Persone.

13 settembre 2011 Shanghai zoo 218

Un paio di anni fa una storica sentenza in Argentina ha deciso che Sandra, una femmina di orangutan reclusa nello zoo di Buenos Aires, dovesse essere liberata in quanto “persona non umana”. Dopo un’intera esistenza condotta in cattività, alla scimmia di 29 anni sono stati garantiti i diritti propri di qualunque individuo libero. Sulla base di questo nuovo status giuridico, Sandra ha potuto essere liberata e condotta in un santuario in Brasile, dove trascorrere serenamente il resto della propria esistenza senza dover intrattenere il pubblico pagante da dietro le sbarre di una gabbia.

Nel 2016, una sentenza simile ha stabilito, appellandosi al principio giuridico del “habeas corpus”, che un gruppo di nove scimpanzé fossero liberati in quanto imprigionati senza giusta motivazione. Tra questi animali c’erano anche i celebri Hercules e Leo, detenuti per motivi di studio nel centro di ricerca New Iberia in Louisiana. Sorte simile per il loro conspecifico Tommy, recluso in un giardino zoologico a New York prima della sua misteriosa scomparsa, avvenuta pochi mesi fa.

Nel 2013 il Ministero dell’Ambiente e delle foreste indiano ha messo al bando la detenzione di cetacei per scopi di intrattenimento: mai più orche e delfini potranno essere utilizzati per esibizioni pubbliche a fini commerciali. Tale trattamento risulterebbe non compatibile con il loro status di esseri senzienti, dotati di sensibilità, coscienza di sé e intelligenza superiore. E, a quanto pare, l’India non è stata la prima nazione a prendere tale provvedimento in difesa dei mammiferi marini: a intraprendere tale strada, negli anni precedenti, ci sono stati Ungheria, Cile, Costa Rica.

Altre cause, promosse in giro per il mondo soprattutto da associazioni animaliste, hanno portato sul banco degli imputati zoo, delfinari, circhi e acquari accusandoli di trattamenti inumani, riduzione in schiavitù e reclusione illegittima di esseri viventi dotati di intelligenza e sensibilità. Ogni giorno, il discorso su cosa sia una “persona” dal punto di vista giuridico sembra portare alla conclusione che molti animali non umani debbano ambire a questo status e, con esso, ai sufficienti diritti in grado di garantire loro una dignità e un’esistenza soddisfacente.

La questione è intricata e di non semplice soluzione. Spesso i toni esasperati e militanti di alcune associazioni animaliste hanno tolto spessore e importanza a questa tematica, che è sicuramente importante affrontare nel modo giusto. Un caso come quello di Sandra non può e non deve passare inosservato: un orangutan è un essere vivente dotato di sensibilità e intelligenza indubbiamente paragonabile a quelle di un essere umano, e come tale non dovrebbe subire soprusi di alcun genere. Non dovrebbe essere imprigionato senza motivo o sfruttato per l’intrattenimento degli umani e, soprattutto, i suoi simili dovrebbero ricevere lo stesso riconoscimento. E qui la faccenda si complica: tutti gli orangutan sparsi negli zoo in giro per il mondo meriterebbero di essere liberati? E come dovremmo comportarci con le altre specie di primati? E di mammiferi? E di uccelli, pesci, molluschi e quant’altro?

Al momento attuale non abbiamo ben chiaro che cosa sia l’intelligenza e come si possa quantificare e, soprattutto, non abbiamo i metodi sufficienti per poterla valutare in specie differenti dalla nostra: ne parla bene Frans de Waal nel suo recente “Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?” in cui tra l’altro cita l’Umwelt, un principio ideato dal biologo tedesco Jakob von Uexküll, che si potrebbe tradurre come “mondo circostante”. Questo concetto è fondamentale: non siamo in grado neanche di immaginare come sia il mondo per uno scimpanzé o un gorilla, per un polpo o una salamandra. Hanno caratteristiche cerebrali proprie, diversi livelli di sensibilità e di percezione del mondo, altri scopi, altri comportamenti. Siamo sicuri di poter stabilire quale sia il loro livello di intelligenza? Io ne dubito fortemente. Ci sono animali con un cervello molto più sviluppato del nostro come gli elefanti, altri con vista, riflessi o altre capacità di gran lunga superiori a quelle umane (a tal proposito, qui trovate un’interessante carrellata di animali che surclassano l’uomo in varie specialità). Capire e identificare in che modo si possa garantire serenità e benessere a esseri viventi così diversi da noi è al momento praticamente impossibile.

Quindi sì, bisogna valutare le scelte ragionando anche in maniera orrendamente pratica: gli zoo, ad esempio, hanno una loro utilità (ne avevo già parlato qui); idem come sopra per i centri di ricerca, anche se qui gli antispecisti ribatteranno che si tratta di utilità solo per la specie umana, ma questo è un altro discorso, troppo ampio per essere affrontato in poche righe; inoltre animali che vivono in cattività non possono assolutamente essere liberati a cuor leggero se non hanno sviluppato le capacità per vivere in ambienti non artificiali. Quindi la questione è ben più complessa di quanto possa sembrare.

Quello che però è importante aver presente è che il termine “persona”, nel XXI secolo, non può e non deve essere assolutamente attribuito soltanto agli esseri umani. E creando un precedente come quello di Sandra, abbiamo – giustamente – ammesso che gli animali hanno personalità, intelligenza, coscienza di sé e sensibilità. Dovremo deciderci a trattarli di conseguenza.

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98%

Chimp

Se vi è capitato di sentir parlare di scimpanzé o bonobo, magari in documentari televisivi o su articoli di riviste che parlano di natura, molto probabilmente avrete letto o sentito citare una cifra, o meglio una percentuale: 98%. Questo numero altro non è che la percentuale di patrimonio genetico che l’essere umano condivide con i suoi parenti più prossimi, le scimmie del genere Pan: lo scimpanzé Pan troglodytes e il bonobo Pan paniscus. Una percentuale altissima, a ben sottolineare come questi animali siano vicini, anzi vicinissimi a noi. Una sorta di “cugini”, filogeneticamente parlando. In effetti, si stima che la linea evolutiva che porta a bonobo e scimpanzé (che tra loro sono ancora più vicini) si sia “staccata” da quella dell’essere umano in un periodo compreso tra i 7 e i 4,5 milioni di anni fa, quindi in tempi recenti, paleontologicamente parlando. In tempi ancora più recenti, tra 2 e 1,5 milioni di anni fa, sarebbe avvenuta la differenziazione tra le due specie, presumibilmente grazie alla separazione geografica data dal fiume Congo.

