La teoria degli Equilibri Puntiformi

Uno dei punti fermi della teoria di Darwin sulla speciazione per selezione naturale, così come esposto nella sua opera L’origine delle specie, è il costante, continuo lavoro dell’evoluzione, che opera tramite impercettibili e incessanti modifiche selezionando le specie e gli esemplari meglio adattati all’ambiente in cui vivono. Secondo tale ottica, i tempi che impiega questo processo sono lunghissimi su scala umana, comunque significativi su scala geologica, e uno dei punti fermi della teoria, per come esposta dal suo ideatore, è il fatto che questa non potrà mai essere provata per osservazione diretta dell’uomo, neanche in più generazioni.

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Stephen Jay Gould e Niles Eldredge

La convinzione dello scienziato inglese circa questo aspetto dell’evoluzione si basa su quanto riscontrato in natura (nessuno, fino ai suoi tempi, aveva mai osservato direttamente la comparsa di una nuova specie) e sull’idea che la somma di tanti piccoli fattori che portano l’evoluzione di una specie verso determinati caratteri possa condurre alla comparsa effettiva di un nuovo gruppo tassonomico.

Questo tipo di ottica conduce a un’interpretazione principalmente deterministica (piuttosto che casualistica) del fenomeno dell’origine di nuove specie: in un determinato habitat, con specifici fattori climatici e ambientali, una specie potrà evolvere esclusivamente in un’unica direzione, che è quella determinata dall’ambiente stesso, ovvero la forma meglio adattata ad esso. 

Questa visione per certi versi ‘idealistica’ della storia dell’evoluzione ha convinto la maggior parte degli scienziati che hanno ereditato il pensiero di Darwin, ma non tutti. Per alcuni suoi fautori, difatti, l’ambiente opera sì costantemente sugli organismi, ma solo alcuni dei fenomeni che influiscono sulla loro evoluzione portano alla speciazione; si tratta ovviamente di fenomeni di grande portata, che riescono a superare il limite di ‘oscillazione morfologica’ entro cui una specie rimane tale. Tra questi si possono ricordare H. F. Osborn, Thomas H. Huxley, William Bateson, Hugo De Vries, J. C. Willis, Richard Goldschmidt, Otto Schindewolf ed Ernst Mayr.

Tutti questi hanno proposto, in maniere e forme diverse, un tipo di visione della storia evolutiva molto più frammentaria e segnata da grandi eventi, che hanno portato a fenomeni di speciazione in fasi relativamente brevi, alternati a lunghissimi periodi di stasi in cui le specie sostanzialmente non hanno subito sensibili mutamenti morfologici.

Questo tipo di ottica, definita ‘Saltazionismo evolutivo’ (Saltationism), sembra essere confermata anche dall’osservazione dei giacimenti fossiliferi.
La testimonianza fossile è però incompleta. Su questo punto i gradualisti hanno incentrato la propria teoria, sostenendo che le tracce fossili giunte fino ai giorni nostri sono soltanto una piccola parte dell’enorme numero di specie esistite in passato. Secondo questa visione, avremmo soltanto reperti di alcuni stadi della linea evolutive delle singole specie, ma ci mancherebbero tutti gli anelli di congiunzione tra esse (missing links), ovvero tutti i passaggi intermedi tra una forma e l’altra. Secondo i saltazionisti, invece, le testimonianze fossili offrono sì un quadro approssimativo e incompleto della storia della vita sulla terra, ma comunque offrono un riassunto esaustivo e indicativo di come abbia operato l’evoluzione nel corso delle ere geologiche.

Rifacendosi a quest’ottica, i paleontologi Niles Eldredge e Stephen Jay Gould esposero per la prima volta al mondo la teoria degli ‘Equilibri punteggiati’ (o puntiformi, o intermittenti, punctuated equilibria in inglese), secondo cui la storia evolutiva sarebbe stata segnata da pochi, grandi sconvolgimenti, dettati da improvvise modificazioni ambientali, che avrebbero portato determinate specie ad avere la meglio sulle altre, in maniera talvolta anche casuale.

