98%

Chimp

Se vi è capitato di sentir parlare di scimpanzé o bonobo, magari in documentari televisivi o su articoli di riviste che parlano di natura, molto probabilmente avrete letto o sentito citare una cifra, o meglio una percentuale: 98%. Questo numero altro non è che la percentuale di patrimonio genetico che l’essere umano condivide con i suoi parenti più prossimi, le scimmie del genere Pan: lo scimpanzé Pan troglodytes e il bonobo Pan paniscus. Una percentuale altissima, a ben sottolineare come questi animali siano vicini, anzi vicinissimi a noi. Una sorta di “cugini”, filogeneticamente parlando. In effetti, si stima che la linea evolutiva che porta a bonobo e scimpanzé (che tra loro sono ancora più vicini) si sia “staccata” da quella dell’essere umano in un periodo compreso tra i 7 e i 4,5 milioni di anni fa, quindi in tempi recenti, paleontologicamente parlando. In tempi ancora più recenti, tra 2 e 1,5 milioni di anni fa, sarebbe avvenuta la differenziazione tra le due specie, presumibilmente grazie alla separazione geografica data dal fiume Congo.

Anche se efficace nel rappresentare quanto minima sia la differenza, però, una fredda percentuale non è sufficiente a farci capire la nostra vicinanza con questi animali. Una somiglianza che è sia morfologica sia comportamentale. Nonostante le affinità con l’uomo, bonobo e scimpanzé nel sentimento comune diffuso tra il grande pubblico vengono visti come semplici “animali”, come se noi stessi non lo fossimo. In quest’ottica è quindi accettabile recluderli in gabbie anguste nei giardini zoologici, vederli come semplici beni commerciali, sfruttarli per intrattenimento nei circhi o ucciderli in caso di necessità (senza tornare sulle polemiche riguardanti la morte di un’altra scimmia antropomorfa, il gorilla Harambe, di cui ho già ampiamente parlato qui). Tutte le considerazioni etologiche sugli animali, comprese la coscienza di sé e la comprensione del concetto di morte (presenti, ad esempio, nella celebre gorilla “parlante” Koko) o la presenza di una personalità complessa molto simile all’uomo vengono del tutto ignorate. E si tratta di un grave errore, visto che tante interessanti scoperte sui nostri parenti più prossimi sono state fatte in tempi recenti e ci hanno aiutato a capire come le scimmie antropomorfe (e non solo loro, a dirla tutta) meriterebbero un trattamento ben migliore.

Gli scimpanzé, ad esempio, sono in grado di comunicare con gli umani tramite il linguaggio dei segni: la femmina Washoe, studiata dagli scienziati americani Allen e Beatrice Gardner, fu una delle prime a impararlo. In tempi più recenti lo stesso talento è stato dimostrato da Koko e dal “bonobo-superstar” Kanzi e già questo dovrebbe aiutarci a comprendere come le interazioni sociali in natura siano piuttosto complesse per questi animali. Scimpanzé e bonobo, tra gli altri, sanno utilizzare e addirittura creare vari tipi di strumenti, e non parliamo solo di animali in cattività: Jane Goodall fu la prima a vederli in azione, a Gombe in Tanzania, mentre catturavano termiti con l’utilizzo di rametti appositamente preparati per essere infilati nelle aperture dei loro nidi.

Ma avere in comune con l’uomo così tante somiglianze non ha solo aspetti positivi. E infatti, udite udite, scimpanzé e bonobo possono avere anche i nostri difetti: sono in grado di imbrogliare e mentire, ad esempio per competizione sessuale o per altri motivi pratici come la ricerca del cibo. Gli scimpanzé possono anche avere il vizio del fumo, e non si tratta soltanto di esemplari appositamente addestrati al circo: in questo video vediamo Charlie, morto ormai una decina di anni fa, che nel suo Mangaung zoo in Sudafrica era diventato una piccola celebrità proprio per questa abitudine, nata casualmente dopo che qualche visitatore gli aveva lanciato nel recinto delle sigarette accese (comportamento a mio avviso decisamente criminale).

