesso concetto di selezione naturale di Darwin è un meme, così come potrebbe esserlo il concetto di Dio, o mille altre forme culturali trasmesse da uomo a uomo, di generazione in generazione. I replicatori hanno subito la selezione sin dagli inizi: determinate molecole organiche come gli amminoacidi, indispensabili per la nascita della vita, non avrebbero potuto formarsi in tempi relativamente così rapidi nel “brodo primordiale” che diede origine alla vita per motivi puramente casuali; essi avevano difatti la capacità, principalmente dovuta a determinate affinità chimiche in grado di creare uno “stampo”, di autoreplicarsi e sopravvivere per tempi lunghissimi (Dawkins, riferendosi al DNA, parla di “eliche immortali”).

Il punto fondamentale sottolineato dall’autore è che i geni operano su livelli differenti, e spesso anche al di fuori dell’espressione di determinati caratteri sul singolo organismo entro cui risiedono, e si sviluppano in maniera più ampia, anche su sistemi simbiontici (l’unione, o la collaborazione, di due o più organismi differenti: un tipico esempio sono i licheni, simbiosi di alghe e funghi, in cui determinati geni dell’uno e dell’altro organismo portano benefici all’intero sistema), o nel comportamento dei gruppi estesi di più individui. In altri casi invece operano a livello molto più limitato: la funzione base di un gene, per come ci viene insegnata dalla Biologia, è la sintesi proteica. Una singola proteina però di per sè ben difficilmente può modificare l’esistenza di un organismo, se non interagisce con il resto del sistema. Qualunque sia il livello su cui operano, il punto di base del discorso di Dawkins è che i geni operano solo nel loro interesse, al fine di replicarsi e perpetrare la propria esistenza e quella dei propri discendenti: da questo aspetto nasce il termine “egoista”.
In effetti secondo tale visione molti particolari comportamenti degli animali come l’altruismo (che spesso porta uno svantaggio evolutivo per chi lo compie) o le cure parentali ben difficilmente si spiegherebbero senza l’intervento di un elemento inconscio, selezionato nelle generazione, che porta a uno sfavorimento del singolo individuo a discapito del proprio genoma.
In tale senso gli esempi sono molteplici, c0me gli uccelli (ad esempio determinate anatre), che, all’arrivo di un rapace lanciano un segnale d’allarme per avvisare i propri compagni, attirando però su di sé l’attenzione del predatore, o quegli uccelli che abbandonano il nido con i propri piccoli all’arrivo di una volpe, e fingendo di avere un’ala rotta per apparire come facile preda, per poi prendere il volo una volta allontanata la razziatrice dal proprio nido. I casi più eclatanti riguardano però gli insetti sociali, che sono forse la più forte prova a sostegno della teoria del gene egoista: migliaia, a volte milioni di individui lavorano alacremente e ininterrottamente per il bene della comunità fino alla morte, contrapponendo sempre il suo benessere al proprio.

La stragrande maggioranza di tali individui è composta da operaie sterili e senza possibilità riproduttive. Cos’è che allora le spinge a operare in tale maniera? Lo “scopo ultimo”, secondo Dawkins, è la perpetuazione della “specie”, ovvero del gene, nelle generazioni future. Le cure parentali tra genitore e figlio vengono generalmente spiegate dal fatto che metà del genoma di ogni genitore è presente nel figlio. Nel caso degli insetti sociali tutti i componenti della comunità sono sorelle, originate dagli stessi genitori, dalla regina e dal fuco, o da un maschio fertile. La particolarità genetica del gruppo degli Imenotteri, che racchiude la gran parte di insetti sociali come formiche, api o vespe, è che mentre il corredo genetico delle femmine è diploide (costituito cioè da coppie di cromosomi omologhi), quello dei maschi e aploide (singolo): ciò sostanzialmente significa che il patrimonio genetico in comune tra la regina e le proprie figlie è in rapporto di 1/2, mentre tra sorella e sorella operaia è, in media, di 3/4, e nell’ottica del gene egoista che opera per perpetrarsi ciò spiega perfettamente l’operato dei singoli individui sterili che lavorano per la colonia invece che per se stessi.

Egoismo tout-court dunque? Non necessariamente. Ciò che interessa al gene, secondo Dawkins, è la sopravvivenza, e per ottenerla la selezione opera trovando la strategia migliore a tal fine. In questo caso si parla di ESS (evolutionary stable strategy), intesa come la strategia che, se adottata dalla gran parte dei membri di una popolazione, non può essere sostituita da un’alternativa.