L’esempio della scomparsa dei Dinosauri e forse quello più lampante: gli autentici dominatori della terra scomparvero in pochi anni a causa di improvvise modificazioni ambientali (l’oscuramento della luce solare, dovuto all’impatto di un meteorite sulla terra o a una lunga serie di violente eruzioni vulcaniche), lasciando il terreno libero ai Mammiferi, che al tempo erano principalmente animali notturni e meglio adattati in ogni caso a condizioni ambientali crepuscolari.

Come è ben evidente, questo esempio enfatizza un aspetto fondamentale di tale teoria: la casualità a cui questi eventi sono legati, che sottolinea che la storia evolutiva non ha sempre premiato gli esemplari, o le specie, meglio adattati alle condizioni ambientali esistenti, ma quelle predisposte a resistere a quegli eventi fortuiti che hanno modificato in maniera sensibile tali situazioni, portando a fenomeni di speciazione tra gli organismi esistenti. Insomma, una visione ben distante dall’idealismo dei gradualisti, secondo cui sono sempre le specie meglio adattate a ottenere il successo evolutivo.

 
Un altro punto fondamentale della teoria è l’asserzione secondo cui esiste un equilibrio genetico in ciascuna specie, che le permette di mantenere una stabilità nei caratteri morfologici nel passaggio da una generazione all’altra, almeno fino a quando non interviene un fattore sufficientemente forte da permettere la rottura di tale equilibrio e dare origine a fenomeni di speciazione.

Resta di fatto che, secondo questa visione, in casi di relativa stabilità dell’ambiente non si presenta nessuna modifica nelle caratteristiche di una specie; questo è un altro importante punto di discordia con i gradualisti, secondo i quali anche in casi di relativa staticità nelle specie si vanno accumulando tanti piccoli fattori che influiscono sulla speciazione, e che si vanno a sommare tra loro. 

L’articolo con cui venne per la prima volta presentata questa teoria venne pubblicato nel 1972; Gould presentò come esempio i resti fossili dei molluschi del lago Turkana, ubicato nella Rift Valley africana, le cui conchiglie mantennero la stessa morfologia per 3-5 milioni di anni, mentre Eldredge portò come esempio i Trilobiti, grande gruppo di Artropodi ormai estinto (vagamente somiglianti agli attuali Xifosuri), che presentano fasi di stasi evolutiva nelle loro principali linee filetiche in amplissimi intervalli di tempo, alternati a periodi di speciazione e di modificazione della morfologia in tempi relativamente molto brevi. 

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Trilobiti

Tale teoria subì inizialmente forti attacchi da parte di buona parte della comunità scientifica del tempo, dato che stravolgeva per certi versi il Darwinismo tout-court (sebbene in questo caso venisse contestato il gradualismo della teoria, non la teoria stessa), sia perchè tale visione della storia evolutiva sosteneva una certa casualità nei fenomeni di speciazione, che avrebbe portato a non avere, necessariamente, le specie meglio adattate al successo evolutivo.

Con gli anni, a suffragio di tale teoria si sono aggiunte sempre più prove fossili, che sembrano confermare senza dubbio che, almeno in moltissime linee filetiche di specie animali e vegetali, l’evoluzione non ha agito per piccoli impercettibili passi , come sostenuto originariamente da Darwin. La stessa comunità scientifica ha accettato in maniera via via più convinta tale teoria, al punto che questa è l’ipotesi attualmente di maggior successo tra i Neodarwinisti.

Il successo che lo stesso Gould ha ottenuto come divulgatore scientifico ha sicuramente influito a rendere nota la sua teoria, e le dispute scientifiche su tali questioni (quella celebre e ultradecennale tra Gould e Dawkins, descritta da Sterenly ne La sopravvivenza del più adatto) hanno comunque rafforzato l’interesse dell’opinione pubblica sulle nuove teorie evoluzionistiche e sulla paleontologia, e questo è sicuramente un bene, dato che il dibattito ha sempre contribuito allo sviluppo della conoscenza, soprattutto quando, come in questo caso, non si tratta di scienze esatte.

