Dall’Africa all’Australia per salvare i rinoceronti

(foto: Manfred Heyde/Wikimedia Commons)

Ho letto di recente su Australian Geographic una notizia a dir poco insolita: alcuni rinoceronti sono stati catturati in Africa, trasportati prima in Sudafrica per un periodo di quarantena, per poi essere condotti in una riserva in Australia, come gesto estremo di protezione nei confronti dei bracconieri. A quanto pare infatti, sul continente nero la battaglia di protezione degli animali nei confronti del mercato nero del corno (venduto in Cina e in varie altre zone dell’Asia come afrodisiaco) sembra essere ormai persa: troppo pochi i mezzi a disposizione di guardacaccia e istituzioni per poter fronteggiare a un nemico più forte, più ricco e meglio organizzato. E così, questo programma, ideato e portato avanti da Ray Dearlove, cresciuto in Sudafrica e oggi residente a Sydney, prevede il trasporto di un’ottantina di rinoceronti nel parco zoologico di Taronga Western Plains in Dubbo, nel New South Wales, dove gli animali trascorreranno altri sessanta giorni di quarantena. Verranno in seguito trasferiti in un’altra riserva, che con ogni probabilità sarà il Monarto Zoo’s safari park, vicino ad Adelaide; qui potranno riprodursi e mantenere in vita un numero sufficiente di esemplari da reintrodurre in seguito in Africa. Il programma sarà completato nel giro di quattro anni.

Questa scelta, purtroppo, è un segno del dramma che la fauna africana sta vivendo da alcuni decenni a questa parte. I numeri sono impressionanti: tutte le popolazioni delle più note specie selvatiche del continente stanno progressivamente diminuendo. E il processo sta andando avanti a una velocità ineguagliata in passato, al punto che al momento non si riescono a trovare rimedi che possano garantire un futuro sicuro alle specie colpite dal bracconaggio. O almeno, non sul suolo africano. L’esempio più lampante è dato proprio dalle popolazioni di rinoceronte: in Sudafrica, nel 2007, i cacciatori di frodo ne avevano uccisi 13; nel 2014, gli abbattimenti sono saliti a 1215, ossia il 9000% in più.

Eppure una soluzione come quella del trasferimento degli animali, per quanto motivata dalle migliori intenzioni, sembra azzardata su tanti punti. Tanto più che la destinazione degli animali interessati è proprio l’Australia, quella terra su cui ormai, quasi per definizione, non andrebbero introdotti animali alloctoni: sulla piaga dei conigli europei importati nell’Ottocento e che ancora adesso pascolano indisturbati a milioni per le praterie del continente non mi dilungo, se non per sottolineare come questo sia un esempio rappresentativo di un gigantesco errore. Chiaro, ben altra cosa sono dei rinoceronti, tanto più che verranno numerati, rilasciati in un’area controllata e recintata, il tutto dopo un periodo di quarantena. Ma se comunque introducessero parassiti dannosi per altri animali? O se perissero a causa di malattie locali o incapacità di adattarsi al nuovo ambiente? Temo che questo tipo di operazione, per quanto coraggiosa, porti con sé enormi rischi. Ma soprattutto, ci porta a riflettere sul dramma dell’attuale situazione africana nei confronti della tutela dell’ambiente.

Ormai la guerra al bracconaggio richiede altri metodi, differenti da quelli utilizzati finora: i guardacaccia e tutte le persone coinvolte in questa guerra senza quartiere devono avere maggiori mezzi a disposizione, guadagnare ben di più (anche la corruzione è un elemento da non sottovalutare) e utilizzare nuovi sistemi. Un esempio è dato dal taglio del corno, che ormai viene frequentemente effettuato dalle pattuglie antibracconaggio per rendere gli animali di nessun interesse per i commerci illegali, un altro è la distruzione immediata dei materiali sequestrati al commercio illegale. Di recente il Kenya si è distinto per aver realizzato il più grande rogo della storia di zanne di elefante, corni di rinoceronte e altro materiale originato dal bracconaggio: beni che andavano distrutti in quanto sequestrati ai cacciatori di frodo certo, ma comunque di grande valore. Purtroppo però entrambe queste strategie portano scarsi risultati: i rinoceronti senza corno vengono comunque abbattuti per scavare sul moncherino del corno quel poco di materiale rimasto (un chilogrammo di corno ha un valore commerciale di 60.000 dollari), mentre il sequestro dei materiali ai bracconieri non evita l’abbattimento degli animali.

