Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il nonno

Tanti sono i miti e le leggende riguardanti il nome di Archimede di Siracusa, ma tutte le testimonianze storiche giunte fino a noi concordano nel definirlo uno dei più straordinari scienziati dell’Antichità, al punto che il suo nome è diventato una sorta di sinonimo con cui indicare un inventore, soprattutto se geniale.

La nostra mostra Agorà tratta per circa metà percorso esclusivamente delle invenzioni di Archimede, a sottolineare la sua incredibile prolificità. A dare il benvenuto ai visitatori c’è ovviamente la leva, che è strettamente legata al nome dello scienziato siracusano e che è tra gli exhibits di maggior successo dell’intera mostra, soprattutto tra i bambini.

 

Il perché è abbastanza semplice: a parte qualche uso improprio (ad esempio come un’altalena), questa semplicissima leva di primo genere permette a un  bambino di 40 kg di alzare senza problemi il suo corpulento nonno di quasi un quintale, sfruttando il fatto che questo si è seduto sul braccio più corto della struttura, quella dove – per citare Archimede  – è rappresentato un mondo da sollevare…  ovviamente ci sono interessanti risvolti storici: pare che l’utilizzo di queste strutture nell’Antichità fosse estremamente prezioso nei cantieri navali, dove la procedura più difficile era sempre il varo dei nuovi vascelli, e pare che Archimede avesse creato un complesso sistema di leve proprio per facilitare queste operazioni all’interno del porto di Siracusa.

Un’altra celebre invenzione dello scienziato siracusano fa bella mostra di sé all’interno di Agorà: la còclea o vite di Archimede (Archimedes’ screw per gli anglosassoni).

Due vasche comunicanti poste ad altezze diverse contengono dell’acqua che, per gravità, defluisce naturalmente verso la vasca più bassa. La còclea altro non è che un sistema di tubi posti a spirale che, fatti ruotare, trasportano l’acqua verso l’alto. Il funzionamento è semplice: in ogni punto le singole gocce d’acqua vanno verso il basso, ma il movimento complessivo le porta sempre più in alto, fino a scaricarle nella vasca superiore.

Il sistema, utilizzato tutt’oggi in alcune opere di ingegneria idraulica, era diffusissimo nell’antichità e veniva adoperato principalmente per svuotare le abitazioni o gli scafi delle navi in caso di allagamento. La paternità dell’invenzione è assegnata ad Archimede da parte di più storici, ma non si esclude che ne esistessero versioni preesistenti.

Come abbiamo visto in precedenza Agorà è una mostra in buona parte matematica. Archimede, oltre che ingegnere e inventore, fu anche uno straordinario mago dei numeri: celebre è il suo ‘Problema dei buoi’ rimasto irrisolto per oltre 2000 anni fino all’avvento dei supercomputers, unici macchinari dotati di una capacità di calcolo sufficiente per poterlo affrontare (di questo quesito ho parlato diffusamente in un articolo su Life of Gaia).

Il genio matematico di Archimede si espresse in numerosi trattati di algebra e geometria, alcuni dei quali sono giunti fino a noi. Tra questi, uno dei più celebri era dedicato alle spirali; per studiare queste figure geometriche particolari Agorà, che ha proprio una spirale nel suo logo, mette a disposizione dei bambini un sistema ‘anticheggiante’ con cui ricrearle: una vasca circolare piena di sabbia è posta in rotazione e un punteruolo mobile lungo il raggio del cerchio permette di tracciare delle figure al suo interno.

A parte immagini fantasiose come fiori, soli o vari tipi di motivi circolari, con questo sistema è possibile creare, muovendo con velocità costante il punteruolo, una spirale di Archimede

o, utilizzando un movimento accelerato, una spirale logaritmica.

È curioso notare come gran parte delle invenzioni presentate ad Agorà siano nate indipendentemente in Europa, in Cina e in altri paesi, e come il nome di Archimede ai visitatori cinesi dica tutto sommato abbastanza poco, così come a noi occidentali i nomi dei grandi scienziati di queste terre, soprattutto se di epoche remote, comunichino poco o nulla: in questo senso opere di divulgazione come la nostra mostra possono avere una grande importanza nell’avvicinamento dei popoli e delle loro culture, dato che in fondo, anche quando si era separati da distanze che con i secoli sono scomparse, le culture si evolvevano parallelamente; se si vuole un futuro di armonia tra le nazioni questa sarà la strada da seguire: trovare i punti in comune e valorizzarli, non cercare le differenze per fomentare l’odio e la xenofobia. La Scienza e la Cultura in questo senso devono essere assolutamente in prima linea.

  

Sempre a proposito di Cina e di Agorà: la mostra da alcuni giorni è approdata nella bella città di Jiaxing nella regione dello Zhejiang, che conta ‘solo’ 3 milioni di abitanti e tanto le basta per essere ripetutamente definita dai miei colleghi locali come a small town (!). Inutile discutere e sottolineare come Roma ne conti altrettanti pur essendo la città più popolosa d’Italia, qui le proporzioni sono diverse per tutto, in particolare per quanto riguarda gli abitanti. Tanto vale visitare, afa permettendo (temperature regolarmente sopra i 35°), le bellezze della città tra cui una serie di splendidi canali che di notte assumono un fascino unico,

  

le bancarelle della storica Zhongji Road, i mercati dei fiori e degli uccelli in gabbia e soprattutto il celebre South Lake: eh sì, un altro lago cittadino: c’è poco da stupirsi comunque, in un paese così dominato dalle acque come la Cina, con i suoi grandi fiumi, i canali artificiali e le colline interamente coltivate a riso, al punto da disegnare un paesaggio assolutamente unico al mondo.

