Alla scoperta della vita

Le grandi rivoluzioni delle scienze naturali

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Il libro raccoglie alcune tra le più grandi scoperte delle scienze naturali degli ultimi secoli, narrate dal punto di vista dei grandi scienziati che le compirono: uno sguardo più umano sulla storia delle rivoluzioni scientifiche che ci hanno permesso di conoscere e amare la natura del pianeta Terra. Dai viaggi dei grandi avventurieri dell’Ottocento, come Alexander von Humboldt, fino alle scoperte paleontologiche di Mary Anning e alle “guerre dei dinosauri” tra scienziati a caccia del fossile più bello. Dall’incredibile rivoluzione dell’evoluzionismo fino agli studi sul comportamento animale, per arrivare alla scoperta del calamaro gigante, uno dei mille misteri che ancora si celano negli oceani. Partendo dalla storia dell’orchidea del Madagascar e della ricerca del suo unico impollinatore da parte di Wallace, Darwin e altri grandi scienziati, si può comprendere come si siano evolute le scienze naturali nei secoli. Come pure la scoperta delle alghe Prochlorococcinae, gli organismi fotosintetici più diffusi al mondo, viste per la prima volta soltanto nel 1986, sono la testimonianza di quanto affascinanti e in divenire siano questi campi di studio. La storia delle scienze naturali come un costante susseguirsi di scoperte e di nuove meraviglie vissute in prima persona dai loro grandi protagonisti.

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A cosa pensava Darwin?

Piccole storie di grandi naturalisti

 

 

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A cosa pensava Charles Darwin quando, ormai anziano, passeggiava nei boschi che circondano la sua casa in campagna? E qual era il sogno di Konrad Lorenz, prima di voler diventare un’oca? Perché Jane Goodall si è ritrovata all’improvviso nel cuore dell’Africa a studiare gli scimpanzé? E cosa ha spinto David Attenborough sulla cima del monte Roraima, nel cuore dell’Amazzonia?
Il libro è una raccolta di brevi biografie di alcuni tra i più grandi naturalisti degli ultimi due secoli: ogni capitolo ha un diverso protagonista di cui vengono narrati pregi e difetti, vicissitudini e successi. Di storia in storia, si indaga cosa abbia spinto queste grandi donne e questi grandi uomini a dedicare la loro vita allo studio della natura, pur dovendo fronteggiare difficoltà di ogni genere per riuscire nell’impresa. Il libro è disponibile anche su Amazon, ha ottenuto ottime recensioni su varie riviste scientifiche (tra cui Le Scienze e la Rivista della Natura), sul sito della Fondazione Umberto Veronesi e su Ansa Scienza, è stato presentato in radio (Radio3 Scienza e Il Giardino di Albert, sulla Rete 2 Svizzera) e in televisione (GEO su Raitre). Si è inoltre classificato terzo nella categoria Scienze della vita e della salute per il 2016 nel concorso nazionale di divulgazione scientifica dell’Associazione Italiana del Libro.

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Storie di leoni, di Africa, di cinema e di YouTube

Nel 1970, Virginia McKenna e Bill Travers, coppia di acclamati attori inglesi, entrarono in un negozio di mobili a King’s Road a Londra, alla ricerca di una scrivania. I due non avrebbero mai potuto immaginare che questa semplice commissione li avrebbe resi l’anello di congiunzione tra le storie di due dei più celebri animali selvatici di tutti i tempi.

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George Adamson (1906-1989)

Per raccontare questo affascinante intreccio di vicende, bisogna introdurre uno dei protagonisti assoluti della storia dell’attivismo ambientale in Africa, nonché uno dei simboli della lotta al bracconaggio e allo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali da parte dell’uomo.

Sono ormai passati oltre 25 anni dalla tragica scomparsa di George Adamson, il Baba ya Simba (padre dei leoni) che tanto ha fatto per sensibilizzare il pubblico sulla tutela degli animali selvatici. Eppure, il suo lungo lavoro di studio, allevamento e reintroduzione dei grandi predatori nel loro ambiente naturale non è andato perduto. Il suo nome è tutt’oggi associato ai maestosi scenari della savana africana e all’amore per la vita selvatica, in buona parte grazie alla notorietà giunta negli anni dal cinema, dai documentari e da una costante attenzione da parte dei media di mezzo mondo.

Adamson iniziò la sua carriera come guardacaccia nel 1938, nelle zone settentrionali del Kenya che coincidono con l’attuale Parco Nazionale di Meru. La sua attività proseguì fino al 1961, anno in cui decise di andare in pensione. La sua permanenza in quest’area durò invece fino al 1970, quando si trasferì nella Kora National Reserve (ora parco nazionale), sempre in Kenya. Qui si dedicò totalmente all’allevamento di animali allevati in cattività o rimasti orfani, allo scopo di reintrodurli in natura, attività a cui si era già dedicato in passato e per la quale era divenuto celebre, grazie in buona parte a sua moglie Joy.

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Joy Adamson (1910-1980)

Joy, che aveva sposato George Adamson in terze nozze, era un’illustratrice: aveva creato molti pregevoli dipinti della natura africana che le avevano fruttato un buon nome nel campo. Tuttora gran parte delle sue opere sono conservate in un museo a Nairobi. Era innamorata dell’Africa e della sua natura selvaggia, sebbene il suo arrivo fosse stato dettato da cause non dipendenti dalla sua volontà: dall’Austria si era trasferita in Kenya insieme al primo marito, di origini ebraiche, per fuggire all’avvento del nazismo.

Il suo talento artistico si rivelò presto anche nella scrittura quando, nel 1960, diede alle stampe il suo primo racconto, Nata libera, in cui narrava la vera storia della leonessa Elsa, che era stata allevata da lei e da George per essere reintrodotta in natura.

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Elsa (1956-1961)

Le vicende di Elsa sono ancora oggi conosciutissime: George Adamson, svolgendo il suo ruolo di guardacaccia, era andato alla ricerca di un leone che aveva sbranato degli uomini, per abbatterlo. Durante la battuta di caccia, Adamson e i suoi compagni vennero improvvisamente aggrediti da una leonessa a cui dovettero sparare, uccidendola. L’animale, in realtà, stava solo proteggendo il suo territorio e la sua famiglia: una cucciolata di tre femmine, che in seguito vennero chiamate Big One, Lustica ed Elsa.