Forse la strategia scelta dalla grande Dian Fossey, anche se nel suo sfortunato caso le è costata la vita, è la strada da seguire: una lotta frontale e senza esclusione di colpi al bracconaggio. Nessuno spazio di manovra lasciato ai cacciatori di frodo, nessun permissivismo, nessun insabbiamento. E soprattutto, in futuro bisognerà pensare sempre di più al soldo: finché uccidere rinoceronti per il loro corno o elefanti per le loro zanne si rivelerà un’attività proficua, o perlomeno più redditizia della loro tutela, la battaglia sempre persa. Speriamo di capirlo per tempo, in modo da poter permettere a chi verrà dopo di noi su questo pianeta di godere di tutte le sue bellezze.

Annunci

Leuser: il paradiso minacciato di Sumatra

750px-Sumatraanse_Tijger

Tigre di Sumatra (Wikimedia Commons)

Esiste un piccolo angolo di paradiso, coperto in gran parte da foresta pluviale tropicale, che si arrampica sulle pendici di alcune maestose montagne di oltre tremila metri di altezza. Qui convivono in libertà il rinoceronte, l’elefante, la tigre e l’orangutan: non esiste altro luogo al mondo dove questi animali si possano incontrare, tutti insieme, allo stato selvatico.
È un territorio unico al mondo per livello di biodiversità ed è la casa anche di migliaia e migliaia di esseri umani, che dipendono dalla foresta per il proprio sostentamento.

Leuser

L’ecosistema di Leuser (Wikimedia Commons)

Siamo nell’area settentrionale dell’isola di Sumatra, in Indonesia, a cavallo tra le province di Aceh e Nord Sumatra. Il nostro paradiso in terra ha un nome, è l’ecosistema di Leuser. Il nome deriva da una delle vette principali dell’area, il monte Leuser (3119 metri) che, nonostante la fitta presenza di crateri in Indonesia e sulla stessa isola di Sumatra, non ha origine vulcanica.

Qui si possono incontrare circa il 45% delle circa 10.000 specie vegetali dell’ormai sempre più rara comunità vegetale Indo-Malese, almeno 130 specie di mammiferi (il che significa una su 32 di tutte le specie presenti sul globo), e 325 specie conosciute di uccelli, di cui otto endemiche dell’isola.

Questo territorio è tutelato dal Parco Nazionale Gunung Leuser, ma è gravemente minacciato dall’avanzamento di numerose attività antropiche. La principale di queste è la creazione di nuove piantagioni delle famigerate palme da olio, ma non solo: anche le estrazioni minerarie, la produzione di carta e la creazione di nuove strade in mezzo alla foresta pluviale sono minacce per il fragile ecosistema. E la corruzione è un altro fattore da non sottovalutare, dato che gran parte delle suddette attività non sono ufficialmente tollerate dalle autorità che gestiscono l’area.

800px-Elaeis_guineensis_MS_3467

Palma da olio (Wikimedia Commons)

Ecco un breve video di esempio degli incontri che si possono fare nell’ecosistema di Leuser:

Il video è tratto dal canale Youtube Eyes on Leuser, creato dal giovane documentarista olandese Marten Slothouwer in collaborazione con con BPKEL, l’autorità di gestione dell’ecosistema Leuser. Il canale è costantemente aggiornato con nuovi video di fototrappole e telecamere nascoste che immortalano il passaggio di animali di ogni tipo. Ma lo scopo non è solamente estetico: il progetto nasce con l’intento di creare un database, il più completo possibile, dell’incredibile biodiversità presente nell’ecosistema di Leuser.

A favore della conservazione dell’ecosistema Leuser è stata lanciata una campagna dal RAN (Rainforest Alliance Network), intitolata “Last place on Earth a cui ha partecipato anche Leonardo DiCaprio, da sempre molto attivo sul fronte ambientalista. A questo indirizzo è possibile vedere alcune bellissime foto dell’ecosistema e un minisito con approfondimenti sull’argomento, diviso per tematiche, è visitabile sul portale del RAN.

A questo indirizzo, infine, si può scaricare un approfondito report in pdf dedicato a uno degli ecosistemi più incredibili (e preziosi) del nostro pianeta.