Come abbiamo già raccontato su queste pagine, gli scimpanzé sono abili cacciatori e tra le loro vittime preferite ci sono altri primati, in particolare i colobi rossi. Ebbene, da uno studio su una popolazione di scimpanzé a Ngogo nel parco nazionale di Kibale in Uganda è emerso che, nonostante la carne dei colobi non sia certo la principale fonte di sostentamento delle scimmie antropomorfe, l’efficacia delle loro battute di caccia abbia portato un gravissimo declino delle popolazioni delle scimmie più piccole: dal 1975 al 2007 si è osservato un crollo dell’89% nella popolazione locale di colobi rossi dovuto alla predazione, a un passo dall’estinzione sul territorio. La facilità con cui i predatori riuscivano a catturare i colobi era tale da aver causato, verso la fine degli anni ’90, un’eliminazione di circa metà popolazione ogni anno. Alla fine la pressione venatoria è stata tale da non permettere alle prede di recuperare i numeri persi, e ora c’è il serio rischio di veder scomparire per sempre i colobi rossi da Ngogo. In questo caso si potrebbe imputare agli scimpanzé una mancanza di lungimiranza nel gestire le risorse offerte loro dalla natura, ma più verosimilmente il loro difetto è quello di non disporre di una visione a lungo termine che li aiuti a effettuare scelte ponderate sul futuro remoto. Difficile stabilirlo, in ogni caso è un qualcosa su cui riflettere: se tante sono le somiglianze tra noi e i nostri parenti più stretti, scoprire che questi non sanno gestire le risorse a loro disposizione non è certo un buon segno. Tutte cose che peraltro già sappiamo. Cerchiamo però di non utilizzare questa scoperta per giustificare i nostri comportamenti: la mancanza di buon senso, anche se si può osservare sporadicamente in altri animali, non va comunque giustificata in quanto “naturale” (termine che, peraltro, a mio avviso ha sempre meno senso).

Ma anche nelle somiglianze non mancano sorprese in positivo: quel comportamento che in certi casi identifichiamo con “umanità” si può trovare qua e là anche nei primati. La compassione e l’empatia di cui spesso si occupa Frans de Waal ad esempio, ma non solo. In certi casi sembrano anche le classiche “leggi della natura” a venir meno. In tempi recenti è stata infatti pubblicata una notizia che ha destato molto scalpore, riguardante una madre scimpanzé del Mahale Mountains National Park in Tanzania che ha portato con sé e avuto cura un cucciolo con gravi disabilità. In natura, di solito, i piccoli malati in moltissime specie animali vengono abbandonati al loro destino. Invece in questo caso il cucciolo, una femmina identificata con la sigla XT11, è stata curata e accudita dalla madre per tutti i 23 mesi della sua breve vita, molto più di quanto sarebbe stato lecito prevedere per un piccolo in quelle condizioni. XT11 infatti aveva una grave malformazione fisica, oltre ai sintomi di una malattia simile alla sindrome di Down. Ciononostante l’amore materno non è mai venuto a mancare.

Conoscendo quante sono le somiglianze tra noi e questi parenti prossimi, a questo punto penso sia normle domandarsi che cosa sia particolare, tipico, esclusivo dell’uomo. A livello fisico possiamo facilmente identificare le differenze, mentre a livello di comportamenti è molto più difficile, visto che con cadenza regolare i primatologi scoprono nuovi punti in comune tra umani e altre scimmie antropomorfe. E allora ci viene naturale tornare a quella percentuale di cui sopra, quel freddo 98% che poco ci rappresenta, se non per farci capire il concetto di somiglianza. Per questo vi segnalo una voce di Wikipedia molto ben fatta, basata in gran parte sull’articolo “Che cosa ci rende umani?” di Katherine S. Pollard, pubblicato su Le Scienze di agosto 2009. Qui potete trovare alcuni interessanti approfondimenti. Io mi accontento di mettervi la pulce nell’orecchio, e di farvi ragionare sul fatto che i punti in comune tra uomo e altri animali (in particolare i primati) sono molti di più che le differenze,. Tra l’altro, questa conoscenza potrebbe tornarci abbondantemente utile in futuro, se sapremo sfruttarla come si deve: ad esempio, su questo articolo sul Guardian potrete scoprire come oggi si stiano studiando gli scimpanzé, o meglio i loro giacigli, al fine di sviluppare il “letto perfetto” per gli esseri umani. E non è certo roba di poco conto.

