Danilo Mainardi: guida alla lettura

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Danilo Mainardi (1933-2017)

E così, anche il grande professor Mainardi (Dànilo, con l’accento sulla a) ci ha lasciato. I più giovani lo conoscono per le sue frequenti ospitate presso Piero Angela, quelli un po’ più datati come me anche per le brevi “pillole” di comportamento animale che regalava in televisione in prima serata, subito prima del telegiornale, raccontando brevi e affascinanti storie condite con i suoi bei disegni creati sul momento.

I più appassionati però lo conoscono per la sua lunga e importante carriera scientifica che lo portò a studiare e definire, tra le varie cose, il comportamento animale nelle sue applicazioni pratiche e sociali, ossia come gli animali affrontano e risolvono i problemi, come sviluppano elementi culturali da tramandare alle nuove generazioni e in che modo l’intelligenza contribuisce a creare e rafforzare legami. Si può definire, senza paura d’errore, uno dei padri della moderna etologia italiana. È stato anche un professore universitario molto amato e apprezzato da studenti e colleghi, sia per la competenza sia per la profonda umanità. Inoltre la sua sensibilità per il mondo naturale lo ha spinto a schierarsi apertamente in dibattiti spinosi come la sperimentazione animale o l’utilizzo di animali per intrattenimento (nelle corride, ad esempio). Simpatizzava per il vegetarianismo, che apprezzava dal punto di vista filosofico ma che non poteva mettere del tutto in pratica a causa di una lieve anemia. La sua pacatezza e umanità erano apprezzate da tutti quelli che avevano avuto a che fare con lui.

Ma, al di là del profilo umano e della lunga e proficua carriera scientifica, chi voglia avvicinarsi per la prima volta all’opera di Mainardi deve scontrarsi con un problema non indifferente: il professore milanese, negli anni, ha pubblicato tantissime opere. Come orientarsi e scegliere quelle con cui cominciare?

Partiamo da una premessa importante: Mainardi è stato un grande comunicatore, ma non ha scritto soltanto saggi divulgativi. Alternati a tanti testi generalisti, il professor Mainardi ha infatti scritto testi molto più specialistici e dal taglio non adatto al grande pubblico. Ad esempio, nel 1992 è stato curatore di un bellissimo dizionario di etologia, un monumentale lavoro di circa 600 pagine, che riassume buona parte degli studi sul comportamento animale fino all’anno della sua pubblicazione. Si tratta, chiaramente, di un testo che mi sentirei di consigliare solo agli appassionati. Così come “La scelta sessuale“, Bollati Boringhieri 1978, che è un trattato di zoologia vero e proprio.

Passiamo allora ai titoli divulgativi veri e propri. Uno dei suoi primi lavori, nonché uno dei più pregevoli in assoluto, è “L’animale culturale“, pubblicato da Rizzoli nel 1974. Di questo agile libricino ho scritto una recensione nel 2004 (l’ho ripubblicata su questo blog a questo indirizzo), ed è sostanzialmente una serie di brevi e illuminanti esempi di come il termine “cultura” possa essere applicato in moltissimi casi anche agli animali non umani. Ai tempi, un’affermazione che per alcuni poteva risultare controversa.

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Già da questo lavoro si delinea il grande talento di Mainardi come divulgatore: stile semplice ma al tempo stesso accattivante, capitoli brevi e non caricati dettagli superflui ad appesantire il tutto e soprattutto tanti, tantissimi esempi pratici. Uno dei più grandi talenti del professore è stata la sua capacità innata di prendere con mano il lettore e trasportarlo con la fantasia nei luoghi più disparati: in un battito di ciglia, tra le pagine dei suoi libri, si passa dal Madagascar alle Galapagos, dal Giappone alla foresta del Congo, per poi ritornare nel giardino di casa a osservare gli insetti o in centro città a capire le logiche sociali dei piccioni.

