Red lanterns & green lasers

Sto sfruttando questi giorni di agosto a Jiaxing per cercare di vedere da vicino la Cina più autentica, quella non ancora completamente inquinata dal consumismo come Shanghai, quella ancora lontana dalla ricchezza economica e culturale di Hangzhou, e in generale tutte quelle zone provinciali del paese ancora distanti dalla progressiva occidentalizzazione che sta radicalmente cambiando il volto della nazione in questi ultimi decenni.

In effetti si tratta di un’impresa tutt’altro che semplice: vuoi per i limiti imposti dalla lingua, vuoi per la difficoltà di capire come funziona una ‘cittadina’ (si fa per dire) provinciale della Cina ad agosto, con i bambini che sono ancora liberi dalla scuola fino ai primi di settembre e gran parte degli abitanti che sono rimasti in città, in certi casi per mancanza di mezzi economici che permettano di fare vacanze lunghe, ma molto spesso perché, da quanto mi è stato detto ed ho constatato di persona, qui le persone vanno in ferie per periodi brevi e più scaglionati nel corso dell’anno rispetto all’Italia: c’è chi va a giugno, chi a settembre, chi anche in inverno. 

Questo per la nostra mostra è sicuramente un aspetto positivo: il science center che ci ospita è stato visitato da più persone di quante si potesse prevedere in pieno agosto, e anche se buona parte di questi visitatori erano bambini accompagnati dai genitori o ben più spesso dai nonni, frequentemente ci hanno fatto visita gruppi di campi scolastici estivi che hanno riempito la sala all’improvviso, in afose mattinate di piena estate in cui non ti aspetteresti anima viva.

 

Tra l’altro la fortuna ha voluto che a fianco del centro ci sia la sede di uno di questi campi estivi che in più di un’occasione ha improvvisato una visita, riempiendo da un momento all’altro tutta l’area centrale del complesso, dedicata alla nostra mostra sugli scienziati dell’Antichità.

  

Durante il giorno a Jiaxing molta gente se ne sta rintanata in casa per il caldo, ma se capita la giornata un po’ più vivibile si può visitare il mercato dei fiori e degli uccelli, popolato da decine e decine di piccoli negozi che, a discapito del nome, vendono praticamente qualunque tipo di animale da compagnia o pianta da giardino.

 

Pesci rossi, tartarughe, criceti, cani di piccola e media taglia si aggiungono a diamanti mandarini, parrocchetti e cardellini che affollano migliaia di gabbie e sono di gran lunga gli animali da compagnia più diffusi qui in terra d’oriente.

    

A tal proposito, la sensibilità dei Cinesi per i loro amici volatili è così sviluppata che in alcune città ci sono vie e parchi che fanno da ritrovo per gli anziani ma dove, oltre a giocare a carte e fare quattro chiacchiere come ovunque nel mondo, questi portano con sé il proprio uccellino in gabbia in modo che anche lui possa avere compagnia e farsi nuovi amici.

  

Mercati e mercatini a parte, la città di Jiaxing ha alcuni altri luoghi di assoluto pregio come la pagoda di Haogu, ricostruita in tempi recenti, che si affaccia sulle sponde del Lago Meridionale e dalla cui cima si può godere di una vista affascinante, che fa vedere una città non molto ricca ma sicuramente armoniosa e ben tenuta,  immersa nel verde dei parchi e bagnata dalle acque di mille canali.

  

Dopo il tramonto, come un po’ tutte le città cinesi, Jiaxing diventa ancora più bella, vuoi per le luminarie  tradizionali che illuminano i vicoli del centro storico e si riflettono sui corsi d’acqua, vuoi per i mille negozietti  e bancarelle che restano aperti fino alla tarda sera per permettere a chi vuole girare un po’ la città di evitare il caldo torrido del pomeriggio.

 

Qua e là si possono vedere anche artisti di strada, musicisti tradizionali, gruppi corali e persino ballerine che si esercitano in mezzo alle piazzette illuminate soltanto dalle luci rosse delle lanterne.


Le luci colorate le abbiamo furbescamente sfruttate anche noi: l’exhibit che ha riscosso più successo qui (almeno tra i curatori del centro, espertissimi di eventi  scientifici e mostre sullo stile di Agorà) è stata la quadratura del cerchio, in cui avviene la dimostrazione di uno dei classici studi di Archimede con tutti gli annessi e connessi, tra cui come trovare un quadrato con la stessa area di un dato cerchio. L’exhibit consiste in una lastra circolare di plexiglass spessa circa 2 cm dentro cui viene proiettato un raggio laser che si riflette lungo la parete interna, disegnando un poligono il cui numero di lati può essere aumentato cambiando l’inclinazione del laser: più è alto il numero dei lati, più il poligono si avvicina all’area del cerchio. Il visitatore può cambiare questa inclinazione, e conseguentemente il poligono proiettato, semplicemente ruotando una manopola. Abbiamo constatato con piacere come questo fosse un qualcosa di inedito per il pubblico cinese che si è dimostrato difatti molto interessato alla nostra “quadratura”.

