Imitare, imparare, migliorare: il genio imprevisto di api e bombi

bombus_terrestris_-_tilia_cordata_-_keila-crop

Bombo (Bombus terrestris – Ivar Leidus/Wikimedia commons)

Karl von Frisch fu il primo a rendersene conto: gli insetti, in particolare le api, hanno un’intelligenza vivace, flessibile, adattabile. Questa capacità permette alle esploratrici di utilizzare un linguaggio astratto per comunicare alle loro compagne l’ubicazione del cibo che hanno appena individuato. Dando loro le indicazioni esatte su dove raccoglierlo, le compagne potranno dirigersi direttamente alla fonte di approvvigionamento, riducendo al minimo gli sforzi e gli sprechi di energia. Prima delle scoperte dell’etologo austriaco, pochissimi scienziati ritenevano gli insetti capaci di compiere ragionamenti complessi e distanti dal comportamento puramente istintivo. La danza delle api esploratrici, atta a comunicare l’ubicazione del cibo alle compagne nell’alveare, era però un’azione selezionata da milioni di anni di evoluzione. In definitiva, si trattava comunque di una dimostrazione di intelligenza strettamente legata alle necessità pratiche della colonia e, soprattutto, connessa con le loro attività abituali.

In questi giorni, invece, una ricerca pubblicata su Science ha dimostrato che i bombi (Bombus terrestris), parenti stretti delle api, sono in grado di fare ancora di più: possono apprendere comportamenti ben distanti dalla loro quotidianità. Nello specifico, agli imenotteri è stato insegnato a “fare gol”, ossia spingere dentro ad un buco una piccola pallina di legno per ottenere in cambio una ricompensa di acqua zuccherata. Già questo è un comportamento del tutto inedito tra gli insetti, ma la parte più sorprendente dell’esperimento riguarda proprio la loro fase di apprendimento. Gli autori dello studio, gli scienziati Olli Loukola e Clint Perry della Queen Mary University di Londra, hanno proceduto per fasi: prima hanno fatto scoprire agli insetti che al centro della piattaforma, ogni tanto, poteva apparire del nettare zuccherino; poi hanno fatto vedere che la sua comparsa era direttamente collegata alla caduta della pallina dentro al buco al centro del piano di studio; inizialmente, la pallina veniva spostata tramite un magnete posto sotto alla piattaforma o tramite un bombo di plastica che “insegnava” agli osservatori come ottenere la ricompensa; infine, dopo che alcuni insetti hanno imparato la procedura e hanno iniziato ad utilizzarla, altri bombi hanno osservato e appreso dai loro simili.

Anche il livello di apprendimento degli insetti ha rivelato quanto fossero importanti i metodi di insegnamento: quasi tutti i bombi (il 99%) sono riusciti a realizzare la procedura al primo tentativo dopo aver visto i loro simili effettuarla, circa tre quarti (78%) hanno imparato dopo aver visto in azione il magnete, mentre una percentuale molto più bassa (34 %) ci è riuscita dopo aver visto la pallina già nel buco. E non è tutto: i bombi hanno ottimizzato la procedura, prendendo l’abitudine di scegliere la pallina più vicina al foro per risparmiare fatica. E questo nonostante i ricercatori avessero obbligato alcuni bombi “istruttori” a scegliere la pallina più lontana, incollando le altre alla piattaforma. Gli allievi hanno comunque ottimizzato il lavoro, scegliendo la pallina più vicina al foro che, nel loro caso, non era incollata. Questo ha dimostrato che il problema era stato da loro elaborato e non si trattava di pedissequa imitazione. In un altro studio pubblicato recentemente, si erano viste delle api raccogliere del cibo legato ad un cordino tirandolo fino ad essere in grado di raccoglierlo, ma si trattava, tutto sommato, di un risultato meno sorprendente, dato che agli insetti venivano presentate condizioni che potevano in qualche modo essere incontrate in natura.

Il dover “fare gol” per ottenere una ricompensa, per contro, è qualcosa di assolutamente inedito nel mondo dei bombi e, più in generale, nella classe degli insetti (qui è possibile vedere il video dell’esperimento).