In ogni caso qui ci sono anche interessanti risvolti storici: proprio sulle sponde di questo lago il Partito Comunista Cinese, uno dei più longevi del mondo, è stato fondato esattamente 90 anni fa, come testimoniano alcuni memoriali e statue presenti lungo le sue sponde, e per il cui anniversario sono state indette grandi manifestazioni in tutto il paese fino a pochi giorni fa.

 

Agorà sarà ospite per quasi tutto il mese di agosto di questa città bella e interessante. Vedremo gli sviluppi nei prossimi giorni, nel frattempo ci godiamo le bellezze locali, continuando a giocare con acqua, sabbia e altalene, come faceva anche il grande Archimede più di 2000 anni fa, solo un po’ più ad ovest di Jiaxing.

Zaijian,

fonso

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He Cha!

 

Nella periferia sudoccidentale di Hangzhou si nasconde un piccolo gruppo di case denominato Dragon Well village, in cui è possibile degustare una tazza di tè secondo riti tradizionali, all’interno di splendide tea houses o anche all’aperto, seduti in mezzo al verde dei boschi.

 

Per la prima volta da quando sono in Cina visitando questo villaggio mi sono sentito veramente a disagio: le poche persone presenti, principalmente anziane, mi hanno guardato con stupore e forse un poco di fastidio, non essendo chiaramente abituate a vedere un lao wai (straniero) in un luogo che considerano ‘loro’, non adatto ai turisti né tantomeno di interesse per gli occidentali che vengono in Cina, presi come sono da centri commerciali e grattacieli ultramoderni. In ogni caso, un po’ per l’orario poco adatto (circa mezzogiorno), un po’ per il caldo atroce, mi sono allontanato dopo breve tempo senza sedermi e degustare il tè, lasciando questo piccolo luogo misterioso ai suoi più classici avventori.

Un antico detto cinese recita: sette sono gli elementi necessari in casa: il fuoco, il riso, l’olio, il sale, la soia , l’aceto e il tè. Inoltre tra gli studiosi delle discipline classiche gli elementi terreni di assoluta importanza nell’esistenza di ogni uomo, quelli per cui la vita vale la pena di essere vissuta, sono Musica, Scacchi, Calligrafia, Pittura, Poesia, Vino e Tè. Secondo la tradizione del Buddhismo Chán (da cui deriva il più conosciuto Zen giapponese) l’arte e il rito del tè, fissato da gesti curati nei minimi particolari e immutati da secoli, è un elemento assolutamente fondamentale per poter raggiungere l’unità tra Uomo e Natura.

Dal punto di vista più strettamente pratico, bere il tè in Cina ha rappresentato per secoli un modo per socializzare e rilassarsi, allontanandosi per un breve periodo nel corso della giornata dalle pressioni lavorative; al giorno d’oggi invece non è più soltanto un antico rito, ma è alla base di tutta la cucina della Terra di Mezzo: tè caldo, tè freddo, biscotti e dolci al tè, uova sode cucinate nel tè, latte e yogurt al sapore di tè: basta girare per supermercati e negozi alimentari, tradizionali e non, per vedere come il “cha” sia presente praticamente ovunque nella cucina cinese, alla base delle sue stesse origini e comunissimo anche nei piatti più moderni, esattamente come il riso. Praticamente tutti, uomini e donne di qualunque fascia di età,  vanno in giro con il loro thermos con le foglioline verdi in decantazione: è un elemento assolutamente irrinunciabile, quasi come il cellulare o il portafoglio in tasca.

La città di Hangzhou è alla base di questa cultura, sia in quanto è stata definita ‘la capitale Buddhista della Cina del Sudest” sia perché qui è nata la Longjing, la più nota e pregiata di tutte le varietà di tè verde cinese, alla base del rito zen della degustazione.

Per celebrare tutti questi aspetti circa vent’anni fa è stato aperto un museo immerso nel verde delle coltivazioni, in cui è possibile imparare tutti i segreti legati a questa bevanda e il modo corretto per prepararla, seguendo i canoni dell’antico Libro del tè di Lu Yu, in cui contano, oltre alla qualità delle foglie, anche il set di tazze utilizzato, il tempo di infusione, la diluizione, la temperatura e persino l’origine dell’acqua (l’acqua di fiume e di pozzo sono sconsigliate, occorrono acqua di montagna o di sorgente).

Ma come si prepara un buon tè “alla cinese”? Le differenze con la versione occidentale sono molte: innanzitutto qui è decisamente più diffuso il tè verde, o la particolare varietà Oolong, rispetto al nero che è raro e poco bevuto. Inoltre è più diluito anche se viene tenuto in infusione più a lungo, spesso con le foglie intere e non sminuzzate o essiccate. Di solito non viene zuccherato, e se si aggiunge il latte in genere è per una particolare versione di tè freddo che viene bevuto durante i pasti, che è chiamato, molto banalmente, milk tea.

C’è un’altra pianta, oltre a riso e tè, ad essere strettamente legata alla cultura cinese: il bambù.

Nel Guangxi ho potuto vedere case tradizionali costruite interamente in bambù, oltre a negozi specializzati nella vendita di prodotti realizzati unicamente con questo tipo di legno; mobili, bicchieri, vettovaglie, scope, bastoni, staccionate, tetti, persino scarpe e cinture sono create con il legno e le fibre di questa pianta di rara versatilità.