In questo senso tre titoli si distinguono in positivo: “Lo zoo aperto” (Rizzoli, 1981), “Dalla parte degli animali” (Longanesi, 1990) e “L’etologia caso per caso” (Mondadori, 1988). Quest’ultimo, in particolare, è una guida splendidamente illustrata ad alcuni dei più bei casi di studio del comportamento animale realizzati negli anni. Dal celebre spinarello ai fringuelli vampiri, dalle vespe scavatrici per arrivare ai leggendari varani di Komodo.

Mainardi ha scritto anche alcuni pregevoli testi dedicati agli animali domestici: due validi esempi sono “Del cane, del gatto e di altri animali” (Mondadori, 1996) e “Il cane secondo me” (Cairo, 2010). Molti suoi libri sono inoltre dedicati al complesso rapporto tra l’uomo e il resto del mondo animale: tra questi segnalo “La strategia dell’aquila” (Mondadori, 2000), “Arbitri e galline” (Mondadori, 2003) e il recente “L’uomo e altri animali” (Cairo, 2015).

Infine, non dimentichiamo che il professore amante degli animali aveva una certa vena artistica che forse aveva origine nella sua storia familiare, essendo figlio del pittore e poeta futurista Enzo Mainardi, o forse a causa della sua vicenda personale: durante la Seconda guerra mondiale, la sua famiglia si era allontanata da Milano per trasferirsi per un breve periodo nella campagna di Soresina, dove il piccolo Danilo aveva trascorso il tempo osservando e disegnando gli animali. Questa propensione per il mondo dell’arte lo ha portato ad arricchire molti suoi lavori dei suoi simpatici disegni e a pubblicare un testo interamente dedicato alle sue rappresentazioni grafiche del mondo naturale: “Novanta animali disegnati da Danilo Mainardi” (Bollati Boringhieri, 1989). Mainardi inoltre aveva una gran passione per i romanzi gialli, filone narrativo in cui si è cimentato lui stesso, con “Un innocente vampiro” (Mondadori, 1993) e “Il corno del rinoceronte” (Mondadori, 1996). Si tratta di romanzi piuttosto ingenui dal punto di vista strettamente tecnico, ma sicuramente un piacevole e insolito modo di veder raccontata la natura, non più tramite le classiche descrizioni scientifiche tipiche di un saggio, ma inserita in una storia di fantasia.

Imitare, imparare, migliorare: il genio imprevisto di api e bombi

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Bombo (Bombus terrestris – Ivar Leidus/Wikimedia commons)

Karl von Frisch fu il primo a rendersene conto: gli insetti, in particolare le api, hanno un’intelligenza vivace, flessibile, adattabile. Questa capacità permette alle esploratrici di utilizzare un linguaggio astratto per comunicare alle loro compagne l’ubicazione del cibo che hanno appena individuato. Dando loro le indicazioni esatte su dove raccoglierlo, le compagne potranno dirigersi direttamente alla fonte di approvvigionamento, riducendo al minimo gli sforzi e gli sprechi di energia. Prima delle scoperte dell’etologo austriaco, pochissimi scienziati ritenevano gli insetti capaci di compiere ragionamenti complessi e distanti dal comportamento puramente istintivo. La danza delle api esploratrici, atta a comunicare l’ubicazione del cibo alle compagne nell’alveare, era però un’azione selezionata da milioni di anni di evoluzione. In definitiva, si trattava comunque di una dimostrazione di intelligenza strettamente legata alle necessità pratiche della colonia e, soprattutto, connessa con le loro attività abituali.