Gli scienziati sono tuttora in cerca delle spiegazioni per questo comportamento. La risposta più credibile è che i bombi, e più in generale questo tipo di insetti, abbia una capacità di elaborare le informazioni e di risolvere i problemi che potrebbe aiutarli in caso di ricerca del cibo e di risposte alle modifiche ambientali, ma quello che è certo è che si tratta di animali molto più intelligenti di quanto siamo abituati a pensare. Nel 2016 un altro studio, pubblicato da Andrew B. Barron e Colin Klein su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha scombussolato la nostra tradizionale visione degli insetti, ipotizzando che le api abbiano un certo grado di autoconsapevolezza. Anche se si tratta di pure ipotesi, si tratta comunque di una visione molto innovativa sulle capacità mentali degli insetti. Ora bisognerà riconsiderare gli studi in questo campo, per capire fino a che livello l’intelligenza degli animali a sei zampe si possa spingere. Difficile stabilirlo, finché non sarà ben chiaro che cosa intendiamo per “intelligenza”. Di certo, però, sarà ben difficile mantenere i nostri vecchi pregiudizi su questi animali e sulle loro capacità.

Un canto per le uova

355px-taeniopygia_guttata_-_front_view_-_dundee_wildlife_park

Diamante mandarino (Taeniopygia guttata) maschio (Peripitus/Wikimedia Commons)

Il diamante mandarino è un simpatico e variopinto passeriforme originario dell’Australia. Grazie alla sua resistenza e al suo temperamento tranquillo è allevato da secoli come animale domestico. Si tratta di un uccello monogamo, si riproduce facilmente ed ha un ciclo vitale piuttosto rapido. Queste caratteristiche ne facilitano l’allevamento in grandi numeri in un’unica voliera e lo rendono un animale perfettamente adatto per la ricerca scientifica (si parla, in questi casi, di organismo modello).

Ed è così che il nostro uccellino colorato è diventato il protagonista di uno studio, portato avanti da Mylene Mariette, una scienziata della Deakin University in Waurn Ponds, Australia, insieme con la collega Katherine Buchanan. Questa ricerca potrebbe fornirci nuovi elementi sulle cure parentali di questa specie, ma soprattutto sul farci capire come alcuni animali stiano rispondendo ai cambiamenti climatici, in particolare all’innalzamento delle temperature ambientali. I risultati sono stati pubblicati pochi mesi fa sulla rivista Science.

Le scienziate australiane hanno osservato e registrato la cova portata avanti da 61 differenti coppie di diamanti mandarini. Durante lo studio hanno registrato una serie di acuti vocalizzi rivolti alla progenie, apparentemente utilizzati per segnalare le alte temperature. Gli embrioni infatti, trovandosi a circa 37° C come effetto della cova, non sono in grado di percepire le variazioni di temperatura dell’ambiente esterno. Ma il fatto che i genitori emettessero questi suoni soltanto quando la temperatura ambientale superava i 26° C ha fatto dedurre alle scienziate che questo potrebbe essere un sistema per influenzare il futuro comportamento dei pulli.

Una volta emersi dall’uovo dopo la schiusa, nei piccoli è stato infatti osservato uno sviluppo ridotto quando questi erano stati esposti al canto dei genitori: richiedevano meno cibo e conseguentemente si accrescevano di meno. I canti, inoltre, comparivano soltanto nella fase finale del periodo di incubazione, forse perché prima gli embrioni non avevano ancora un udito sufficientemente funzionale.

L’interpretazione di questo comportamento potrebbe essere una risposta al cambiamento climatico: animali di dimensioni minori hanno più facilità a disperdere il calore in eccesso rispetto a quelli più corpulenti. Come afferma la regola di Bergmann, in una singola specie la massa corporea è direttamente proporzionale alla latitudine e inversamente proporzionale alla temperatura. Questo può portare un notevole vantaggio evolutivo per il raggiungimento della maturità sessuale e per la conseguente nascita di nuove generazioni.

Per verificare la correttezza di queste supposizioni, sono state così incubate artificialmente 166 uova alla temperatura standard che utilizzano gli animali in natura (37,7° C). Alla fine del periodo di cova, le uova sono state esposte sia alla registrazione del particolare vocalizzo delle alte temperature sia ai classici versi di riconoscimento dei genitori. I risultati hanno confermato quanto supposto dall’osservazione diretta del comportamento nei genitori: i piccoli che avevano ascoltato i richiami “del caldo” non solo cantavano di più, ma avevano già un peso inferiore rispetto ai pulli che non avevano ascoltato quei canti. Inoltre gli uccellini preparati al caldo sembravano propensi a scegliere luoghi di nidificazione più freschi.