 

Qua e là è possibile vedere qualche ponteggio per le costruzioni ancora realizzato con i tronchi di quella che comunque, sorprendentemente, non è altro che un’erba: erba che viene tuttora coltivata, mangiata e utilizzata in mille modi, ed è alla base dello stile di vita di popolazioni tradizionali nel sud della Cina, in particolare nella splendida regione dello Yunnan. I germogli di bambù cucinati alla piastra sono una delle assolute prelibatezze della cucina cinese, e anche per utilizzi meno pratici la nostra erba gigante è protagonista assoluta, decorando i giardini e i parchi di tutta la nazione. Qui in Cina gli innamorati e i graffitari non scrivono il proprio nome sulla corteccia degli alberi, ma sui tronchi del bambù.

Questa pianta è famosa anche perché le sue foreste danno asilo a quella che è la mascotte del WWF, ma soprattutto un simbolo universale della conservazione della natura e anche della Cina stessa: il Panda maggiore.

 

È completamente inutile che ora incominci a tediarvi con le arcinote difficoltà riproduttive, la dieta esclusiva a base di bambù e quant’altro riguardi la biologia di questo animale, do per scontato che sappiate già tutto, bombardati come siete da documentari, articoli di Focus e National Geographic e campagne di sensibilizzazione delle associazioni ambientaliste.

Vi fornisco solo un paio di curiosità che forse non conoscete:  innanzitutto ho scoperto che da quando ho studiato questi animali all’università (ok, era il Paleolitico, ma tant’è) la loro popolazione allo stato selvatico si è quasi raddoppiata: da circa 1100 esemplari negli anni ’90 agli attuali 2000; inoltre si stanno introducendo da alcuni anni regolamentazioni particolarmente rigorose per la salvaguardia delle foreste di bambù in cui l’animale vive, cercando di evitare l’impoverimento dell’habitat e delle specie vegetali presenti: il panda maggiore si nutre difatti di germogli di bambù, e il fatto che esistano numerose varietà di tale pianta con differenti periodi di fioritura consente all’animale di trovare sempre  il nutrimento che gli occorre per sopravvivere. Grossi passi avanti si sono fatti in questo senso, ed è un ottimo segnale per il futuro dell’animale-mascotte.

Purtroppo non ho potuto vedere il panda nel suo ambiente, dato che si trova solo in alcune foreste del Sichuan ben lontane da qui ed è comunque molto difficile avvistarlo in natura; ciononostante il concetto fondamentale – ed è anche quello che molti ecologisti della domenica dovrebbero capire – è che non si può proteggere il panda se non si salva anche la foresta di bambù in cui vive, insieme a tutti gli altri organismi che la abitano e che fanno ugualmente parte dell’ecosistema, compresi bagarozzi e pantegane: non si deve tutelare un animale solo perché è carino, cuccioloso e piace ai bambini; quelli negli zoo non sono che surrogati semiaddomesticati e incapaci di vivere indipendentemente nel loro ambiente naturale, i veri panda si trovano solo in poche isolate zone di montagna della Cina centrale. Se l’intenzione è quella di consegnare alle future generazioni un mondo non impoverito delle sue bellezze naturali ok, se invece l’interesse è salvare soltanto il pelouche vivente, anche se messo dentro a un recinto per poterlo esporre al pubblico pagante, allora non ci siamo proprio. Qui in Cina comunque sembrano aver capito questo concetto fondamentale, speriamo sia così anche altrove.

 

Chiusa questa parentesi naturalistica, torniamo al lavoro: Agorà si prepara a salutare definitivamente Hangzhou: questa è l’ultima settimana allo Zhejiang Science and Technology Museum, la prossima tappa sarà la città di Jiaxing, di cui parlerò per bene nei prossimi giorni, a trasferimento avvenuto.

 

Per ora è tempo di tracciare un bilancio (ancora una volta ottimo, con tanti visitatori, in gran parte bambini) organizzarsi, raccogliere armi e bagagli, visitare quelle ultime attrazioni turistiche che ancora non si erano viste, e prepararsi a dare l’addio (o forse l’arrivederci, chissà?) alla nobile Città del Tè: Xie xie, Hangzhou: in fondo Marco Polo non aveva poi esagerato. Speriamo di rivederci, un giorno.

  

Zaijian,

fonso

Nanchino, i Giapponesi e l’arte della guerra

Si narra che Archimede, durante l’assedio di Siracusa da parte dei Romani nel 212 a.C., utilizzò dei giganteschi specchi per incendiare le navi degli invasori al largo del porto, riflettendo e concentrando su esse i raggi solari.

 

Si tratta chiaramente di una leggenda: è praticamente impossibile creare specchi di dimensioni e precisione tali da concentrare la luce al punto da incendiare una nave, soprattutto se questa è distante chilometri. Ciononostante si tratta di una storia estremamente affascinante e con un fondo (scientifico) di verità: una luce posta dinanzi ad uno specchio parabolico in un punto particolare (chiamato fuoco) viene riflessa in raggi paralleli, e, nel senso opposto, uno specchio parabolico che riceve raggi luminosi paralleli (come quelli della luce solare) li concentra tutti sempre in quest’unico punto. La nostra mostra Agorà, trattando in gran parte di Archimede, non poteva di certo ignorare la leggenda degli Specchi Ustori ed ecco allora un exhibit interamente dedicato a questo esperimento e alle proprietà matematiche delle parabole, che invece con ogni probabilità furono realmente studiate dal grande scienziato siracusano.