Un altro exhibit di grande successo riguarda gli studi di Apollonio di Perga sulle sezioni coniche ovvero ellisse, parabola e iperbole; nel nostro esperimento queste linee curve sono identificate utilizzando un laser (questa volta la proiezione di un piano e non di un raggio semplice) verso un doppio cono di plexiglass alto circa 2 metri: nell’oscurità le figure risaltano per bene ed hanno un grande effetto visivo. Questa non è altro che la riproposizione in grande stile di un classico exhibit scientifico in cui un cono di legno è ‘affettato’ in più parti che identificano le tre grandi famiglie di sezioni coniche, ma proposta in questa forma, grazie anche a una struttura ricoperta da tendoni neri che la circonda per creare il buio necessario, ha un fascino ben maggiore che sembra essere particolarmente apprezzato dal  pubblico.

Rinfrancati da questo agosto più vivace del previsto ci prepariamo ad affrontare gli ultimi giorni di mostra in questa accogliente città che ci ha offerto alcune gradite sorprese; prima di partire e ritornare a Shanghai c’è però ancora una tappa fondamentale da fare: la Capitale del Nord  mi attende nei prossimi giorni e, visto che le cose da vedere saranno tantissime mentre il tempo sarà estremamente limitato, bisognerà essere preparati per bene… seguirà un report completo sulla mia “maratona” pechinese, per cui tenete gli occhi aperti e le orecchie ben tese!

Zaijian,

fonso

Waterways

La Cina è una terra di ambienti estremi: dal clima temperato delle regioni centrali e orientali si passa alle foreste lussureggianti del Sud, in particolare nella splendida provincia dello Yunnan, per passare al freddo polare di alcune zone della Mongolia Interna e dell’immenso e desolato altopiano del Tibet (chiamato Xizang dai cinesi), fino ad arrivare agli aridi deserti, in particolare il Gobi a nord e il leggendario Taklamakan a nord-ovest, quest’ultimo attraversato da Marco Polo e da lui descritto con minuzia di particolari ne Il Milione.

Tutta la Cina orientale però, ovvero quella che noi occidentali conosciamo meglio, quella di Shanghai e Nanchino, di Pechino e di Hong Kong, ha nella sua interezza un elemento fondamentale che domina il paesaggio: l’acqua.

Acqua dei mari che la costeggiano a est, acqua dei suoi grandi fiumi (tra gli altri l’immenso Fiume Azzurro/Yangze e il Fiume Giallo), acqua dei laghi artificiali e naturali che abbelliscono alcune delle sue grandi città come Nanjing o Hangzhou, acqua delle risaie che scolpiscono e ridisegnano il paesaggio per centinaia e centinaia di chilometri, acqua del Grande Canale di cui ho parlato in un altro post, ed infine l’acqua che si insinua con stretti passaggi in mezzo alle case e abbellisce alcune cittadine storiche della regione dello Zhejiang, dove mi trovo attualmente.

Tra queste, due sono di particolare pregio ed interesse per i turisti soprattutto cinesi ma in qualche caso anche occidentali: Xitang e Wuzhen.

Approfittando dei giorni di libertà (il lunedì e il martedì il science center che ospita Agorà è chiuso) ho visitato questi scenic spots, entrambi a pochi chilometri di distanza dalla città di Jiaxing dove ci troviamo attualmente: a nord-est Wuzhen, ad ovest Xitang.

La prima che ho visitato, Wuzhen, può fregiarsi di un titolo molto più che onorevole, la Venezia d’Oriente. Il perché è abbastanza evidente: stretti canali di acque basse solcate da imbarcazioni tradizionali, piccole case in legno, alti e antichi ponti di pietra. Non c’è la laguna e San Marco, i gondolieri e l’acqua alta, ma con le dovute proporzioni anche questo antico villaggio nel suo piccolo ha un fascino che può riportare alla mente la Serenissima.

  

Popolato da circa diecimila residenti durante tutto l’anno e più o meno da altrettanti turisti ogni giorno di luglio e agosto, Wuzhen ha anche alcuni luoghi di assoluto interesse culturale: dalla casa che fu per anni del grande e amato scrittore del Novecento Mao Dun, attualmente trasformata in un museo sulla sua vita e le sue opere,

a un piccolo museo sugli usi e costumi tradizionali della Cina, con interni d’epoca, abiti tradizionali e riproduzioni di ambienti familiari appartenenti ad un mondo che ormai non esiste più,

 

a una chiatta attraccata in un’insenatura dove alcuni maestri di Kung Fu presentano ad ogni ora uno spettacolo dimostrativo sulla propria arte, la Kung Fu boat,

fino ad arrivare ad un’antica distilleria di baijiu, il tradizionale liquore di riso cinese, conservata perfettamente con tanto di strumentazioni e recipienti d’epoca.

