Alla scoperta della vita

Le grandi rivoluzioni delle scienze naturali

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Il libro raccoglie alcune tra le più grandi scoperte delle scienze naturali degli ultimi secoli, narrate dal punto di vista dei grandi scienziati che le compirono: uno sguardo più umano sulla storia delle rivoluzioni scientifiche che ci hanno permesso di conoscere e amare la natura del pianeta Terra. Dai viaggi dei grandi avventurieri dell’Ottocento, come Alexander von Humboldt, fino alle scoperte paleontologiche di Mary Anning e alle “guerre dei dinosauri” tra scienziati a caccia del fossile più bello. Dall’incredibile rivoluzione dell’evoluzionismo fino agli studi sul comportamento animale, per arrivare alla scoperta del calamaro gigante, uno dei mille misteri che ancora si celano negli oceani. Partendo dalla storia dell’orchidea del Madagascar e della ricerca del suo unico impollinatore da parte di Wallace, Darwin e altri grandi scienziati, si può comprendere come si siano evolute le scienze naturali nei secoli. Come pure la scoperta delle alghe Prochlorococcinae, gli organismi fotosintetici più diffusi al mondo, viste per la prima volta soltanto nel 1986, sono la testimonianza di quanto affascinanti e in divenire siano questi campi di studio. La storia delle scienze naturali come un costante susseguirsi di scoperte e di nuove meraviglie vissute in prima persona dai loro grandi protagonisti.

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A cosa pensava Darwin?

Piccole storie di grandi naturalisti

 

 

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A cosa pensava Charles Darwin quando, ormai anziano, passeggiava nei boschi che circondano la sua casa in campagna? E qual era il sogno di Konrad Lorenz, prima di voler diventare un’oca? Perché Jane Goodall si è ritrovata all’improvviso nel cuore dell’Africa a studiare gli scimpanzé? E cosa ha spinto David Attenborough sulla cima del monte Roraima, nel cuore dell’Amazzonia?
Il libro è una raccolta di brevi biografie di alcuni tra i più grandi naturalisti degli ultimi due secoli: ogni capitolo ha un diverso protagonista di cui vengono narrati pregi e difetti, vicissitudini e successi. Di storia in storia, si indaga cosa abbia spinto queste grandi donne e questi grandi uomini a dedicare la loro vita allo studio della natura, pur dovendo fronteggiare difficoltà di ogni genere per riuscire nell’impresa. Il libro è disponibile anche su Amazon, ha ottenuto ottime recensioni su varie riviste scientifiche (tra cui Le Scienze e la Rivista della Natura), sul sito della Fondazione Umberto Veronesi e su Ansa Scienza, è stato presentato in radio (Radio3 Scienza e Il Giardino di Albert, sulla Rete 2 Svizzera) e in televisione (GEO su Raitre). Si è inoltre classificato terzo nella categoria Scienze della vita e della salute per il 2016 nel concorso nazionale di divulgazione scientifica dell’Associazione Italiana del Libro.

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Un canto per le uova

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Diamante mandarino (Taeniopygia guttata) maschio (Peripitus/Wikimedia Commons)

Il diamante mandarino è un simpatico e variopinto passeriforme originario dell’Australia. Grazie alla sua resistenza e al suo temperamento tranquillo è allevato da secoli come animale domestico. Si tratta di un uccello monogamo, si riproduce facilmente ed ha un ciclo vitale piuttosto rapido. Queste caratteristiche ne facilitano l’allevamento in grandi numeri in un’unica voliera e lo rendono un animale perfettamente adatto per la ricerca scientifica (si parla, in questi casi, di organismo modello).

Ed è così che il nostro uccellino colorato è diventato il protagonista di uno studio, portato avanti da Mylene Mariette, una scienziata della Deakin University in Waurn Ponds, Australia, insieme con la collega Katherine Buchanan. Questa ricerca potrebbe fornirci nuovi elementi sulle cure parentali di questa specie, ma soprattutto sul farci capire come alcuni animali stiano rispondendo ai cambiamenti climatici, in particolare all’innalzamento delle temperature ambientali. I risultati sono stati pubblicati pochi mesi fa sulla rivista Science.

Le scienziate australiane hanno osservato e registrato la cova portata avanti da 61 differenti coppie di diamanti mandarini. Durante lo studio hanno registrato una serie di acuti vocalizzi rivolti alla progenie, apparentemente utilizzati per segnalare le alte temperature. Gli embrioni infatti, trovandosi a circa 37° C come effetto della cova, non sono in grado di percepire le variazioni di temperatura dell’ambiente esterno. Ma il fatto che i genitori emettessero questi suoni soltanto quando la temperatura ambientale superava i 26° C ha fatto dedurre alle scienziate che questo potrebbe essere un sistema per influenzare il futuro comportamento dei pulli.

Una volta emersi dall’uovo dopo la schiusa, nei piccoli è stato infatti osservato uno sviluppo ridotto quando questi erano stati esposti al canto dei genitori: richiedevano meno cibo e conseguentemente si accrescevano di meno. I canti, inoltre, comparivano soltanto nella fase finale del periodo di incubazione, forse perché prima gli embrioni non avevano ancora un udito sufficientemente funzionale.

L’interpretazione di questo comportamento potrebbe essere una risposta al cambiamento climatico: animali di dimensioni minori hanno più facilità a disperdere il calore in eccesso rispetto a quelli più corpulenti. Come afferma la regola di Bergmann, in una singola specie la massa corporea è direttamente proporzionale alla latitudine e inversamente proporzionale alla temperatura. Questo può portare un notevole vantaggio evolutivo per il raggiungimento della maturità sessuale e per la conseguente nascita di nuove generazioni.

Per verificare la correttezza di queste supposizioni, sono state così incubate artificialmente 166 uova alla temperatura standard che utilizzano gli animali in natura (37,7° C). Alla fine del periodo di cova, le uova sono state esposte sia alla registrazione del particolare vocalizzo delle alte temperature sia ai classici versi di riconoscimento dei genitori. I risultati hanno confermato quanto supposto dall’osservazione diretta del comportamento nei genitori: i piccoli che avevano ascoltato i richiami “del caldo” non solo cantavano di più, ma avevano già un peso inferiore rispetto ai pulli che non avevano ascoltato quei canti. Inoltre gli uccellini preparati al caldo sembravano propensi a scegliere luoghi di nidificazione più freschi.

La comunicazione tra genitori e uova non è una novità degli studi etologici sugli uccelli: alcuni anni fa si era osservato un comportamento simile nello scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens), un altro variopinto passeriforme australiano.