Due specchi parabolici di circa mezzo metro di diametro sono posti uno di fronte all’altro: nel fuoco di uno si trova una piccola lampadina a led di 15 Watt, montata su un braccio fisso. Di fronte all’altro specchio è invece posizionato un braccio mobile montato su un piccolo binario; sulla cima di questo c’è un termometro che rileva la temperatura con grande precisione e la mostra in un display. Muovendo il braccio mobile e verificando se la temperatura aumenta, il visitatore può trovare il punto esatto in cui si trova il fuoco della seconda parabola, ovvero dove il secondo specchio concentra tutti i raggi luminosi che riceve dal primo. E la temperatura sale, eccome! Con la giusta messa a punto si possono toccare e superare i 120°C, tutti concentrati in un’area di pochi millimetri. Si tratta di uno dei miei exhibits preferiti di Agorà, per la chiarezza con cui il concetto viene spiegato, perché permette di capire quali sono le caratteristiche che rendono così utili le parabole, ma anche perché fa vedere il punto esatto in cui si trova il loro fuoco che non è comunque un concetto semplicissimo, soprattutto per chi le parabole non le ha mai studiate!

Per la maggior parte degli storici Archimede perfezionò e mise a punto alcune altre armi già esistenti con lo scopo di difendere Siracusa dagli invasori. Tra queste la più celebre è sicuramente la catapulta, che era in grado di scagliare massi di grandi dimensioni a distanza di centinaia di metri. Agorà mette a disposizione dei visitatori una riproduzione in scala dell’originale, secondo una ricostruzione il più possibile fedele ai dati che ci sono pervenuti su quest’arma.

 

Verrebbe da definirla una balestra più che una catapulta, in quanto nell’immaginario collettivo solitamente associamo tale nome ad una sorta di leva con un braccio meccanico a sollevamento verticale (che è una sua versione più recente), mentre qui la propulsione viene data da due gruppi di corde posti lateralmente e tenuti in tensione, che forniscono la spinta ad un’altra fune posta secondo un asse orizzontale che lancia il proiettile. Ovviamente non c’è alcun rischio per chi vuole provare l’arma dato che come proiettile viene utilizzata una pallina di gommapiuma e in ogni caso l’exhibit è posto sotto il controllo costante di un animatore. Ciononostante testando il modellino con una tensione poco più forte e utilizzando proiettili un po’ più robusti come ad esempio una pallina da tennis si possono raggiungere distanze di gittata notevoli, anche di 30-40 m, a dimostrare l’efficacia di questa tecnologia vecchia di oltre duemila anni.

Il genio di questi grandi scienziati dell’Antichità spesso si esprimeva nella creazione e nello sviluppo di armi sempre più efficaci ed elaborate, solitamente per ottenere le grazie dei potenti e ottenere in cambio ricchezza, protezione e i mezzi necessari per continuare ed approfondire i propri studi. Ciononostante il fatto che l’intelligenza di scienziati e ingegneri sia stata investita per millenni al fine di creare oggetti volti a ferire o uccidere gli altri uomini invece che ad aiutarli mi ha sempre dato fastidio, mi è parso un controsenso dato che in fondo lo scopo dello Scienziato è uno e soltanto uno: migliorare le condizioni di vita dell’Umanità. Allo stesso modo ho sempre ritenuto l’espressione ‘Arte della Guerra’ una contraddizione di termini, un ossimoro: come può essere un’arte, ovvero qualcosa volto unicamente a rendere la vita bella e degna di essere vissuta, un’entità come la guerra, che la stessa vita annienta, distrugge?

Questa digressione non è fine a se stessa ma è motivata da una visita che ho fatto nei giorni scorsi nella città di Nanjing, o, come la chiamiamo noi, Nanchino.

  

La nobilissima Capitale del Sud (Nan=Sud, Jing=Capitale, contrapposto a Beijing-Pechino, la capitale del nord, dove Bei=Nord) è stata più volte la prima città dell’Impero Celeste, fino al definitivo trasferimento a Pechino da parte della dinastia manciù dei Qing. Nonostante tutte le vicissitudini storiche la bellezza e la maestosità dei fasti del passato sono rimasti intatti: enormi viali alberati a offrire riparo dal sole cocente che può portare le temperature estive oltre i 40° C, grandi laghi artificiali, gli imponenti resti della dinastia Ming che qui aveva posto la roccaforte del proprio impero, con le bellissime mura cittadine, i resti del palazzo imperiale e le tombe monumentali, e infine il mausoleo del primo presidente della Repubblica Democratica Cinese, l’amatissimo Sun Yatsen.

   

L’attuale capitale dello Jiangsu ospita però un altro luogo di assoluto interesse, che poi è stato il motivo principale della mia visita: il Memoriale del Massacro di Nanchino (Datusha Jinianguan): un posto cupo, inquietante, difficile da dimenticare ma che va assolutamente visitato, così come andrebbero visti da tutti luoghi come Dachau o Auschwitz, per capire, imparare, non dimenticare mai.

In questo caso l’evento da ricordare è tra i più tragici e sanguinosi della storia recente della Cina: nel dicembre del 1937, durante l’invasione da parte dei Giapponesi di Hiro Hito che cercava, dopo la conquista della Manciuria del 1931, di impossessarsi di altre regioni di una nazione indebolita dalla caduta dell’impero e dalla guerra civile, le truppe nipponiche approfittarono del ritiro degli uomini di Chiang Kaishek e occuparono la città; per tre settimane sfogarono la loro voglia di vendetta, causata dalle perdite subite, contro la popolazione inerme, compiendo indicibili atrocità che sono tuttora ricordate come il Massacro di Nanchino.