Generalmente la collaborazione, o la pacifica coesistenza tra individui, si rivela la soluzione migliore, e comunque un equilibrio, anche in casi di conflitto (lotta per il compagno o territorialità), viene sempre trovato. Ne è un tipico esempio la territorialità dello spinarello studiata da Niko Tinbergen: la componente aggressiva (Dawkins parla di falchi) prevale se un intruso entra nel proprio territorio, quella più difensiva e propensa alla fuga dopo una breve colluttazione (colombe) se è l’individuo stesso a invadere lo spazio altrui.

Ovviamente la collaborazione può operare a livello di branco o di insieme di più individui (selezione di gruppo) o come nel succitato caso delle cure parentali. Persino nel parassitismo l’interesse generale è quello anche da parte dello sfruttatore, di non uccidere il proprio ospite che garantisce nutrimento o protezione, ma di raggiungere un livello di equilibrio che ne permetta la sopravvivenza a lungo termine. Persino tra maschi e femmine, soprattutto tra genitori, è indispensabile trovare un equilibrio che permetta di fornire le migliori cure parentali con il minor dispendio possibile (questa visione particolarmente cinica, come lo stesso Dawkins sottolinea, è inconscia, in quanto generata dalla selezione).

Per mettere in chiaro questo aspetto Dawkins utilizza l’esempio del “Dilemma del prigioniero”: si hanno due giocatori che possono decidere a ogni turno se cooperare oppure no col proprio avversario (l’esempio classico è quello di due animali che si rimuovono i parassiti a vicenda, il cosiddetto grooming), e un ‘banchiere’ che a ogni turno, in base alle risposte dei giocatori, li premia o li punisce di conseguenza. Ovviamente il meglio per il singolo giocatore è ottenere cooperazione dall’avversario e non darla (comportamento egoistico: mi faccio spulciare e poi me ne vado), mentre un vantaggio minore si ottiene dando e ricevendo cooperazione (comportamento altruistico: mi faccio spulciare e poi ti spulcio); gli altri due comportamenti hanno invece risultati negativi: offrire collaborazione e non ottenerla (comportamento ingenuo, sostanzialmente il peggiore per costi/benefici: ti spulcio e non mi faccio spulciare) e non dare e non ottenere collaborazione (senza costi e senza benefici: comportamento doppiamente egoistico: non ti spulcio e non vengo spulciato).

image

Il Dilemma del Prigioniero

Alcuni esempi sono presenti in natura, ad esempio gli uccelli della stessa colonia che si rimuovono le zecche a vicenda, oppure il comportamento di alcuni chirotteri vampiri, che rigurgitano parte del sangue raccolto nel corso della notte passata a predare ai compagni di grotta che invece non sono riusciti a raccogliere nulla.

image

image

Il Dilemma del Prigioniero applicato all’esempio degli uccelli che si rimuovono le zecche a vicenda e all’altruismo tra pipistrelli vampiri

Il dilemma consiste nel fatto che, su un numero di turni imprecisato, il successo maggiore è difficile da trovare senza la giusta tattica, sia a causa di ritorsioni da parte dell’altro giocatore in caso di comportamenti egoistici, sia per l’effettiva imprevedibilità del proprio avversario. Sono stati creati vari programmi per computer per stabilire quale strategia si rivelasse la più efficace al fine di ottenere un alto rapporto di costi/benefici, e innumerevoli strategie di gioco sono state proposte da svariati programmatori e ricercatori: addirittura sono stati organizzati autentici tornei per vedere quale fosse il comportamento vincente, e, a quanto pare, sul lungo termine, il comportamento altruistico si è rivelato quello più efficace; in particolare, la strategia rivelatasi più azzeccata (denominata Tit for Tat), prevedeva una cooperazione al primo turno, e un’imitazione del comportamento dell’avversario alla mano precedente per i turni successivi. In generale, comunque, le strategie altruistiche si rivelarono decisamente più efficaci di quelle egoistiche. Come Dawkins sottolinea, almeno apparentemente, i buoni arrivano primi. Questo è un elemento che l’autore tende a sottolineare, dato che la sua teoria sostanzialmente è volta a dimostrare come i singoli geni operino, evolutivamente parlando, solo ed esclusivamente per i propri interessi, favorendo il benessere del ‘veicolo’, ovvero dell’organismo che li trasporta, solo nel caso di effettiva utilità per loro stessi. Deve essere il comportamento, conscio e non ereditato, dei singoli individui a far prevalere la collaborazione e la pacifica convivenza.