Anche se efficace nel rappresentare quanto minima sia la differenza, però, una fredda percentuale non è sufficiente a farci capire la nostra vicinanza con questi animali. Una somiglianza che è sia morfologica sia comportamentale. Nonostante le affinità con l’uomo, bonobo e scimpanzé nel sentimento comune diffuso tra il grande pubblico vengono visti come semplici “animali”, come se noi stessi non lo fossimo. In quest’ottica è quindi accettabile recluderli in gabbie anguste nei giardini zoologici, vederli come semplici beni commerciali, sfruttarli per intrattenimento nei circhi o ucciderli in caso di necessità (senza tornare sulle polemiche riguardanti la morte di un’altra scimmia antropomorfa, il gorilla Harambe, di cui ho già ampiamente parlato qui). Tutte le considerazioni etologiche sugli animali, comprese la coscienza di sé e la comprensione del concetto di morte (presenti, ad esempio, nella celebre gorilla “parlante” Koko) o la presenza di una personalità complessa molto simile all’uomo vengono del tutto ignorate. E si tratta di un grave errore, visto che tante interessanti scoperte sui nostri parenti più prossimi sono state fatte in tempi recenti e ci hanno aiutato a capire come le scimmie antropomorfe (e non solo loro, a dirla tutta) meriterebbero un trattamento ben migliore.

Gli scimpanzé, ad esempio, sono in grado di comunicare con gli umani tramite il linguaggio dei segni: la femmina Washoe, studiata dagli scienziati americani Allen e Beatrice Gardner, fu una delle prime a impararlo. In tempi più recenti lo stesso talento è stato dimostrato da Koko e dal “bonobo-superstar” Kanzi e già questo dovrebbe aiutarci a comprendere come le interazioni sociali in natura siano piuttosto complesse per questi animali. Scimpanzé e bonobo, tra gli altri, sanno utilizzare e addirittura creare vari tipi di strumenti, e non parliamo solo di animali in cattività: Jane Goodall fu la prima a vederli in azione, a Gombe in Tanzania, mentre catturavano termiti con l’utilizzo di rametti appositamente preparati per essere infilati nelle aperture dei loro nidi.

Ma avere in comune con l’uomo così tante somiglianze non ha solo aspetti positivi. E infatti, udite udite, scimpanzé e bonobo possono avere anche i nostri difetti: sono in grado di imbrogliare e mentire, ad esempio per competizione sessuale o per altri motivi pratici come la ricerca del cibo. Gli scimpanzé possono anche avere il vizio del fumo, e non si tratta soltanto di esemplari appositamente addestrati al circo: in questo video vediamo Charlie, morto ormai una decina di anni fa, che nel suo Mangaung zoo in Sudafrica era diventato una piccola celebrità proprio per questa abitudine, nata casualmente dopo che qualche visitatore gli aveva lanciato nel recinto delle sigarette accese (comportamento a mio avviso decisamente criminale).

Come abbiamo già raccontato su queste pagine, gli scimpanzé sono abili cacciatori e tra le loro vittime preferite ci sono altri primati, in particolare i colobi rossi. Ebbene, da uno studio su una popolazione di scimpanzé a Ngogo nel parco nazionale di Kibale in Uganda è emerso che, nonostante la carne dei colobi non sia certo la principale fonte di sostentamento delle scimmie antropomorfe, l’efficacia delle loro battute di caccia abbia portato un gravissimo declino delle popolazioni delle scimmie più piccole: dal 1975 al 2007 si è osservato un crollo dell’89% nella popolazione locale di colobi rossi dovuto alla predazione, a un passo dall’estinzione sul territorio. La facilità con cui i predatori riuscivano a catturare i colobi era tale da aver causato, verso la fine degli anni ’90, un’eliminazione di circa metà popolazione ogni anno. Alla fine la pressione venatoria è stata tale da non permettere alle prede di recuperare i numeri persi, e ora c’è il serio rischio di veder scomparire per sempre i colobi rossi da Ngogo. In questo caso si potrebbe imputare agli scimpanzé una mancanza di lungimiranza nel gestire le risorse offerte loro dalla natura, ma più verosimilmente il loro difetto è quello di non disporre di una visione a lungo termine che li aiuti a effettuare scelte ponderate sul futuro remoto. Difficile stabilirlo, in ogni caso è un qualcosa su cui riflettere: se tante sono le somiglianze tra noi e i nostri parenti più stretti, scoprire che questi non sanno gestire le risorse a loro disposizione non è certo un buon segno. Tutte cose che peraltro già sappiamo. Cerchiamo però di non utilizzare questa scoperta per giustificare i nostri comportamenti: la mancanza di buon senso, anche se si può osservare sporadicamente in altri animali, non va comunque giustificata in quanto “naturale” (termine che, peraltro, a mio avviso ha sempre meno senso).

Ma anche nelle somiglianze non mancano sorprese in positivo: quel comportamento che in certi casi identifichiamo con “umanità” si può trovare qua e là anche nei primati. La compassione e l’empatia di cui spesso si occupa Frans de Waal ad esempio, ma non solo. In certi casi sembrano anche le classiche “leggi della natura” a venir meno. In tempi recenti è stata infatti pubblicata una notizia che ha destato molto scalpore, riguardante una madre scimpanzé del Mahale Mountains National Park in Tanzania che ha portato con sé e avuto cura un cucciolo con gravi disabilità. In natura, di solito, i piccoli malati in moltissime specie animali vengono abbandonati al loro destino. Invece in questo caso il cucciolo, una femmina identificata con la sigla XT11, è stata curata e accudita dalla madre per tutti i 23 mesi della sua breve vita, molto più di quanto sarebbe stato lecito prevedere per un piccolo in quelle condizioni. XT11 infatti aveva una grave malformazione fisica, oltre ai sintomi di una malattia simile alla sindrome di Down. Ciononostante l’amore materno non è mai venuto a mancare.

Conoscendo quante sono le somiglianze tra noi e questi parenti prossimi, a questo punto penso sia normle domandarsi che cosa sia particolare, tipico, esclusivo dell’uomo. A livello fisico possiamo facilmente identificare le differenze, mentre a livello di comportamenti è molto più difficile, visto che con cadenza regolare i primatologi scoprono nuovi punti in comune tra umani e altre scimmie antropomorfe. E allora ci viene naturale tornare a quella percentuale di cui sopra, quel freddo 98% che poco ci rappresenta, se non per farci capire il concetto di somiglianza. Per questo vi segnalo una voce di Wikipedia molto ben fatta, basata in gran parte sull’articolo “Che cosa ci rende umani?” di Katherine S. Pollard, pubblicato su Le Scienze di agosto 2009. Qui potete trovare alcuni interessanti approfondimenti. Io mi accontento di mettervi la pulce nell’orecchio, e di farvi ragionare sul fatto che i punti in comune tra uomo e altri animali (in particolare i primati) sono molti di più che le differenze,. Tra l’altro, questa conoscenza potrebbe tornarci abbondantemente utile in futuro, se sapremo sfruttarla come si deve: ad esempio, su questo articolo sul Guardian potrete scoprire come oggi si stiano studiando gli scimpanzé, o meglio i loro giacigli, al fine di sviluppare il “letto perfetto” per gli esseri umani. E non è certo roba di poco conto.

Anche gli scimpanzé hanno una religione?

Uno scimpanzé intento a compiere l'insolito "rituale"

Uno scimpanzé intento a compiere l’insolito “rituale”

È stato recentemente pubblicato un articolo firmato da una lunga lista di primatologi sulla rivista Scientific reports che descrive un comportamento insolito da parte di alcuni gruppi di scimpanzé dell’Africa occidentale: gli animali lanciano o battono con forza delle pietre contro i tronchi di alcuni alberi, al punto da creare accumuli di sassi alla loro base o all’interno di quelli cavi. Questo comportamento sembra legato soltanto ad alcune piante appositamente scelte dalle scimmie. Inoltre, per ora è stato visto soltanto in specifiche popolazioni di animali: ad esempio i celebri scimpanzé di Gombe in Tanzania, studiati originariamente da Jane Goodall, non sembrano conoscerlo.