Tra gli stretti vicoli che si snodano in mezzo alle case di legno si possono trovare numerosi artigiani tradizionali che hanno trasformato i propri laboratori in negozi di souvenir, dove però i turisti oltre a fare semplice shopping possono in più vedere la nascita sul momento dell’oggetto che acquistano: dalla coperta di lana al ventaglio decorato a mano, dalla collana alla statuetta in legno.

  

Mentre la mia visita a Wuzhen è avvenuta ‘in solitaria’ in pieno giorno, per Xitang ho accettato ben volentieri un invito dei colleghi a cenare e trascorrere la serata in una cittadina che mi avevano garantito essere ancora più bella ed affascinante, soprattutto perché quasi sconosciuta ai turisti occidentali.

 

Quasi sconosciuta perché, purtroppo o per fortuna a seconda dei punti di vista, alcuni anni fa Hollywood è arrivata qui, portando fama e notorietà anche al di fuori della Cina. Qua e là infatti è possibile vedere qualche evitabilissimo cartello con su scritto Tom Cruise was here, o qualcosa del genere.

L’occidente, una volta arrivato, non è più andato via: è comparso in alcuni locali tradizionali tramutati nei più classici negozietti di souvenir, nei bar karaoke dove musicisti più o meno improvvisati suonano canzoni degli Eagles o dei Bon Jovi, nelle lanterne luminose galleggianti da lasciare sulle acque dei canali per esprimere un desiderio.

 

Se questo sia un bene o un male non lo so, certo è che parte del fascino antico del villaggio tradizionale cinese si è perso a discapito di un maggiore benessere economico, sicuramente apprezzato da chi a Xitang ci vive, ma va detto che in ogni caso la bellezza degli scenari e dei vicoli, delle case di legno e dei canali su cui si riflettono le luci delle lanterne rosse è assolutamente intatta, ed è questa, probabilmente, la cosa più importante.

 

Tutto questo mentre anche il lavoro fila via liscio senza intoppi: Agorà è ancora ospite di Jiaxing e qui vi resterà fino alla fine di agosto. I visitatori sono sempre interessati e attivi: vogliono toccare, provare, sperimentare tutto quello che c’è e sono curiosi soprattutto per quanto riguarda gli aspetti storici degli exhibit: da dove veniva Archimede, chi era Eratostene e come mai questo tal ‘Pitagora’ avesse reinventato un teorema che i Cinesi già conoscevano. Tutto questo è molto stimolante non solo per il confronto tra la cultura occidentale e quella orientale, ma soprattutto perché comincia veramente a delinearsi quella che è la conoscenza media del visitatore cinese: interessato, giocherellone, curioso, spesso già a conoscenza dei contenuti scientifici degli exhibits e allo stesso tempo ignaro di quelli storici, il che è normale visto che invece noialtri occidentali sappiamo poco o nulla dei grandi scienziati e matematici dell’antica Cina.

Tra l’altro, per restare in tema col post, anche Agorà ha un pochino di acqua nei suoi exhibits: la celebre coclea o vite di Archimede di cui vi ho già parlato solleva e trasporta l’acqua, mentre l’esperimento della sfera e il cilindro la sfrutta per dimostrare uno dei teoremi di cui lo scienziato siracusano andava più fiero: una sfera occupa esattamente due terzi del volume di un cilindro avente uguale raggio. Per dimostrarlo nulla di più semplice che calare una sfera in un cilindro dello stesso diametro, pieno per un terzo di acqua: una volta che questa tocca il fondo il livello dell’acqua sale fino a raggiungere esattamente la sua altezza, dimostrando visivamente un teorema geometrico ancora fondamentale ai giorni nostri.

Di sicuro da qui al suo ritorno in Italia questa sfera dovrà andare su e giù ancora qualche migliaio di volte per soddisfare la curiosità e la voglia di sperimentare di bambini e adulti cinesi, desiderosi di conoscere il pensiero e le scoperte di un uomo vissuto oltre 2000 anni fa, e, di questo siamo certi, Archimede ne sarebbe orgoglioso; ma anche noi umili divulgatori che la sua scienza semplicemente diffondiamo, potremo vantarci di aver esportato le sue scoperte fin nella Terra di Mezzo, e anche queste nel loro piccolo son soddisfazioni.

Zaijian,

fonso

Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il nonno

Tanti sono i miti e le leggende riguardanti il nome di Archimede di Siracusa, ma tutte le testimonianze storiche giunte fino a noi concordano nel definirlo uno dei più straordinari scienziati dell’Antichità, al punto che il suo nome è diventato una sorta di sinonimo con cui indicare un inventore, soprattutto se geniale.

La nostra mostra Agorà tratta per circa metà percorso esclusivamente delle invenzioni di Archimede, a sottolineare la sua incredibile prolificità. A dare il benvenuto ai visitatori c’è ovviamente la leva, che è strettamente legata al nome dello scienziato siracusano e che è tra gli exhibits di maggior successo dell’intera mostra, soprattutto tra i bambini.