Ai tempi della pubblicazione del libro (la prima edizione è del 1976, nel 1989 uscì una nuova versione con due capitoli aggiuntivi) il suo stesso autore riteneva di aver creato un’opera rivoluzionaria che avrebbe subito fortissime critiche, cosa che poi in realtà avvenne solo in parte. La teoria del Gene Egoista ottenne ampi consensi e un forte interesse anche da parte dei suoi detrattori, soprattutto a causa del fatto che l’osservazione sperimentale sembra darle ragione schiacciante in vari campi.

Il saggio è stato scritto in un linguaggio semplice e comprensibile a tutti proprio perché rivolto a un pubblico il più ampio possibile, e, nonostante qualche volo pindarico di troppo e qualche successione di ipotesi e controipotesi forse un po’ troppo ridondante, il libro è di piacevole lettura e molto scorrevole, ed è consigliato a tutti coloro che ritengono l’evoluzionismo un campo di studi affascinante perché ancora pieno di dubbi e incertezze, una delle poche scienze ‘di confine’ ancora rimaste.

image

La teoria del Gene Egoista ha fornito un contributo importante nel chiarire dal punto di vista evoluzionistico alcuni comportamenti altrimenti difficilmente spiegabili dal darwinismo strettamente individuale, come l’altruismo (nel primo caso), volto a favorire individui con cui si ha parte del genoma in comune (ad esempio in gruppi, colonie, società), l’egoismo (nel secondo caso), più tipico di individui solitari, o l’aggressività verso gli estranei, al fine di favorire i propri consanguinei. Il colore dei circoli indica il patrimonio genetico comune, la loro dimensione il successo degli individui alle generazioni successive (da E.O Wilson, modificato).

Kim Sterelny – La sopravvivenza del più adatto – Dawkins contro Gould (2001)

image

Negli ultimi anni sembrano essere ritornate agli onori della cronaca alcune grandi diatribe scientifiche, sia di vecchio stampo ma riciclate in più occasioni (come il perenne scontro Creazionisti – Evoluzionisti), sia nuove di zecca, anche interne alle stesse correnti di pensiero. Ne è un caso la polemica narrata in questo saggio sulla diatriba continuata per anni su svariate riviste del settore e in varie opere letterarie, tra l’etologo inglese Richard Dawkins e il paleontologo statunitense Stephen Jay Gould, recentemente scomparso, sulla reale natura dell’evoluzionismo per selezione naturale, così come fu descritto da Darwin ne L’origine delle specie

image

Stephen Jay Gould

image

Richard Dawkins

Non è certo un caso che questi due scienziati, pur essendo entrambi convinti sostenitori delle teorie di Darwin, abbiano punti di vista diametralmente opposti sulla selezione naturale, sia per una mentalità e una formazione completamente diversa, sia per avere filosofie di base riguardo la funzione e l’utilità della scienza che si discostano nettamente l’una dall’altra. 
Dawkins difatti ha una mentalità che si potrebbe definire ‘Neoilluminista’, abbracciando appieno la visione della scienza come unica fonte oggettiva e obiettiva in grado di chiarire e fornire risposte sugli eventi naturali.

Gould invece, pur essendo per certi versi ancora più radicale nel suo sostegno alle scienze naturali in generale e alle teorie di Darwin in particolare, non ha mai negato di ritenere queste solamente una delle risposte possibili ai grandi quesiti circa l’origine e la natura del nostro mondo; inoltre egli ha spesso criticato sia chi, come Dawkins, ritiene le risposte fornite dalla scienza le uniche possibili, sia chi, eccessivamente preso dal dover dimostrare e sostenere a tutti i costi una determinata teoria, finisce col cercare in tutti i modi di ascrivere determinati eventi e scoperte al contesto di questa, anche se si tratta di verità parziali o forzate (questo tipo di visione viene descritto da Gould come adattazionismo).

Attenzione però: questo tipo di ottica non è legato solamente alla visione religiosa dei problemi legati all’evoluzione naturale, anzi questi sono aspetti secondari nella diatriba tra i due principali eredi di Darwin, essa è strettamente legata a tutto l’ambito entro cui orbita la discussione, e alle differenti visioni dei due scienziati (più ‘assolutista’ quella di Dawkins, più critica e autocritica quella di Gould).

Ma in che cosa risiedono le differenze fondamentali nella visione della selezione naturale da parte dei due? Da un lato Dawkins, autore del famoso saggio Il gene Egoista, descrive un mondo di ‘replicatori genetici’ autosostentati e capaci di riprodursi e svilupparsi di generazione in generazione, che sfruttano determinati ‘veicoli’ per il loro sviluppo. A tali veicoli solitamente nella visione dell’etologo britannico corrispondono gli interi organismi ma non solo, talvolta anche le loro comunità e popolazioni, ma i comportamenti selezionati hanno sempre il fine ultimo di preservare nel tempo il patrimonio genetico, piuttosto che il singolo individuo o la specie a cui appartiene.