Il comportamento è stato osservato nei filmati raccolti da una serie di fototrappole posizionate in zone boscose della Repubblica di Guinea. A realizzare le riprese il team di ricercatori autori dello studio, tra cui Laura Kehoe dell’Università di Berlino, che ha parlato della scoperta anche in un articolo su The conversation. I suoi contenuti sono poi stati ripresi da molte testate, tra cui New Scientist e persino il Daily Mail, non esattamente un giornale scientifico.  Gli accumuli di pietre in certi casi sono anche molto ben riconoscibili e il comportamento degli animali, filmato in più occasioni, non sembra essere riconducibile a interessi pratici come la ricerca di cibo.

Un’ipotesi suggerisce che questo modo di agire sia una sorta di esibizione da parte dei maschi come segno di dominanza sugli altri maschi, o anche come metodo per attrarre le femmine. Dal punto di vista puramente pratico l’interpretazione potrebbe essere credibile: un tronco cavo rimbomba bene se colpito con un oggetto di peso adeguato, e produce anche frequenze particolarmente basse e capaci di propagarsi a distanza. L’accumulo di pietre sarebbe in tal caso dovuto al fatto che alcuni alberi si presterebbero meglio all’uso e quindi verrebbero utilizzati con più frequenza. Il comportamento però, sebbene sia stato principalmente osservato in maschi adulti, è stato registrato anche in femmine e giovani, e questo rende tale ipotesi poco plausibile. Inoltre, l’accumulo delle pietre all’interno delle cavità non sarebbe spiegato in maniera esaustiva.

Una raccolta di video di scimpanzé coinvolti nello studio, catturati su pellicola dalle fototrappole.

Un’altra ipotesi afferma che si tratti di un comportamento che anche per la storia umana ha segnato una svolta importante: la creazione di segnali di riferimento per stabilire i confini territoriali e favorire l’orientamento all’interno del bosco. Di certo un accumulo di pietre alla base di un albero costituirebbe un segnale inconfondibile, ma non spiegherebbe il comportamento associato alla sua creazione: basterebbe appoggiare le rocce, senza bisogno di lanciarle contro i tronchi, soprattutto con la notevole forza impiegata dalle scimmie nei filmati studiati.

E a questo punto l’ipotesi più fantasiosa, ma anche la più affascinante, si fa strada: e se si trattasse di comportamenti irrazionali? Potrebbe essere una sorta di atto rituale, simbolico o, perché no, religioso? E se gli alberi cavi fossero una sorta di luogo sacro creato dalle scimmie per motivi a noi non chiari? Un punto di riferimento a cui approcciarsi per comunicare con la natura e chiederle favori di vario genere? In fondo, sappiamo già che gli scimpanzé hanno comportamenti quantomeno insoliti e affascinanti (come le incredibili danze della pioggia osservate per la prima volta da Jane Goodall in Tanzania).

Di certo si tratta di un’interpretazione molto fantasiosa di un comportamento che per ora è soltanto di difficile comprensione e potrebbe avere una spiegazione molto più razionale. Gli stessi ricercatori sembrano comunque voler lasciare aperta la “finestrella” che ci fa vedere gli scimpanzé come animali irrazionali e interessati all’ultraterreno. Ed è facile capire perché: se dimostrata, una teoria del genere rappresenterebbe una sorta di rivoluzione nel modo con cui noi ci approcciamo al mondo animale. Le implicazioni, anche per l’interpretazione antropologica della religione, sarebbero enormi: forse il credere in qualche sorta di realtà spirituale o ultraterrena sono una necessità non solo di gran parte delle popolazioni umane ma anche di altri animali particolarmente complessi come le scimmie antropomorfe?

Si tratta di teorie affascinanti e ancora ben lontane dall’essere dimostrate o dimostrabili. Il caso degli scimpanzé della repubblica di Guinea si rivela comunque un evento di estremo interesse e di cui sarà bene seguire gli sviluppi anche in futuro. Anche perché nella letteratura scientifica possiamo trovare un piccolo precedente che ci dimostra che anche del mondo animale un po’ di irrazionalità esiste: in un celebre esperimento del 1947 infatti, lo psicologo americano Burrhus Frederic Skinner dimostrò che anche i piccioni sono superstiziosi e compiono riti scaramantici. E forse presto scopriremo che non sono gli unici.

Killer apes

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Nel 1960, durante il suo primo anno di ricerche nella foresta di Gombe in Tanzania, Jane Goodall scoprì qualcosa di inaspettato per molti naturalisti e primatologi dell’epoca: gli scimpanzé sono efficienti e spietati predatori e, conseguentemente, la loro dieta prevede un consumo regolare di carne.

Per quale motivo tale scoperta fosse sorprendente è presto detto: le scimmie antropomorfe (apes per gli anglosassoni, per distinguerle da tutti gli altri primati, chiamati monkeys e creando, a mio avviso, una differenziazione piuttosto forzata) erano infatti  considerate al tempo quasi totalmente vegetariane, con piccole e trascurabili eccezioni. Bonobo, gorilla e orango sono in effetti in grandissima parte frugivori, e solo di rado si nutrono di insetti o piccoli vertebrati. Per gli scimpanzé, come osservato inizialmente dalla Goodall, è diverso: essi organizzano vere e proprie battute di caccia e orientano la loro predazione verso animali anche medio-grandi, come altre specie di scimmie o addirittura piccoli ungulati.

Ogni grande scoperta scientifica che si rispetti porta con sé tanti nuovi interrogativi e questa non fece certo eccezione viste le sue tante implicazioni, sia sull’etologia e le abitudini alimentari della specie Pan troglodytes ma anche e soprattutto sullo studio evoluzionistico dell’uomo e di come sia nato e si sia sviluppato l’istinto predatorio e il carnivorismo nei progenitori della nostra specie.

Il fatto di essere la “specie animale più affine all’uomo” e offrire il fianco a titoloni a effetto con il solito, abusatissimo 99% di genoma in comune (che in realtà è il 98%, come ha spiegato Katherine Pollard in un articolo su “Le Scienze”, ben ripreso da una voce di Wikipedia ottimamente compilata) può però essere un punto di partenza per ricerche – serie – sulla nostra specie, cercando di trovare o immaginare affinità tra il comportamento attuale delle scimmie di Gombe e quello dei progenitori dell’uomo, che, verosimilmente, abitavano ambienti simili e dovevano affrontare le stesse sfide per la sopravvivenza.

Nondimeno, il fatto di avere un antenato comune non lontanissimo nel tempo (i due “bracci” evolutivi di uomo e scimpanzé si sono presumibilmente separati qualcosa come 5-6 milioni di anni fa, secondo stime condivise dai più) ci può far capire che questi comportamenti siano nati sia da esigenze nutrizionali sia, sorprendentemente, anche sociali.