Il riferimento bibliografico dell’articolo di Gould ed Eldredge è il seguente:

N.Eldredge, S.J.Gould:Punctuated equilibria: an alternative to phyletic gradualism in: T.Schopf (Hrsg.), Models in Paleobiology, 82-115, Freeman, Cooper and Co., San Francisco, (1972)

reperibile in italiano nella seguente versione:

Eldredge N., Gould S.J.
Gli equilibri punteggiati. Un’alternativa al gradualismo filetico 
In N. Eldredge. Strutture del tempo, Hopefulmonster, pag. 221-260, 1991

Ulteriori approfondimenti sul ‘Gould-pensiero’ possono essere reperiti su un sito non ufficiale, ma estremamente completo, all’indirizzo

www.stephenjaygould.org

Kim Sterelny – La sopravvivenza del più adatto – Dawkins contro Gould (2001)

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Negli ultimi anni sembrano essere ritornate agli onori della cronaca alcune grandi diatribe scientifiche, sia di vecchio stampo ma riciclate in più occasioni (come il perenne scontro Creazionisti – Evoluzionisti), sia nuove di zecca, anche interne alle stesse correnti di pensiero. Ne è un caso la polemica narrata in questo saggio sulla diatriba continuata per anni su svariate riviste del settore e in varie opere letterarie, tra l’etologo inglese Richard Dawkins e il paleontologo statunitense Stephen Jay Gould, recentemente scomparso, sulla reale natura dell’evoluzionismo per selezione naturale, così come fu descritto da Darwin ne L’origine delle specie

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Stephen Jay Gould

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Richard Dawkins

Non è certo un caso che questi due scienziati, pur essendo entrambi convinti sostenitori delle teorie di Darwin, abbiano punti di vista diametralmente opposti sulla selezione naturale, sia per una mentalità e una formazione completamente diversa, sia per avere filosofie di base riguardo la funzione e l’utilità della scienza che si discostano nettamente l’una dall’altra. 
Dawkins difatti ha una mentalità che si potrebbe definire ‘Neoilluminista’, abbracciando appieno la visione della scienza come unica fonte oggettiva e obiettiva in grado di chiarire e fornire risposte sugli eventi naturali.

Gould invece, pur essendo per certi versi ancora più radicale nel suo sostegno alle scienze naturali in generale e alle teorie di Darwin in particolare, non ha mai negato di ritenere queste solamente una delle risposte possibili ai grandi quesiti circa l’origine e la natura del nostro mondo; inoltre egli ha spesso criticato sia chi, come Dawkins, ritiene le risposte fornite dalla scienza le uniche possibili, sia chi, eccessivamente preso dal dover dimostrare e sostenere a tutti i costi una determinata teoria, finisce col cercare in tutti i modi di ascrivere determinati eventi e scoperte al contesto di questa, anche se si tratta di verità parziali o forzate (questo tipo di visione viene descritto da Gould come adattazionismo).

Attenzione però: questo tipo di ottica non è legato solamente alla visione religiosa dei problemi legati all’evoluzione naturale, anzi questi sono aspetti secondari nella diatriba tra i due principali eredi di Darwin, essa è strettamente legata a tutto l’ambito entro cui orbita la discussione, e alle differenti visioni dei due scienziati (più ‘assolutista’ quella di Dawkins, più critica e autocritica quella di Gould).

Ma in che cosa risiedono le differenze fondamentali nella visione della selezione naturale da parte dei due? Da un lato Dawkins, autore del famoso saggio Il gene Egoista, descrive un mondo di ‘replicatori genetici’ autosostentati e capaci di riprodursi e svilupparsi di generazione in generazione, che sfruttano determinati ‘veicoli’ per il loro sviluppo. A tali veicoli solitamente nella visione dell’etologo britannico corrispondono gli interi organismi ma non solo, talvolta anche le loro comunità e popolazioni, ma i comportamenti selezionati hanno sempre il fine ultimo di preservare nel tempo il patrimonio genetico, piuttosto che il singolo individuo o la specie a cui appartiene.

Dall’altro lato la visione di Gould, più complessa per certi versi, ma anche più tradizionalista e legata al Darwinismo classico (si opera ancora all’interno del concetto di specie), descrive una selezione che opera per mezzo di numerosi fattori contingenti ma di natura disparata; questi, sommati tutti assieme, producono un risultato finale selezionato e ben adattato all’ambiente, ma che è comunque legato in buona parte a determinati eventi casuali che hanno portato a selezionare determinate specie che in ambiti differenti non sarebbero mai esistite. Parte di questi fattori sono strutturali, legati quindi al ‘campo di variabilità’ del fenotipo (espressione fisica dei geni) di ciascuna specie, altri sono totalmente imprevedibili e dovuti al caso.