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Scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens) (Nevil Lazarus/Wikimedia Commons)

I genitori di questo splendido uccellino azzurro avevano infatti dimostrato di insegnare agli embrioni una sorta di “password” che li avrebbe aiutati, una volta nati, a chiedere il cibo in una maniera particolarmente efficace: quanto più fedele all’originale era il richiamo, tanto meglio sarebbero stati nutriti nel periodo di svezzamento.

Quindi, così come avviene nella specie umana, in cui i genitori parlano o cantano delle canzoncine ai bambini quando ancora sono nel pancione per farli abituare alle loro voci, così negli uccelli potrebbe esserci un comportamento analogo per favorire il corretto accrescimento dei nascituri. E gli sviluppi in questo campo di studi potrebbero portare nuovi interessanti elementi per capire in che modo gli animali stiano rispondendo al riscaldamento globale e a modifiche ambientali rapide e inaspettate.

Persone.

13 settembre 2011 Shanghai zoo 218

Un paio di anni fa una storica sentenza in Argentina ha deciso che Sandra, una femmina di orangutan reclusa nello zoo di Buenos Aires, dovesse essere liberata in quanto “persona non umana”. Dopo un’intera esistenza condotta in cattività, alla scimmia di 29 anni sono stati garantiti i diritti propri di qualunque individuo libero. Sulla base di questo nuovo status giuridico, Sandra ha potuto essere liberata e condotta in un santuario in Brasile, dove trascorrere serenamente il resto della propria esistenza senza dover intrattenere il pubblico pagante da dietro le sbarre di una gabbia.

Nel 2016, una sentenza simile ha stabilito, appellandosi al principio giuridico del “habeas corpus”, che un gruppo di nove scimpanzé fossero liberati in quanto imprigionati senza giusta motivazione. Tra questi animali c’erano anche i celebri Hercules e Leo, detenuti per motivi di studio nel centro di ricerca New Iberia in Louisiana. Sorte simile per il loro conspecifico Tommy, recluso in un giardino zoologico a New York prima della sua misteriosa scomparsa, avvenuta pochi mesi fa.

Nel 2013 il Ministero dell’Ambiente e delle foreste indiano ha messo al bando la detenzione di cetacei per scopi di intrattenimento: mai più orche e delfini potranno essere utilizzati per esibizioni pubbliche a fini commerciali. Tale trattamento risulterebbe non compatibile con il loro status di esseri senzienti, dotati di sensibilità, coscienza di sé e intelligenza superiore. E, a quanto pare, l’India non è stata la prima nazione a prendere tale provvedimento in difesa dei mammiferi marini: a intraprendere tale strada, negli anni precedenti, ci sono stati Ungheria, Cile, Costa Rica.

Altre cause, promosse in giro per il mondo soprattutto da associazioni animaliste, hanno portato sul banco degli imputati zoo, delfinari, circhi e acquari accusandoli di trattamenti inumani, riduzione in schiavitù e reclusione illegittima di esseri viventi dotati di intelligenza e sensibilità. Ogni giorno, il discorso su cosa sia una “persona” dal punto di vista giuridico sembra portare alla conclusione che molti animali non umani debbano ambire a questo status e, con esso, ai sufficienti diritti in grado di garantire loro una dignità e un’esistenza soddisfacente.

La questione è intricata e di non semplice soluzione. Spesso i toni esasperati e militanti di alcune associazioni animaliste hanno tolto spessore e importanza a questa tematica, che è sicuramente importante affrontare nel modo giusto. Un caso come quello di Sandra non può e non deve passare inosservato: un orangutan è un essere vivente dotato di sensibilità e intelligenza indubbiamente paragonabile a quelle di un essere umano, e come tale non dovrebbe subire soprusi di alcun genere. Non dovrebbe essere imprigionato senza motivo o sfruttato per l’intrattenimento degli umani e, soprattutto, i suoi simili dovrebbero ricevere lo stesso riconoscimento. E qui la faccenda si complica: tutti gli orangutan sparsi negli zoo in giro per il mondo meriterebbero di essere liberati? E come dovremmo comportarci con le altre specie di primati? E di mammiferi? E di uccelli, pesci, molluschi e quant’altro?

Al momento attuale non abbiamo ben chiaro che cosa sia l’intelligenza e come si possa quantificare e, soprattutto, non abbiamo i metodi sufficienti per poterla valutare in specie differenti dalla nostra: ne parla bene Frans de Waal nel suo recente “Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?” in cui tra l’altro cita l’Umwelt, un principio ideato dal biologo tedesco Jakob von Uexküll, che si potrebbe tradurre come “mondo circostante”. Questo concetto è fondamentale: non siamo in grado neanche di immaginare come sia il mondo per uno scimpanzé o un gorilla, per un polpo o una salamandra. Hanno caratteristiche cerebrali proprie, diversi livelli di sensibilità e di percezione del mondo, altri scopi, altri comportamenti. Siamo sicuri di poter stabilire quale sia il loro livello di intelligenza? Io ne dubito fortemente. Ci sono animali con un cervello molto più sviluppato del nostro come gli elefanti, altri con vista, riflessi o altre capacità di gran lunga superiori a quelle umane (a tal proposito, qui trovate un’interessante carrellata di animali che surclassano l’uomo in varie specialità). Capire e identificare in che modo si possa garantire serenità e benessere a esseri viventi così diversi da noi è al momento praticamente impossibile.

Quindi sì, bisogna valutare le scelte ragionando anche in maniera orrendamente pratica: gli zoo, ad esempio, hanno una loro utilità (ne avevo già parlato qui); idem come sopra per i centri di ricerca, anche se qui gli antispecisti ribatteranno che si tratta di utilità solo per la specie umana, ma questo è un altro discorso, troppo ampio per essere affrontato in poche righe; inoltre animali che vivono in cattività non possono assolutamente essere liberati a cuor leggero se non hanno sviluppato le capacità per vivere in ambienti non artificiali. Quindi la questione è ben più complessa di quanto possa sembrare.

Quello che però è importante aver presente è che il termine “persona”, nel XXI secolo, non può e non deve essere assolutamente attribuito soltanto agli esseri umani. E creando un precedente come quello di Sandra, abbiamo – giustamente – ammesso che gli animali hanno personalità, intelligenza, coscienza di sé e sensibilità. Dovremo deciderci a trattarli di conseguenza.

Perché proprio il pangolino?

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Pangolino tricuspide (Valerius Tygart – Wikimedia Commons)

All’ordine dei mammiferi Folidoti appartengono esclusivamente le otto specie conosciute di pangolino. Per chi non li conoscesse, questi simpatici animaletti sono specializzati nella cattura di insetti e larve di vario genere, con una particolare predilezione per termiti e formiche. Le tante scaglie di cheratina, che in certi esemplari possono essere mille o anche di più, coprono la quasi totalità del corpo degli animali e donano loro un aspetto corazzato che li rende facilmente riconoscibili. A seconda della specie, i pangolini possono misurare da poche decine di centimetri fino ad arrivare al metro di lunghezza.