Uno studio condotto nel Taï National Park, in Costa d’Avorio, da Christina M. Gomes e Cristophe Boesch del Max-Planck Institut ha infatti approfondito nel dettaglio il comportamento predatorio degli scimpanzé, rivelando alcuni aspetti molto interessanti:

 – gli scimpanzé cacciano sia singolarmente che in gruppo, ma la caccia di gruppo è di gran lunga il sistema più diffuso;

– i gruppi sono composti di solito da una decina di scimpanzé, ma possono arrivare fino a 35 esemplari;

 – a cacciare sono soprattutto i maschi adulti o adolescenti; le femmine talvolta fanno parte dei gruppi di caccia, ma hanno per lo più ruoli marginali;

 – i gruppi di caccia sono organizzati molto bene, così come ben stabiliti sono i ruoli dei vari membri (spiegati con chiarezza da un articolo di Cristophe Boesch del 2001): ambusher, blocker, chaser, driver. In particolare, quando il gruppo ha accerchiato sui rami più alti e isolati della foresta i colobi rossi, scimmie arboricole che, sia a Taï che a Gombe, rappresentano di gran lunga la loro preda preferita, i ruoli degli accerchiatori e di chi poi sale a raggiungere le vittime è sempre prestabilito;

 -le battute di caccia sono più frequenti nei mesi della stagione secca, in cui per gli scimpanzé è più difficile procurarsi nutrimento vegetariano.

 Quello che è però interessante dal punto di vista sociale è che, a caccia terminata, avvenga una spartizione del bottino. La carne viene offerta dai cacciatori sia alle femmine (in estro e non), sia ad altri maschi. Nel primo caso è ovvia la connessione:  i cacciatori che offrono la carne alle femmine hanno maggiori possibilità di accoppiarsi (e pare che questo sia dimostrato proprio dal fatto che, statisticamente, i migliori cacciatori siano quelli che hanno anche un maggior successo riproduttivo). L’interesse è, in questo caso, a lungo termine, come dimostrato dal fatto che non sempre alle offerte corrisponda il concedersi da parte delle femmine e che le offerte siano rivolte anche a quelle non in estro. Per le offerte ad altri maschi invece le ragioni potrebbero essere legate ai rapporti sociali, alla pacificazione tra rivali o a semplici favori reciproci.

 Anche se si rientra nel campo delle ipotesi, è giusto a questo punto cercare i punti in comune con i nostri precursori, in particolare con gli Australopitecini, i progenitori più vicini all’antenato comune che ci separa dagli scimpanzé. Come ben sottolineato in un articolo di Craig Stanford pubblicato su American Scientist, è ben probabile che le implicazioni sociali, di successo riproduttivo e “politiche” nella creazione di gruppi di caccia e di spartizione del bottino fossero almeno in parte simili a quelle delle scimmie attuali; e questo nonostante le evidenti differenze, costituite da una società probabilmente più complessa di quella degli scimpanzé, l’andatura bipede già presente, ad esempio, in Australopithecus ramidus oltre 4 milioni di anni fa, canini meno sviluppati e così via.

 Questo ci potrà in futuro far capire ancora meglio quali siano stati gli equilibri sociali nei nostri progenitori più antichi, per capire cosa ci ha portato a diventare la specie opportunista che siamo oggi, anche se ovviamente si rimane nel campo delle ipotesi: l’etologia non è una scienza esatta e meno che mai lo è la paleontologia, ma quello che si è scoperto in questi ultimi decenni nelle foreste di Gombe e di Taï può senz’altro offrire un’affascinante finestra sul nostro passato e sull’evoluzione del nostro comportamento sociale.

Post scriptum: ringrazio Francesco D’Amico per la segnalazione del mio articolo sulla Fauna di Ediacara sul suo interessante blog The light blue ribbon. Grazie e alla prossima!

Frans de Waal e l’evoluzione della moralità

Fra i temi etici che personalmente trovo di maggiore interesse nel campo della scienza del comportamento, c’è un argomento che negli ultimi anni ha scatenato lunghe e accese discussioni – quasi al livello della tanto violenta quanto stucchevole querelle tra evoluzionisti e creazionisti – e riguarda l’esistenza di sentimenti quali l’empatia, la compassione e, più in generale, la moralità nel mondo animale.

Per scoprire gli ultimi sviluppi di questo insolito campo di studi, vi segnalo questo sito dedicato ad un evento tenutosi ad Erice, in provincia di Trapani, circa un anno fa:

Evolution of morality

A parte l’onnipresente Telmo Pievani e il naturalista Stefano Parmigiani a garantire la qualità della proposta, il nome riportato in cima al programma e che subito mi ha incuriosito è quello di Frans de Waal.

Per chi non lo conoscesse, questo simpatico signore è un etologo e primatologo olandese, da anni trasferitosi in USA, che conduce ormai da decenni approfondite ricerche sul comportamento sociale dei primati, in particolare per quanto riguarda bonobo e scimpanzé. Nei suoi studi, più volte è stata dimostrata l’esistenza nel mondo naturale di sentimenti e comportamenti per secoli ritenuti propri dell’uomo, come l’empatia, la consolazione, l’altruismo, la gelosia e persino il senso di giustizia o ingiustizia.

E per quale motivo questi fenomeni sarebbero causa di dibattiti? Forse perché spiegherebbero che la moralità non ha radici umane, né tantomeno religiose, come infatti suggerisce il buon de Waal in molti suoi interventi, e non è certo cosa da poco… a tal proposito, per approfondire, vi suggerisco il suo articolo pubblicato tempo fa sul blog del New York Times, dall’eloquente titolo Morals without God.

E, dulcis in fundo, una spassosa conferenza su TED del simpatico scienziato di ‘s-Hertogenbosch, in cui sono riportati alcuni esempi che dovrebbero quanto meno mettervi la pulce nell’orecchio, e farvi anche venir voglia di andarlo a sentire la prossima volta che ripasserà da queste parti. Nei casi più estremi vi verrà voglia di andarvi a comprare una scimmia cappuccina, ma sono rischi del mestiere. Metteteli in conto.

 

Jane Goodall – Le ragioni della speranza (1999)

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Questo libro non è una semplice autobiografia della protagonista di alcune delle più grandi scoperte riguardanti le scimmie antropomorfe più vicine a noi, ovvero gli scimpanzé, né un arido trattato scientifico in cui vengono elencati gli sviluppi dei suoi studi, ma si tratta in realtà della risposta a una domanda frequentemente posta alla sua autrice: c’è ancora speranza per il mondo in cui viviamo? La domanda che mi viene rivolta più spesso nei miei viaggi intorno al mondo scaturisce dal timore più profondo della gente: Jane, lei pensa che ci sia speranza? C’è speranza per le foreste pluviali in Africa? Per gli scimpanzé? Per gli africani? C’è speranza per il pianeta, il nostro bel pianeta che stiamo saccheggiando? C’è speranza per noi e per i nostri figli e nipoti?, scrive la Goodall.