Non è un caso che tra gli argomenti utilizzati dal paleontologo americano a supporto delle proprie teorie un peso importante lo ricoprano le grandi estinzioni di massa che hanno colpito il nostro pianeta nel corso della sua storia. Tali eventi, secondo Gould, avrebbero pesantemente influito nel premiare, in maniera decisamente casuale, determinate specie fortuitamente dotate di capacità di sopravvivenza ai nuovi ambienti creati da grandi e subitanei sconvolgimenti del clima planetario.

Gould è stato infatti uno dei primi accesi sostenitori della teoria secondo cui la caduta di un grosso meteorite sulla terra avrebbe causato l’estinzione di numerosi gruppi animali e vegetali, tra cui i Dinosauri, alla fine del Cretaceo (65 m.a.f.).

Parimenti a tale visione si associa l’osservazione diretta delle testimonianze fossili: modifiche sensibili si sono avute nel corso di tempi relativamente brevi, in alternanza a lunghi periodi di stasi e relativa immobilità nelle variazioni delle specie; a tal proposito è utile la testimonianza degli studi di Eldredge, noto per aver dato origine, insieme allo stesso Gould, alla teoria degli ’equilibri punteggiati’, che, dallo studio dei Trilobiti (grande gruppo di Artropodi estinti, la cui testimonianza fossile è amplissima e ben documentata per molti dei principali periodi geologici), conferma tale visione: lunghissimi periodi di invariabilità, alternati a brevi ‘rivoluzioni’ con comparsa di nuove specie e variazioni nella loro morfologia.

Testimonianza fossile incompleta o effettivo movimento ‘a scatti’ dell’evoluzione? Certo è che l’evoluzione lenta, graduale e che opera per gradi invisibili, come disegnata da Darwin, sembra venir meno di fronte a tale teoria, che ultimamente sembra essere la più sostenuta tra i paleontologi e gli evoluzionisti.

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Trilobiti

Dawkins ha una visione più organica e classica da questo punto di vista, e sostiene l’idea di un’evoluzione che opera a vari livelli, sia molecolare che dei singoli individui, prima ancora che a livello della specie. A sostegno di questa egli sottolinea ad esempio l’importanza della varietà intraspecifica (all’interno della stessa specie) come ulteriore aspetto della selezione genetica, che porta a fenomeni di speciazione ma soprattutto di selezione dei più adattati, anche quando questi non generano nuove specie. Gould in tal senso invece ritiene questo tipo di variabilità spesso ininfluente sul risultato finale, dato che le modifiche in una specie generalmente oscillano all’interno di un campo di variabilità fenotipico dettato principalmente dalle variazioni climatiche e ambientali, ma che a lungo termine comunque tendono a stabilizzarsi su valori intermedi.

Altro punto che Dawkins porta a favore della propria visione è la presenza sia dell’altruismo nei comportamenti animali (a favore della salvezza non dell’individuo ma del genotipo), che altrimenti risulterebbe inspiegabile, e l’esistenza di ‘geni fuorilegge’ che operano a spese del progetto adattativo del veicolo, aumentando le proprie possibilità.

Gli esempi forniti da Sterenly a favore di entrambe le visioni, che a dire il vero per determinati aspetti non sono così distanti, sono comunque numerosi, interessanti e sviluppano in maniera approfondita il discorso, in modo di chiarire al meglio la diatriba e permettono al lettore di comprendere a fondo i punti su cui basano la propria visione i due scenziati. 
A completare l’opera c’è un capitolo di riferimenti bibliografici di estrema utilità per chi voglia approfondire l’argomento, suddiviso a seconda delle tematiche trattate, che rende ancora più preziosa quest’opera.