In questi giorni, invece, una ricerca pubblicata su Science ha dimostrato che i bombi (Bombus terrestris), parenti stretti delle api, sono in grado di fare ancora di più: possono apprendere comportamenti ben distanti dalla loro quotidianità. Nello specifico, agli imenotteri è stato insegnato a “fare gol”, ossia spingere dentro ad un buco una piccola pallina di legno per ottenere in cambio una ricompensa di acqua zuccherata. Già questo è un comportamento del tutto inedito tra gli insetti, ma la parte più sorprendente dell’esperimento riguarda proprio la loro fase di apprendimento. Gli autori dello studio, gli scienziati Olli Loukola e Clint Perry della Queen Mary University di Londra, hanno proceduto per fasi: prima hanno fatto scoprire agli insetti che al centro della piattaforma, ogni tanto, poteva apparire del nettare zuccherino; poi hanno fatto vedere che la sua comparsa era direttamente collegata alla caduta della pallina dentro al buco al centro del piano di studio; inizialmente, la pallina veniva spostata tramite un magnete posto sotto alla piattaforma o tramite un bombo di plastica che “insegnava” agli osservatori come ottenere la ricompensa; infine, dopo che alcuni insetti hanno imparato la procedura e hanno iniziato ad utilizzarla, altri bombi hanno osservato e appreso dai loro simili.

Anche il livello di apprendimento degli insetti ha rivelato quanto fossero importanti i metodi di insegnamento: quasi tutti i bombi (il 99%) sono riusciti a realizzare la procedura al primo tentativo dopo aver visto i loro simili effettuarla, circa tre quarti (78%) hanno imparato dopo aver visto in azione il magnete, mentre una percentuale molto più bassa (34 %) ci è riuscita dopo aver visto la pallina già nel buco. E non è tutto: i bombi hanno ottimizzato la procedura, prendendo l’abitudine di scegliere la pallina più vicina al foro per risparmiare fatica. E questo nonostante i ricercatori avessero obbligato alcuni bombi “istruttori” a scegliere la pallina più lontana, incollando le altre alla piattaforma. Gli allievi hanno comunque ottimizzato il lavoro, scegliendo la pallina più vicina al foro che, nel loro caso, non era incollata. Questo ha dimostrato che il problema era stato da loro elaborato e non si trattava di pedissequa imitazione. In un altro studio pubblicato recentemente, si erano viste delle api raccogliere del cibo legato ad un cordino tirandolo fino ad essere in grado di raccoglierlo, ma si trattava, tutto sommato, di un risultato meno sorprendente, dato che agli insetti venivano presentate condizioni che potevano in qualche modo essere incontrate in natura.

Il dover “fare gol” per ottenere una ricompensa, per contro, è qualcosa di assolutamente inedito nel mondo dei bombi e, più in generale, nella classe degli insetti (qui è possibile vedere il video dell’esperimento).

Gli scienziati sono tuttora in cerca delle spiegazioni per questo comportamento. La risposta più credibile è che i bombi, e più in generale questo tipo di insetti, abbia una capacità di elaborare le informazioni e di risolvere i problemi che potrebbe aiutarli in caso di ricerca del cibo e di risposte alle modifiche ambientali, ma quello che è certo è che si tratta di animali molto più intelligenti di quanto siamo abituati a pensare. Nel 2016 un altro studio, pubblicato da Andrew B. Barron e Colin Klein su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha scombussolato la nostra tradizionale visione degli insetti, ipotizzando che le api abbiano un certo grado di autoconsapevolezza. Anche se si tratta di pure ipotesi, si tratta comunque di una visione molto innovativa sulle capacità mentali degli insetti. Ora bisognerà riconsiderare gli studi in questo campo, per capire fino a che livello l’intelligenza degli animali a sei zampe si possa spingere. Difficile stabilirlo, finché non sarà ben chiaro che cosa intendiamo per “intelligenza”. Di certo, però, sarà ben difficile mantenere i nostri vecchi pregiudizi su questi animali e sulle loro capacità.