 

Il perché è abbastanza semplice: a parte qualche uso improprio (ad esempio come un’altalena), questa semplicissima leva di primo genere permette a un  bambino di 40 kg di alzare senza problemi il suo corpulento nonno di quasi un quintale, sfruttando il fatto che questo si è seduto sul braccio più corto della struttura, quella dove – per citare Archimede  – è rappresentato un mondo da sollevare…  ovviamente ci sono interessanti risvolti storici: pare che l’utilizzo di queste strutture nell’Antichità fosse estremamente prezioso nei cantieri navali, dove la procedura più difficile era sempre il varo dei nuovi vascelli, e pare che Archimede avesse creato un complesso sistema di leve proprio per facilitare queste operazioni all’interno del porto di Siracusa.

Un’altra celebre invenzione dello scienziato siracusano fa bella mostra di sé all’interno di Agorà: la còclea o vite di Archimede (Archimedes’ screw per gli anglosassoni).

Due vasche comunicanti poste ad altezze diverse contengono dell’acqua che, per gravità, defluisce naturalmente verso la vasca più bassa. La còclea altro non è che un sistema di tubi posti a spirale che, fatti ruotare, trasportano l’acqua verso l’alto. Il funzionamento è semplice: in ogni punto le singole gocce d’acqua vanno verso il basso, ma il movimento complessivo le porta sempre più in alto, fino a scaricarle nella vasca superiore.

Il sistema, utilizzato tutt’oggi in alcune opere di ingegneria idraulica, era diffusissimo nell’antichità e veniva adoperato principalmente per svuotare le abitazioni o gli scafi delle navi in caso di allagamento. La paternità dell’invenzione è assegnata ad Archimede da parte di più storici, ma non si esclude che ne esistessero versioni preesistenti.

Come abbiamo visto in precedenza Agorà è una mostra in buona parte matematica. Archimede, oltre che ingegnere e inventore, fu anche uno straordinario mago dei numeri: celebre è il suo ‘Problema dei buoi’ rimasto irrisolto per oltre 2000 anni fino all’avvento dei supercomputers, unici macchinari dotati di una capacità di calcolo sufficiente per poterlo affrontare (di questo quesito ho parlato diffusamente in un articolo su Life of Gaia).

Il genio matematico di Archimede si espresse in numerosi trattati di algebra e geometria, alcuni dei quali sono giunti fino a noi. Tra questi, uno dei più celebri era dedicato alle spirali; per studiare queste figure geometriche particolari Agorà, che ha proprio una spirale nel suo logo, mette a disposizione dei bambini un sistema ‘anticheggiante’ con cui ricrearle: una vasca circolare piena di sabbia è posta in rotazione e un punteruolo mobile lungo il raggio del cerchio permette di tracciare delle figure al suo interno.

A parte immagini fantasiose come fiori, soli o vari tipi di motivi circolari, con questo sistema è possibile creare, muovendo con velocità costante il punteruolo, una spirale di Archimede

o, utilizzando un movimento accelerato, una spirale logaritmica.

È curioso notare come gran parte delle invenzioni presentate ad Agorà siano nate indipendentemente in Europa, in Cina e in altri paesi, e come il nome di Archimede ai visitatori cinesi dica tutto sommato abbastanza poco, così come a noi occidentali i nomi dei grandi scienziati di queste terre, soprattutto se di epoche remote, comunichino poco o nulla: in questo senso opere di divulgazione come la nostra mostra possono avere una grande importanza nell’avvicinamento dei popoli e delle loro culture, dato che in fondo, anche quando si era separati da distanze che con i secoli sono scomparse, le culture si evolvevano parallelamente; se si vuole un futuro di armonia tra le nazioni questa sarà la strada da seguire: trovare i punti in comune e valorizzarli, non cercare le differenze per fomentare l’odio e la xenofobia. La Scienza e la Cultura in questo senso devono essere assolutamente in prima linea.

  

Sempre a proposito di Cina e di Agorà: la mostra da alcuni giorni è approdata nella bella città di Jiaxing nella regione dello Zhejiang, che conta ‘solo’ 3 milioni di abitanti e tanto le basta per essere ripetutamente definita dai miei colleghi locali come a small town (!). Inutile discutere e sottolineare come Roma ne conti altrettanti pur essendo la città più popolosa d’Italia, qui le proporzioni sono diverse per tutto, in particolare per quanto riguarda gli abitanti. Tanto vale visitare, afa permettendo (temperature regolarmente sopra i 35°), le bellezze della città tra cui una serie di splendidi canali che di notte assumono un fascino unico,

  

le bancarelle della storica Zhongji Road, i mercati dei fiori e degli uccelli in gabbia e soprattutto il celebre South Lake: eh sì, un altro lago cittadino: c’è poco da stupirsi comunque, in un paese così dominato dalle acque come la Cina, con i suoi grandi fiumi, i canali artificiali e le colline interamente coltivate a riso, al punto da disegnare un paesaggio assolutamente unico al mondo.