Biografia di Stephen Jay Gould (1941-2002)

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All’età di cinque anni Stephen Jay Gould rimase così meravigliato alla vista di uno scheletro di tirannosauro all’American Museum of Natural History, che decise di trascorrere il resto della sua vita a studiare i fossili e la paleontologia. Tale sogno è destinato a realizzarsi con successo: Gould è difatti divenuto un paleontologo di fama mondiale, autore di numerosi best-sellers di divulgazione scientifica, ed è uno degli elaboratori della teoria degli ‘equilibri puntiformi’ che ha rivoluzionato la paleontologia moderna. Professore ad Harvard nonchè curatore del suo Museum of Comparative Zoology, Gould frequentò l’Antioch College per poi tornare a Manhattan, dove si laureò in Paleontologia alla Columbia University. Per la sua tesi di dottorato egli investigò la variabilità e l’evoluzione di una sconosciuta lumaca delle Bermuda, basando sul suo studio accurato e attento di un singolo gruppo di organismi (così come Darwin fece coi Cirripedi) quelle che poi furono le sue teorie scientifiche.

A un certo punto egli sperò di trovare correlazioni tra le variazioni morfologiche e i differenti adattamenti all’ambiente all’interno del campo di variabilità delle chiocciole, ma le loro dimensioni, i loro colori e i loro gusci sembravano in realtà ben poco dipendenti dalle caratteristiche climatiche e ambientali dei luoghi in cui vivevano. Impressionato dai fattori non selettivi dell’evoluzione, egli divenne anche interessato nello studio dei limiti strutturali: quanto i piccoli cambiamenti in una determinata caratteristica devono modificarne numerose altre, entro dei limiti definiti- ciò che Darwin chiama correlazione delle parti.

Gould si preoccupò inoltre di stabilire le distinzioni tra le caratteristiche accidentali e quelle adattative. Fu difatti coautore, insieme a Richard Lewontin, di un influente articolo ispirato dai pennacchi di alcune cattedrali medievali: elementi architettonici geometrici decorati con splendide illustrazioni religiose. Mentre gli esperti di arte avevano analizzato i loro distintivi aspetti estetici, la maggior parte di questi avevano dimenticato la loro umile origine di struttura con funzione di distribuzione dello stress meccanico, inevitabili nella costruzione di determinate forme architettoniche. Il parallelo con la biologia indicato da Gould è con il mento umano, prominente e spesso citato come elemento di evoluzione nei confronti dei primati ‘inferiori’, sebbene non sia in nessun modo correlato con l’evoluzione dell’intelligenza, ma solamente come un risultato accidentale, in risposta allo stress determinato dallo sviluppo dell’osso della mandibola umana, proprio come lo era stata la nascita dei parapetti nelle cattedrali medievali.

La figura di Gould è stata spesso associata alla teoria degli equilibri puntiformi, sebbene questa sia stata creata e sviluppata unitamente al paleontologo Niles Eldredge, dal 1972 in poi. Ed è difatti proprio dagli studi di Eldredge sui Trilobiti che si basa buona parte delle osservazioni a supporto di questa teoria, difatti è rimarcabile il fatto che in questo tipo di fossili, la cui classificazione e datazione è molto elaborata e ricca di esempi e reperti, siano presenti momenti relativamente brevi in cui si sarebbero sviluppati delle autentiche ‘esplosioni’ evolutive, alternati invece a lunghissimi periodi di stasi. L’opinione di Darwin per spiegare questi aspetti rimarcava il fatto che molti ‘passaggi intermedi’ nell’evoluzione non erano reperibili nei fossili giunti fino a noi, considerati come prove frammentarie e incomplete di un’evoluzione ben più ampia e ricchissima di passaggi irrimediabilmente persi nelle stratigrafie. Ma le scoperte più recenti in campo paleontologico, soprattutto nell’ultimo secolo, di numerosi nuovi reperti, non sembrano aver dato ulteriore supporto alla visione propugnata da Darwin di un’evoluzione lenta e costante.