La risposta fornita in questo libro a tutti questi interrogativi è il racconto della vita di una donna condotta prima in Inghilterra, poi tra le montagne dell’attuale Tanzania, a Gombe, nello studio ravvicinato degli scimpanzé in libertà, e infine, ed è tuttora così, in giro per il mondo a promuovere, con passione e coinvolgimento, il lavoro del Jane Goodall Institute, per la salvaguardia non solo del futuro delle scimmie a noi più simili e del loro habitat naturale, ma anche e soprattutto del mondo in cui viviamo. Speranza mantenuta e accresciutasi negli anni nonostante le infinite avversità che la Goodall ha dovuto affrontare, a cominiciare dall’infanzia vissuta in Inghilterra nel periodo bellico, la visita ad Auschwitz, la morte di una sua collega in Africa durante i suoi studi e al rapimento di altri quattro per chiederne un riscatto, la morte del secondo marito per cancro e altre mille difficoltà incontrate da una donna che ha sempre fatto della perseveranza, basata su una forte fede religiosa, il suo credo.

La narrazione della Goodall, fresca e coinvolgente, ci porta a far nostra la sua passione per la natura, gli animali e i viaggi in terre lontane e inesplorate, avuta sin dall’infanzia e che la condusse a fare il suo primo viaggio in Africa a 23 anni, per far visita a un’amica, e che cambiò radicalmente la sua vita. Ci racconta della scelta da parte del grande antropologo Louis Leakey di fare di lei la prima vera studiosa degli scimpanzé nel loro habitat naturale, dell’aver successivamente osservato l’utilizzo da parte di questi di ramoscelli, ben ripuliti e lisciati, per la raccolta delle termiti (scoperta rivoluzionaria nel campo delle scienze antropologiche, dato che fino ad allora solo l’uomo era ritenuto capace di creare e utilizzare degli utensili), dell’incontro con David Greybeard, primo degli scimpanzé ad aver stretto un contatto con lei e ad averla introdotta nel branco creando fiducia e rispetto tra i suoi compagni nei confronti della nuova arrivata, dell’osservazione diretta e commovente dei mille sentimenti ed emozioni che vivono i nostri cugini nel condurre la loro esistenza, del successo dei suoi studi e della nascita del Jane Goodall Institute for Wildlife Research, Education and Conservation e infine delle mille battaglie vinte per sensibilizzare l’opinione pubblica sui gravi danni che l’umanità sta arrecando al pianeta.

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E la risposta è chiaramente sì, c’è ancora speranza, perchè se è vero che da un lato le sofferenze, le atrocità e le ingiustizie che l’uomo arreca ai suoi simili e al mondo in cui vive sono sotto gli occhi di tutti, da un altro è innnegabile, e la vita della Goodall ne è una prova, che avendo fiducia nelle proprie possibilità e trovando tante persone nobili e generose che aiutano le giuste cause (è commovente l’incontro con Henri Landwirth, magnate sopravvisssuto in gioventù alla prigionia ad Auschwitz, emigrato in America, creatore dell’associazione Give Kids the World per i bambini malati terminali), alla fine si può essere ripagati appieno della propria opera e dei risultati ottenuti con essa, anche se, ed è Jane Goodall stessa a ricordarcelo, il viaggio non finisce mai.

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Jane Goodall in una foto recente

Francine Patterson, Eugene Linden – L’educazione di Koko (1981)

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Sempre meno sono le certezze rimaste all’essere umano dopo tante scoperte scientifiche che gli hanno tolto molte di quelle che fino a poco tempo fa erano considerate sue prerogative esclusive, come la creazione e l’utilizzo di utensili, oppure la divulgazione di scoperte e tradizioni di padre in figlio, ormai comprovate capacità di numerose specie animali.

Tra queste poche certezze vi era sicuramente la conoscenza del linguaggio; ci stiamo riferendo ovviamente non a un metodo di comunicazione semplice e immediato, come quello di abbaiare, pigolare, emettere gesti o marcare il territorio, tipico degli animali, ma a un linguaggio articolato, complesso e in grado di definire concetti e situazioni complesse e addirittura astratte. Anche questa certezza negli ultimi decenni è venuta meno, a causa dei colpi inflittigli dalle ricerche nel campo del linguaggio effettuate da psicologi e antropologi sugli animali più vicini a noi, ovvero le scimmie antropomorfe.

Celebre è il caso di Washoe, scimpanzè femmina allevato dai coniugi Gardner, studiosi di psicologia comparata, a cui fu insegnato nel corso di pochi anni a esprimersi con un linguaggio a gesti utilizzato dai sordomuti, l’Ameslan (Linguaggio Americano a Segni). La scelta di utilizzare una forma di espressione differente da quella vocale ha rappresentato un’autentica svolta nello sviluppo di tali ricerche, sia perchè le differenze fisiche tra uomini e scimmie rendevano assolutamente improbabile la possibilità di dialogo tramite questo tipo di comunicazione, sia perchè tutti i tentativi effettuati in passato di insegnare il linguaggio parlato agli animali avevano dato risultati sconfortanti, qualora non si fosse trattato di comportamenti indotti dagli allevatori o pedissequa imitazione. Celebre è infatti il caso degli ‘animali sapienti’, come cani e cavalli che soprattutto verso la fine del XIX secolo venivano indicati come capaci di effettuare operazioni matematiche o ragionamenti estremamente complessi e di comunicarli abbaiando o battendo gli zoccoli a terra, quando in realtà essi si comportavano basandosi su piccole reazioni innate dei loro allevatori.

Ed è proprio dall’esempio dei Gardner e da una loro conferenza a cui l’autrice assistette nei primi anni ‘70, che prende spunto l’esperimento della dottoressa Patterson, giovane psicologa di Stanford, sul gorilla femmina Koko, allevato ed educato sin da un anno di vita a utilizzare un linguaggio con cui comunicare con i suoi tutori.

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Koko e Francine Patterson in un’immagine recente

Il libro è una narrazione passo passo dei progressi compiuti da Koko nel corso degli anni, della sua incredibile versatilità e intelligenza e dei suoi straordinari miglioramenti compiuti negli anni nell’utilizzare il linguaggio dei sordomuti. Sbalorditive sono la sua fantasia e la sua ironia, così come la sua capacità di esprimere con pochi gesti concetti complessi e profondi, i propri sentimenti e le proprie paure.

Sono oltretutto estremamente spassosi alcuni dialoghi, sia per la fantasia del gorilla nell’esprimere concetti coloriti, sia per l’effettiva allegria caratteriale e la sua ironia. Eccone un esempio, tra Koko e l’assistente Cindy:

KOKO: Tempo unghie noce. (A quanto pare, Koko dà a Cyndy della noce [nuts in inglese, ossia pazza], uno dei suoi insulti preferiti, e la minaccia di graffiarla con le unghie, una delle sue minacce preferite, se non accondiscende).

KOKO: Frutto…chiave chiave tempo. (Koko vuol dire che è arrivato il momento, per Cindy, di servirsi della chiave per aprire il frigorifero).

CINDY: No, non adesso tempo chiave.

KOKO: sì tempo andiamo tempo, noce.

CINDY: No, non tempo!

KOKO: Sì tempo.

CINDY: No tempo.

KOKO: Unghie.

CINDY: Perchè?

KOKO: Tempo.

CINDY: Oh, insomma.

Allo stesso modo, sono assolutamente spassosi gli insulti utilizzati da Koko, principalmente nei confronti di un altro gorilla allevato insieme a lei, ossia Michael:

PENNY: Ti piace Mike?