Anche gli scimpanzé hanno una religione?

Uno scimpanzé intento a compiere l'insolito "rituale"

Uno scimpanzé intento a compiere l’insolito “rituale”

È stato recentemente pubblicato un articolo firmato da una lunga lista di primatologi sulla rivista Scientific reports che descrive un comportamento insolito da parte di alcuni gruppi di scimpanzé dell’Africa occidentale: gli animali lanciano o battono con forza delle pietre contro i tronchi di alcuni alberi, al punto da creare accumuli di sassi alla loro base o all’interno di quelli cavi. Questo comportamento sembra legato soltanto ad alcune piante appositamente scelte dalle scimmie. Inoltre, per ora è stato visto soltanto in specifiche popolazioni di animali: ad esempio i celebri scimpanzé di Gombe in Tanzania, studiati originariamente da Jane Goodall, non sembrano conoscerlo.

Il comportamento è stato osservato nei filmati raccolti da una serie di fototrappole posizionate in zone boscose della Repubblica di Guinea. A realizzare le riprese il team di ricercatori autori dello studio, tra cui Laura Kehoe dell’Università di Berlino, che ha parlato della scoperta anche in un articolo su The conversation. I suoi contenuti sono poi stati ripresi da molte testate, tra cui New Scientist e persino il Daily Mail, non esattamente un giornale scientifico.  Gli accumuli di pietre in certi casi sono anche molto ben riconoscibili e il comportamento degli animali, filmato in più occasioni, non sembra essere riconducibile a interessi pratici come la ricerca di cibo.

Un’ipotesi suggerisce che questo modo di agire sia una sorta di esibizione da parte dei maschi come segno di dominanza sugli altri maschi, o anche come metodo per attrarre le femmine. Dal punto di vista puramente pratico l’interpretazione potrebbe essere credibile: un tronco cavo rimbomba bene se colpito con un oggetto di peso adeguato, e produce anche frequenze particolarmente basse e capaci di propagarsi a distanza. L’accumulo di pietre sarebbe in tal caso dovuto al fatto che alcuni alberi si presterebbero meglio all’uso e quindi verrebbero utilizzati con più frequenza. Il comportamento però, sebbene sia stato principalmente osservato in maschi adulti, è stato registrato anche in femmine e giovani, e questo rende tale ipotesi poco plausibile. Inoltre, l’accumulo delle pietre all’interno delle cavità non sarebbe spiegato in maniera esaustiva.

Una raccolta di video di scimpanzé coinvolti nello studio, catturati su pellicola dalle fototrappole.

Un’altra ipotesi afferma che si tratti di un comportamento che anche per la storia umana ha segnato una svolta importante: la creazione di segnali di riferimento per stabilire i confini territoriali e favorire l’orientamento all’interno del bosco. Di certo un accumulo di pietre alla base di un albero costituirebbe un segnale inconfondibile, ma non spiegherebbe il comportamento associato alla sua creazione: basterebbe appoggiare le rocce, senza bisogno di lanciarle contro i tronchi, soprattutto con la notevole forza impiegata dalle scimmie nei filmati studiati.

E a questo punto l’ipotesi più fantasiosa, ma anche la più affascinante, si fa strada: e se si trattasse di comportamenti irrazionali? Potrebbe essere una sorta di atto rituale, simbolico o, perché no, religioso? E se gli alberi cavi fossero una sorta di luogo sacro creato dalle scimmie per motivi a noi non chiari? Un punto di riferimento a cui approcciarsi per comunicare con la natura e chiederle favori di vario genere? In fondo, sappiamo già che gli scimpanzé hanno comportamenti quantomeno insoliti e affascinanti (come le incredibili danze della pioggia osservate per la prima volta da Jane Goodall in Tanzania).