In ogni caso qui ci sono anche interessanti risvolti storici: proprio sulle sponde di questo lago il Partito Comunista Cinese, uno dei più longevi del mondo, è stato fondato esattamente 90 anni fa, come testimoniano alcuni memoriali e statue presenti lungo le sue sponde, e per il cui anniversario sono state indette grandi manifestazioni in tutto il paese fino a pochi giorni fa.

 

Agorà sarà ospite per quasi tutto il mese di agosto di questa città bella e interessante. Vedremo gli sviluppi nei prossimi giorni, nel frattempo ci godiamo le bellezze locali, continuando a giocare con acqua, sabbia e altalene, come faceva anche il grande Archimede più di 2000 anni fa, solo un po’ più ad ovest di Jiaxing.

Zaijian,

fonso

He Cha!

 

Nella periferia sudoccidentale di Hangzhou si nasconde un piccolo gruppo di case denominato Dragon Well village, in cui è possibile degustare una tazza di tè secondo riti tradizionali, all’interno di splendide tea houses o anche all’aperto, seduti in mezzo al verde dei boschi.

 

Per la prima volta da quando sono in Cina visitando questo villaggio mi sono sentito veramente a disagio: le poche persone presenti, principalmente anziane, mi hanno guardato con stupore e forse un poco di fastidio, non essendo chiaramente abituate a vedere un lao wai (straniero) in un luogo che considerano ‘loro’, non adatto ai turisti né tantomeno di interesse per gli occidentali che vengono in Cina, presi come sono da centri commerciali e grattacieli ultramoderni. In ogni caso, un po’ per l’orario poco adatto (circa mezzogiorno), un po’ per il caldo atroce, mi sono allontanato dopo breve tempo senza sedermi e degustare il tè, lasciando questo piccolo luogo misterioso ai suoi più classici avventori.

Un antico detto cinese recita: sette sono gli elementi necessari in casa: il fuoco, il riso, l’olio, il sale, la soia , l’aceto e il tè. Inoltre tra gli studiosi delle discipline classiche gli elementi terreni di assoluta importanza nell’esistenza di ogni uomo, quelli per cui la vita vale la pena di essere vissuta, sono Musica, Scacchi, Calligrafia, Pittura, Poesia, Vino e Tè. Secondo la tradizione del Buddhismo Chán (da cui deriva il più conosciuto Zen giapponese) l’arte e il rito del tè, fissato da gesti curati nei minimi particolari e immutati da secoli, è un elemento assolutamente fondamentale per poter raggiungere l’unità tra Uomo e Natura.

Dal punto di vista più strettamente pratico, bere il tè in Cina ha rappresentato per secoli un modo per socializzare e rilassarsi, allontanandosi per un breve periodo nel corso della giornata dalle pressioni lavorative; al giorno d’oggi invece non è più soltanto un antico rito, ma è alla base di tutta la cucina della Terra di Mezzo: tè caldo, tè freddo, biscotti e dolci al tè, uova sode cucinate nel tè, latte e yogurt al sapore di tè: basta girare per supermercati e negozi alimentari, tradizionali e non, per vedere come il “cha” sia presente praticamente ovunque nella cucina cinese, alla base delle sue stesse origini e comunissimo anche nei piatti più moderni, esattamente come il riso. Praticamente tutti, uomini e donne di qualunque fascia di età,  vanno in giro con il loro thermos con le foglioline verdi in decantazione: è un elemento assolutamente irrinunciabile, quasi come il cellulare o il portafoglio in tasca.

La città di Hangzhou è alla base di questa cultura, sia in quanto è stata definita ‘la capitale Buddhista della Cina del Sudest” sia perché qui è nata la Longjing, la più nota e pregiata di tutte le varietà di tè verde cinese, alla base del rito zen della degustazione.

Per celebrare tutti questi aspetti circa vent’anni fa è stato aperto un museo immerso nel verde delle coltivazioni, in cui è possibile imparare tutti i segreti legati a questa bevanda e il modo corretto per prepararla, seguendo i canoni dell’antico Libro del tè di Lu Yu, in cui contano, oltre alla qualità delle foglie, anche il set di tazze utilizzato, il tempo di infusione, la diluizione, la temperatura e persino l’origine dell’acqua (l’acqua di fiume e di pozzo sono sconsigliate, occorrono acqua di montagna o di sorgente).

Ma come si prepara un buon tè “alla cinese”? Le differenze con la versione occidentale sono molte: innanzitutto qui è decisamente più diffuso il tè verde, o la particolare varietà Oolong, rispetto al nero che è raro e poco bevuto. Inoltre è più diluito anche se viene tenuto in infusione più a lungo, spesso con le foglie intere e non sminuzzate o essiccate. Di solito non viene zuccherato, e se si aggiunge il latte in genere è per una particolare versione di tè freddo che viene bevuto durante i pasti, che è chiamato, molto banalmente, milk tea.