KOKO: Diavolo marcio.

PENNY: Vuoi che Mike entri? Che pensi?

KOKO: Penso stupido diavolo.

PENNY: Dì cattivo

KOKO: Gabinetto marcio.

PENNY: Sei gelosa di Mike?

KOKO: Mike noce.

Lo stesso Mike, a cui è stato ugualmente insegnato l’Ameslan, ha avuto un ruolo importante nel fornire ulteriori elementi chiarificatori sugli studi effettuati su Koko: l’età difatti ha un ruolo importantissimo sull’apprendimento, e non è difatti un caso che Koko, a cui si è incominciato a insegnare il linguaggio per sordomuti in età molto più giovane, abbia un vocabolario di espressioni e delle capacità comunicative decisamente superiori rispetto al suo amico.

Resta di fatto che anche Mike ha evidenziato un intelligenza e un’ironia notevoli, soprattutto nel caso di domande che lui ritiene stupide:

ESTHER: Puoi dirmi una lunga frase per carne?

MICHAEL: Carne carne carne carne carne carne carne carne carne carne.

ESTHER: Sì, è lunga ma è sciocca. Puoi fare meglio?

MICHAEL: Dai forza gorilla piace piace.

ESTHER: Che cosa a te piace?

MICHAEL: Dai carne.

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Mamma gatto, protagonista della fiaba, sgrida i gattini. ‘Cattiva’ è la personale opinione di Koko.

Di certo la notorietà che Koko ha avuto negli anni, soprattutto grazie a una copertina e un articolo di National Geographic, e, in seguito, anche di Time, hanno avuto un peso notevole negli studi della Patterson, che proseguono tuttora; Koko ormai utilizza un vocabolario di oltre 1000 gesti Ameslan, un’associazione per la tutela delle grandi scimmie antropomorfe (in particolare i gorilla di montagna come lei) prende il suo nome e ottiene fondi e sponsorizzazioni soprattutto grazie alla sua grande celebrità, e il suo sito (http://www.koko.org, da cui oltretutto il libro è scaricabile per intero) conta migliaia di visitatori e di nuovi iscritti ogni anno.

Il futuro, insomma, sembra roseo per l’ormai ultratrentenne Koko, che sembra non solo avere coscienza della morte, ma dà anche l’impressione di averne una visione molto pacifica e filosofica: ‘…Maureen le ha chiesto di indicare uno scheletro di gorilla tra le immagini di quattro tipi di scheletri animali, e, quand’ebbe scelto quello giusto, Maureen le chiese se il gorilla era vivo o morto.

KOKO: Morti panni. [‘panni’ è un’espressione usata fequentemente da Koko]

MAUREEN: Vediamo se questo gorilla è vivo o morto.

KOKO: Morto addio.

MAUREEN Cosa provano i gorilla quando muoiono? Felici, tristi, spaventati?

KOKO: Sonno.

MAUREEN: Dove vanno gorilla quando morire?

KOKO: Comodo buco addio.

MAUREEN: Quando gorilla muoiono?

KOKO: Guaio vecchi.’

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La celebre copertina del National Geographic avente Koko per protagonista. Il titolo principale riporta ‘conversazioni con un gorilla’.

Insomma, questo libro offre molte occasioni per riflettere, proprio perchè permette al lettore di rendersi conto che i nostri parenti più prossimi non solo hanno capacità comunicative, di pensiero e di astrazione assolutamente impensabili fino a qualche decennio fa, ma che sono dotati di sentimenti, di sensibilità, di capacità che più di ogni altre venivano considerate in passato prettamente ‘umane’; è anche uno spunto per riflettere su quanto l’uomo sta compiendo sui simili di Koko, e sulla necessità di tutelare l’ambiente e la natura che ospitano i nostri ‘cugini’, anche perchè, grazie a lei, ci siamo ulteriormente resi conto di quanto essi ci assomiglino.

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Koko fa il gesto ‘amore’ alla vista di un gattino. Il gorilla ha avuto numerosi animali domestici, che ha sempre curato con grande affetto; il suo preferito era All Ball, un gattino. Quando questo morì, investito da una macchina, Koko rimase estremamente addolorata.

Biografia di Jane Goodall

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Jane Goodall nasce a Londra il 3 aprile 1934. Sin dai primi anni di vita dimostra un forte interesse per le tematiche naturali e per il mondo degli animali, anche su incoraggiamento della madre Vanne, che si dimostrerà una figura fondamentale e sempre presente nel corso di tutta l’esistenza della scienziata. A Jane vengono comprati molti libri sul mondo degli animali, e viene concesso di passare gran parte del proprio tempo all’aria aperta, in contatto con la natura. Il padre Mortimer decide di trasferirsi con tutta la famiglia in Francia quando Jane ha soltanto cinque anni di vita, per permettere a lei e alla sorella minore Judy di imparare il francese.

Le sue intenzioni vengono però frustrate pochi mesi dopo il loro arrivo, poiché le armate tedesche invadono la Cecoslovacchia, e per il timore di una guerra imminente Mortimer Goodall decide di ricondurre la famiglia in Inghilterra, per arruolarsi poco dopo nell’esercito inglese, e partire alla volta del fronte. I racconti degli aventi bellici, e il timore degli attacchi aerei da parte dell’aviazione tedesca, che compiva frequenti raid aerei sopra i cieli di Londra, porteranno Jane ad avere un profondo timore e un innato senso del rifiuto per la guerra, al punto da decidere di visitare, anni dopo la fine dei conflitti, i campi di concentramento nazisti; la visita ad Auschwitz segnerà profondamente Jane, donna dotata di profonda religiosità e sensibilità per le tematiche umanitarie. Terminata la guerra, l’interesse di Jane per il mondo degli animali e in particolare per i primati si accresce a dismisura, e quando, su invito dell’amica di scuola Marie Claude Mange (“Clo”). ha l’opportunità di recarsi in Kenya, accetta entusiasticamente.

Per finanziarsi il viaggio Jane lavora duramente e mette da parte ogni singolo penny che può permettersi, fino a raggiungere una cifra necessaria per poter partire alla volta dell’Africa, nel 1957. Pochi mesi dopo ha la fortuna di conoscere il celebre antropologo Louis Leakey, impegnato nei suoi studi paleontologici sull’origine dell’uomo e in particolare sulla storia e costumi della popolazione indigena dei Kikuyu.

L’incontro col celebre scienziato è la chiave di svolta nella vita della Goodall, che da lì a poco comincia a lavorare per Leakey, il quale da subito nota l’interesse della ragazza per il mondo naturale e in particolare per le scimmie antropomorfe. L’antropologo ha in programma di organizzare delle ricerche approfondite sugli animali geneticamente più vicini all’uomo, ovvero gli scimpanzé, e ha in progetto la realizzazione di un centro di ricerche a Gombe in Tanzania.