I pangolini, se escludiamo le loro piccole prede, sono animali sostanzialmente innocui. Sono per lo più notturni e per questo motivo quasi del tutto ciechi. Per difendersi da pericoli esterni non usano artigli o denti (che non hanno), ma si appallottolano un po’ come fanno i ricci, sfruttando così la loro protezione esterna. Grazie a un notevole esempio di convergenza evolutiva, dispongono di lunghi artigli per attaccare i termitai e una lunga lingua appiccicosa che serve a catturare gli insetti che li fa in questi aspetti assomigliare ai formichieri americani.

Le varie specie si possono trovare in buona parte del continente africano (dalle nazioni subsahariane fin giù al Sudafrica) e in Asia, in particolare in India, Cina e Indonesia. Sono inoltre difficilissimi da allevare: in cattività il loro tasso di mortalità è altissimo.

E fin qui, nulla di nuovo per chi è appassionato di natura e di animali esotici un po’ particolari. Il pangolino è sostanzialmente una creatura timida, insolita, bella. La novità del 2016 è che il pangolino è stato dichiarato ufficialmente “L’animale più trafficato al mondo“. La sua carne è ritenuta particolarmente prelibata e viene mangiata sia in Africa sia nel Sudest asiatico, le scaglie di cheratina vengono utilizzate per la creazione di gioielli e decorazioni di vario genere. Le scaglie sono inoltre sfruttate dalla famigerata medicina tradizionale cinese, che, quando si tratta di contribuire alla scomparsa di animali già in grave declino, non riesce proprio a mancare all’appello.

March of the Pangolins from WildAid on Vimeo.

Ma è soprattutto nel Sudest asiatico che il pangolino viene considerato una specie di status symbol. In Vietnam un chilogrammo di carne di pangolino può arrivare a costare 200 dollari sul mercato nero. Le quattro specie asiatiche sono quelle più a rischio di estinzione ma, data la grande richiesta, ora anche in Africa il bracconaggio sta crescendo in maniera esponenziale. E, conseguentemente, il traffico illecito che porta carne e scaglie di pangolino dal continente nero al Sudest asiatico è in costante aumento. Alcuni mesi fa sono state sequestrate 1,4 tonnellate di scaglie di pangolino, provenienti dalla Sierra Leone, nel porto vietnamita di Haiphong. Si è stimato che fossero state prelevate da circa diecimila animali. In un’altra occasione, ancora nel 2016, al porto di Hong Kong sono state sequestrate circa 4,4 tonnellate di scaglie: le casse riportavano l’indicazione “scaglie di plastica”. In un’altra occasione, sempre nel corso del 2016 e sempre a Hong Kong, le scaglie confiscate erano quasi 10 tonnellate ed erano dirette alle Filippine. Ad agosto, in un ristorante sull’isola di Giava, le autorità hanno confiscato 650 corpi di pangolino, conservati nel freezer di un ristorante.

Nonostante il lavoro incessante di tutela portato avanti sul territorio (decine di bracconieri vengono arrestati ogni anno, soprattutto in Africa), gli altissimi prezzi del mercato asiatico sembrano rendere il traffico illegale degli animali sempre più intenso e sempre più difficile da contrastare. Secondo la IUCN, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, oltre un milione di persone ha acquistato pangolini negli ultimi dieci anni. E non solo come cibo o come fonte di scaglie: si sta diffondendo sempre di più la moda di tenere i pangolini in casa come animali domestici, cosa che, come abbiamo visto, è del tutto incompatibile con la loro natura e che causa lA loro morte nella stragrande maggioranza dei casi.

E così nel settembre scorso, al meeting di Johannesburg, i rappresentanti del CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione) hanno votato all’unanimità un bando totale sul commercio internazionale dei pangolini. Gli animali sono stati inseriti nell’Appendice 1 della convenzione, che garantisce loro la massima protezione possibile. Le otto specie sono oggi tutte classificate tra “vulnerabile” e “a rischio di estinzione” nella Lista rossa dell’IUCN. Ulteriori informazioni sull’attuale status dei pangolini si possono trovare in un lungo articolo in italiano sul sito naturalistico Mongabay.

Personalmente mi ritengo piuttosto scettico su quanto questo tipo di tutela possa influire su un mercato nero immenso, che coinvolge decine di nazioni su due continenti (e non solo: pare che anche in Europa e in America si stia diffondendo un certo interesse per l’animaletto corazzato). Tra l’altro, il commercio di pangolini genera un giro di affari nell’ordine di decine di milioni di euro ogni anno (e forse anche di più): difficile contrastare un mercato di tale portata. Ciononostante, la dichiarazione del Cites ha dato una tenue speranza in più al nostro timido raccoglitore di termiti. Speriamo bene.

Nel frattempo, pur cercando di conservare una visione il più possibile ottimistica sul futuro del nostro pianeta, non posso esimermi dal ricordare che ogni anno decine, forse centinaia o migliaia di specie scompaiono dalla faccia della Terra. Ecco un breve riassunto di alcune specie a cui abbiamo definitivamente dato l’addio nel 2016. Sperando che l’anno a venire non sia ancora peggiore.

La città che non doveva esistere

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Un panorama della Valbisagno. Sulla destra lo stadio Luigi Ferraris.

Genova è la mia città. Non sono nato qui, ma vivendoci da quasi trentacinque anni credo sia lecito dichiararmi, a tutti gli effetti, un genovese. Vivo a Castelletto, un quartiere che, quando arrivano quelle drammatiche alluvioni che ormai ci colpiscono con frequenza, di solito non subisce danni gravi. Ma non di rado mi capita di passare da Marassi, uno dei quartieri più popolosi di Genova, oltre che il più colpito dalla furia delle acque durante questi eventi.

Via Fereggiano tramutata in un fiume in piena, con le macchine trascinate via dalla corrente, è un’immagine che non riusciremo più a rimuovere dalla nostra memoria. Ma anche i bambini travolti dalle acque mentre uscivano da scuola, le voragini sulla schiena dei negozi in via Tolemaide, quell’uomo investito dall’ondata di piena mentre usciva “a vedere il fiume” a Sant’Agata. Tante, troppe tragedie si sono accumulate tra i ricordi recenti della nostra bella città.