   

Più volte all’interno del museo appare la scritta ‘300000’, a indicare la stima delle barbare uccisioni di uomini, donne, bambini subite dalla popolazione civile di Nanjing da parte degli invasori, spesso condite da nefandezze e violenze gratuite del tutto raccapriccianti. Nonostante la presenza di numerose prove e testimonianze (circa 400 testimoni oculari ancora vivi, fotografie scattate dagli stessi soldati giapponesi, filmati di alcuni missionari americani e la testimonianza di un uomo d’affari tedesco presente a Nanchino in quei giorni) esiste ancora una schiera di politici giapponesi, principalmente ultranazionalisti e xenofobi, che ha negato per anni e rifiuta tuttora l’esistenza degli eventi del dicembre 1937, o cerca di ridimensionarne le cifre, ricoprendo quell’orribile ruolo di ‘negazionisti’ che purtroppo è presente anche in Europa per l’Olocausto.

 

Ciò che però è veramente doloroso per i Cinesi è il fatto che da parte delle autorità nipponiche non siano mai arrivate scuse ufficiali, né da Hiro Hito o i suoi discendenti, né tantomeno dai governi che si sono succeduti in questi ultimi decenni in Giappone. Questo è il motivo fondamentale per cui per decenni le relazioni tra i due paesi sono state tese e non si sono ancora del tutto appianate, neanche in seguito ad un trattato del 1972 in cui veniva finalmente riaperto il dialogo. Questo evento ha amplificato ulteriormente alcuni secoli di ostilità tra i due paesi, vissuti principalmente durante la dinastia degli imperatori Qing, originari della Manciuria e odiati da buona parte della popolazione in quanto tirannici e sanguinari oltre che legati a usi, costumi e tradizioni medievali, mentre il vicino Giappone subiva un rapido processo di modernizzazione durante il regno dell’imperatore Meiji. La Cina combatté il Giappone in una guerra (persa) per il controllo di Corea e Taiwan alla fine del XIX Secolo e negli anni ’30 subì l’invasione nipponica del Dongbei Pingyuan (“Manciuria” è un termine giapponese, mal visto in patria) con successiva creazione dello stato fantoccio del Manciukuò, ben fotografata dall’Ultimo Imperatore di Bertolucci. Fu proprio l’ultimo imperatore della Cina, Aisin Gioro Pu Yi, a governare questa nazione  sotto il controllo diretto dei Giapponesi, fino alla loro sconfitta al termine della II Guerra Mondiale.

  

Tutto questo è molto triste anche perché storicamente e culturalmente (oltre che geograficamente) Cina e Giappone sono sempre state nazioni vicine: dal Buddhismo Zen al Confucianesimo, dalla calligrafia alla pittura, dall’architettura tradizionale al kimono, gran parte degli elementi che costituiscono la cultura nipponica hanno origini cinesi, e tra i due popoli c’è sempre stata amicizia e comprensione; ancora al giorno d’oggi tanti Giapponesi vivono e lavorano in Cina e viceversa, qui si guidano soprattutto macchine nipponiche e le grandi aziende elettroniche del Sol Levante danno lavoro a ingegneri e tecnici cinesi.

E allora come si spiegano eventi così incommensurabilmente vergognosi e atroci come il Massacro di Nanchino del ’37? La risposta è sempre la stessa, la colpa è dei potenti, dei politici, di quelli che associano il termine ‘Arte’ al termine ‘guerra’ (volutamente minuscolo). Speriamo che ricordare e documentare errori del genere aiuti ad evitare il loro ripetersi in futuro, e che gli scienziati possano finalmente e unicamente lavorare per la loro missione, il bene comune degli uomini. Di tutti loro.

Zaijian,

fonso

I numeri della Cina

‘Agorà’ è una mostra in gran parte matematica: quasi tutti gli exhibit trattano direttamente o indirettamente di numeri, teoremi, figure geometriche e scoperte matematiche dei grandi scienziati dell’antichità.

Portando la mostra nella Terra di Mezzo si è cercato tra le altre cose di capire qual è il rapporto dei Cinesi con i numeri e con la matematica, dato che qui le origini di tale dottrina si perdono nella notte dei tempi e sono in buona parte sconosciute agli Occidentali. Origini diverse, ma conoscenze simili: un metodo di numerazione totalmente estraneo a quello arabo che è adottato da secoli in tutto il mondo occidentale, eppure basato come il nostro sulla base di dieci e su sistemi di calcolo in parte uguali ai nostri, la scoperta degli stessi grandi teoremi della geometria, in maniera del tutto indipendente da Pitagora o Euclide e anche applicazioni pratiche molto simili (principalmente nel commercio e nell’agrimensura) ci fanno capire che i punti in comune tra la matematica tradizionale cinese e quella occidentale sono in numero ben maggiore rispetto alle differenze.

Ovviamente con il passare dei secoli e l’aumento costante degli scambi culturali c’è stato un uniformarsi delle conoscenze nel campo: ad esempio i numeri arabi ormai sono diffusissimi anche qui, e stanno progressivamente soppiantando le numerazioni tradizionali a ideogrammi; è comunque curioso notare come per secoli Cinesi e Occidentali abbiano avuto un percorso parallelo, con scoperte e evoluzione di sistemi di calcolo equivalenti, avvenute più o meno negli stessi periodi storici.