C’è un’altra pianta, oltre a riso e tè, ad essere strettamente legata alla cultura cinese: il bambù.

Nel Guangxi ho potuto vedere case tradizionali costruite interamente in bambù, oltre a negozi specializzati nella vendita di prodotti realizzati unicamente con questo tipo di legno; mobili, bicchieri, vettovaglie, scope, bastoni, staccionate, tetti, persino scarpe e cinture sono create con il legno e le fibre di questa pianta di rara versatilità.

 

Qua e là è possibile vedere qualche ponteggio per le costruzioni ancora realizzato con i tronchi di quella che comunque, sorprendentemente, non è altro che un’erba: erba che viene tuttora coltivata, mangiata e utilizzata in mille modi, ed è alla base dello stile di vita di popolazioni tradizionali nel sud della Cina, in particolare nella splendida regione dello Yunnan. I germogli di bambù cucinati alla piastra sono una delle assolute prelibatezze della cucina cinese, e anche per utilizzi meno pratici la nostra erba gigante è protagonista assoluta, decorando i giardini e i parchi di tutta la nazione. Qui in Cina gli innamorati e i graffitari non scrivono il proprio nome sulla corteccia degli alberi, ma sui tronchi del bambù.

Questa pianta è famosa anche perché le sue foreste danno asilo a quella che è la mascotte del WWF, ma soprattutto un simbolo universale della conservazione della natura e anche della Cina stessa: il Panda maggiore.

 

È completamente inutile che ora incominci a tediarvi con le arcinote difficoltà riproduttive, la dieta esclusiva a base di bambù e quant’altro riguardi la biologia di questo animale, do per scontato che sappiate già tutto, bombardati come siete da documentari, articoli di Focus e National Geographic e campagne di sensibilizzazione delle associazioni ambientaliste.

Vi fornisco solo un paio di curiosità che forse non conoscete:  innanzitutto ho scoperto che da quando ho studiato questi animali all’università (ok, era il Paleolitico, ma tant’è) la loro popolazione allo stato selvatico si è quasi raddoppiata: da circa 1100 esemplari negli anni ’90 agli attuali 2000; inoltre si stanno introducendo da alcuni anni regolamentazioni particolarmente rigorose per la salvaguardia delle foreste di bambù in cui l’animale vive, cercando di evitare l’impoverimento dell’habitat e delle specie vegetali presenti: il panda maggiore si nutre difatti di germogli di bambù, e il fatto che esistano numerose varietà di tale pianta con differenti periodi di fioritura consente all’animale di trovare sempre  il nutrimento che gli occorre per sopravvivere. Grossi passi avanti si sono fatti in questo senso, ed è un ottimo segnale per il futuro dell’animale-mascotte.

Purtroppo non ho potuto vedere il panda nel suo ambiente, dato che si trova solo in alcune foreste del Sichuan ben lontane da qui ed è comunque molto difficile avvistarlo in natura; ciononostante il concetto fondamentale – ed è anche quello che molti ecologisti della domenica dovrebbero capire – è che non si può proteggere il panda se non si salva anche la foresta di bambù in cui vive, insieme a tutti gli altri organismi che la abitano e che fanno ugualmente parte dell’ecosistema, compresi bagarozzi e pantegane: non si deve tutelare un animale solo perché è carino, cuccioloso e piace ai bambini; quelli negli zoo non sono che surrogati semiaddomesticati e incapaci di vivere indipendentemente nel loro ambiente naturale, i veri panda si trovano solo in poche isolate zone di montagna della Cina centrale. Se l’intenzione è quella di consegnare alle future generazioni un mondo non impoverito delle sue bellezze naturali ok, se invece l’interesse è salvare soltanto il pelouche vivente, anche se messo dentro a un recinto per poterlo esporre al pubblico pagante, allora non ci siamo proprio. Qui in Cina comunque sembrano aver capito questo concetto fondamentale, speriamo sia così anche altrove.

 

Chiusa questa parentesi naturalistica, torniamo al lavoro: Agorà si prepara a salutare definitivamente Hangzhou: questa è l’ultima settimana allo Zhejiang Science and Technology Museum, la prossima tappa sarà la città di Jiaxing, di cui parlerò per bene nei prossimi giorni, a trasferimento avvenuto.

 

Per ora è tempo di tracciare un bilancio (ancora una volta ottimo, con tanti visitatori, in gran parte bambini) organizzarsi, raccogliere armi e bagagli, visitare quelle ultime attrazioni turistiche che ancora non si erano viste, e prepararsi a dare l’addio (o forse l’arrivederci, chissà?) alla nobile Città del Tè: Xie xie, Hangzhou: in fondo Marco Polo non aveva poi esagerato. Speriamo di rivederci, un giorno.