Di certo si tratta di un’interpretazione molto fantasiosa di un comportamento che per ora è soltanto di difficile comprensione e potrebbe avere una spiegazione molto più razionale. Gli stessi ricercatori sembrano comunque voler lasciare aperta la “finestrella” che ci fa vedere gli scimpanzé come animali irrazionali e interessati all’ultraterreno. Ed è facile capire perché: se dimostrata, una teoria del genere rappresenterebbe una sorta di rivoluzione nel modo con cui noi ci approcciamo al mondo animale. Le implicazioni, anche per l’interpretazione antropologica della religione, sarebbero enormi: forse il credere in qualche sorta di realtà spirituale o ultraterrena sono una necessità non solo di gran parte delle popolazioni umane ma anche di altri animali particolarmente complessi come le scimmie antropomorfe?

Si tratta di teorie affascinanti e ancora ben lontane dall’essere dimostrate o dimostrabili. Il caso degli scimpanzé della repubblica di Guinea si rivela comunque un evento di estremo interesse e di cui sarà bene seguire gli sviluppi anche in futuro. Anche perché nella letteratura scientifica possiamo trovare un piccolo precedente che ci dimostra che anche del mondo animale un po’ di irrazionalità esiste: in un celebre esperimento del 1947 infatti, lo psicologo americano Burrhus Frederic Skinner dimostrò che anche i piccioni sono superstiziosi e compiono riti scaramantici. E forse presto scopriremo che non sono gli unici.

Con il cuore (e le tonsille) nella foresta

ATTENZIONE: quanto segue, pur abbreviato e con le modifiche necessarie per il formato web, è il capitolo iniziale del mio libro “A cosa pensava Darwin? – Piccole storie di grandi naturalisti”. Per ulteriori informazioni, clicca qui.
image

“Signora, non ho ancora un’idea chiara su di lei. Prima di prendere una decisione, voglio farle un test.”

“Mi dica.”

“Spero abbia presente che tipo di ambiente è la foresta pluviale del Borneo.”

“Certamente.”

“Bene. Allora mi dica, secondo lei, nella foresta pluviale del Borneo si possono trovare degli ospedali?”

“Ovviamente no.”

“Esattamente, non ci sono. E non ci sono strutture adeguate in caso di emergenza.”

“Ne sono perfettamente consapevole.”

“Bene. Allora mi dica, cosa pensa di fare della sua appendice?”

“La mia appendice?”

“Esattamente. Poniamo il caso che dovesse ammalarsi di appendicite fulminante in mezzo alla foresta, a decine di chilometri di distanza dal più vicino pronto soccorso, cosa penserebbe di fare? Se questa degenerasse in peritonite, potrebbe rischiare la vita. Ci ha pensato? L’unica soluzione sarebbe arrivare in Indonesia già senza l’appendice, in modo da non correre alcun rischio. Sarebbe disposta a farsela rimuovere prima di partire?”

“Certamente.”

“Ne è sicura?”

“Sì, ne sono sicura. Se lo riterrà necessario, mi farò togliere anche le tonsille.”

Immaginate la scena: una semisconosciuta primatologa di 22 anni di fronte a uno dei più grandi paleoantropologi di sempre, impegnata a convincerlo a sponsorizzare una spedizione nella foresta del Borneo per studiare gli orangutan. Il tutto dopo che quest’ultimo aveva già risposto in precedenza in modo tutt’altro che confortante.

Tre anni dopo, nel settembre 1971, la giovane scienziata, di nome Birutė Galdikas, grazie alla sua tenacia, stava per partire per un’avventura che l’avrebbe portata nel cuore della foresta pluviale indonesiana, e che dura tuttora.

Dopo non poche discussioni, suo marito Rod Brindamour decise di accantonare i suoi studi in campo informatico per seguirla. Avrebbe così svolto il ruolo di fotografo. Il giorno della partenza da Los Angeles, con loro avevano solo degli zaini con quattro cambi di vestiti ciascuno e tre copie di National Geographic. Dopo una breve tappa a Washington per un corso rapido di fotografia naturalistica, i nostri si fermarono in Kenya per incontrare il loro mecenate, Louis Leakey, e subito dopo in Tanzania, in visita a Jane Goodall per una formazione sul campo. Quest’ultima era stata scelta da Leakey per studiare gli scimpanzé nel loro habitat naturale.