Ovviamente però le differenze diventano  gli aspetti più accattivanti per chi studia una cultura remota e tra questi ci sono il fatto che per secoli i Cinesi non hanno avuto un simbolo per indicare lo zero e hanno utilizzato espedienti di vario genere per rappresentare tale numero oltre a decine, centinaia e le altre potenze del dieci, e il metodo delle bacchette, utilizzato per secoli per indicare i numeri (bacchette verticali per le unità, orizzontali per le decine, di nuovo verticali per le centinaia e via di seguito a seconda della potenza del dieci) e per effettuare moltiplicazioni e divisioni, utilizzando uno spazio piano suddiviso in celle. In seguito è apparso l’abaco, che è tuttora diffusissimo soprattutto come souvenir per i turisti, essendo leggermente differente dal tipo occidentale.

Quello che ho trovato più divertente è però il metodo che hanno i Cinesi per contare sulle mani, e in questo c’è poco da fare: ci surclassano alla grande, dato che sono in grado di contare fino a dieci con una mano sola! Vediamo come:

1: 一 (yī) indicato con l’indice (come da noi)

2: 二 (èr) indicato con indice e medio (come da noi)

3: 三 (sān) prima differenza, ecco come si indica:

motivo per cui se state importunando una ragazza cinese e lei vi fa questo segno è ben probabile che non vi stia dicendo ‘ok, andiamo a bere qualcosa’, ma piuttosto ‘ti do tre secondi per sparire!’, quindi occhio!

4: 四 (sì) indicato con le quattro dita alzate e il pollice chiuso (come da noi)

5: 五 (wǔ) indicato con la mano aperta (come da noi)

6: 六 (liù) indicato con questo gesto:

Per cui, visto che siete sicuramente stati insistenti, la signorina cinese vi ha fatto questo gesto, che non significa ‘chiamami!’ ma piuttosto che avete 6 secondi per sparire! Beh, siete sulla buona strada, difatti

7: 七 (qī) viene indicato così:

il problema è che a questo punto la signorina ha ceduto e vi sta dicendo: ‘ok, ci vediamo alle 7!’ ma voi invece pensate che vi voglia dire ‘ahò, ma cche vvoi?!’ con fare vagamente romanesco; e infine

8: 八 (bā) indicato col gesto

9: 九 (jiǔ) indicato con

10: 十 (shí) indicato talvolta con lo stesso ideogramma stilizzato, ottenuto incrociando gli indici delle due mani, ma più spesso col pugno chiuso:

che altro non è che lo zero del 10 arabo (volendo, si può indicare 1 con l’indice dell’altra mano, ma è superfluo). Facile vero?

Altra curiosità riguarda il teorema di Pitagora: Agorà ha tra i vari exhibits una sua dimostrazione pratica, con una struttura di plexiglass contenente del liquido colorato che viene travasato dal quadrato costruito sull’ipotenusa ai due quadrati costruiti sui cateti. Trattandosi di un oggetto a spessore costante, tutto il liquido passa dall’uno agli altri e la dimostrazione del teorema è facilmente comprensibile dal visitatore.

L’aspetto curioso riguarda però la storia cinese di questo teorema: i visitatori di Agorà difatti, quando vedono l’exhibit in oggetto, affermano: ah, Gougu! riferendosi alla sua versione locale che difatti si chiama Teorema di Gougu, o in certi casi Teorema di Shang Hao, riferendosi all’autore dell’antico trattato Zhou Bi Suan Jing in cui viene citato per la prima volta. Per molti storici pare tra l’altro che la sua scoperta sia avvenuta in Cina con un netto anticipo rispetto al mondo occidentale, probabilmente per necessità pratiche di suddivisione dei campi coltivati.

Il percorso di Agorà si conclude con una serie di giochi matematici legati all’area mediterranea tra cui, oltre al sempreverde backgammon, ci sono alcune interessantissime oldies ricreate per l’occasione che riflettono -ed è l’aspetto che trovo più affascinante- la cultura in cui sono nate: vi è ad esempio il Bantumi (o Kalah), reinventato in tempi recenti negli Stati Uniti ma di origine africana, in cui i giocatori effettuano una semina e un raccolto, e alla fine chi ha riempito di più il proprio granaio è il vincitore,

 

il latrunculi, un gioco simile agli scacchi e basato sulla strategia militare, giocato non a caso dagli antichi Romani,

 

il Senet degli antichi Egizi, popolo notoriamente legato al trascendente e dotato di un consistente numero di divinità, che sostanzialmente è un gioco dell’oca con alcune varianti, in cui però le pedine non arrivano semplicemente alla casella finale, ma vengono spedite nell’aldilà (!),

e infine lo Stomachion degli antichi Greci, che è sostanzialmente un puzzle composto da pezzi di legno, perfettamente coerente col popolo da cui ha avuto origine, dedicato com’era allo sviluppo del pensiero e della riflessione.

E dal canto loro i Cinesi con cosa giocano? Intanto con gli scacchi tradizionali Xiangqi in cui eccellono, con il Mahjong che conosciamo anche noi, con numerosi giochi di carte (adesso sono più usate le carte francesi, ma nel sud della Cina ho visto anche un tipo particolare di carte tradizionali, più sottili e allungate e con ideogrammi invece dei simboli occidentali), ma  è il Wuziqi, noto in occidente come Go o come Five in a row, ad essere il gioco più diffuso nel paese: spopola a qualunque età, fascia sociale o culturale al punto da avere tornei di portata nazionale seguiti da televisioni e giornali. Si tratta in pratica di una sorta di forza quattro (cinque in realtà, come suggerisce il nome) giocato su una scacchiera particolare e con alcun varianti che lo rendono piuttosto complesso e accattivante. Girando nei parchi cinesi nel weekend è quasi impossibile non vedere grandi gruppi di persone (spesso anziani, ma non solo) totalmente immersi nel gioco più conosciuto e amato di tutta la nazione.