La comunicazione tra genitori e uova non è una novità degli studi etologici sugli uccelli: alcuni anni fa si era osservato un comportamento simile nello scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens), un altro variopinto passeriforme australiano.

800px-splendid_fairy_wren_-_lake_cargelligo_-_spt_05_089

Scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens) (Nevil Lazarus/Wikimedia Commons)

I genitori di questo splendido uccellino azzurro avevano infatti dimostrato di insegnare agli embrioni una sorta di “password” che li avrebbe aiutati, una volta nati, a chiedere il cibo in una maniera particolarmente efficace: quanto più fedele all’originale era il richiamo, tanto meglio sarebbero stati nutriti nel periodo di svezzamento.

Quindi, così come avviene nella specie umana, in cui i genitori parlano o cantano delle canzoncine ai bambini quando ancora sono nel pancione per farli abituare alle loro voci, così negli uccelli potrebbe esserci un comportamento analogo per favorire il corretto accrescimento dei nascituri. E gli sviluppi in questo campo di studi potrebbero portare nuovi interessanti elementi per capire in che modo gli animali stiano rispondendo al riscaldamento globale e a modifiche ambientali rapide e inaspettate.

What will global warming bring to the future of Sahara?

image

As the major hot desert in the world, Sahara represents one of the most important examples of how climate on Earth changed during the latest thousands of years, and how these changes could go on in the future.

Covering the greatest part of North Africa, with over 9 square kilometers of extension, moving from the western Atlantic coasts to the Red Sea on the East, this vast formation could be the key to some new climatic systems which are thought to appear in the few decades. This could also bring huge social problems in the nations involved.

Could looking at the past of these areas help scientists in forecasting their future scenario? Maybe we could get some trustworthy models, as we have lots of paleoclimatic data on how the desertification evolved in human times. As we know for sure, during mid-Holocene, 9000 to 6000 years before present, most parts of the Sahara were covered with lush vegetation, mainly grasslands (1).

Still, scientists are looking for a reliable forecast.

A greener future or a drier one?

One of the greatest debates among climate scientist regards the future scenario of these areas, which is undoubtedly one of the most difficult to preview. This because the effects of higher temperatures due to human-caused global warming could change things in an unexpected way: some territories in the Sahel, the transition part between the Sahara desert to the North and the central Africa savannah to the South, could in fact become surprisingly greener. During the latest decade, satellite images studies revealed that many different areas of the southern borders of Sahara became covered by lush vegetation in few years (2). How could this be possible? It seems that the key to this unexpected change is an increased rainfall rate, due to augmented evaporation and the bigger capacity of holding moisture of hot air.

Among the possible causes of this increased rainfall rate we can find a bigger difference in atmospheric pressure between Sahara and the Atlantic Ocean, leading to more moisture-rich air moving eastwards. Other models include sea surface temperatures, or even high altitude winds, which disperse monsoon rains on the desert areas below.

Still, these observations and forecasts should be taken carefully, as Sahel also faced some of the most terrible droughts on Earth, which lead to terrible humanitarian emergencies in the latest decades. A greener Sahel is just one of the possible evolutions of the current situation.

Another extremely important aspect in the studies on the effects of climate changes is the possible evolution on human societies: a recent study by John O’Laughlin et al. (3) looked for a likely relationship between global warming and the conflict risk in Eastern Africa, showing that higher temperatures could raise the possibility of new violence.

Furthermore, the current global warming is caused by increased greenhouse gases in the atmosphere, a completely different starting point from the one of mid-Holocene: during this prehistoric period, in fact, the strong rainfall rate was most likely caused by low atmosphere pressure areas, generated by the European glaciers melting.

A well-known study on climatic change in Northern Africa from the Max Planck Institution (4) clearly stated that, even if a scenario in which parts of the desert become greener for global warming is plausible, it’s fairly unpredictable that these changes will lead to the lush vegetation of the mid-Holocene.

Changes on a wider scale

By the end of April 2014 a team of Stanford scientists communicated the results of a long study on computed climatic models (5), which stated that some weather systems on the Sahara desert should be intensified by the effects of global warming, bringing many changes on Earth scale, not just on regional areas.