Occorre una persona giovane dotata di intelligenza ed entusiasmo, ma al tempo stesso con conoscenze ancora elementari nel campo, per evitare che il “fardello della conoscenza” possa influire sul risultato degli studi compiuti. La Goodall si rivela la persona ideale per il progetto, e sulla proposta del celebre scienziato Jane non ha dubbi e accetta entusiasticamente: entro pochi mesi la sua nuova dimora sarà definitivamente l’Africa. Da subito i detrattori di Leakey danno poco peso alle ricerche a Gombe, e pronosticano una rapida fine al progetto di studio sugli scimpanzé. Il paleontologo ha però idee molto chiare, e prepara da subito la Goodall a un progetto di ricerche a lungo termine.

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Nel 1960 Jane si trasferisce definitivamente a Gombe, destinata a diventare la sua seconda casa. Trascorre le giornate e spesso anche le notti nel territorio degli scimpanzé, in piena foresta, e poco per volta riesce a entrare in contatto con le scimmie.

La prima di queste a non aver più paura della ricercatrice e a introdurla del proprio territorio nella foresta è un giovane maschio adulto, ribattezzato David Greybeard, a cui Jane si affezionerà molto. Ben presto gli scimpanzé prendono confidenza con la nuova arrivata, e la accettano all’interno del loro territorio, consentendole di compiere osservazioni dirette sul loro stile di vita e sulle proprie abitudini, fino ad arrivare al contatto diretto e a una accettazione completa all’interno del gruppo. Poco per volta tutti gli scimpanzé di Gombe vengono ribattezzati: Freud, Fanni, Flo, Goblin e Gremlin sono alcuni degli animali con cui Jane trascorre le proprie giornate.

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Jane Goodall in compagnia di David Greybeard

Una delle principali scoperte compiute in questi anni riguarda l’utilizzo di utensili da parte degli scimpanzé, i quali si servono di rametti ben ripuliti per raccogliere le termiti e cibarsene. Questa è una delle prime testimonianze dirette sull’utilizzo di strumenti da parte di animali nel proprio ambiente naturale, e anche dal punto di vista antropologico la scoperta ha il suo peso, dato che fornisce una sorta di “fotografia” degli uomini primitivi che per la prima volta scoprono l’utilizzo di attrezzi.

Gli studi dalla Goodall rivelano molti aspetti sconosciuti degli scimpanzé, animali complessi, intelligenti e dotati di emozioni e sentimenti forti, oltre che di una complessa struttura sociale. Le ricerche condotte sulle scimmie ottengono un notevole successo e portano a Jane una grande notorietà, soprattutto grazie alle straordinarie somiglianze di comportamento tra uomini e scimpanzé che queste rivelano; pochi anni dopo, nel 1964, Jane sposa Hugo van Lawick, documentarista e fotografo olandese inviato da National Geografic a Gombe; da questa unione nasce il figlio Hugo Eric Louis, “Grub”.

L’anno seguente Jane si laurea in Etologia all’Università di Cambridge, per ritornare subito in Africa a continuare i suoi studi. Nello stesso anno istituisce il Gombe Stream Research Centre. Jane si dedica anche alla divulgazione scientifica, scrivendo alcuni saggi di grande successo, come il celebre L’ombra dell’uomo, in cui vengono confrontati il comportamento degli scimpanzé con quello degli umani e sottolineando le loro enormi somiglianze, e il recente Le ragioni della speranza, una sorta di autobiografia sui generis, in cui la Goodall sottolinea con convinzione il suo ottimismo sul futuro dell’umanità, ma anche quanto sia necessario un forte impegno da parte di tutti per tutelare il mondo in cui viviamo. Dopo il divorzio da Hugo van Lawick nel 1974, Jane si risposa l’anno seguente con il britannico Derek Bryceson, che morirà di cancro pochi anni dopo, nel 1980.

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Nel 1977 viene fondato il Jane Goodall Institute for Wildlife Research, Education and Conservation, organizzazione no–profit che ha come obiettivo principale la sensibilizzazione sulle tematiche ambientali e sulla tutela dell’ambiente e lo sviluppo delle ricerche riguardanti le grandi scimmie antropomorfe. Al giorno d’oggi l’associazione è il leader mondiale nella gestione e tutela degli scimpanzé e del loro habitat naturale. Tra le varie iniziative promosse vi è il programma Roots & Shoots, in atto in oltre 80 paesi mondiali, volto a sensibilizzare le nuove generazioni sulle tematiche ambientali e naturalistiche.

Tra le altre iniziative gestite dal centro ci sono cinque oasi faunistiche in Africa, e il progetto TACARE (dall’inglese take care, “prendersi cura”), sostenuto dalla Comunità Europea, che offre aiuto concreto a 30 villaggi africani con riforestazioni, l’assistenza sanitaria di base, la pianificazioni familiari, aiuto a donne e bambini orfani, e progetti di microcredito. Negli ultimi decenni Jane Goodall si è impegnata a promuovere l’opera dell’associazione viaggiando per il mondo e raccogliendo fondi per l’attuazione dei suoi progetti, divulgando a conoscenza scientifica e sensibilizzando il pubblico sulle grandi tematiche ambientali. Attualmente la Goodall è considerata una delle più grandi autorità nel campo delle ricerche sulle grandi scimmie antropomorfe, e i suoi studi sugli scimpanzé hanno portato e continuano ad aggiungere importantissimi dati alla conoscenza scientifica e allo studio dell’evoluzione degli uomini.

La ricercatrice inglese è stata inoltre insignita di numerosissime onoreficenze, tra cui il Premio Hubbard dalla National Geographic Society, il premio Lifetime of Discovery dalla Discovery Channel, il William Proctor Prize for Scientific Achievement, il Paul Getty Conservation Award, il titolo di Comandante dell’Impero Britannico (CBE) conferitole dalla Regina Elisabetta d’Inghilterra, l’Ordine dell’Arca d’Oro dai Paesi Bassi, il Premio Kyoto dal Giappone, la Medaglia Kilimanjaro dalla Tanzania, il premio Ghandi-King per la non-violenza 2001 e nel 2002 è stata nominata dall’Onu Messaggera Internazionale di Pace. Nello stesso anno ha partecipato alla conferenza di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile. Tra i vari riconoscimenti accademici si ricordano le onorificenze conferitele dalla Salisbury State University, la University of Philadelphia, l’Università di Utrecht, l’Università di Monaco, l’Università di Edimburgo, la Cornell University, e molte altre ancora.

Tra i vari approfondimenti disponibili in rete segnalo il sito ufficiale del Jane Goodall Institute for Wildlife Research, Education and Conservation, raggiungibile all’indirizzo

http://www.janegoodall.org/

e la sede italiana dell’istituzione, il cui sito ufficiale è disponibile all’URL

http://www.janegoodall-italia.org/

Stephen Hart – Il linguaggio degli animali (1996)

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Una delle dottrine scientifiche più ‘giovani’, essendo sostanzialmente nata a cavallo tra XIX e XX secolo ed essendosi sviluppata solamente in queste ultime decadi, è l’etologia, o studio del comportamento animale. Tanto ampio è il campo di studi, dato che comprende tutto l’insieme di gestualità, forme di comunicazione e comportamentali dell’intero regno animale, tanto breve è la storia della scienza preposta al suo studio: questo presuppone che gran parte delle ricerche in corso siano ancora in uno stato embrionale, e che molte grandi scoperte possano tuttora essere fatte; si tratta, in sostanza, di una scienza ‘di confine’.