  

Zaijian,

fonso

Dragons & Dinosaurs

La nostra avventura in giro per la Terra di Mezzo prosegue, e dopo più di un mese eccoci ritornare nell’affascinante Hangzhou, capitale dello Zhejiang ma soprattutto una delle più belle ed interessanti città di tutta la Cina.

Un detto popolare cinese recita: ‘Nasci a Suzhou, vivi a Hangzhou, mangia a Guangzhou, muori a Liuzhou’, ad indicare le città più belle e vivibili dell’Impero Celeste. Un altro celebre proverbio, riportato per la prima volta in Occidente dal missionario Matteo Ricci, invece afferma che ‘in alto c’è il Paradiso, in basso Hangzhou e Suzhou’. Marco Polo addirittura la definì  ‘senza alcun dubbio la città più bella e nobile al mondo‘.

Sebbene i primi siano detti popolari e quindi pieni di amor patrio, mentre chi ha letto il Milione sa bene che il viaggiatore veneziano non fosse certo parsimonioso in fatto di superlativi, è comunque chiaro che si tratti di una città di assoluto valore culturale e storico.

 

Del Lago Occidentale e dei suoi meravigliosi paesaggi notturni vi ho già accennato in precedenza, mentre non ho ancora citato una delle assolute meraviglie che adornano la città, ovvero il Grande Canale  che parte da Hangzhou e incredibilmente arriva a spingersi fino a Pechino, ed è quindi il più lungo fiume artificiale al mondo, con i suoi quasi 1800 Km di lunghezza.

Ancora più spettacolare della lunghezza è la sua storia: i primi tratti del canale vennero realizzati addirittura nel V Secolo a.C., mentre gli ultimi chilometri che arrivano fino ad Hangzhou sono attribuiti alla Dinastia Sui, quindi risalgono VII Secolo d.C., il che vuol dire che per il completamento di quest’opera monumentale occorsero più di mille anni e la forza lavoro di milioni di uomini provenienti da più generazioni di Cinesi.

 

All’opera vennero in seguito apportate grandi modifiche, come chiuse per permettere la risalita di dislivelli anche di decine di metri, e un fitto sistema di canali di comunicazione che sostanzialmente ha costituito per secoli un’antica autostrada sull’acqua. Il canale ebbe anche una forte importanza strategica sia per il trasporto di materiali militari e truppe sia per bloccare eventuali avanzate nemiche, talvolta passivamente, a causa un guado difficoltoso, ma spesso anche attivamente: la rottura volontaria di alcuni argini poteva causare inondazioni in grado di annientare gli eserciti nemici. A tutt’oggi il canale è trafficatissimo ed è attraversato da lunghe chiatte e navi commerciali e da trasporto che solcano le sue acque di giorno e di notte.

Ebbene sì, in Cina tutto è grande, enorme, monumentale. Non fa certo eccezione lo Zhejiang Science and Technology Museum, gigantesca opera di divulgazione scientifica inaugurata nel 2009, che offre ai visitatori uno spettacolo unico nel campo della conoscenza, dell’interattività, del gioco e dell’approfondimento.

Dall’esplorazione dello spazio e dalle nuove frontiere della tecnologia e dell’ingegneria si passa alle curiosità della medicina tradizionale cinese, per poi arrivare all’approfondimento delle tematiche ambientali e dello sviluppo sostenibile, il tutto orientato (così come per il padiglione cinese dell’Expo) al sensibilizzare i visitatori sullo sviluppo di città a impatto zero in armonia con la natura.

Ho notato con grande piacere che ci sono ampie aree del museo dedicate al gioco e ai bambini, ma anche per gli adulti sono numerose le esperienze interattive e hands on, seguendo il nuovo corso della divulgazione scientifica internazionale.

 

Il visitatore può, nel giro di pochi metri, viaggiare dentro un sottomarino o testare gli effetti dell’assenza di gravità, guidare una navicella spaziale, suonare strumenti musicali con corde invisibili, dirigere un’orchestra composta da robot musicisti, capire i segreti di una centrale elettrica e vivere mille altre esperienze. A fianco, a completare l’opera del Science Center, c’è un museo di Storia Naturale dedicato principalmente alle tematiche di conservazione della biodiversità, con una articolare attenzione dedicata alle meraviglie naturali della Cina.

 

Tra le principali attrazioni dello Zhejiang ci sono i dinosauri, scoperti di recente in gran numero e varietà, e proprio per questo motivo un’ampia area del museo è dedicata ai giganteschi rettili estinti della zona. Così come per l’Argentina, gli Stati Uniti e qua e là in giro per il mondo, anche in Cina sta nascendo la moda dei ‘Dino Parks‘ creati nelle zone di ritrovamento dei resti dei dinosauri, per vedere i fossili direttamente nelle aree di ritrovamento. L’area del museo dedicata ai dinosauri contiene pertanto svariati inviti più o meno espliciti alla visita di tali aree, sparse qua e là nella Cina orientale, in particolare nelle regioni dello Jiangsu e, ovviamente, nello Zhejiang.