Ormai ci sono zone di Genova dove le persone anziane non si arrischiano ad uscire di casa all’arrivo di un temporale, ed è impossibile dar loro torto. Ogni giornata di pioggia troppo intensa ormai fa paura a tante persone che hanno già visto la loro casa o la loro attività danneggiata o distrutta dall’acqua assassina. Le cause le conosciamo già: troppo cemento, troppo poco spazio lasciato al verde, un Bisagno a cui è stato costantemente ristretto l’alveo. Ma anche la natura ci ha messo di suo, soprattutto in quei casi in cui è venuto giù l’equivalente di mesi di pioggia in poche ore. Anche Sestri Ponente e la Valpolcevera sono state vittime di alluvioni, ma la frequenza con cui questi eventi ha segnato la popolazione di Marassi è qualcosa di ineguagliato sul territorio genovese.

La caccia ai responsabili è iniziata da anni, le condanne a questa o quell’altra amministrazione si sono succedute senza sosta da parte di gente onesta che voleva giustizia, ma anche da parte di tanti forcaioli. I lavori volti a mitigare il rischio di future alluvioni sono iniziati tardi, tardissimo. E anche la creazione di quello scolmatore del Fereggiano che per alcuni rappresenta la salvezza, per altri poco più di un palliativo, è comunque arrivata in ritardo di anni.

Ma come siamo arrivati a una situazione del genere? Cos’è che ci ha spinto a seppellire di cemento l’alveo del fiume e quelle poche colline? E come mai nessuno ha previsto che potessero verificarsi i disastri di questi ultimi anni?

La copertura del Bisagno prima e il boom economico dopo, certo, ma non solo. Anche la forte immigrazione dal Sud negli anni ’50 e ’60. La comparsa di edifici ovunque, per ovviare all’esplosione demografica. E così, a seguire, la creazione del Biscione e la colonizzazione selvaggia della Valbisagno, con palazzi e palazzine di dubbio gusto appiccicati l’uno sulla schiena dell’altro. Quezzi che da ridente sobborgo quasi di campagna si tramuta in un assurdo dedalo di case e palazzi sempre più invivibile per i suoi abitanti, sempre più soffocato dal traffico compresso su un’unica direttrice che si dipana in mille viuzze, senza alcun accenno di pianificazione urbanistica. Si eliminano parchi e giardini praticamente da ovunque. Il Fereggiano, uno dei principali affluenti del Bisagno, viene ridotto a una specie di canalina di scolo, per di più ricoperta da erbacce e vegetazione. Ma il verde serve in mezzo alle case, non nel letto del fiume: se l’acqua si gonfia, il trasporto solido si unisce a rami e foglie trascinati dalla corrente, si accumula e fa da tappo nelle strettoie. In questo modo avviene un’esondazione ogni volta che piove troppo forte.

In mezzo alle case è l’esatto opposto: la pioggia che cade sul terreno viene assorbita e rallentata; se cade sull’asfalto o sul cemento schizza via, scappa e corre sempre più forte. E l’ondata di piena, quando arriva alla foce, diventa sempre più grande e pericolosa.

Mi ricordo bene di un concetto che avevo studiato all’università al corso di geologia ambientale, il tempo di corrivazione: questo è il lasso di tempo che una goccia di pioggia, caduta nel punto più lontano dal mare del bacino idrografico di un fiume, impiega per arrivare alla sua foce. Calcolavamo questo valore per capire in che modo il fondo su cui si muove l’acqua potesse influire sull’ondata di piena di un’alluvione. Era ben chiaro come il tempo di corrivazione fosse molto più breve per quei fiumi sulle cui sponde si era edificato senza criterio, come era stato fatto sul Bisagno dagli anni Trenta in poi. E spontaneo mi era sorto un dubbio: se invece la storia di Genova fosse stata diversa? Se a Marassi, Quezzi, San Fruttuoso e più su lungo tutta la Valbisagno si fosse costruito con buonsenso, mantenendo ampi spazi verdi, con sistemi di drenaggio efficienti e il giusto spazio lasciato al letto dei suoi corsi d’acqua?

Per togliermi il dubbio, ho chiesto chiarimenti al mio amico Pietro Balbi: un mio coetaneo geologo, consigliere dell’Ordine dei Geologi della Liguria, genovese e per giunta esperto in tematiche come il dissesto idrogeologico. Tra le altre cose, ha partecipato all’interessante progetto Dissesto Italia (www.dissestoitalia.it il sito ufficiale), nato da una collaborazione tra geologi, Legambiente e l’ANCE, l’Associazione Nazionale costruttori Edili. Gli ho chiesto come sarebbe potuta essere la vita della Genova che si affaccia sulle sponde di Levante se quella folle città del cemento non fosse mai esistita. Ecco cosa mi ha risposto:

In realtà non bisogna concentrarsi soltanto sulla Valbisagno: quando iniziarono a edificare intorno alle rive del fiume, tra fine Ottocento e inizio Novecento, la Foce era ancora libera e il fiume non era stato ancora coperto. Quindi le ondate di piena riuscivano ad arrivare in mare con più facilità, le esondazioni erano più difficili. Poi, con la copertura della foce del Bisagno degli anni ’30, tutto è peggiorato. Pensiamo ad esempio a Borgo Incrociati: è sopravvissuto per secoli senza finire mai sott’acqua. Poi, con la copertura del fiume, ogni esondazione ha colpito proprio a quell’altezza, subito dopo il ponte di Sant’Agata, dove il fiume va a immergersi sotto una copertura evidentemente sottodimensionata.

Se c’è un “tappo” formato dal trasporto solido e flottante, le conseguenze dell’alluvione sono ancora più drammatiche. Il trasporto solido, quell’”acqua nera” che vediamo quando ci sono le alluvioni, è uno dei principali fattori di innalzamento del volume dell’acqua e quindi causa di alluvionamenti, fattore troppo spesso sottovalutato anche nel recente passato da chi si è occupato di dimensionamento dei fenomeni alluvionali. Per prevenire queste ondate cariche di terra e detriti occorrerebbe un monitoraggio costante di tutti i versanti. E questo è un lavoro costoso e con pochi ritorni di immagine: nessun politico diventerà mai noto per aver “tagliato il nastro” di un’opera di semplice controllo.

Questo però non vuol dire che edificare per tutta la lunghezza della Valbisagno sia stata una grande idea. Alcune fonti storiche fanno intuire che ai tempi dei Romani una parte dei monti fosse coperta di boschi, tagliati poi nel Medioevo. E il taglio degli alberi, utilizzati per il fasciame delle navi e per le impalcature di sostegno, avrebbe causato un ulteriore indebolimento dei versanti. Senza il sostegno dato dalle radici, alla prima pioggia dai versanti sarebbero arrivate a valle grandi masse di detriti.