These results confirmed that some parts of the southern Sahara could face a higher rainfall rate, but, on a wider scale, the well-known African Easterly Waves should also increase. These weather systems, also called AEWs, which form above northern Africa and travel east to west towards the Atlantic Ocean, should bring dramatic changes (6): they could influence the creation of stronger hurricanes in the mid-Atlantic Ocean, as well as uplifting and transporting dust out of Africa and across the sea, removing life-sustaining nutrients from the soil and also affecting rainfall and air quality as far away as the Caribbean islands. An animated gif from the Stanford study explains how this works.

Local policies

The Sahel belt covers the territories of many different countries. Even though the common policy showed by African representatives on International summits regarding global warming often stated that little help was provided by developed countries towards them, every nation had different ways to tackle climate change.

Cameroon, Chad, Niger and Nigeria: the drama of Lake Chad

In the latest four decades, the endorheic basin of Lake Chad, which represents one of the most important resources of freshwater in the four nations which include it (Nigeria, Niger, Chad and Cameroon), has faced a dramatic reduction, which led to huge environmental and social problems. Global warming is one of the main causes of the basin reduction, but not the only one: irrigation and river damming for hydroelectric purposes took their part in this process, but it’s the combined result of these different factors the actual cause to the dramatic situation nowadays. At the moment, the lives of fishermen and farmers who live along the shores of the basin are on the brink.

In the 1960s, a first draft of a recovery plan was proposed: the idea was to divert waters from the Ubangi river, the largest right-bank tributary of the Congo River, to the Chari River, which empties into Lake Chad. The aim was to reduce the basin shrinking, which was already taking place, helping local farming and fishing activities. In April, 2008, the Lake Chad Basin Commission (LCBC), an intergovernmental organization of countries near to Lake Chad, which coordinates actions that might affect its waters, advertised a request for a feasibility study on this project. In October 2010, at the opening of the African World Forum on Sustainable Development in N’Djamena, Chad, Nigerian President Goodluck Jonathan asked the leaders of the LCBC member countries to take action in order to save the lake, as still no common strategy has been decided to tackle the menace of its disappearance (7).

Ethiopia: a green economy strategy

As one of the most developing countries in Africa, Ethiopia is now taking action against global warming in an unprecedented way, merging its economic growth with a sustainable policy. The country’s Climate Resilient Green Economy Strategy (8), published by the Ethiopian Government led by Meles Zenawi in 2011, is clearly stating than all new carbon-free technologies will be involved in the modernization of the country led by the unprecedented economic growth of the last decade.

The focal points of this policy include improving crop and livestock production practices in order to gain food security and raise farmers’ incomes while reducing emissions, protecting and re-establishing forests and increasing green energy productions for local markets.

With this policy, the Ethiopian government aims to achieve middle-income status by 2025 in a carbon neutral way, trying to take action in fronting climate change events, which lead to dramatic changes in seasonal rains during the last years (9).

Kenya and Uganda: rediscovering traditional farming

Sub-Sahara environment, which is the borderline between human stable environments as cities and cultivated territories, will be the key area in which social problems should become harder; these events will also touch a great part of the population of the Muslim world. In particular, about 250 million Muslims live in these territories, and climate changes will be more evident there, as their transition state is particularly fragile.

Droughts, floods and hard increases in average temperatures will strongly damage the lives of the farmers, as the already arid environment in which they grow their crops should become unsuitable for farming in just few years. In order to get prepared to these events, farmers from Sub-Sahara – mainly from Kenya and Uganda – created a training manual (10), with helpful instructions based on traditional and sustainable Islamic farming, which should prevent the damages led by climate change. This should bring major food security in very poor regions, resuming precious advice from tradition.

Kenya: a traditional insurance for herders

Another huge group of people which is nowadays strongly affected by increasing droughts in these areas are Muslim herders. In order to help these people, an innovative humanitarian project, based on an ancient Islamic tradition, the “takaful”, has taken place in northern Kenya in the latest months. This is basically an insurance, suitable with the religious beliefs of the participants, in which a group of risk-sharing people sign a contract called “tabbaru”, collecting a specific amount which will be used for refunding damages caused by droughts or similar adversities (11).