  

In un ambiente del genere è chiaro che una mostra come Agorà, dedicata alla sperimentazione e al riprodurre di persona i grandi esperimenti scientifici dell’Antichità, si trova perfettamente a proprio agio ed è pronta a testare la curiosità degli abitanti di Hangzhou su queste tematiche.

L’allestimento degli exhibits è ormai concluso e uno staff di animatori nuovi di zecca attende solamente la data di apertura del 26 giugno, ovvero nientemeno che il primo giorno di vacanza degli studenti cinesi!

Riusciranno i nostri eroi a sopravvivere all’ondata di piena? Non ai posteri, ma ai giorni a seguire l’ardua sentenza!

          

Zaijian,

fonso

Hangzhou & her romances

Trasferimento ad Hangzhou, capitale della regione dello Zhejiang che ha visto il suo massimo splendore alcuni secoli orsono, alla volta del Science museum e di tutto quanto di interessante c’è da visitare nella città.
Qusta ‘cittadina’ conta circa 3,9 milioni di abitanti (ma scommetto che saranno già diventati 4 prima che abbiate finito di leggere questo post), una vasta area urbana e alcune meraviglie naturali che meritano di essere visitate e raccontate.

Tra tutte primeggia il lago occidentale (Xi Hu), circondato da pagode, templi e costruzioni che con le loro luci rendono la visita incantevole soprattutto di sera.

Salendo a bordo di una barca appena un pò vistosa e appariscente

e accompagnati dall’affascinante musica tradizionale di due altrettanto affascinanti suonatrici

facciamo un giro completo del piccolo lago, raccogliendo un pò di foto e segnando la location come tra le più belle viste finora.

Ma perché siamo qui? In realtà non per turismo ma per lavoro: dobbiamo recarci al Science Museum per parlare a circa 70 dipendenti della Zhejiang Association for Science & Technology, spiegare loro cos’è un animatore scientifico, come si guadagna la pagnotta e soprattutto come lavora.

Dopo un piccolo disguido, ovvero l’aver scoperto di avere un cognome tutto nuovo

non faccio a tempo a ‘mugugnare’ che già è stato corretto con mille scuse. Possiamo cominciare, e riusciamo a ottenere un gran coinvolgimento da parte dei presenti, che hanno capito che l’elemento fondamentale per essere dei bravi animatori scientifici è innanzitutto divertirsi.

 

La mattina dopo ci rechiamo nell’area storica di Lingyin, non lontana da Hangzhou, dove si può trovare un bellissimo tempio buddista fondato nel IV secolo d.C. da un monaco giunto in queste terre fin dalla lontana India.

   

Occorre fare una levataccia: è domenica e i moltissimi credenti affolleranno in poche ore il tempio e sarà molto più difficile muoversi tra le diverse costruzioni che fanno parte del complesso. La sveglia è prima delle 7 e arriviamo a Lingyin poco dopo le 8.

 

Tra le meraviglie al suo interno primeggia una bellissima statua di Buddha alta circa 26 m,

 

e dietro ad essa un enorme altorilievo in legno che narra la storia della bodhisattva della Misericordia Guanyin.

Vi sono poi altri aspetti più caratteristici e pittoreschi come i fedeli che cercano di ‘imboccare’ la fontana del dragone con alcune monetine sperando sia di buon auspicio,

o un bassorilievo con alcuni ideogrammi su aspetti della vita (fortuna, successo, coraggio, etc) ‘ripuliti’ da migliaia di mani che ogni giorno li toccano nella speranza di ottenere quanto su essi è rappresentato.

Un’altra grande attrattiva di Hangzhou è una sorta di parco tematico denominato ‘Song Dynasty‘ e dedicato all’omonima dinastia che ha dominato la Cina circa 1000 anni fa, e lo spettacolo musicale intitolato ‘A love of  thousand Years‘.

   

Nessuno ci aveva preparato a vedere qualcosa di così esagerato e imprevedibile: un’audience entusiasta di migliaia e migliaia di persone, una platea mobile in grado di aprirsi a metà per far spazio a ballerini e cantanti, danzatrici volanti, palchi secondari sui lati, cannoni e cavalli autentici sul palco, laghi e perfino cascate d’acqua, e un’esplosione di luci, balli, colori e musica mai vista in uno spettacolo occidentale, forse neanche a Broadway.

   

Nonostante la magniloquenza e – forse – l’ingenuità di alcuni aspetti visivi lo spettacolo è veramente unico nel suo genere e ci lascia senza fiato dall’inizio alla fine di un’ora intensissima.

In fondo nonostante tutte le esagerazioni la Cina è anche questo, e ci piace così.

Zaijian,

fonso