COP21 a Parigi: piccoli segnali positivi

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Chiunque in questi giorni abbia seguito le vicende legate alla COP21, ossia la conferenza annuale delle parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) che si sta tenendo in questi giorni a Parigi, avrà probabilmente letto notizie, soprattutto da parte dei giornali generalisti, particolarmente entusiaste. Si parla di calo della produzione di gas serra su scala globale, abbandono progressivo dei combustibili fossili, utilizzo su larga o larghissima scala delle fonti rinnovabili. Per alcuni giornali queste prese di posizione sarebbero state favorite dalle imponenti adesioni alla marcia globale per il clima che ha avuto luogo in centinaia di città in giro per il mondo il 29 novembre.

Tutto molto bello, ma decisamente impreciso in più aspetti. Intanto perché la conferenza non è ancora terminata e tantissimi dibattiti, fondamentali per la riuscita di un accordo su scala mondiale, devono ancora avere luogo. Inoltre le incertezze, riguardanti alcune nazioni come l’India, un attore fondamentale nel futuro delle emissioni di gas serra, sembrano non essersi dissipate prima dell’inizio della conferenza. E il ricordo del totale fallimento della conferenza di Copenhagen del 2009, dovuto all’opposizione di soltanto alcuni paesi, è ancora vivido. Inoltre su scala mondiale le emissioni di gas serra cambieranno a seconda delle scelte delle varie nazioni, lasciando quindi un amplissimo margine di incertezza quantomeno fino al termine delle trattative.

E allora da dove viene questo atteggiamento così entusiasta da parte dei media generalisti? Innanzitutto da un dato molto importante: nel 2015, per la prima volta dall’inizio della Rivoluzione Industriale, le emissioni globali di CO2 nell’atmosfera sembrano destinate a non aumentare. E la causa di questa apparente inversione di tendenza è un’unica nazione, la Cina, che negli ultimi mesi ha ridotto drasticamente il proprio consumo di carbone. Due articoli molto chiari sull’argomento sono stati pubblicati da Nature e da ThinkProgress. Ma, ancora una volta, stiamo parlando di un’unica nazione, anche se con un ruolo assolutamente basilare nel perseguire un’efficace lotta al riscaldamento globale.

Il punto fondamentale affinché la conferenza di Parigi si trasformi in un evento costruttivo è che tutte le nazioni che si sono impegnate nel ridurre sensibilmente le proprie emissioni rispettino le promesse fatte prima del meeting. A questo indirizzo è possibile vedere un riassunto degli impegni presi da alcuni dei paesi che influiscono maggiormente nell’apporto di gas serra a livello mondiale. Spesso, però, si tratta di proposte eccessivamente timide e non abbastanza drastiche per influire in modo efficace sul trend a livello mondiale. Gran parte delle trattative in corso sono volte a convincere alcune nazioni a prendere impegni più concreti, in particolare sul breve termine.

Visto il limitato contributo di molti governi, un primo importante passo nella direzione giusta potrebbe essere mosso da alcune grandi aziende: Google, ad esempio, ma anche IKEA, o Nike, che si stanno progressivamente impegnando a utilizzare unicamente fonti di energia rinnovabile per le loro produzioni, aderendo così al programma RE100. Chissà che un accresciuto impegno da parte delle aziende private, influenzando l’opinione pubblica, non possa spingere anche i governanti a percorrere la stessa via.

Staremo a vedere. Per ora non possiamo fare altro che attendere il termine dei lavori per capire cosa realmente è stato fatto e come sarà il trend futuro. Per monitorare in tempo reale i lavori della conferenza suggerisco di seguire l’account Twitter ufficiale dell’evento, mentre per chi volesse farsi un’idea più approfondita su quali siano i punti fondamentali dei negoziati, segnalo un ottimo articolo in italiano, pubblicato su Gli Stati Generali.

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