 

image

Louis Leakey (1903-1972) (foto: Wikimedia Commons)

Dian Fossey era stata invece inviata in Ruanda tra i gorilla di montagna. Insieme alla new entry di Birutė, le tre ricercatrici andarono così a comporre il gruppo delle Trimates, tre donne completamente dedicate allo studio delle grandi scimmie antropomorfe nel loro habitat naturale.

Grazie all’aiuto e al supporto del celebre paleoantropologo, arrivarono ben presto congrui finanziamenti dalla National Geographic Society e dalla Wilkie Brothers Foundation.

In breve tempo, nel cuore della foresta del Borneo, in quello che oggi è diventato il Parco Nazionale Tanjung Puting, nasceva il campo base di Birutė e Rod, battezzato, non a caso, Camp Leakey. Originariamente si trattava solo di un paio di capanne scalcinate, ex dimora di boscaioli, ubicate in un’area raggiungibile solo dopo un viaggio in canoa di alcune ore.

Ad accoglierli, però, invece degli oranghi ci furono soltanto legioni di zanzare e sanguisughe. Le scimmie, nei primi tempi, erano praticamente introvabili.

Prima di studiare i comportamenti di un orango bisogna riuscire a trovarlo. Questi animali, infatti, non solo sono particolarmente schivi, ma hanno anche l’abitudine di vivere ai piani alti della foresta pluviale, nell’intrico di rami e fronde che forma la sua sommità. In aggiunta, a differenza delle altre grandi scimmie antropomorfe, sono animali tendenzialmente solitari: i maschi conducono la propria esistenza in gran parte da soli, mentre le femmine possono al limite essere accompagnate da un unico cucciolo.

Per trovarli bisogna innanzitutto conoscere alla perfezione il loro stile di vita e, soprattutto, fare poco affidamento sulla propria vista: lassù in alto la massa rossastra dell’animale, che a terra salterebbe subito agli occhi, è molto poco distinguibile. L’intrico di rami è molto fitto, e quando è presente un’apertura, la visione controluce non aiuta a distinguere le sagome degli animali. Quello che tradisce la loro presenza è un rumore inconfondibile, il movimento dei rami piegati dal loro peso mentre si spostano placidamente di albero in albero. Altri indizi possono essere il rumore della corteccia strappata dagli alberi, o l’apertura di un frutto. Le “persone della foresta” (questo il significato del loro nome in lingua indonesiana) sono animali pacifici, silenziosi, molto intelligenti.

I piccoli seguono la madre ovunque vada, imparano da lei come si sopravvive nella foresta, come si cercano e si aprono i frutti, in che modo si apre un termitaio per mangiare gli insetti al suo interno, come ci si sposta di ramo in ramo, come si costruisce un solido nido per passare la notte tra le cime degli alberi. Il distacco avviene dopo 7-8 anni, e solo allora la femmina può provare ad avere un nuovo cucciolo: l’orango è la specie di mammifero in cui è presente la più grande distanza temporale tra una maternità e la successiva. Il perché è chiaro: la vita, lassù in alto tra i rami, richiede molte conoscenze e la separazione dalla madre, per i piccoli oranghi, può avvenire soltanto quando sono perfettamente in grado di nutrirsi, spostarsi e non correre rischi di alcun tipo anche senza una guida al loro fianco.

 

image

(foto: Wikimedia Commons)

Senza le foreste, gli oranghi non possono sopravvivere. Tra i rami, le grandi scimmie rosse conducono il 95% della loro esistenza; la foresta pluviale è l’unico ambiente in cui sono in grado di procurarsi del cibo e proteggersi dalle insidie esterne.

Negli anni, l’opera di Biruté è diventata sempre più fondamentale per la conoscenza e la conservazione della specie: ben presto, infatti, all’attività di studio sul comportamento è stato affiancato un lungo e costante lavoro di salvataggio e reintroduzione dei piccoli oranghi rimasti orfani per la deforestazione.