Ricordiamoci inoltre che la Valbisagno, come tutti i rilievi montuosi, tra l’altro piuttosto acclivi in questo caso, già naturalmente sarebbe soggetta a frane; i lavori portati avanti nell’ultimo secolo hanno però peggiorato non poco la situazione. L’interazione tra strutture, necessarie allo sviluppo di una città, e un territorio già fragile è delicata: è possibile costruire, ma è necessario farlo prestando la massima attenzione alle necessità e alle caratteristiche del territorio, senza forzare la mano laddove si andrebbe incontro a rischi inutili.

Lavori come la messa in sicurezza dell’alveo del Bisagno o lo scolmatore del Fereggiano possono risolvere, almeno in parte, gli effetti del problema, ma di sicuro non le cause. Per quelle dobbiamo risalire indietro alla storia di Genova nel Novecento e istituire un complesso e approfondito sistema di controllo, monitoraggio e risistemazione dei versanti di oggi.

Quindi, questo è. Una città, almeno in parte, costruita senza criterio, senza coscienza del rischio, sfruttando ogni centimetro disponibile per addossare case su case là dove non si poteva e non si doveva edificare. E ora non è possibile tornare indietro, e forse neanche i lavori di messa in sicurezza del torrente o lo scolmatore potranno salvarci da nuove tragedie. Col clima impazzito di questi anni, le piogge sempre più forti e imprevedibili, quei “temporali autorigeneranti”, che potrebbero sembrare un argomento affascinante per chi è appassionato di documentari scientifici ma che sono diventati un dramma per chiunque viva a ridosso del Bisagno, la minaccia è sempre in agguato. E ora viene da chiedersi se quella parte di città, la città del cemento e dell’asfalto, della fretta di costruire e della scomparsa del verde, avrebbe fatto meglio a non essere mai stata costruita. Ma la risposta la sappiamo già.

In arrivo la Notte Europea dei Ricercatori il 30 settembre

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Torna anche quest’anno, per la sua undicesima  edizione, la Notte Europea dei Ricercatori: un evento, organizzato da Frascati Scienza e finanziato dalla Commissione Europea, per celebrare la scienza e il lavoro dei ricercatori. L’evento si terrà il prossimo venerdì 30 settembre dalle ore 15 fino all’una di notte, e sarà ospitato in oltre venti città differenti: Ancona, Roma, Frascati, Firenze, Sesto Fiorentino, Milano, Trieste, Genova, Modena, Ferrara, Napoli, Caserta, Palermo, Bari, Cagliari, Monserrato, Catania, Lecce,  Parma, Pavia, Reggio Emilia, Sassari, Carbonia, Cassino, Gorga, Grottaferrata, Monte Porzio Catone, Colleferro, Rocca di Papa e Santa Maria di Galeria.

Il tema dell’edizione di quest’anno sarà Made in Science, un argomento di stretta attualità visto un sempre più ampio contributo di scienza e tecnologia al rilancio economico del paese. Un contatto diretto tra ricercatori e grande pubblico è quindi fondamentale per comunicare l’importanza del lavoro dello scienziato e per sensibilizzare chi è esterno a questo mondo su quanto sia fondamentale per il futuro del pianeta.

E così, tra laboratori, giochi, interventi pubblici, il pubblico dell’evento potrà toccare con mano, vedere, sperimentare e capire su cosa stanno lavorando gli scienziati del XXI secolo e perché il loro lavoro è così fondamentale per il nostro futuro. Tra i tanti eventi della serata, segnaliamo la conferenza “La dinamica interna del nostro pianeta: dagli eventi alle catastrofi naturali” all’Università degli Studi Roma Tre, ISPRA, INFN Sezione Roma Tre, la conferenza/spettacolo “Ma che scienza c’è al cinema?” alla Casa del Cinema di Roma, un collegamento in diretta con la Missione Rosetta alle Mura del Valadier in via del Castello a Frascati e il laboratorio “Crash! Non far crollare l’Ecosistema! Il gioco degli equilibri ambientali” nella medesima location, dalle 17:30 alle 19.

Ma gli eventi saranno tantissimi, anche perché distribuiti su più di venti città. Nondimeno, saranno adatti a ogni genere di pubblico, compresi i bambini. Saranno inoltre distribuiti lungo tutto l’arco temporale della giornata del 30, fino a tarda serata. Per conoscere a fondo il programma, che è davvero ricco, conviene visitare la pagina dedicata.

Mentre per ulteriori informazioni si può consultare la pagina ufficiale dell’evento, ospitata sul sito di Frascati Scienza, a questo indirizzo.

Notte Europea dei Ricercatori: in arrivo l’undicesima edizione

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Il 30 settembre 2016 ritorna, per la sua undicesima edizione, la Notte Europea dei Ricercatori, organizzata da Frascati Scienza e finanziato dalla Commissione Europea, per mettere ancora una volta in contatto il mondo della ricerca scientifica con il grande pubblico.

La parola chiave di quest’anno sarà “Made in Science”, ossia la visione della scienza come un qualcosa di legato alla nostra quotidianità, in grado di migliorare la nostra vita di tutti i giorni e un marchio di prestigio per il nostro paese. Insomma, un Made in Italy tutto all’insegna della ricerca scientifica.

Tra le novità dell’edizione 2016 ci sarà la partecipazione di un numero raddoppiato di Comuni: se nel 2014/15 la Notte aveva illuminato le piazze e le vie di 10 città italiane, quest’anno le protagoniste dell’evento saranno oltre 20: Bari, Cagliari, Carbonia, Cassino, Catania, Ferrara, Firenze, Frascati, Genova, Gorga, Grottaferrata, Lecce, Milano, Modena, Monte Porzio Catone, Napoli, Palermo, Parma, Pavia, Reggio Emilia, Roma, Sassari, Trieste saranno ravvivate da eventi, conferenze, spettacoli e animazioni scientifiche di ogni genere. Inoltre, grazie alla collaborazione di molte scuole della Capitale e al progetto Alternanza Scuola/Lavoro della Regione Lazio, permetterà agli studenti dai 16 ai 18 anni di partecipare attivamente alla creazione degli eventi, per conoscere da subito le realtà legate al mondo della ricerca e della comunicazione scientifica.

Grazie al concorso “Made in Ideas”, il logo della Notte Europea dei Ricercatori è stato realizzato dal vincitore del contest che, oltre al premio in denaro, avrà anche la soddisfazione di vedere la propria creazione utilizzata come simbolo dell’evento per i prossimi due anni.