Prima di partire i miei amici Cecilia e Luca mi hanno lasciato un compito da svolgere: dare ai visitatori cinesi un mini questionario di Matefitness, con domande sul loro personale rapporto con la matematica. A parte una stragrande maggioranza di risposte diplomatiche e seriose (la matematica è fondamentale nelle nostre vite, è la base della conoscenza, magari è difficile ma è importante, ecc ecc...) che hanno comunque rivelato un rapporto piuttosto pacifico ma anche utilitaristico nei confronti della dottrina, ne ho dovuto selezionare alcune un po’ particolari, ma che erano troppo significative per lasciarle nell’anonimato:

D: Pensi che la matematica sia utile? Perché?

R: Sì, è utile, così si può comunicare il prezzo al cliente; 

R: Sì, così posso sapere quanti soldi mi hanno dato i miei genitori oggi: 10, 15 o 18 Yuan!

D: Pensi che la matematica sia difficile? Perché?

R: Se la tua testa funziona, non è difficile!

R: E’ facile, finché non ci sono gli esami!

R: E’ facile, perché il mio IQ è molto alto!

Prima di salutarvi devo sfatare un mito: un paio di anni fa, in mezzo ai mille video virali che si diffondono regolarmente su internet con Panda che starnutiscono, lemuri che amano i grattini o gatti che tirano lo sciacquone, era apparso un ben più interessante filmato che spiegava un presunto metodo di moltiplicazione secondo la matematica cinese, in grado di velocizzare non poco le procedure di calcolo tradizionali: nulla di più falso, dato che i Cinesi fanno le moltiplicazioni (e tutte le altre operazioni) esattamente come le facciamo noi, e anche l’antico metodo con le bacchette non ha niente a che vedere con quello del video, che è sì bello e interessante, ma non è cinese! Diffidare sempre dai virali…

Zaijian,

fonso

Heaven on Earth

Sin da prima di partire alla volta dell’Impero Celeste avevo un chiodo fisso: vedere da vicino gli incredibili paesaggi del Fiume Li.

Nell’immaginario collettivo occidentale una delle più conosciute  immagini raffiguranti le bellezze naturali della Cina mostra le sponde di questo fiume circondate dalle incredibili colline carsiche tipiche della zona. Questa immagine è talmente famosa da essere rappresentata in decine di quadri e xilografie vendute ovunque in Cina, e campeggia addirittura sul retro della banconota da 20 Yuan:

Ed ecco che, approfittando di tre giorni di chiusura della mostra per una bank holiday, non ho esitato un secondo e per la modica spesa di 350 € circa ho acquistato volo di andata e ritorno da Hangzhou e 2 notti in albergo nella città di Guilin, nel nord della regione del Guangxi, nella Cina meridionale. Trattandosi di una zona povera e prevalentemente selvaggia, in questi ultimi anni l’economia si è concentrata principalmente sul turismo: mi è capitato di vedere sulle televisioni locali alcune pubblicità che presentavano Guilin come “Paradiso in terra”, per la serie: viva la modestia! Ma anche se lo slogan fosse vero solo in parte, valeva comunque la pena verificare di persona.

Nonostante le incredibili bellezze naturali la città di Guilin si è però sviluppata in modo disarmonico, con vecchie costruzioni fatiscenti alternate a improbabili tentativi di architettura moderna  dei numerosi alberghi e centri commerciali di recente costruzione. Ma per fortuna rimangono le meravigliose colline carsiche, alte centinaia di metri e presenti lungo le vallate di tutta la zona settentrionale del Guangxi, con le loro forme incredibili, ora arrotondate ora appuntite, a formare guglie, pinnacoli, serpenti di roccia e ‘panettoni’ che circondano tutta la città e rincuorano il visitatore spaesato dal caos cittadino.

 

Un’altra curiosità è data dalla lingua: persino io che capisco poche parole di mandarino riesco a percepire una pronuncia e un modo di esprimersi completamente diverso, più gestuale e colorito. Difatti verso sud oltre alla maggioranza Han la Cina si popola di decine di minoranze etniche, e tra queste nel Guangxi si possono trovare gli Hui, i Miao, gli Zhuang, gli Yao e altri, che rendono ancora più variopinto e particolare l’ambiente, in particolare per quanto riguarda il linguaggio che è chiaramente figlio di differenti culture.

Nel corso di milioni di anni l’acqua delle piogge e degli affluenti del Li ha scolpito le rocce calcaree della zona, creando paesaggi assolutamente unici al mondo e dotati di un fascino incredibile che attira a Guilin migliaia di turisti ogni anno, ormai non più solo dalla Cina. Tra le attrazioni principali vi è ovviamente la gita lungo il fiume, a bordo di imbarcazioni tradizionali che occupano in gran numero le sue acque basse.

 

Altre attrazioni sono alcune architetture tradizionali, come le pagode gemelle del Fir Lake, un piccolo lago artificiale all’interno della città, le cui sponde sono prese d’assalto ogni sera da decine di fotografi armati di reflex e cavalletto, per poter fissare in maniera indelebile la loro bellezza.

 

Ciononostante, la caotica, rumorosa e anonima Guilin nel corso degli anni si è appropriata indebitamente del titolo di massima attrazione della zona: 70 Km più a sud vi è difatti Yangshuo, che è l’autentica perla del Guangxi.