Adamson, al ritorno dalla battuta di caccia, portò le tre leoncine con sé e decise di tenerle, per svezzarle ed evitare loro una morte certa. Elsa era la più piccola ma anche la più curiosa e intraprendente e, soprattutto, la più docile e affezionata agli uomini. Mentre le sue sorelle, una volta svezzate, vennero inviate allo zoo di Rotterdam, per Elsa si decise di provare a reintrodurla in natura. Dopo lunghe peripezie e non pochi fallimenti, gli Adamson riuscirono a restituire Elsa all’ambiente selvaggio in cui era nata. Circa tre anni dopo, Elsa tornò a salutare i suoi genitori adottivi in compagnia dei suoi tre cuccioli, i maschi Jespah e Gopa e la femmina Little Elsa. La leonessa morì nel 1961 dopo aver contratto una malattia infettiva, la piroplasmosi. Al suo funerale, Adamson sparò venti colpi di fucile in sua memoria. Ancora oggi la sua tomba, ubicata nel Parco Nazionale di Meru, è oggetto di visita da parte di tanti amanti della natura. Per i tre figli di Elsa, essendo mal visti da buona parte della popolazione locale, fu necessario un trasferimento in Serengeti, in Tanzania, dove finalmente riuscirono a trovare un ambiente a loro favorevole.

Il romanzo Nata Libera ebbe subito un grande successo di pubblico, trasformando George e Joy Adamson in celebrità di livello internazionale. Stessa cosa per il suo seguito Living Free, racconto in cui venivano raccontate le vicissitudini dei cuccioli di Elsa. Dalla carta stampata alle cineprese il passo fu breve: cortometraggi, documentari e serie televisive negli anni a venire avrebbero celebrato l’epopea degli Adamson e il loro grande amore per la natura selvaggia. Ma fu soprattutto la trasposizione cinematografica del primo romanzo di Joy, l’omonimo Born free (Nata libera nella sua traduzione italiana) a rendere i coniugi inglesi delle celebrità a livello planetario. Il film fu un grandissimo successo e divenne immediatamente un classico del cinema per ragazzi. E, manco a dirlo, per interpretare gli Adamson vennero scelti proprio i nostri Bill Travers e Virginia McKenna, che erano coniugi anche nella vita reale.

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Poster originale di “Nata libera” (1965) (fonte: Wikipedia)

Quello che non tutti sanno è che durante la lavorazione del film gli Adamson collaborarono attivamente come consulenti e addestratori dei leoni e strinsero una sincera amicizia con i due attori scelti per rappresentarli. Questi ultimi, da parte loro, furono profondamente segnati dall’esperienza e, pur proseguendo con successo nelle loro carriere, da quel momento decisero di dedicarsi attivamente alla salvaguardia della natura.

Ed eccoci tornati al 1970 e al nostro negozio di mobili in King’s road. Erano passati pochi anni dalle riprese di Born free e i due attori avevano fresca memoria della loro esperienza in Kenya. Al primo piano del negozio, ad attenderli, c’era una sorpresa inaspettata: era Christian, un leone maschio di pochi mesi ma dalle dimensioni già notevoli. Il leone, di proprietà di due ragazzi australiani, John Rendall e Anthony “Ace” Bourke, era stato acquistato nei celebri magazzini Harrod’s di Londra l’anno precedente. Ai tempi la legislazione britannica consentiva l’acquisto e l’allevamento di animali esotici in casa, e anzi nella mondana capitale inglese di fine anni ‘60 stravaganze come portare un cucciolo di leone o di leopardo al guinzaglio erano piuttosto comuni.

I due ragazzi, dipendenti del negozio di mobili, avevano trovato nel primo piano del negozio un buon accomodamento per il loro cucciolo, ma la rapida crescita e il notevole aumento di peso cominciavano a creare più di un problema nel suo mantenimento. Per permettergli di fare qualche corsetta, il vicario del quartiere permise ai proprietari di Christian di farlo passeggiare liberamente nel camposanto (!).

In questo senso l’arrivo dei due attori amici degli animali fu provvidenziale: i ragazzi australiani non esitarono a chiedere aiuto per Christian, al fine di evitargli una triste fine dietro alle sbarre di uno zoo. Subito i coniugi Travers si dissero entusiasti di poter dare una mano e contattarono George Adamson (che nel frattempo si era separato da Joy) per vedere se fosse possibile fare con Christian quello che era stato fatto con Elsa e con tanti altri animali.

L’impresa non era facile e lo stesso Adamson si disse dubbioso: c’era una bella differenza tra il reintrodurre nella savana africana degli animali già selvatici all’origine e provare a far adattare a un nuovo ambiente un leone proveniente da uno zoo e discendente da animali a loro volta addomesticati. Ciononostante, il “padre dei leoni” prese a cuore la causa e accettò di prendersi in carico Christian.

Dopo lunghe trattative con le autorità del Kenya, inizialmente restie ad accettare l’introduzione dell’animale sul loro territorio, alla fine l’autorizzazione arrivò. Durante questo periodo di attesa, Christian venne custodito nella tenuta personale dei Travers in Surrey, in un recinto creato appositamente per lui. Poco dopo aver compiuto l’anno di età, Christian era finalmente in volo verso la riserva di Kora.

Adamson aveva pensato di creare un branco di animali in cui Christian potesse integrarsi e adattarsi gradualmente alla savana. Venne affiancato a un altro leone maschio più grande, anch’esso allevato per anni da Adamson e chiamato Boy, che sarebbe stato il capobranco. Dopo una forte aggressività iniziale da parte di Boy, i due leoni strinsero una forte amicizia. Al branco venne poi aggiunta una femmina, Katania.

Purtroppo la storia del branco fu accompagnata da molte disgrazie: Katania venne aggredita da un coccodrillo, mentre un’altra femmina che le era stata affiancata venne uccisa da un branco rivale. Lo stesso Boy ebbe una tragica fine: Stanley, cuoco della riserva e amico di Adamson, si era allontanato dalla zona sicura per raccogliere del miele selvatico. All’improvviso si accorse di essere seguito da Boy e, spaventato, si mise a correre scatenando l’istinto predatorio del leone. Boy lo azzannò e Adamson, sopraggiunto, fu costretto a sparargli, uccidendolo. Lo stesso Stanley morì due giorni dopo per le ferite riportate. La tragedia causò un grande clamore mediatico e alcune persone cominciarono a sollevare dubbi sulla pericolosità del progetto di Adamson.