Gli enti partecipanti al progetto, come sempre, sono numerosi: la Notte Europea dei Ricercatori è un progetto promosso dalla Commissione Europea, coordinato da Frascati Scienza e realizzato in collaborazione con la Regione Lazio, il Comune di Frascati, ASI, CNR, ENEA, ESA-ESRIN, INAF, INFN, INGV, ISS, CINECA, GARR, ISPRA, CREA, Sardegna Ricerche, con Sapienza Università di Roma, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e Università degli Studi Roma Tre, Università LUMSA di Roma e Palermo, Università di Cagliari, Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale, Università di Parma, Università Politecnica delle Marche, Università di Sassari, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

L’evento vedrà inoltre la partecipazione di G.Eco, Associazione Tuscolana di Astronomia (ATA), Accatagliato, Associazione Arte e Scienza, Gruppo Astrofili Monti Lepini (Osservatorio di Gorga), Associazione Culturale Chi Sarà di Scena, RES Castelli Romani, Associazione Eta Carinae, Associazione Tuscolana Amici di Frascati, Astronomitaly – La Rete del Turismo Astronomico, Explora il Museo dei Bambini di Roma, L.U.D.I.S, Museo Tuscolano delle Scuderie Aldobrandini, Native, Sotacarbo, STS Multiservizi, Science4Biz, Dinosauri in Carne e Ossa.

Per consultare il programma aggiornato: www.frascatiscienza.it

Pagina dedicata all’edizione 2016: link

 

Con i piedi nella neve

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Cervo europeo (Cervus elaphus)

Regolarmente, ogni anno, sul territorio italiano devono essere compiuti dei censimenti della fauna selvatica per verificare lo stato di salute delle popolazioni di cervi, camosci, stambecchi, cinghiali, volpi, lepri e tanti altri animali.

Tra questi, il censimento di caprioli è uno dei più divertenti, anche se prevede alcuni aspetti negativi, tra cui una levataccia all’alba e generalmente una scarpinata nel bosco a orari improbabili. Il tutto si svolge in maniera molto semplice: un gruppo di poche decine di persone (gli “osservatori“) si dispone attorno ai tre lati di un rettangolo immaginario che racchiude al suo interno alcuni ettari di bosco. Ciascuna di queste persone si pone a una distanza dall’osservatore successivo non così ampia da impedire il contatto visivo e la comunicazione reciproca.

Una volta trovata la sua posizione, l’osservatore si ferma, rimane in attesa e inizia a contare tutti gli animali che attraversano, alla sua sinistra, i confini immaginari di questo rettangolo. Ovviamente deve confrontarsi con l’osservatore successivo per verifica: “Erano tre, hai visto?” “Sì, erano tre!”.

Questo ruolo comporta una notevole dose di pazienza, visto che prima che tutti gli osservatori si siano disposti e che il censimento vero e proprio sia iniziato passa un bel po’ di tempo. Occorre inoltre una discreta sopportazione del freddo: bisogna restare fermi in attesa in mezzo al bosco e il più delle volte, visto il periodo in cui questi censimenti vengono fatti, con i piedi immersi nella neve.

Gli altri partecipanti al censimento, i “battitori”, si divertono di più: si dispongono lungo il quarto lato del rettangolo, anch’essi a breve distanza l’uno dall’altro, ma, a differenza degli osservatori, avanzano lentamente, mantenendo le fila serrate lungo il territorio da censire: urlano, schiamazzano, rompono i rami secchi con gli scarponi e fanno in modo di spaventare gli animali, che così saranno costretti a uscire dai confini del nostro rettangolo immaginario, in modo da essere così contati dagli osservatori.

Il numero di animali osservati in quel campione di territorio aiuterà a ottenere una stima attendibile degli animali che si trovano su tutta la zona in esame.

Pur essendo quello del battitore un ruolo ben più attivo e divertente, io ho sempre preferito fare l’osservatore, per un semplice motivo: vedi molti più animali e da molto più vicino.

Certe volte qualche capriolo, spaventato un po’ dai battitori, un po’ dalla tua presenza, finisce col trovarsi a pochi metri da te. Immerso nella neve fino a metà zampa, ti guarda con fare interrogativo, come a dire: posso passare o mi farai del male? Per quanto mi riguarda, un incontro di questo tipo con un animale selvatico è molto più bello e significativo che fare una rumorosa passeggiata in mezzo al bosco, per quanto divertente questa possa essere.

Mi ricordo bene che durante l’università, preso dall’entusiasmo, avevo partecipato a molti di questi censimenti; non solo di caprioli, qua e là nel Savonese con il metodo della battitura, ma anche di camosci dalle parti di Triora, il celebre paese delle streghe: in quel caso la conta veniva fatta con l’osservazione diretta al binocolo di tutto un versante di una montagna, in attesa del passaggio degli animali. Anche in questo tipo di censimento bisognava confrontarsi regolarmente con gli altri partecipanti, comunicando via ricetrasmittente con gli osservatori posizionati dall’altra parte della cresta.

In altri casi mi era capitato di partecipare ai censimenti delle capre selvatiche (!) sul monte di Portofino, inerpicandomi sul ciglio delle rocce o rischiando di scivolare giù dal sentiero per andare a osservare quell’angoletto di valle dove sicuramente si andavano a nascondere queste simpatiche bestiole, ben più diffidenti delle loro cugine domestiche.

Divertente? Sì, molto. La prima volta. Poi l’entusiasmo di avere come ufficio il bosco e come scrivania la corteccia di un albero lasciavano il posto, per i meno stakanovisti, alla stanchezza, alla noia, alla voglia di andare nel primo rifugio a sfilarsi gli scarponi e bersi una cioccolata calda.

Sensazioni che hanno vissuto più o meno tutti quelli che hanno passato una giornata chiusi in un’altana (una torretta di legno, rigorosamente priva di qualunque comfort) o in un gabbiotto di osservazione, con i piedi intorpiditi e un sonno atavico in attesa del passaggio dell’ungulato o del gallo cedrone di turno.

Purtroppo gli animali che tanto ci piace osservare hanno spesso orari molto mattinieri, una maggiore resistenza al freddo e, soprattutto, si fanno aspettare molto a lungo. E una volta che li hai incontrati, non è assolutamente detto che si comportino nel modo che speravi, o che la foto che hai atteso ore e ore per realizzare venga come desideravi. Ma quando invece arrivano i risultati, ecco che ore o giorni di sacrifici vengono del tutto ripagati.

Come per ogni professione, anche l’attività del naturalista ha i suoi alti e bassi e di sicuro una dedizione, una pazienza fuori dal comune e una grande resistenza fisica sono elementi indispensabili per svolgerla al meglio. L’unico modo per affrontarla è avere ben chiari quali sono le soddisfazioni che si possono ottenere e le frustrazioni che si devono fronteggiare. Se, al netto di questo bilancio, la voglia di uscire è ancora superiore al desiderio di cioccolata calda, una vita passata nella natura potrebbe rivelarsi la scelta giusta.