Dall’altro lato la visione di Gould, più complessa per certi versi, ma anche più tradizionalista e legata al Darwinismo classico (si opera ancora all’interno del concetto di specie), descrive una selezione che opera per mezzo di numerosi fattori contingenti ma di natura disparata; questi, sommati tutti assieme, producono un risultato finale selezionato e ben adattato all’ambiente, ma che è comunque legato in buona parte a determinati eventi casuali che hanno portato a selezionare determinate specie che in ambiti differenti non sarebbero mai esistite. Parte di questi fattori sono strutturali, legati quindi al ‘campo di variabilità’ del fenotipo (espressione fisica dei geni) di ciascuna specie, altri sono totalmente imprevedibili e dovuti al caso.

Non è un caso che tra gli argomenti utilizzati dal paleontologo americano a supporto delle proprie teorie un peso importante lo ricoprano le grandi estinzioni di massa che hanno colpito il nostro pianeta nel corso della sua storia. Tali eventi, secondo Gould, avrebbero pesantemente influito nel premiare, in maniera decisamente casuale, determinate specie fortuitamente dotate di capacità di sopravvivenza ai nuovi ambienti creati da grandi e subitanei sconvolgimenti del clima planetario.

Gould è stato infatti uno dei primi accesi sostenitori della teoria secondo cui la caduta di un grosso meteorite sulla terra avrebbe causato l’estinzione di numerosi gruppi animali e vegetali, tra cui i Dinosauri, alla fine del Cretaceo (65 m.a.f.).

Parimenti a tale visione si associa l’osservazione diretta delle testimonianze fossili: modifiche sensibili si sono avute nel corso di tempi relativamente brevi, in alternanza a lunghi periodi di stasi e relativa immobilità nelle variazioni delle specie; a tal proposito è utile la testimonianza degli studi di Eldredge, noto per aver dato origine, insieme allo stesso Gould, alla teoria degli ’equilibri punteggiati’, che, dallo studio dei Trilobiti (grande gruppo di Artropodi estinti, la cui testimonianza fossile è amplissima e ben documentata per molti dei principali periodi geologici), conferma tale visione: lunghissimi periodi di invariabilità, alternati a brevi ‘rivoluzioni’ con comparsa di nuove specie e variazioni nella loro morfologia.

Testimonianza fossile incompleta o effettivo movimento ‘a scatti’ dell’evoluzione? Certo è che l’evoluzione lenta, graduale e che opera per gradi invisibili, come disegnata da Darwin, sembra venir meno di fronte a tale teoria, che ultimamente sembra essere la più sostenuta tra i paleontologi e gli evoluzionisti.

image

Trilobiti

Dawkins ha una visione più organica e classica da questo punto di vista, e sostiene l’idea di un’evoluzione che opera a vari livelli, sia molecolare che dei singoli individui, prima ancora che a livello della specie. A sostegno di questa egli sottolinea ad esempio l’importanza della varietà intraspecifica (all’interno della stessa specie) come ulteriore aspetto della selezione genetica, che porta a fenomeni di speciazione ma soprattutto di selezione dei più adattati, anche quando questi non generano nuove specie. Gould in tal senso invece ritiene questo tipo di variabilità spesso ininfluente sul risultato finale, dato che le modifiche in una specie generalmente oscillano all’interno di un campo di variabilità fenotipico dettato principalmente dalle variazioni climatiche e ambientali, ma che a lungo termine comunque tendono a stabilizzarsi su valori intermedi.

Altro punto che Dawkins porta a favore della propria visione è la presenza sia dell’altruismo nei comportamenti animali (a favore della salvezza non dell’individuo ma del genotipo), che altrimenti risulterebbe inspiegabile, e l’esistenza di ‘geni fuorilegge’ che operano a spese del progetto adattativo del veicolo, aumentando le proprie possibilità.

Gli esempi forniti da Sterenly a favore di entrambe le visioni, che a dire il vero per determinati aspetti non sono così distanti, sono comunque numerosi, interessanti e sviluppano in maniera approfondita il discorso, in modo di chiarire al meglio la diatriba e permettono al lettore di comprendere a fondo i punti su cui basano la propria visione i due scenziati. 
A completare l’opera c’è un capitolo di riferimenti bibliografici di estrema utilità per chi voglia approfondire l’argomento, suddiviso a seconda delle tematiche trattate, che rende ancora più preziosa quest’opera.