In ogni caso, il lavoro di reintroduzione di Christian proseguì, fino a che l’animale sembrò perfettamente in grado di vivere nella savana. Nel 1974 Christian, ormai un leone adulto, era a capo di un branco e aveva avuto cuccioli con due femmine. Rendall e Bourke, confortati da questa notizia, chiesero ad Adamson di reincontrare quello che era stato il loro cucciolo. Il naturalista si disse scettico, sia perché dubitava che il leone li avrebbe riconosciuti, sia perché erano mesi che Christian non si faceva vedere vicino al campo base. Ma le cose andarono in un modo del tutto inaspettato.

Il giorno dell’arrivo dei due ragazzi, infatti, Christian apparve dalla sua roccia preferita, a breve distanza dal campo, come se stesse aspettando qualcuno. L’incontro fu memorabile: dopo un attimo di indecisione e ripetuti sguardi di verifica, Christian scese dalla roccia e corse incontro ai suoi amici di infanzia, abbracciandoli e mostrando una gioia incontenibile nel rivederli dopo così tanto tempo. Dopo poco, anche il resto della famiglia di Christian venne a salutare i suoi amici umani.

Tre mesi dopo avvenne un altro incontro, l’ultimo, tra il leone e i suoi ex padroni. Da lì in poi Christian non fu più visto, ma Adamson ha ipotizzato che abbia trascorso serenamente i suoi ultimi anni in prossimità della Riserva Naturale di Meru, a breve distanza da Kora.

Tutti questi incontri vennero fotografati e filmati, dando origine a un gran numero di documentari su Christian che fecero il giro del mondo. L’amicizia di Rendall e Bourke con il fotografo Derek Cattani fu di grande aiuto in tal senso. Ma l’evento che più di ogni anno riportò l’attenzione dei media mondiali sulle vicende dell’animale fu la pubblicazione su YouTube del toccante video del ricongiungimento, nel 2006. Pubblicato dalla studentessa californiana Lisa Williams, il video divenne immediatamente virale e raggiunse in brevissimo tempo i cinquanta milioni di visualizzazioni. L’originale è stato rimosso, ma varie altre versioni sono disponibili in rete, come questa:

Alla fine, comunque, tutta questa attenzione da parte dei media è servita a sensibilizzare il pubblico sulla conservazione degli ambienti naturali e della fauna selvatica. In particolare, la notorietà di Elsa e Christian ha permesso di mantenere in vita fino a oggi i progetti nati dai protagonisti di questa vicenda: il George Adamson Wildlife Preservation Trust e la Born Free Foundation, quest’ultima creata da Bill Travers e Virginia McKenna.

Gli stessi protagonisti della vicenda hanno avuto sorti alterne. Da un lato i due attori, rimasti insieme fino alla morte di lui nel 1994, hanno avuto tanti altri successi televisivi e cinematografici e hanno continuato a dedicarsi all’ambiente. Virginia McKenna, in particolare, è ancora a capo della fondazione ed è molto impegnata nella promozione delle sue attività. Dall’altro lato Joy Adamson, nel 1980 (dieci anni dopo la separazione dal marito) venne barbaramente uccisa da un suo ex dipendente, forse a causa di debiti non saldati. Sulla sua morte però non è mai stata fatta del tutto chiarezza. George Adamson morì invece nel 1989 vicino a Kora, in un conflitto a fuoco con dei banditi somali mentre stava accorrendo in difesa di un turista che era venuto a trovarlo e che si salvò per merito suo. Oggi si trova sepolto nel Kora National Park a fianco di suo fratello Terrance, di Super Cub, il cucciolo preferito di Terrance, e del suo amato leone Boy.

Dodicesima edizione della settimana della scienza e della notte europea dei ricercatori di Frascati Scienza

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Nel sentire comune di gran parte delle persone, la Scienza è un’entità distante, distaccata dalla vita di tutti i giorni e di interesse solo di chi se ne occupa per professione (ad esempio ricercatori e professori) o eventualmente per qualche appassionato. Ma in realtà non è così, dato che tutta la nostra vita, dal primo all’ultimo istante, è fortemente interconnessa con i risultati della ricerca: è Scienza il letto in cui dormiamo e la sveglia che ci fa alzare al mattino, la macchinetta del caffè e l’automobile, l’autobus o il motorino che ci portano al lavoro; è Scienza il computer e lo smartphone che usiamo ogni giorno,  la medicina che prendiamo per il raffreddore e persino il cibo che abbiamo nel piatto. Secoli di ricerca e di indagini sul mondo che conosciamo hanno plasmato l’Umanità per quello che è al giorno d’oggi, ma sono ancora in pochi a rendersene pienamente conto. Per questo, sono indispensabili eventi di divulgazione scientifica in cui questi concetti vengono portati nelle scuole, nelle piazze, nei teatri, per strada.

Per il dodicesimo anno consecutivo, la Settimana della Scienza proposta da Frascati Scienza offrirà un programma ricco di conferenze, eventi, laboratori e caffè scientifici. Anche quest’anno, lo scopo finale della manifestazione sarà ridurre le distanze tra il grande pubblico e il mondo della ricerca scientifica. In particolare, il 29 settembre 2017 sarà la Notte Europea dei Ricercatori (come sempre promossa da Frascati Scienza), dove si avrà modo di sentire all’opera scienziati, ricercatori, comunicatori scientifici raccontare in un modo insolito e accattivante, per avvicinarsi al mondo della ricerca divertendosi.

 

Ulteriori informazioni sulla Notte Europea dei Ricercatori edizione 2017 si possono trovare nella pagina dedicata all’evento,

http://www.frascatiscienza.it/pagine/notte-europea-dei-ricercatori-2017

E nella homepage del sito di Frascati Scienza,

http://www.frascatiscienza.it

La Notte Europea dei Ricercatori è promossa dalla Commissione Europea. In Italia il progetto, coordinato dall’Associazione Frascati Scienza, può vantare una lunga lista di collaborazioni prestigiose. Tra queste la Regione Lazio, il Comune di Frascati, ASI, CNR, CINECA, CREA, ESA-ESRIN, GARR, INAF, INFN, INGV, ISPRA, ISS, La Sapienza Università di Roma, Sardegna Ricerche, l’Università di Cagliari, l’Università di Cassino, l’Università LUMSA di Roma e Palermo, l’Università di Parma, l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, l’Università degli Studi Roma Tre, l’Università di Sassari, l’Università della Tuscia, Astronomitaly, l’Associazione Tuscolana di Astronomia, Explora, G.Eco, Ludis, l’Osservatorio astronomico di Gorga (RM), la Fondazione GAL Hassin di Isnello

Perché proprio il pangolino?