La scomparsa della foresta tropicale indonesiana, la seconda per estensione al mondo dopo quella brasiliana, ha un principale colpevole: l’olio di palma. Questa materia prima è un componente base di tantissimi prodotti della nostra vita quotidiana e richiede costantemente nuovi terreni dove coltivare gli alberi da cui viene ricavata. Sebbene in tempi recenti alcune aziende virtuose abbiano iniziato a perseguire campagne per l’utilizzo di piantagioni create su terreni non originati dalla deforestazione, ancora oggi le foreste pluviali di Borneo e Sumatra, l’unica casa degli oranghi e di tantissime altre specie rare ed endemiche, continuano a cedere il passo a nuove piantagioni. Secondo le stime della stessa Birutė, negli ultimi 20 anni le popolazioni di oranghi allo stato selvatico si sono praticamente dimezzate.

 

image

L’attuale areale di distribuzione dell’orango (Wikimedia Commons)

I pochi piccoli che sopravvivono alla deforestazione vengono talvolta catturati per essere rivenduti come animali da compagnia. Sebbene dopo una certa età questi debbano comunque essere allontanati e uccisi perché troppo grandi e intelligenti per poter essere tenuti in una casa, si tratta comunque di una minoranza fortunata: tutti gli altri orfani abbandonati nella foresta sono destinati a morte certa.

In questo contesto, il centro di rieducazione fondato da Birutė svolge ormai un ruolo molto importante. Decine di piccoli oranghi vengono salvati ogni anno. Gli operatori del centro seguono gli animali passo passo, talvolta prendendosi cura di animali di pochi giorni di vita. Ai piccoli viene insegnato come arrampicarsi sugli alberi, come procurarsi il cibo, come vivere nella foresta. Un poco alla volta, gli orfani imparano ad essere indipendenti, fino al momento in cui possono essere liberati: un prezioso lavoro di supporto a una specie sempre più a rischio.

Molto spesso, però, i più grandi successi arrivano solo dopo aver fronteggiato grandi sofferenze: dopo alcuni anni di permanenza in Borneo arrivò il divorzio da Rod, che aveva ormai intuito che per Birutė non ci sarebbe mai stato un ritorno in Canada, come lui invece desiderava. Birutė accettò anche la più dolorosa delle scelte: il loro unico figlio Binti, di pochissimi anni, sarebbe andato con suo padre; la sua vita al tempo consisteva nel vivere in mezzo agli oranghi e non aveva contatti con altri bambini. Era giusto lasciarlo partire.

 

image

Birutė Galdikas nel 2012 (foto: Wikimedia Commons)

Al giorno d’oggi, Birutė Galdikas può essere tranquillamente considerata una delle massime autorità a livello mondiale sulla vita selvatica degli orangutan. Questo grazie a oltre 40 anni di esperienza sul campo, a una fondazione che salva decine di animali ogni anno, a centinaia di pubblicazioni scientifiche e conferenze in giro per il mondo, ad alcuni libri, tra cui il bestseller Reflections of Eden, alle copertine su National Geographic e molte altre riviste, a numerosi documentari televisivi di cui è protagonista. Ha collezionato una lunghissima serie di onorificenze per il suo lavoro di sensibilizzazione sul declino delle foreste asiatiche e sulla necessità di conservare la loro biodiversità.

Ancora oggi vive a Camp Leakey, nel cuore della foresta del Borneo, insieme a tanti collaboratori e scienziati, al suo nuovo marito indonesiano e ai suoi figli, e ad alcune decine di oranghi che stanno imparando ad affrontare le sfide della foresta.

E tutto questo senza mai farsi togliere le tonsille.

L’incredibile storia di Kanzi

image

Des Moines, Iowa, primi mesi del 2006: il reporter Paul Raffaele è in visita alla moderna struttura del Great Ape Trust, dove viene custodita e studiata una famiglia di bonobo. Dopo aver raccontato alla scienziata Sue Savage-Rambaugh alcune delle avventure vissute nella sua carriera, questa gli chiede se può improvvisare una Haka, la danza rituale dei Maori neozelandesi, di fronte al gruppo di scimmie antropomorfe, per studiare le loro reazioni: il reporter ha dichiarato infatti di conoscerla e saperla riprodurre. Raffaele non se lo fa ripetere due volte e inizia con i movimenti dell’antica danza resa nota al mondo dai rugbisti della nazionale degli All Blacks. Il rituale è molto appariscente: prevede ripetute percussioni delle mani sul petto e sulle cosce, unite a una serie di canti gutturali dalla natura solo apparentemente bellicosa. Dopo un breve attimo di indecisione, la reazione delle scimmie non si fa attendere: urlano, mostrano i denti e picchiano con forza contro le pareti e il pavimento della loro gabbia.