Parlare la stessa lingua

Indicatore golanera

Indicatore golanera (Wilferd Duckitt/Wikimedia commons)

Da millenni la popolazione degli Yao, in Mozambico, si dedica alla ricerca e alla raccolta del miele delle api selvatiche. Per trovare il dolce bottino, però, i raccoglitori si affidano al talento di un insolito aiutante, un uccellino. L’indicatore golanera (Indicator indicator), infatti, è ben più bravo dell’uomo nel trovare i nidi degli insetti e nel condurlo fino alla loro ubicazione. Spesso, infatti, gli alveari sono costruiti sui rami più alti degli alberi e trovarli non è così facile per chi non è in grado di volare. Gli uomini, per contro, sono molto più abili nel recupero del bottino: staccano l’alveare dal ramo su cui è costruito e lo affumicano per far scappare le api.

E così, seguendo una tradizione che si perpetua ormai da tantissime generazioni, i cercatori si affidano alle indicazioni del volatile, che dalla collaborazione potrà ottenere il vantaggio di nutrirsi, grazie a dei potenti enzimi digestivi, della cera dell’alveare (di scarso interesse per gli umani) una volta che questo sarà abbandonato dalle sue abitanti. Questo rapporto di collaborazione non è però esclusivo: anche i tassi del miele sfruttano le indicazioni degli uccellini per recuperare il prezioso bottino.

Questo tipo di interazione tra specie viene chiamato mutualismo: entrambe le parti in gioco ottengono un vantaggio dalla reciproca collaborazione, senza entrare in competizione diretta per le risorse (agli uomini interessa il miele, agli indicatori la cera). Questa collaborazione tra uomini e uccelli per trovare il miele è comunque conosciuta da secoli. Tra l’altro, lo stesso sistema di raccolta del miele è stato osservato in altre popolazioni africane, in Kenya e Tanzania, mentre è risaputo che i delfini sono in grado di aiutare i pescatori nella loro ricerca di pesce, ben consci che potranno trarre un vantaggio da questa collaborazione.

La novità assoluta riguardante questo comportamento è stata presentata in un articolo pubblicato su Science pochi giorni fa: i cercatori di miele Yao e gli uccellini, nella riserva nazionale di Niassa in Mozambico, comunicano tra di loro utilizzando un linguaggio comune. Nello specifico, il richiamo emesso e interpretato allo stesso modo da uomini e volatili è un particolare tipo di fischio vagamente tremolante, indicato dai ricercatori come “brrr-hm”. Il segnale sembra, dati alla mano, una sorta di comando che gli uomini impartiscono agli uccellini, qualcosa del tipo: “sono qui, dimmi dove si trova l’alveare e al resto penso io”. Per i più curiosi, qui potete ascoltare il particolare richiamo:

Ma cosa ci sarà mai di nuovo in tutto ciò, direte voi: c’è chi dirà che ogni mattina qualcuno fa un fischio al cane e questo viene dal padrone e magari gli porta pure le pantofole. In questo caso, però, la grande novità consiste nel fatto che il richiamo emesso è lo stesso per uomini e uccelli e che, soprattutto, questi ultimi sono animali selvatici. Fino ad ora, infatti, non si avevano prove di un livello di comunicazione condiviso tra uomini e animali selvatici.

Queste osservazioni personalmente mi spingono a riflettere su un argomento ben più ampio: è davvero così necessario imporre tutte queste distinzioni tra i comportamenti degli animali in natura e in cattività? Mi spiego meglio. È vero, indubbiamente, che lo stato di prigionia influisca sul modo in cui gli animali si relazionano con l’uomo e con l’ambiente circostante; nondimeno è stato fondamentale, per la conoscenza del comportamento animale, il passaggio allo studio dell’etologia degli animali in libertà, a cominciare soprattutto da Konrad Lorenz e dai suoi contemporanei: un conto è se un animale in uno zoo, per vincere un premio in cibo, impara a utilizzare un attrezzo, un’altra cosa è osservare l’utilizzo di questo utensile in natura. Detto questo, però, se osserviamo un animale comunicare con l’uomo con un linguaggio comune, come abbiamo visto per tanti primati in cattività, non dovrebbe venirci il dubbio che, almeno potenzialmente, questi possano avere questo talento anche in natura? Ovviamente ci vogliono anni e anni di insegnamento per raggiungere i livelli di Koko o Kanzi, però se guardiamo a come opera l’evoluzione, e quindi su più generazioni, una scoperta come quella che riguarda i cercatori di miele mozambicani non dovrebbe stupirci più di tanto. Ora però, come giustamente spiegato in questo articolo di National Geographic, bisogna affrettarsi a studiare a fondo il fenomeno: sempre meno africani si dedicano alla tradizionali ricerca degli alveari, e i segreti di questa antica pratica e della parlata comune di uomini e uccelli rischiano di andare perduti per sempre.

98%

Chimp

Se vi è capitato di sentir parlare di scimpanzé o bonobo, magari in documentari televisivi o su articoli di riviste che parlano di natura, molto probabilmente avrete letto o sentito citare una cifra, o meglio una percentuale: 98%. Questo numero altro non è che la percentuale di patrimonio genetico che l’essere umano condivide con i suoi parenti più prossimi, le scimmie del genere Pan: lo scimpanzé Pan troglodytes e il bonobo Pan paniscus. Una percentuale altissima, a ben sottolineare come questi animali siano vicini, anzi vicinissimi a noi. Una sorta di “cugini”, filogeneticamente parlando. In effetti, si stima che la linea evolutiva che porta a bonobo e scimpanzé (che tra loro sono ancora più vicini) si sia “staccata” da quella dell’essere umano in un periodo compreso tra i 7 e i 4,5 milioni di anni fa, quindi in tempi recenti, paleontologicamente parlando. In tempi ancora più recenti, tra 2 e 1,5 milioni di anni fa, sarebbe avvenuta la differenziazione tra le due specie, presumibilmente grazie alla separazione geografica data dal fiume Congo.