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Pangolino tricuspide (Valerius Tygart – Wikimedia Commons)

All’ordine dei mammiferi Folidoti appartengono esclusivamente le otto specie conosciute di pangolino. Per chi non li conoscesse, questi simpatici animaletti sono specializzati nella cattura di insetti e larve di vario genere, con una particolare predilezione per termiti e formiche. Le tante scaglie di cheratina, che in certi esemplari possono essere mille o anche di più, coprono la quasi totalità del corpo degli animali e donano loro un aspetto corazzato che li rende facilmente riconoscibili. A seconda della specie, i pangolini possono misurare da poche decine di centimetri fino ad arrivare al metro di lunghezza.

I pangolini, se escludiamo le loro piccole prede, sono animali sostanzialmente innocui. Sono per lo più notturni e per questo motivo quasi del tutto ciechi. Per difendersi da pericoli esterni non usano artigli o denti (che non hanno), ma si appallottolano un po’ come fanno i ricci, sfruttando così la loro protezione esterna. Grazie a un notevole esempio di convergenza evolutiva, dispongono di lunghi artigli per attaccare i termitai e una lunga lingua appiccicosa che serve a catturare gli insetti che li fa in questi aspetti assomigliare ai formichieri americani.

Le varie specie si possono trovare in buona parte del continente africano (dalle nazioni subsahariane fin giù al Sudafrica) e in Asia, in particolare in India, Cina e Indonesia. Sono inoltre difficilissimi da allevare: in cattività il loro tasso di mortalità è altissimo.

E fin qui, nulla di nuovo per chi è appassionato di natura e di animali esotici un po’ particolari. Il pangolino è sostanzialmente una creatura timida, insolita, bella. La novità del 2016 è che il pangolino è stato dichiarato ufficialmente “L’animale più trafficato al mondo“. La sua carne è ritenuta particolarmente prelibata e viene mangiata sia in Africa sia nel Sudest asiatico, le scaglie di cheratina vengono utilizzate per la creazione di gioielli e decorazioni di vario genere. Le scaglie sono inoltre sfruttate dalla famigerata medicina tradizionale cinese, che, quando si tratta di contribuire alla scomparsa di animali già in grave declino, non riesce proprio a mancare all’appello.

March of the Pangolins from WildAid on Vimeo.

Ma è soprattutto nel Sudest asiatico che il pangolino viene considerato una specie di status symbol. In Vietnam un chilogrammo di carne di pangolino può arrivare a costare 200 dollari sul mercato nero. Le quattro specie asiatiche sono quelle più a rischio di estinzione ma, data la grande richiesta, ora anche in Africa il bracconaggio sta crescendo in maniera esponenziale. E, conseguentemente, il traffico illecito che porta carne e scaglie di pangolino dal continente nero al Sudest asiatico è in costante aumento. Alcuni mesi fa sono state sequestrate 1,4 tonnellate di scaglie di pangolino, provenienti dalla Sierra Leone, nel porto vietnamita di Haiphong. Si è stimato che fossero state prelevate da circa diecimila animali. In un’altra occasione, ancora nel 2016, al porto di Hong Kong sono state sequestrate circa 4,4 tonnellate di scaglie: le casse riportavano l’indicazione “scaglie di plastica”. In un’altra occasione, sempre nel corso del 2016 e sempre a Hong Kong, le scaglie confiscate erano quasi 10 tonnellate ed erano dirette alle Filippine. Ad agosto, in un ristorante sull’isola di Giava, le autorità hanno confiscato 650 corpi di pangolino, conservati nel freezer di un ristorante.

Nonostante il lavoro incessante di tutela portato avanti sul territorio (decine di bracconieri vengono arrestati ogni anno, soprattutto in Africa), gli altissimi prezzi del mercato asiatico sembrano rendere il traffico illegale degli animali sempre più intenso e sempre più difficile da contrastare. Secondo la IUCN, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, oltre un milione di persone ha acquistato pangolini negli ultimi dieci anni. E non solo come cibo o come fonte di scaglie: si sta diffondendo sempre di più la moda di tenere i pangolini in casa come animali domestici, cosa che, come abbiamo visto, è del tutto incompatibile con la loro natura e che causa lA loro morte nella stragrande maggioranza dei casi.

E così nel settembre scorso, al meeting di Johannesburg, i rappresentanti del CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione) hanno votato all’unanimità un bando totale sul commercio internazionale dei pangolini. Gli animali sono stati inseriti nell’Appendice 1 della convenzione, che garantisce loro la massima protezione possibile. Le otto specie sono oggi tutte classificate tra “vulnerabile” e “a rischio di estinzione” nella Lista rossa dell’IUCN. Ulteriori informazioni sull’attuale status dei pangolini si possono trovare in un lungo articolo in italiano sul sito naturalistico Mongabay.

Personalmente mi ritengo piuttosto scettico su quanto questo tipo di tutela possa influire su un mercato nero immenso, che coinvolge decine di nazioni su due continenti (e non solo: pare che anche in Europa e in America si stia diffondendo un certo interesse per l’animaletto corazzato). Tra l’altro, il commercio di pangolini genera un giro di affari nell’ordine di decine di milioni di euro ogni anno (e forse anche di più): difficile contrastare un mercato di tale portata. Ciononostante, la dichiarazione del Cites ha dato una tenue speranza in più al nostro timido raccoglitore di termiti. Speriamo bene.

Nel frattempo, pur cercando di conservare una visione il più possibile ottimistica sul futuro del nostro pianeta, non posso esimermi dal ricordare che ogni anno decine, forse centinaia o migliaia di specie scompaiono dalla faccia della Terra. Ecco un breve riassunto di alcune specie a cui abbiamo definitivamente dato l’addio nel 2016. Sperando che l’anno a venire non sia ancora peggiore.