Tutte tranne una, Kanzi, un maschio adulto che rimane in silenzio, immobile e dallo sguardo fisso e interessato. Ben presto, il giornalista si ferma, capendo che i bonobo hanno inteso la sua danza come un segno di ostilità. La Savage-Rambaugh si rivolge a Kanzi, che ha alzato un braccio nel marasma generale per attirare la sua attenzione e farla avvicinare: emette una serie di vocalizzi striduli che la scienziata sembra comprendere e che riporta a Raffaele: il bonobo ha capito che non intendeva essere aggressivo nei confronti della sua famiglia e gradirebbe molto se la danza fosse riproposta solo a lui, in una sorta di esibizione privata. Sorpreso e incredulo, il giornalista viene quindi condotto in una stanza separata, dove a dividerlo da Kanzi ci sono solo alcune sbarre. Il bonobo, alla sua vista, inizia a percuotere petto e cosce, mimando quanto visto poco prima, come a invitarlo a ripetere lo spettacolo, che ovviamente viene replicato, con grande apprezzamento da parte del suo unico spettatore che non esita a partecipare attivamente alla danza, replicandola in ogni suo passaggio.

Quanto c’è di autentico in questa storia? Difficile a dirsi, la sua ricostruzione è frutto della testimonianza degli unici due esseri umani presenti all’evento e di un articolo pubblicato dallo stesso Paul Raffaele su Smithsonian Magazine. Certo è che Kanzi, senza dubbio il bonobo più famoso al mondo, è stato protagonista di una storia straordinaria, in cui le sue grandi capacità cognitive che lo hanno reso celebre sembrano rendere questa vicenda decisamente credibile.

Kanzi, che significa “tesoro” in Swahili, nasce il 28 ottobre 1980 nella stazione di ricerca di Yerkes, presso la Georgia State University. Dopo pochi mesi di vita, come spesso accade nelle comunità di questa specie, il cucciolo viene sottratto alla madre naturale da Matata, la femmina dominante del gruppo, che è anche oggetto di studio da parte dei ricercatori del centro. Tra questi, è già presente Sue Savage-Rambaugh, che segue Matata e cerca di insegnarle un particolare linguaggio composto di simboli, chiamati lessicogrammi, ciascuno dei quali associato a una parola o a un concetto, talvolta anche astratto. Per permettere al bonobo di comunicare tramite questi simboli si utilizza una tastiera collegata a un computer, in cui a ciascuno di questi simboli corrisponde un tasto. In seguito questo sistema verrà perfezionato e implementato con un sintetizzatore vocale che riproduce con voce umana la parola digitata dall’animale.

Le ricerche però non vanno per il meglio: Matata, forse anche a causa di un carattere molto forte, temprato da una vita condotta nei suoi primi anni nelle foreste del Congo, è ben poco interessata all’esperimento e i risultati sono praticamente nulli. Il piccolo Kanzi è spesso presente alle sessioni di studio, ma resta inizialmente in braccio alla madre, in seguito in disparte a giocare, con un’aria disinteressata.

A un certo punto però accade un evento inaspettato: complice l’assenza di Matata, inviata al centro di ricerca originario per accoppiarsi e avere un nuovo cucciolo, il piccolo Kanzi inizia ad usare con disinvoltura il sistema di lessicogrammi, diventando così non solo il primo esemplare della sua specie a dimostrare la comprensione di questo tipo di comunicazione, ma anche il primo ad averlo imparato spontaneamente, senza alcun insegnamento diretto. In breve tempo la decina di simboli iniziali su cui Matata aveva combattuto per circa due anni vengono assimilati dal piccolo Kanzi, che col passare del tempo arriva a utilizzarne alcune centinaia. Riesce inoltre a comprendere circa tremila parole in lingua inglese, pronunciate dai suoi addestratori, e a creare anche brevi frasi di senso compiuto utilizzando più lessicogrammi.