Uno dei punti di forza di questa dottrina scientifica è proprio l’essere un campo di studi recente e per questo di grande fascino per il grande pubblico. In questa ottica nascono opere divulgative come Il linguaggio degli animali, del biologo statunitense Stephen Hart: una narrazione affascinante e al tempo stesso affascinata ci porta svariati esempi provenienti dai più disparati gruppi animali a dimostrare come il linguaggio, sia esso visivo, vocale, gestuale o tramite altri mezzi, sia tutt’altro che una prerogativa umana.

Ovviamente pescare in questo mare di informazioni non è affatto semplice, e infatti Hart fornisce pochi esempi significativi per alcuni dei principali gruppi tassonomici, onde evitare di sommergere il lettore con tonnellate di informazioni dispersive, esortandolo invece a interessarsi all’argomento e ad approfondire, in letteratura o meglio ancora tramite osservazione diretta in natura, i metodi e le forme di comunicazione del mondo animale.

Nonostante il grande amore per la disciplina in oggetto, l’autore ricorda ai lettori (ma è un monito soprattutto per gli studiosi) di non farsi prendere da facili entusiasmi alla vista di potenziali nuove scoperte, e cita in tal senso l’esempio del celebre ‘cavallo sapiente’ Hans. 
Questo animale, allevato verso la fine del XIX secolo da un insegnante tedesco in pensione di nome Wilhelm von Osten, aveva, almeno apparentemente, la capacità di compiere calcoli matematici estremamente complessi, capendo le domande dei propri interlocutori e fornendo risposte invariabilmente esatte, semplicemente battendo uno zoccolo a terra fino a dare il risultato del calcolo richiesto.

Hans divenne presto una celebrità e le sue capacità vennero ritenute genuine anche da alcuni scienziati, finché non ci si accorse che Hans sapeva rispondere correttamente soltanto quando chi era presente nella sua stessa stanza era a conoscenza della risposta. Ciò che lo stesso von Olsten ignorava, difatti, era che Hans non aveva sviluppato una straordinaria capacità di calcolo, ma aveva un altro talento: sapeva riconoscere quegli impercettibili segnali del corpo, sia del suo maestro ma anche di altre persone e persino degli estranei, che inconsciamente gli comunicavano quando smettere di battere lo zoccolo a terra. 

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Il ‘cavallo sapiente’ Hans

Sebbene il fallimento dell’esperienza di Hans placò gli entusiasmi nel campo della comunicazione tra uomini e animali, questo fu comunque un aiuto per le esperienze di ricerca successive, evitando che altri studi in questo campo fossero viziati da possibili imbrogli o errori; uno sbaglio analogo alla vicenda del cavallo sapiente, peraltro, avvenne in seguito, quando si scoprì che uno scimpanzé di nome Nim, a cui era stato insegnato il linguaggio dei segni, in realtà imitava le movenze dei propri insegnanti, pur non avendo idea del significato dei propri gesti.

La comunicazione tramite segnali di varia forma (visiva, sonora, odorosa) è propria anche di organismi non particolarmente complessi, come insetti, ragni, persino molluschi. Tra gli esempi forniti da Hart spicca l’interazione sociale dei Cefalopodi (calamari e seppie) tramite il mutamento del colore del corpo, dovuto a particolari cellule epidermiche chiamate cromatofori.

Gli esempi di insetti ‘comunicatori’ non sono meno numerosi, a partire dalla danza delle api operaie, studiata dal premio nobel Karl von Frisch, passando per il trillio dei grilli maschi, atto sia ad attirare le femmine che a scoraggiare eventuali contendenti, per arrivare addirittura al ronzio delle zanzare, che serve anch’esso ad attirare il partner.

I ragni hanno svariate forme di comunicazione: rilevano le vibrazioni della ragnatela, alcune specie si basano sugli odori e in determinati casi vengono compiute danze rituali per placare il partner. Il caso più estremo è dato però dal maschio di Metellina segmentata, che si apposta ai margini della tela della femmina e attende, a volta anche per giorni interi, finché questa non cattura una preda e se ne sazia. Solamente a tal punto il maschio si presenta, evitando così di essere sbranato.

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Metellina segmentata

Procedendo con gruppi tassonomici più complessi, Hart cerca di descriverci le particolarità più peculiari di ciascuno di essi: per i pesci, insieme alla linea laterale,  caratteristica esclusiva del loro regno con l’eccezione di alcuni anfibi, un organo che permette una ricezione estremamente sensibile dei movimenti dell’acqua, c’è l’elettricità: oltre a essere in grado di crearla per stordire le proprie prede (come nel caso delle torpedini), alcuni pesci la utilizzano come mezzo per ‘vedere’ in ambienti particolarmente torbidi o oscuri, o in certi casi per comunicare con altri individui della propria specie.

Passando per forme di comunicazione ben più conosciute, come il gracidio delle rane e il canto degli uccelli, che comunque presentano complessità e esempi di imitazione e forme di apprendimento fino a qualche anno fa impensabili, giungiamo agli esempi più insoliti della classe dei Mammiferi: quelli che Hart definisce ‘i contrabbassi’, ovvero la comunicazione tramite onde sonore dalle frequenze estremamente gravi, spesso al di sotto della soglia dell’udibile (infrasuoni), da parte di alcune specie di balena e degli ippopotami. Questo tipo di emissione sonora avviene sott’acqua, lungo il corso del fiume per gli ippopotami, e sembra avere funzioni sociali di una certa importanza. La particolarità principale è però il potersi propagare anche per distanze lunghissime (decine di chilometri), e a grande velocità. Ai ‘contrabbassi’ appartengono anche i rinoceronti e gli elefanti, in grado di sprigionare una grande potenza infrasonora, ma anche animali di taglia ben più piccola, come i merluzzi, i polpi, le seppie e i galli cedroni.

Altri mammiferi con notevoli capacità di linguaggio sono i delfini, che hanno una particolare struttura anatomica della testa (melone) che consente loro di concentrare e orientare i suoni che emettono, e in grado di avere comunicazioni sociali anche particolarmente complesse con i propri compagni. 

Il gruppo tassonomico che però offre maggiori spunti di studio sono sicuramente i Primati, sia per l’alto livello di complessità nelle forme di comunicazione e nella gestualità già presenti in natura, sia perché alcune scimmie (il gorilla Koko, lo scimpanzé Washoe, l’orango Chantek) hanno dimostrato di essere in grado di poter comunicare con l’uomo in maniera anche molto complessa e simbolica con il linguaggio dei segni, in particolare l’Ameslan (American Sign Language); in tale campo di studi, sottolinea giustamente Hart, bisogna essere particolarmente attenti alle false scoperte dovute alla grande capacità di emulazione di alcune scimmie, vedi il caso sopracitato di Nim.

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Washoe

In definitiva questo breve e piacevole saggio che si legge in un pomeriggio offre soltanto una sbirciatina nell’amplissimo mondo della comunicazione animale: sono stato costretto a tralasciare moltissime cose, ma spero che il mio libro serva da stimolo ai lettori per saperne di più, scrive Hart. L’operazione in tal senso è sicuramente riuscita, e la lettura è consigliata veramente a tutti.