Winston, l’ornitorinco

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La grande storia, quella che studiamo sui banchi di scuola e che racconta le vicissitudini dell’Umanità nei secoli, ogni tanto si incrocia e si mescola con storie più piccole, che interessano solo noi amanti della natura e pochi altri. Ma questa è una di quelle vicende che merita di essere raccontata a tutti.
Nel febbraio 1943, il celebre primo ministro inglese Winston Churchill non aveva sicuramente tanto tempo libero da dedicare alle distrazioni. Ciononostante, fu proprio in quel periodo storico che il carismatico premier inviò al suo corrispettivo australiano un cablogramma, una sorta di telegramma che viaggia lungo un cavo sottomarino, che era quantomeno insolito: chiedeva cortesemente che venissero inviati nel Regno Unito, dove ancora imperversava la guerra, ben sei ornitorinchi. Vivi.
Per quanto balzana, la richiesta venne presa con estrema serietà dagli ufficiali australiani: Churchill era notoriamente molto poco aperto al dialogo e ancor meno disponibile ad accettare giustificazioni. Sei bellissimi cigni neri australiani già nuotavano nel laghetto di Chartwell, la sua residenza privata, e la fama dell’insolito animaletto australe aveva raggiunto anche l’Europa.
Oggi infatti sappiamo che l’ornitorinco è a tutti gli effetti un mammifero: ha il pelo, nel suo corpo circola sangue caldo e allatta i piccoli, ma ha anche caratteristiche piuttosto insolite per il suo gruppo di appartenenza. Ad esempio non partorisce i piccoli ma depone le uova come fanno gli echidna, suoi conterranei; inoltre è velenoso, caratteristica che condivide con circa una decina di altri mammiferi. Poi quel suo becco così simile a quello delle anatre, le zampe palmate e il corpo da lontra oggi ci dimostrano quanto l’evoluzione porti alla comparsa di forme di vita veramente bizzarre. Ma ai tempi di Churchill beh, era ancora lecito pensare a uno scherzo. D’altra parte c’era voluto il grande Linneo per capire che i resti di un’idra con sette teste, da molti ritenuti autentici, altro non erano che il frutto del fantasioso lavoro di un imbalsamatore.

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L’ornitorinco era stato scoperto in tempi relativamente recenti, nel 1799, e nessuno ne aveva mai visto uno vivo in Inghilterra. Era anche quasi impossibile da allevare in cattività. “Quasi” perché grazie agli sforzi di David Fleay, un curatore dello zoo di Melbourne, il primo “ornitorincario” (sic) da lui messo a punto aveva ospitato con successo Jill e Jack, la prima coppia di ornitorinchi in grado di vivere, accoppiarsi e riprodursi in cattività. Dalla loro unione sarebbe nata la piccola Corrie, prima rappresentante della sua specie a nascere circondata dalle sbarre di una gabbia. Così, la fama dell’ornitorinco era cresciuta a dismisura anche agli antipodi della sua terra d’origine, nonostante la guerra.
Fu proprio Fleay a ricevere la richiesta di Churchill e, bontà sua, riuscì a ridimensionarla. Di lì a qualche mese, un solo ornitorinco avrebbe affrontato il viaggio transoceanico. Catturato dallo stesso scienziato il 1° aprile (data forse non casuale), il giovane maschio venne chiamato Winston in onore del suo esigente futuro padrone.
Caricato sulla nave “Port Phillip” insieme a una casetta su misura che riproduceva in tutto e per tutto il suo ambiente fluviale, Winston (quello piccolo e peloso) salpò alla volta delle terre britanniche con una scorta di acqua dolce, vermi della farina, gamberi e lombrichi “sufficiente per fare il giro del mondo”. Attraversò senza problemi l’oceano Pacifico e poi il canale di Panama. Il vero problema era però che nel cuore dell’Atlantico la guerra imperversava: le acque dei mari inglesi erano piene dei temibili U-Boot tedeschi, che attaccavano regolarmente le navi in transito.
E in effetti, a pochi giorni di navigazione da Liverpool, l’insolito viaggiatore subì le conseguenze delle folli guerre degli uomini. Il sonar della Port Phillip registrò infatti la presenza di un sottomarino. Prontamente vennero sganciate delle bombe di profondità, che salvarono la nave e l’equipaggio dall’attacco. Ci fu un’unica vittima, proprio il piccolo Winston. Il suo sensibilissimo becco, una specie di sonar che, tramite impulsi elettrici, è in grado di trovare le più minute prede sul fondo dei fiumi, non era certo tarato per sopportare le violentissime vibrazioni causate dalle detonazioni delle bombe. Morì sul colpo.
Anche il telegramma inviato subito dopo la morte dell’ornitorinco tradiva una grande delusione nell’aver fallito per così poco la missione. Ma il piccolo Winston era comunque destinato a far compagnia al grande Winston: ben presto, un insolito animaletto che solo in pochi avevano visto in Inghilterra, campeggiava, impagliato, sulla scrivania del suo Primo Ministro.

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Danilo Mainardi: guida alla lettura

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Danilo Mainardi (1933-2017)

E così, anche il grande professor Mainardi (Dànilo, con l’accento sulla a) ci ha lasciato. I più giovani lo conoscono per le sue frequenti ospitate presso Piero Angela, quelli un po’ più datati come me anche per le brevi “pillole” di comportamento animale che regalava in televisione in prima serata, subito prima del telegiornale, raccontando brevi e affascinanti storie condite con i suoi bei disegni creati sul momento.

I più appassionati però lo conoscono per la sua lunga e importante carriera scientifica che lo portò a studiare e definire, tra le varie cose, il comportamento animale nelle sue applicazioni pratiche e sociali, ossia come gli animali affrontano e risolvono i problemi, come sviluppano elementi culturali da tramandare alle nuove generazioni e in che modo l’intelligenza contribuisce a creare e rafforzare legami. Si può definire, senza paura d’errore, uno dei padri della moderna etologia italiana. È stato anche un professore universitario molto amato e apprezzato da studenti e colleghi, sia per la competenza sia per la profonda umanità. Inoltre la sua sensibilità per il mondo naturale lo ha spinto a schierarsi apertamente in dibattiti spinosi come la sperimentazione animale o l’utilizzo di animali per intrattenimento (nelle corride, ad esempio). Simpatizzava per il vegetarianismo, che apprezzava dal punto di vista filosofico ma che non poteva mettere del tutto in pratica a causa di una lieve anemia. La sua pacatezza e umanità erano apprezzate da tutti quelli che avevano avuto a che fare con lui.

Ma, al di là del profilo umano e della lunga e proficua carriera scientifica, chi voglia avvicinarsi per la prima volta all’opera di Mainardi deve scontrarsi con un problema non indifferente: il professore milanese, negli anni, ha pubblicato tantissime opere. Come orientarsi e scegliere quelle con cui cominciare?