Anche se efficace nel rappresentare quanto minima sia la differenza, però, una fredda percentuale non è sufficiente a farci capire la nostra vicinanza con questi animali. Una somiglianza che è sia morfologica sia comportamentale. Nonostante le affinità con l’uomo, bonobo e scimpanzé nel sentimento comune diffuso tra il grande pubblico vengono visti come semplici “animali”, come se noi stessi non lo fossimo. In quest’ottica è quindi accettabile recluderli in gabbie anguste nei giardini zoologici, vederli come semplici beni commerciali, sfruttarli per intrattenimento nei circhi o ucciderli in caso di necessità (senza tornare sulle polemiche riguardanti la morte di un’altra scimmia antropomorfa, il gorilla Harambe, di cui ho già ampiamente parlato qui). Tutte le considerazioni etologiche sugli animali, comprese la coscienza di sé e la comprensione del concetto di morte (presenti, ad esempio, nella celebre gorilla “parlante” Koko) o la presenza di una personalità complessa molto simile all’uomo vengono del tutto ignorate. E si tratta di un grave errore, visto che tante interessanti scoperte sui nostri parenti più prossimi sono state fatte in tempi recenti e ci hanno aiutato a capire come le scimmie antropomorfe (e non solo loro, a dirla tutta) meriterebbero un trattamento ben migliore.

Gli scimpanzé, ad esempio, sono in grado di comunicare con gli umani tramite il linguaggio dei segni: la femmina Washoe, studiata dagli scienziati americani Allen e Beatrice Gardner, fu una delle prime a impararlo. In tempi più recenti lo stesso talento è stato dimostrato da Koko e dal “bonobo-superstar” Kanzi e già questo dovrebbe aiutarci a comprendere come le interazioni sociali in natura siano piuttosto complesse per questi animali. Scimpanzé e bonobo, tra gli altri, sanno utilizzare e addirittura creare vari tipi di strumenti, e non parliamo solo di animali in cattività: Jane Goodall fu la prima a vederli in azione, a Gombe in Tanzania, mentre catturavano termiti con l’utilizzo di rametti appositamente preparati per essere infilati nelle aperture dei loro nidi.

Ma avere in comune con l’uomo così tante somiglianze non ha solo aspetti positivi. E infatti, udite udite, scimpanzé e bonobo possono avere anche i nostri difetti: sono in grado di imbrogliare e mentire, ad esempio per competizione sessuale o per altri motivi pratici come la ricerca del cibo. Gli scimpanzé possono anche avere il vizio del fumo, e non si tratta soltanto di esemplari appositamente addestrati al circo: in questo video vediamo Charlie, morto ormai una decina di anni fa, che nel suo Mangaung zoo in Sudafrica era diventato una piccola celebrità proprio per questa abitudine, nata casualmente dopo che qualche visitatore gli aveva lanciato nel recinto delle sigarette accese (comportamento a mio avviso decisamente criminale).

Come abbiamo già raccontato su queste pagine, gli scimpanzé sono abili cacciatori e tra le loro vittime preferite ci sono altri primati, in particolare i colobi rossi. Ebbene, da uno studio su una popolazione di scimpanzé a Ngogo nel parco nazionale di Kibale in Uganda è emerso che, nonostante la carne dei colobi non sia certo la principale fonte di sostentamento delle scimmie antropomorfe, l’efficacia delle loro battute di caccia abbia portato un gravissimo declino delle popolazioni delle scimmie più piccole: dal 1975 al 2007 si è osservato un crollo dell’89% nella popolazione locale di colobi rossi dovuto alla predazione, a un passo dall’estinzione sul territorio. La facilità con cui i predatori riuscivano a catturare i colobi era tale da aver causato, verso la fine degli anni ’90, un’eliminazione di circa metà popolazione ogni anno. Alla fine la pressione venatoria è stata tale da non permettere alle prede di recuperare i numeri persi, e ora c’è il serio rischio di veder scomparire per sempre i colobi rossi da Ngogo. In questo caso si potrebbe imputare agli scimpanzé una mancanza di lungimiranza nel gestire le risorse offerte loro dalla natura, ma più verosimilmente il loro difetto è quello di non disporre di una visione a lungo termine che li aiuti a effettuare scelte ponderate sul futuro remoto. Difficile stabilirlo, in ogni caso è un qualcosa su cui riflettere: se tante sono le somiglianze tra noi e i nostri parenti più stretti, scoprire che questi non sanno gestire le risorse a loro disposizione non è certo un buon segno. Tutte cose che peraltro già sappiamo. Cerchiamo però di non utilizzare questa scoperta per giustificare i nostri comportamenti: la mancanza di buon senso, anche se si può osservare sporadicamente in altri animali, non va comunque giustificata in quanto “naturale” (termine che, peraltro, a mio avviso ha sempre meno senso).

Ma anche nelle somiglianze non mancano sorprese in positivo: quel comportamento che in certi casi identifichiamo con “umanità” si può trovare qua e là anche nei primati. La compassione e l’empatia di cui spesso si occupa Frans de Waal ad esempio, ma non solo. In certi casi sembrano anche le classiche “leggi della natura” a venir meno. In tempi recenti è stata infatti pubblicata una notizia che ha destato molto scalpore, riguardante una madre scimpanzé del Mahale Mountains National Park in Tanzania che ha portato con sé e avuto cura un cucciolo con gravi disabilità. In natura, di solito, i piccoli malati in moltissime specie animali vengono abbandonati al loro destino. Invece in questo caso il cucciolo, una femmina identificata con la sigla XT11, è stata curata e accudita dalla madre per tutti i 23 mesi della sua breve vita, molto più di quanto sarebbe stato lecito prevedere per un piccolo in quelle condizioni. XT11 infatti aveva una grave malformazione fisica, oltre ai sintomi di una malattia simile alla sindrome di Down. Ciononostante l’amore materno non è mai venuto a mancare.

Conoscendo quante sono le somiglianze tra noi e questi parenti prossimi, a questo punto penso sia normle domandarsi che cosa sia particolare, tipico, esclusivo dell’uomo. A livello fisico possiamo facilmente identificare le differenze, mentre a livello di comportamenti è molto più difficile, visto che con cadenza regolare i primatologi scoprono nuovi punti in comune tra umani e altre scimmie antropomorfe. E allora ci viene naturale tornare a quella percentuale di cui sopra, quel freddo 98% che poco ci rappresenta, se non per farci capire il concetto di somiglianza. Per questo vi segnalo una voce di Wikipedia molto ben fatta, basata in gran parte sull’articolo “Che cosa ci rende umani?” di Katherine S. Pollard, pubblicato su Le Scienze di agosto 2009. Qui potete trovare alcuni interessanti approfondimenti. Io mi accontento di mettervi la pulce nell’orecchio, e di farvi ragionare sul fatto che i punti in comune tra uomo e altri animali (in particolare i primati) sono molti di più che le differenze,. Tra l’altro, questa conoscenza potrebbe tornarci abbondantemente utile in futuro, se sapremo sfruttarla come si deve: ad esempio, su questo articolo sul Guardian potrete scoprire come oggi si stiano studiando gli scimpanzé, o meglio i loro giacigli, al fine di sviluppare il “letto perfetto” per gli esseri umani. E non è certo roba di poco conto.