Le serie di trilobiti osservati da Eldredge, invece, suggeriva la presenza di brevi episodi di evoluzione rapida seguiti da lunghi periodi di stabilità, confermando anche le impressioni di Huxley. Gould aderì entusiasticamente a questa nuova visione dell’evoluzione, al punto da cercare con i suoi sforzi di dimostrare che tali eventi riflettono con ogni probabilità tutta la storia della vita sulla terra. Negli anni ‘80, la teoria degli equilibri puntiformi era stata largamente adottata come una delle più credibili ipotesi a dimostrazione dello sviluppo evoluzionistico degli organismi, oltre che fonte di spunto per ulteriori nuove teorie sempre più dettagliate e approfondite. Benché uno dei principali modelli e punti di riferimento per Gould nel corso della sua vita sia stato proprio Darwin, come dimostrano i suoi libri Il pollice del panda Ever Since Darwin, egli si è sempre dimostrato irriverente nei confronti della teoria dell’Evoluzione Sintetica, almeno nella sua forma più ortodossa, che è nettamente prevalsa sin dagli anni ‘40. Non soddisfatto dei suoi evidenti limiti nella spiegazione degli eventi, Gould ha sempre provato a ricercare altri possibili meccanismi e approcci per migliorare e arricchire la tradizionale visione della selezione naturale, anche a costo di impopolarità tra i suoi colleghi più conservatori.
Un altro esempio classico propugnato da Gould a supporto di tale teoria è la comparsa del pollice opponibile nell’essere umano, caratteristica apparsa casualmente e determinata dal fato come mille altre; questa però ha permesso all’uomo di compiere un balzo evolutivo enorme, coprendo in un periodo relativamente breve un percorso che altrimenti avrebbe richiesto tempi lunghissimi, e portandolo ad avere un enorme vantaggio evolutivo nei confronti delle altre specie, possedendo così una manualità che gli avrebbe consentito la creazione di strumenti e arnesi per migliorare e semplificare la propria vita.

Uno degli approcci fondamentali nel successo della visione di Gould è stato enfatizzare la gerarchia dei livelli su cui opera l’evoluzione; biochimico, genetico, embriologico, fisiologico, individuale, di specie, di società. La divisione o la selezione di alcuni di questi livelli, secondo Gould, può provocare effetti significativi sui livelli superiori e inferiori, il che è una promettente area di studio per il futuro. Molti studiosi condividono in pieno l’approccio ‘gerarchico’ degli studi di Gould.

Tra gli oppositori della teoria degli equilibri puntiformi, alcuni, come Richard Dawkins o Verne Grant, sostengono che Gould avrebbe ridotto la teoria darwiniana dell’evoluzione a una sorta di ‘spaventapasseri’, quando le critiche al gradualismo e la proposta di un’evoluzione ‘quantistica’ sarebbe stata discussa anni orsono da Ernst Mayr e George Gaylord Simpson. Gli esempi delle imprecisioni autocontraddittorie nell’opera di Darwin sono facili da trovare, ma Gould sostiene che tale teoria rimanga comunque basata su un’evoluzione che opera per ‘lenti, invisibili passaggi’. E, pur riconoscendo il lavoro e le osservazioni effettuate dai suoi predecessori, Gould afferma che spesso è un passo ben più importante per la scienza porre l’attenzione su determinati aspetti di una questione, che proporre sempre idee nuove, per poter giungere a una conoscenza scientifica sempre più approfondita.

Il successo di Gould come autore di saggi di divulgazione scientifica è un altro facile bersaglio per i suoi detrattori, che spesso lo accusano di demagogia e opportunismo. Molti fra i suoi testi sono divenuti degli autentici best sellers, soprattutto tra il pubblico non specializzato, proprio per il suo enorme pregio di una visione critica e autocritica della scienza, e per l’aver sempre propugnato l’idea di ragionare senza pregiudizi. Ha avuto forti attriti soprattutto con i Creazionisti americani, e si è spesso battuto contro ogni tipo di pregiudizio razziale o di classe.
Sin dal 1982 a Gould è stato diagnosticato un tumore allo stomaco, e i medici al tempo gli hanno dato non più di otto mesi di vita, ma, grazie alla sua caparbietà e alla sua incredibile forza vitale, egli è sopravvissuto alla malattia per vent’anni. Si è spento a New York nel 2002, all’età di 61 anni.