Partiamo da una premessa importante: Mainardi è stato un grande comunicatore, ma non ha scritto soltanto saggi divulgativi. Alternati a tanti testi generalisti, il professor Mainardi ha infatti scritto testi molto più specialistici e dal taglio non adatto al grande pubblico. Ad esempio, nel 1992 è stato curatore di un bellissimo dizionario di etologia, un monumentale lavoro di circa 600 pagine, che riassume buona parte degli studi sul comportamento animale fino all’anno della sua pubblicazione. Si tratta, chiaramente, di un testo che mi sentirei di consigliare solo agli appassionati. Così come “La scelta sessuale“, Bollati Boringhieri 1978, che è un trattato di zoologia vero e proprio.

Passiamo allora ai titoli divulgativi veri e propri. Uno dei suoi primi lavori, nonché uno dei più pregevoli in assoluto, è “L’animale culturale“, pubblicato da Rizzoli nel 1974. Di questo agile libricino ho scritto una recensione nel 2004 (l’ho ripubblicata su questo blog a questo indirizzo), ed è sostanzialmente una serie di brevi e illuminanti esempi di come il termine “cultura” possa essere applicato in moltissimi casi anche agli animali non umani. Ai tempi, un’affermazione che per alcuni poteva risultare controversa.

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Già da questo lavoro si delinea il grande talento di Mainardi come divulgatore: stile semplice ma al tempo stesso accattivante, capitoli brevi e non caricati dettagli superflui ad appesantire il tutto e soprattutto tanti, tantissimi esempi pratici. Uno dei più grandi talenti del professore è stata la sua capacità innata di prendere con mano il lettore e trasportarlo con la fantasia nei luoghi più disparati: in un battito di ciglia, tra le pagine dei suoi libri, si passa dal Madagascar alle Galapagos, dal Giappone alla foresta del Congo, per poi ritornare nel giardino di casa a osservare gli insetti o in centro città a capire le logiche sociali dei piccioni.

In questo senso tre titoli si distinguono in positivo: “Lo zoo aperto” (Rizzoli, 1981), “Dalla parte degli animali” (Longanesi, 1990) e “L’etologia caso per caso” (Mondadori, 1988). Quest’ultimo, in particolare, è una guida splendidamente illustrata ad alcuni dei più bei casi di studio del comportamento animale realizzati negli anni. Dal celebre spinarello ai fringuelli vampiri, dalle vespe scavatrici per arrivare ai leggendari varani di Komodo.

Mainardi ha scritto anche alcuni pregevoli testi dedicati agli animali domestici: due validi esempi sono “Del cane, del gatto e di altri animali” (Mondadori, 1996) e “Il cane secondo me” (Cairo, 2010). Molti suoi libri sono inoltre dedicati al complesso rapporto tra l’uomo e il resto del mondo animale: tra questi segnalo “La strategia dell’aquila” (Mondadori, 2000), “Arbitri e galline” (Mondadori, 2003) e il recente “L’uomo e altri animali” (Cairo, 2015).

Infine, non dimentichiamo che il professore amante degli animali aveva una certa vena artistica che forse aveva origine nella sua storia familiare, essendo figlio del pittore e poeta futurista Enzo Mainardi, o forse a causa della sua vicenda personale: durante la Seconda guerra mondiale, la sua famiglia si era allontanata da Milano per trasferirsi per un breve periodo nella campagna di Soresina, dove il piccolo Danilo aveva trascorso il tempo osservando e disegnando gli animali. Questa propensione per il mondo dell’arte lo ha portato ad arricchire molti suoi lavori dei suoi simpatici disegni e a pubblicare un testo interamente dedicato alle sue rappresentazioni grafiche del mondo naturale: “Novanta animali disegnati da Danilo Mainardi” (Bollati Boringhieri, 1989). Mainardi inoltre aveva una gran passione per i romanzi gialli, filone narrativo in cui si è cimentato lui stesso, con “Un innocente vampiro” (Mondadori, 1993) e “Il corno del rinoceronte” (Mondadori, 1996). Si tratta di romanzi piuttosto ingenui dal punto di vista strettamente tecnico, ma sicuramente un piacevole e insolito modo di veder raccontata la natura, non più tramite le classiche descrizioni scientifiche tipiche di un saggio, ma inserita in una storia di fantasia.

Il primo convegno di Jane Goodall

Jane Goodall

Per celebrare l’8 marzo, vi racconto un aneddoto che spero aiuti a riflettere.
Era il 1962, e la giovanissima Jane Goodall partecipava per la prima volta a un convegno. Si trattava di un simposio sui primati organizzato dalla Zoological Society di Londra.
Ai tempi, i convegni scientifici erano una cosa serissima, e le donne presenti una sparuta minoranza.
Jane era emozionata e aveva preparato l’evento nei minimi dettagli. Aveva ripetuto il suo intervento per ore, e si era presentata con un completo elegantissimo, i capelli raccolti e un elegante cappellino. Aveva attirato l’attenzione di molti presenti.
Nonostante la giovane età Jane, con i suoi studi sugli scimpanzé condotti a Gombe, in Tanzania, aveva già collezionato un numero di ore di osservazione diretta degli animali nel loro ambiente naturale ineguagliato da chiunque. Le scimmie avevano fiducia in lei, l’avevano accettata nel gruppo e le permettevano di osservarle durante la giornata. Nessun altro era riuscito ad ottenere risultati simili fino ad allora.