This first experiment of an insurance compatible with Muslim beliefs could create a strong example for future social issues in herding and many other fields in all Islamic nations hit by the effects of climate change. At the moment, this first project seems to work efficiently, as the first refunds were paid to 101 herders in april 2014; this is a significant result, as the project doesn’t lead to any profit, being basically a humanitarian task.

What will the future be like?

So, how will the future climate of Sahara be? Scientists still do not agree. Some of them, as Haarsma et al (12), predict an increase in rainfall, leading to the rebirth of the savannah-like environment in the mid-Holocene in areas like Sahel, others, like the Intergovernmental Panel on Climate Change (13), say that at this moment the assessment is uncertain, others still figure a drier scenario, with decreased rainfall and a likely growing desertification on its surrounding areas.

The vastness of the territory involved and the huge amount of factors shaping its climate still lead to different interpretations, making the creation of an unique view on the future Sahara climate extremely difficult at the moment. Another huge study on Western Africa agriculture made by the International Food Policy Research Institute (IFPRI) (14) shows clearly the complexity of these issues, as many different aspects in both human societies and natural landscapes are involved. Furthermore, all different policies led by the several countries belonging to these areas will make harder to find a common way to face these problems.

By the way, monitoring the evolution of the environment in the next few decades will have a fundamental role in understanding how climate works on these regions, and how it will evolve and change the lifestyles of their people.

Life of humans and other organisms in Northern Africa, and most likely in many other parts of the world, will be strictly affected by the climate changes of the Sahara, so these studies will have a key role in the future, in order to develop valuable survival strategies.

image

 

References

  1. Martin Clausser and Veronica Gayler, “The greening of the Sahara during the mid-Holocene: results of an interactive atmosphere-biome model”, Global Ecology and Biogeography Letters, Vol. 6 No.5, September 1997, link
  2. James Owen, “Sahara Desert Greening Due to Climate Change?”, National Geographic News, July 31, 2009, link
  3.  John O’Loughlin, Frank D. W. Witmer, Andrew M. Linke,. Arlene Laing, Andrew Gettelman, and Jimy Dudhiab, “Climate variability and conflict risk in East Africa, 1990–2009”, Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, October 22, 2012, link
  4. Martin Claussen, Victor Brovkin, Andrey Ganopolski, Claudia Kubatzki, Vladimir Petoukhov, “Climate Change in Northern Africa: The Past is Not the Future”, Climatic Change, March 2003, Volume 57, Issue 1-2, pp 99-118;
  5. Ker Than, “Climate change to intensify important African weather systems, Stanford scientists say”, Stanford Report, April 29, 2014, link
  6. Christopher Bryan Skinnera and Noah S. Diffenbaugh, “Projected changes in African easterly wave intensity and track in response to greenhouse forcing”, Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, April 28, 2014, link
  7. Salkida A., “Africa’s Vanishing Lake: Action needed to counter an ecological catastrophe”.  07 03, 2012, Africa Renewal Online, link
  8. VV.AA., “Ethiopia’s Climate-Resilient Green Economy strategy, The path to sustainable development”, The Federal Democratic Republic of Ethiopia Environmental Protection Authority, 2011, link
  9. Senait Regassa, Christina Givey, Gina E. Castillo, “The rain doesn’t come on time anymore – poverty, vulnerability and climate vaiability in Ethiopia”, Oxfam International, April 22, 2010, link
  10. Pius Sawa, “Africa: New Manual Helps Africa’s Muslim Farmers Tackle Climate Change”, AllAfrica, April 6, 2014, link
  11. Samuel Mintz, “Insurance designed for Muslim herders makes first payout in Kenya”, Thomson Reuters Foundation, April 4, 2014, link
  12. Reindert J. Haarsma, Frank M. Selten, Suzanne L. Weber, and Michael Kliphuis, “Sahel rainfall variability and response to greenhouse warming”, GEOPHYSICAL RESEARCH LETTERS, VOL. 32, September 10, 2005, Royal Netherlands Meteorological Institute, De Bilt, Netherlands, link
  13. Solomon, S., D. Qin, M. Manning, Z. Chen, M. Marquis, K.B. Averyt, M. Tignor and H.L. Miller (eds.), “Contribution of Working Group I to the Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change, 2007”, Cambridge University Press, Cambridge, United Kingdom and New York, NY, USA, 2007, link
  14. VV. AA, “Western African agriculture and climate change, a comprehensive analysis”, International Food Policy Research Institute, June 4, 2013, link