 

Piccolo villaggio tradizionale circondato su tre lati dalle colline tipiche, e a est dal fiume Li, Yangshuo è stata per anni meta obbligata di migliaia di backpackers che conoscevano l’incredibile atmosfera della zona. Purtroppo il turismo di massa è arrivato anche qui, e molte costruzioni tradizionali hanno lasciato spazio a alberghi moderni, a negozi di souvenir più o meno autentici, e a sedi di Mac Donald’s e KFC.

Ciononostante, l’atmosfera magica dell’antico villaggio cinese con i suoi vicoli stretti in mezzo alle basse costruzioni di legno, permeato dagli odori pungenti dei prodotti del mercato e delle cucine all’aperto, isolato da tutto e tutti e raggiungibile solo in imbarcazione o tramite brulle strade provinciali è rimasta intatta, indelebile.

 

Anche più in piccolo il carsismo ha scolpito le rocce calcaree della zona dando loro forme inusuali, talvolta assurde e incredibili. Una fetta del commercio del Guangxi è da sempre dedicata alla vendita delle rocce più belle, spesso incise con ideogrammi colorati di rosso, che adornano migliaia di giardini e parchi in tutta la Cina. Lungo la strada che collega Guilin a Yangshuo e al piccolo villaggio di Yangdi (altra perla incastonata tra le rocce del fiume Li) è possibile vedere cave che raccolgono e smistano il calcare del Guangxi destinato ad adornare gli ingressi degli alberghi di Pechino o Shanghai.

L’altra grande attrazione dell’area e uno dei miei maggiori interessi riguardo il Fiume Li era la pesca col cormorano, un’arte antica migliaia di anni e diffusa quasi esclusivamente in Cina e Giappone.

La pratica consiste nell’utilizzo da parte dei pescatori di alcuni cormorani addomesticati che, oltre ad essere animali estremamente docili, sono pescatori formidabili: liberandoli nelle acque del fiume nel giro di pochi minuti sono di ritorno con pesci anche di grosse dimensioni. All’uccello viene applicato al collo una sorta di cappio di ferro o di corda  non così stretto da soffocare l’animale, non abbastanza largo da permettergli di inghiottire le prede più succulente. Secondo una tradizione millenaria, legata anche ad antiche superstizioni, ogni sei prede catturate all’infaticabile cormorano viene concesso di mangiare un pesce come ricompensa, e forse per dimostrargli che il suo sforzo è apprezzato e non lavora per niente.

Al giorno d’oggi la pratica della pesca col cormorano, sebbene sia molto più proficua di quanto si possa immaginare, è quasi del tutto abbandonata: i pochi pescatori tradizionali rimasti, con i loro cappelli di paglia, le lunghe barbe bianche e un aspetto che sembra provenire da un’altra epoca, hanno difatti scoperto un modo più efficace per rendere proficua la propria arte, vendendo le proprie foto ai turisti o mettendo in scena spettacoli dimostrativi di pesca notturna, nei laghi della zona o lungo le acque del fiume.

Di ritorno a Guilin, avendo ancora un paio di ore libere prima di ritornare ad Hangzhou, ho deciso sul momento di visitare un’altra attrazione della città, la Reed Flute cave, che si potrebbe tradurre molto liberamente come ‘la grotta del flauto di bambù’. Sebbene scarsamente pubblicizzata, mi è parso opportuno darle un’occhiata per verificare se la natura avesse creato nel sottosuolo meraviglie pari a quelle visibili alla luce del sole.

 

Mai scelta fu più azzeccata! Difficilmente avrei potuto aspettarmi uno spettacolo del genere: in milioni di anni l’acqua ha scavato dentro alla roccia un incredibile dedalo di stretti corridoi, cunicoli e catacombe alternate a spazi aperti ora grandi, ora enormi, arricchiti da incredibili architetture naturali di colonne, guglie, pinnacoli e altre meraviglie che nessuna mente umana sarebbe mai in grado di immaginare. Per visitare nella sua interezza la Reed Flute cave occorre più di un’ora a piedi lungo un percorso ben pavimentato, a dimostrare l’incredibile estensione di questa struttura.

    

Colori vivi, sgargianti, quasi irreali, amplificati al massimo livello da luci colorate e illuminazioni particolari e molto ‘cinesi’ rendono la grotta assolutamente affascinante, a tratti magica.

  

Persino le giovani ragazze che fanno da guida nella grotta accennano alcune canzoni tradizionali all’interno degli stages naturali in mezzo alle rocce, e un incredibile spettacolo di luci e colori rappresentato nella sala principale, larga decine e decine di metri, è in grado di lasciare senza fiato il visitatore.

In definitiva, si tratta realmente di un ‘Paradiso in terra’? Forse no, se non altro perché il vero Paradiso non dovrebbe aver bisogno della targa luminosa in stile Las Vegas al suo ingresso con su scritto ‘Paradiso’. Ciononostante le incredibili bellezze della zona mi hanno fatto parecchio riflettere su come andrebbero gestite aree come il nord del Guangxi, ovvero senza dover accettare qualunque tipo di compromesso pur di attirare più gente possibile nel breve termine, ma con intelligenza ed equilibrio, rispettando e salvaguardando le bellezze naturali e le costruzioni tradizionali di maggior pregio, in modo che tutti possano conoscerle e  goderne appieno senza per questo snaturarle: il turista è un ospite, non il padrone, e deve essere lui ad adattarsi e ad accettare le regole del luogo in cui si trova. Se si riuscirà a trovare la quadratura del cerchio, luoghi incantevoli come Yangshuo diverranno immortali.

Zaijian,

fonso