Solly Zuckerman

Ciononostante il moderatore della conferenza, sir Solly Zuckerman, aveva un atteggiamento ostile nei suoi confronti. Zuckerman era un soggetto imponente, sia per la sua fisicità sia, soprattutto, per la lunga carriera scientifica. Era un anatomista comparato, aveva studiato le scimmie (soprattutto i babbuini) e il loro comportamento, sia in natura sia in cattività. Inoltre era anche un eroe di guerra, quindi alla statura scientifica si sommava un grande rispetto da parte di tutti i suoi interlocutori. Zuckerman temeva che Jane fosse la solita ragazzina entusiasta e priva della minima formazione teorica. E così prese a correggere, contestare e sminuire ogni sua affermazione.
Ma Jane Goodall aveva già fatto grandi scoperte: aveva visto che gli scimpanzé erano in grado di creare e utilizzare strumenti; aveva visto che erano anche carnivori e che si avventuravano regolarmente in battute di caccia; aveva scoperto che i maschi erano promiscui e si accoppiavano con più femmine, ma senza avere harem fissi.
Quest’ultima affermazione strideva con le convinzioni di sir Solly. Eppure Jane quelle osservazioni le aveva fatte sul campo, e le aveva supportate con foto e filmati.
Non solo: quando uno spettatore chiese degli harem a Jane, per due volte Zuckerman rifiutò di girare la domanda alla relatrice, e quando, innervosito, lo spettatore si rivolse direttamente a lei e Jane ovviamente rispose descrivendo quanto aveva osservato, sir Solly osservò stizzito che c’era gente che “preferiva gli aneddoti alle rigorose prove scientifiche”.
Peraltro, quello spettatore era lo zoologo Desmond Morris, che a brevissimo avrebbe ottenuto un grande successo come divulgatore con “La scimmia nuda”, libro tornato in auge in questi giorni in Italia grazie alla citazione di una canzone di Sanremo (sic). Ebbene, Zuckerman, per scusarsi dell’uscita infelice, scrisse poi un bigliettino a Morris per dirgli che aveva capito che voleva solo stimolare il dibattito, ma che temeva che si andasse a finire nelle discussioni antiscientifiche “per colpa della sensualità”.
Insomma, quando per l’8 marzo spuntano i soliti discorsi sulle donne che in realtà possono fare il lavoro che vogliono e ottenere gli stessi risultati degli uomini, potete raccontare questa storia. Così magari si rifletterà un po’ più nel dettaglio sul fatto che sì, le donne possono raggiungere ogni traguardo nella vita, ma che spesso, per farlo, sono costrette a superare qualche ostacolo in più.

Desmond Morris

Imitare, imparare, migliorare: il genio imprevisto di api e bombi

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Bombo (Bombus terrestris – Ivar Leidus/Wikimedia commons)

Karl von Frisch fu il primo a rendersene conto: gli insetti, in particolare le api, hanno un’intelligenza vivace, flessibile, adattabile. Questa capacità permette alle esploratrici di utilizzare un linguaggio astratto per comunicare alle loro compagne l’ubicazione del cibo che hanno appena individuato. Dando loro le indicazioni esatte su dove raccoglierlo, le compagne potranno dirigersi direttamente alla fonte di approvvigionamento, riducendo al minimo gli sforzi e gli sprechi di energia. Prima delle scoperte dell’etologo austriaco, pochissimi scienziati ritenevano gli insetti capaci di compiere ragionamenti complessi e distanti dal comportamento puramente istintivo. La danza delle api esploratrici, atta a comunicare l’ubicazione del cibo alle compagne nell’alveare, era però un’azione selezionata da milioni di anni di evoluzione. In definitiva, si trattava comunque di una dimostrazione di intelligenza strettamente legata alle necessità pratiche della colonia e, soprattutto, connessa con le loro attività abituali.

In questi giorni, invece, una ricerca pubblicata su Science ha dimostrato che i bombi (Bombus terrestris), parenti stretti delle api, sono in grado di fare ancora di più: possono apprendere comportamenti ben distanti dalla loro quotidianità. Nello specifico, agli imenotteri è stato insegnato a “fare gol”, ossia spingere dentro ad un buco una piccola pallina di legno per ottenere in cambio una ricompensa di acqua zuccherata. Già questo è un comportamento del tutto inedito tra gli insetti, ma la parte più sorprendente dell’esperimento riguarda proprio la loro fase di apprendimento. Gli autori dello studio, gli scienziati Olli Loukola e Clint Perry della Queen Mary University di Londra, hanno proceduto per fasi: prima hanno fatto scoprire agli insetti che al centro della piattaforma, ogni tanto, poteva apparire del nettare zuccherino; poi hanno fatto vedere che la sua comparsa era direttamente collegata alla caduta della pallina dentro al buco al centro del piano di studio; inizialmente, la pallina veniva spostata tramite un magnete posto sotto alla piattaforma o tramite un bombo di plastica che “insegnava” agli osservatori come ottenere la ricompensa; infine, dopo che alcuni insetti hanno imparato la procedura e hanno iniziato ad utilizzarla, altri bombi hanno osservato e appreso dai loro simili.

Anche il livello di apprendimento degli insetti ha rivelato quanto fossero importanti i metodi di insegnamento: quasi tutti i bombi (il 99%) sono riusciti a realizzare la procedura al primo tentativo dopo aver visto i loro simili effettuarla, circa tre quarti (78%) hanno imparato dopo aver visto in azione il magnete, mentre una percentuale molto più bassa (34 %) ci è riuscita dopo aver visto la pallina già nel buco. E non è tutto: i bombi hanno ottimizzato la procedura, prendendo l’abitudine di scegliere la pallina più vicina al foro per risparmiare fatica. E questo nonostante i ricercatori avessero obbligato alcuni bombi “istruttori” a scegliere la pallina più lontana, incollando le altre alla piattaforma. Gli allievi hanno comunque ottimizzato il lavoro, scegliendo la pallina più vicina al foro che, nel loro caso, non era incollata. Questo ha dimostrato che il problema era stato da loro elaborato e non si trattava di pedissequa imitazione. In un altro studio pubblicato recentemente, si erano viste delle api raccogliere del cibo legato ad un cordino tirandolo fino ad essere in grado di raccoglierlo, ma si trattava, tutto sommato, di un risultato meno sorprendente, dato che agli insetti venivano presentate condizioni che potevano in qualche modo essere incontrate in natura.

Il dover “fare gol” per ottenere una ricompensa, per contro, è qualcosa di assolutamente inedito nel mondo dei bombi e, più in generale, nella classe degli insetti (qui è possibile vedere il video dell’esperimento).

Gli scienziati sono tuttora in cerca delle spiegazioni per questo comportamento. La risposta più credibile è che i bombi, e più in generale questo tipo di insetti, abbia una capacità di elaborare le informazioni e di risolvere i problemi che potrebbe aiutarli in caso di ricerca del cibo e di risposte alle modifiche ambientali, ma quello che è certo è che si tratta di animali molto più intelligenti di quanto siamo abituati a pensare. Nel 2016 un altro studio, pubblicato da Andrew B. Barron e Colin Klein su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha scombussolato la nostra tradizionale visione degli insetti, ipotizzando che le api abbiano un certo grado di autoconsapevolezza. Anche se si tratta di pure ipotesi, si tratta comunque di una visione molto innovativa sulle capacità mentali degli insetti. Ora bisognerà riconsiderare gli studi in questo campo, per capire fino a che livello l’intelligenza degli animali a sei zampe si possa spingere. Difficile stabilirlo, finché non sarà ben chiaro che cosa intendiamo per “intelligenza”. Di certo, però, sarà ben difficile mantenere i nostri vecchi pregiudizi su questi animali e sulle loro capacità.