Alcune delle sue opere fondamentali:

1977 Ever since Darwin (Questa idea della vita)
1981 Intelligenza e pregiudizio
1983 Il pollice del panda. Riflessioni sulla storia naturale
1983 Quando i cavalli avevano le dita. Misteri e stranezze della natura, Feltrinelli, 
1987 Il sorriso del fenicottero
1987 La freccia del tempo, il ciclo del tempo. Mito e metafora nella scoperta del tempo geologico
1987 Un riccio nella tempesta
1989 La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia
1991 Bravo brontosauro
1997 Gli alberi non crescono fino al cielo
2000 I pilastri del tempo

Tra i numerosi siti sull’autore, eccone uno di sicuro interesse:

http://www.stephenjaygould.org

I “pennacchi” di San Marco

Tra i vari argomenti trattati da Stephen Jay Gould nei suoi saggi celebre fu la polemica sul cosiddetto adattazionismo, comportamento tipico di molti scienziati evoluzionisti che, in tempi ancora piuttosto recenti, cercavano di far risalire alle teorie darwiniste e a un’azione costante dell’evoluzione qualsiasi manifestazione del mondo naturale, ignorando totalmente alcuni aspetti fondamentali che intervengono nella genesi della diversità biologica come la casualità, e, va detto, spesso servendosi di ragionamenti molto liberi e discutibili, che talvolta sfociavano nel libero volo pindarico.

L’attacco più forte sferrato da Gould a questi scienziati avvenne negli atti della Royal Society di Londra, in compagnia del suo amico e collega Richard Lewontin, nel 1978. Il titolo dell’articolo era quantomeno curioso:I pennacchi di San Marco e il paradigma di Pangloss: una critica al programma adattazionista. I ‘pennacchi’ a cui si riferisce il titolo sono delle strutture architettoniche della basilica di San Marco a Venezia, indispensabili dal punto di vista strutturale in quanto necessarie a sorreggere le cupole e le volte e a scaricare il loro peso sulle colonne, ma comunque pregevolissime dal punto di vista artistico, in quanto meravigliosamente decorate da ricchi mosaici. L’armonia dell’insieme è proprio data dal fatto che tali ornamenti vanno ad arricchire tutte le parti che compongono la struttura della basilica. Ovviamente la costruzione della chiesa aveva tenuto conto delle leggi della statica, e la creazione di tali pennacchi era stata necessaria per mantenere la stabilità del insieme; solo in seguito i decoratori avevano provveduto ad arricchire di mosaicature tutte le superfici disponibili.

Secondo Gould e Lewontin, un’interpretazione adattazionista avrebbe sostenuto che la forma dei pennacchi era dovuta alla necessità di inserire al loro interno mosaici così belli, piuttosto che alla loro funzione strutturale di sostegno. Allo stesso modo i biologi cadrebbero in un errore analogo se considerassero tutti gli aspetti delle entità biologiche come generate dall’azione evolutiva, ignorando totalmente che queste sono, almeno in parte, condizionate dalle forme preesistenti.

L’interesse non sarebbe insomma quello di risalire alle reali cause che hanno portato alla comparsa di determinati organismi, ma dimostrare a ogni costo, spesso anche opponendosi a quanto dettato dalla semplice logica, che queste sono state generate esclusivamente dall’azione evolutiva. Chiunque abbracci questo tipo di ottica è affetto, secondo i due ricercatori di Harvard, della cosiddetta sindrome di Pangloss. Pangloss, nel celebre romanzo Candide di Voltaire, è l’istitutore del protagonista, e ciò che lo caratterizza è una visione estremamente idealistica del mondo in cui vive, al punto da ritenere che ‘tutto va per il meglio’, anche di fronte alle più atroci disgrazie.

L’interno della basilica. I settori triangolari che connettono le volte e i pilastri sono i pennacchi trattati nell’articolo di Gould e Lewontin

La risposta a tale ironico e pungente attacco la fornì dopo breve tempo il ricercatore ed evoluzionista britannico John Maynard Smith, che nello stesso anno sulla Annual review of Ecology and Systematics fornì argomentazioni solide in difesa dei modelli di studio evoluzionistici, pur ammettendo che talora più di un ricercatore cadeva nella tentazione di abbandonare il rigore scientifico pur di dimostrare le proprie teorie in qualunque contesto. Il punto fondamentale della difesa risiedeva negli studi comparativi tra specie e specie, e tra le specie attuali in relazione con le testimonianze fossili.

L’aspetto però più interessante di tutta questa diatriba fu un primo delinearsi dell’opposizione tra le differenti mentalità della scuola americana dell’evoluzione, legata principalmente alla teoria degli equilibri puntiformi e sostanzialmente contraria al gradualismo, e quella britannica, che abbraccia la visione darwiniana dell’evoluzione che opera tramite piccoli, impercettibili passi.