Ecco Kanzi in azione con i questo sistema: come è evidente, la sua abilità e duplice, dato che riconosce senza problemi i termini indicati dall’istruttrice e con altrettanta abilità trova il simbolo corrispondente tra i tanti presenti sullo schermo:

Ma questo è solo l’inizio dell’incredibile storia di Kanzi, che diventa ben presto una celebrità a livello mondiale, appare su Time e National Geographic e si rivela uno dei rari esempi di scimmie “sapienti”, al pari del gorilla Koko o dello scimpanzé Washoe, in grado di comunicare con gli esseri umani utilizzando un linguaggio dotato di simbologie e concetti astratti e, soprattutto, creato dall’uomo.

Molte delle capacità che gli vengono assegnate sono frutto di aneddoti e possono anche non essere del tutto provate, ma sono in ogni caso verosimili, data l’indiscutibile intelligenza dell’ex “piccolo principe”, ora maschio dominante della comunità di bonobo della Georgia: tra le sue tante azioni memorabili, Kanzi, durante una gita nei boschi della Georgia,dimostra di saper accendere un fuoco per cucinarsi dei marshmallow,come documentato da una serie di immagini pubblicate dal Telegraph; adora le omelette, che è capace di cucinare dopo aver correttamente elencato i loro ingredienti ed è in grado di creare utensili di pietra scheggiata, non molto differenti da quelli ritrovati nella gola di Olduvai in Tanzania e creati dai progenitori dell’uomo circa due milioni di anni fa. Apparentemente sa anche suonare la tastiera (ha duettato persino con Peter Gabriel e Paul McCartney), ha i suoi film preferiti su videocassetta ed è in grado di caricarli nel videoregistratore autonomamente, è dotato di humour e adora giocare a Ms. Pacman.

Ben poco di più gli si può chiedere, il buon Kanzi ha superato di gran lunga le più rosee aspettative che avevano condotto i ricercatori a iniziare questi esperimenti verso la fine degli anni ’70. Ora tocca forse alla sua famiglia fornire ulteriori dettagli sull’apprendimento in cattività dei bonobo e soprattutto sulla loro capacità di ricevere e trasmettere informazioni.

Già sappiamo, grazie a Matata, recentemente deceduta dopo essere diventata uno degli esemplari più longevi della sua specie in cattività, quanto l’ambiente selvatico influisca sul comportamento e sulla propensione a comprendere nuove forme di conoscenza. Molto interesse ha destato anche Panbanisha, figlia naturale di Matata e sorellastra di Kanzi morta nel 2012, che non solo era in grado di utilizzare molto bene i lessicogrammi, ma sembrava comunicare con lo stesso Kanzi utilizzando un linguaggio vocale utilizzato esclusivamente dai due. E infine c’è Teco, il figlio di Kanzi nato nel 2010: per lui le grandi aspettative di molti ricercatori, che volevano vedere il geniale bonobo dominante insegnare al suo rampollo tutte le sue conoscenze, saranno probabilmente deluse. Il piccolo infatti, a un anno dalla sua nascita ha presentato caratteristiche comportamentali decisamente insolite e una grossa difficoltà a socializzare, facendo sospettare che sia affetto da autismo, il che si rivelerebbe comunque un caso più unico che raro tra i primati non umani conosciuti.

Dal mio punto di vista quello che Kanzi può ancora fare è veramente importante: può sensibilizzare il grande pubblico non solo sul fatto che le scimmie antropomorfe hanno tantissimi punti in comune, soprattutto dal punto di vista del comportamento, con noi umani, ma può anche far capire come il bonobo, specie attualmente minacciata e presente solo in un areale ridotto delle foreste tropicali dell’Africa centrale, offra una straordinaria opportunità di studiare e conoscere l’evoluzione comportamentale nostra e dei nostri parenti più prossimi. La scomparsa di un animale così incredibilmente vicino a noi, sia per i suoi comportamenti sociali ma anche sessuali, sia per la sua incredibile intelligenza, si rivelerebbe una gravissima perdita.

In chiusura, vi segnalo quest’altro divertente filmato in cui la giornalista Lisa Ling racconta il suo incontro con Kanzi e che fu trasmesso alcuni anni fa nel talk show di Oprah (!) a testimonianza dell’incredibile livello di notorietà raggiunto da questo animale in ogni angolo del mondo.