Negazionisti climatici: qualche suggerimento di lettura

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“Consensus on Consensus” by Cook et al. (2016) – Percentuale di consenso della comunità scientifica sul riscaldamento globale antropogenico

Visto che in questi ultimi tempi è tornato in auge il tema del riscaldamento globale, per vari motivi (politici e non solo), pochi giorni fa ho deciso di scrivere un articolo con una breve raccolta di dati sul tema in questione per far capire ai più scettici che no, non si tratta di una bufala o di un’esagerazione di qualche catastrofista. Poi, però, ho realizzato che si potevano già trovare eccellenti articoli sull’argomento, più esaustivi e completi di quanto avrei potuto scrivere io in poche righe. Così ho deciso di condividere con voi un po’ di segnalibri, di letture che mi sento di consigliarvi su questa tematica, per aiutarvi a dissipare qualunque eventuale dubbio vi fosse ancora rimasto. Si parla di cause ed effetti, di responsabilità umane e anche di negazionisti climatici. Buona lettura.

Paolo Mieli e il riscaldamento globale – Valigia Blu

What’s really warming the world? – Bloomberg

I negazionisti climatici hanno perso. Ma la guerra non è ancora vinta – La Stampa

Le bufale sul clima – CICAP

Scientific consensus: Earth’s climate is warming – Nasa

L’infortunio de “La Lettura” – Climalteranti.it

Le 5 caratteristiche del negazionismo climatico – Wired

Sette bufale sul riscaldamento globale – Focus

300 “scienziati” contro il riscaldamento globale – Focus

Gli scettici, la scienza e il riscaldamento globale – Queryonline

È certo, il clima è surriscaldato

 

 

Un canto per le uova

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Diamante mandarino (Taeniopygia guttata) maschio (Peripitus/Wikimedia Commons)

Il diamante mandarino è un simpatico e variopinto passeriforme originario dell’Australia. Grazie alla sua resistenza e al suo temperamento tranquillo è allevato da secoli come animale domestico. Si tratta di un uccello monogamo, si riproduce facilmente ed ha un ciclo vitale piuttosto rapido. Queste caratteristiche ne facilitano l’allevamento in grandi numeri in un’unica voliera e lo rendono un animale perfettamente adatto per la ricerca scientifica (si parla, in questi casi, di organismo modello).

Ed è così che il nostro uccellino colorato è diventato il protagonista di uno studio, portato avanti da Mylene Mariette, una scienziata della Deakin University in Waurn Ponds, Australia, insieme con la collega Katherine Buchanan. Questa ricerca potrebbe fornirci nuovi elementi sulle cure parentali di questa specie, ma soprattutto sul farci capire come alcuni animali stiano rispondendo ai cambiamenti climatici, in particolare all’innalzamento delle temperature ambientali. I risultati sono stati pubblicati pochi mesi fa sulla rivista Science.

Le scienziate australiane hanno osservato e registrato la cova portata avanti da 61 differenti coppie di diamanti mandarini. Durante lo studio hanno registrato una serie di acuti vocalizzi rivolti alla progenie, apparentemente utilizzati per segnalare le alte temperature. Gli embrioni infatti, trovandosi a circa 37° C come effetto della cova, non sono in grado di percepire le variazioni di temperatura dell’ambiente esterno. Ma il fatto che i genitori emettessero questi suoni soltanto quando la temperatura ambientale superava i 26° C ha fatto dedurre alle scienziate che questo potrebbe essere un sistema per influenzare il futuro comportamento dei pulli.

Una volta emersi dall’uovo dopo la schiusa, nei piccoli è stato infatti osservato uno sviluppo ridotto quando questi erano stati esposti al canto dei genitori: richiedevano meno cibo e conseguentemente si accrescevano di meno. I canti, inoltre, comparivano soltanto nella fase finale del periodo di incubazione, forse perché prima gli embrioni non avevano ancora un udito sufficientemente funzionale.

L’interpretazione di questo comportamento potrebbe essere una risposta al cambiamento climatico: animali di dimensioni minori hanno più facilità a disperdere il calore in eccesso rispetto a quelli più corpulenti. Come afferma la regola di Bergmann, in una singola specie la massa corporea è direttamente proporzionale alla latitudine e inversamente proporzionale alla temperatura. Questo può portare un notevole vantaggio evolutivo per il raggiungimento della maturità sessuale e per la conseguente nascita di nuove generazioni.

Per verificare la correttezza di queste supposizioni, sono state così incubate artificialmente 166 uova alla temperatura standard che utilizzano gli animali in natura (37,7° C). Alla fine del periodo di cova, le uova sono state esposte sia alla registrazione del particolare vocalizzo delle alte temperature sia ai classici versi di riconoscimento dei genitori. I risultati hanno confermato quanto supposto dall’osservazione diretta del comportamento nei genitori: i piccoli che avevano ascoltato i richiami “del caldo” non solo cantavano di più, ma avevano già un peso inferiore rispetto ai pulli che non avevano ascoltato quei canti. Inoltre gli uccellini preparati al caldo sembravano propensi a scegliere luoghi di nidificazione più freschi.

La comunicazione tra genitori e uova non è una novità degli studi etologici sugli uccelli: alcuni anni fa si era osservato un comportamento simile nello scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens), un altro variopinto passeriforme australiano.

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Scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens) (Nevil Lazarus/Wikimedia Commons)

I genitori di questo splendido uccellino azzurro avevano infatti dimostrato di insegnare agli embrioni una sorta di “password” che li avrebbe aiutati, una volta nati, a chiedere il cibo in una maniera particolarmente efficace: quanto più fedele all’originale era il richiamo, tanto meglio sarebbero stati nutriti nel periodo di svezzamento.

Quindi, così come avviene nella specie umana, in cui i genitori parlano o cantano delle canzoncine ai bambini quando ancora sono nel pancione per farli abituare alle loro voci, così negli uccelli potrebbe esserci un comportamento analogo per favorire il corretto accrescimento dei nascituri. E gli sviluppi in questo campo di studi potrebbero portare nuovi interessanti elementi per capire in che modo gli animali stiano rispondendo al riscaldamento globale e a modifiche ambientali rapide e inaspettate.