Negazionisti climatici: qualche suggerimento di lettura

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“Consensus on Consensus” by Cook et al. (2016) – Percentuale di consenso della comunità scientifica sul riscaldamento globale antropogenico

Visto che in questi ultimi tempi è tornato in auge il tema del riscaldamento globale, per vari motivi (politici e non solo), pochi giorni fa ho deciso di scrivere un articolo con una breve raccolta di dati sul tema in questione per far capire ai più scettici che no, non si tratta di una bufala o di un’esagerazione di qualche catastrofista. Poi, però, ho realizzato che si potevano già trovare eccellenti articoli sull’argomento, più esaustivi e completi di quanto avrei potuto scrivere io in poche righe. Così ho deciso di condividere con voi un po’ di segnalibri, di letture che mi sento di consigliarvi su questa tematica, per aiutarvi a dissipare qualunque eventuale dubbio vi fosse ancora rimasto. Si parla di cause ed effetti, di responsabilità umane e anche di negazionisti climatici. Buona lettura.

Paolo Mieli e il riscaldamento globale – Valigia Blu

What’s really warming the world? – Bloomberg

I negazionisti climatici hanno perso. Ma la guerra non è ancora vinta – La Stampa

Le bufale sul clima – CICAP

Scientific consensus: Earth’s climate is warming – Nasa

L’infortunio de “La Lettura” – Climalteranti.it

Le 5 caratteristiche del negazionismo climatico – Wired

Sette bufale sul riscaldamento globale – Focus

300 “scienziati” contro il riscaldamento globale – Focus

Gli scettici, la scienza e il riscaldamento globale – Queryonline

È certo, il clima è surriscaldato

 

 

Alla scoperta della vita

Le grandi rivoluzioni delle scienze naturali

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Il libro raccoglie alcune tra le più grandi scoperte delle scienze naturali degli ultimi secoli, narrate dal punto di vista dei grandi scienziati che le compirono: uno sguardo più umano sulla storia delle rivoluzioni scientifiche che ci hanno permesso di conoscere e amare la natura del pianeta Terra. Dai viaggi dei grandi avventurieri dell’Ottocento, come Alexander von Humboldt, fino alle scoperte paleontologiche di Mary Anning e alle “guerre dei dinosauri” tra scienziati a caccia del fossile più bello. Dall’incredibile rivoluzione dell’evoluzionismo fino agli studi sul comportamento animale, per arrivare alla scoperta del calamaro gigante, uno dei mille misteri che ancora si celano negli oceani. Partendo dalla storia dell’orchidea del Madagascar e della ricerca del suo unico impollinatore da parte di Wallace, Darwin e altri grandi scienziati, si può comprendere come si siano evolute le scienze naturali nei secoli. Come pure la scoperta delle alghe Prochlorococcinae, gli organismi fotosintetici più diffusi al mondo, viste per la prima volta soltanto nel 1986, sono la testimonianza di quanto affascinanti e in divenire siano questi campi di studio. La storia delle scienze naturali come un costante susseguirsi di scoperte e di nuove meraviglie vissute in prima persona dai loro grandi protagonisti.

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Un canto per le uova

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Diamante mandarino (Taeniopygia guttata) maschio (Peripitus/Wikimedia Commons)

Il diamante mandarino è un simpatico e variopinto passeriforme originario dell’Australia. Grazie alla sua resistenza e al suo temperamento tranquillo è allevato da secoli come animale domestico. Si tratta di un uccello monogamo, si riproduce facilmente ed ha un ciclo vitale piuttosto rapido. Queste caratteristiche ne facilitano l’allevamento in grandi numeri in un’unica voliera e lo rendono un animale perfettamente adatto per la ricerca scientifica (si parla, in questi casi, di organismo modello).

Ed è così che il nostro uccellino colorato è diventato il protagonista di uno studio, portato avanti da Mylene Mariette, una scienziata della Deakin University in Waurn Ponds, Australia, insieme con la collega Katherine Buchanan. Questa ricerca potrebbe fornirci nuovi elementi sulle cure parentali di questa specie, ma soprattutto sul farci capire come alcuni animali stiano rispondendo ai cambiamenti climatici, in particolare all’innalzamento delle temperature ambientali. I risultati sono stati pubblicati pochi mesi fa sulla rivista Science.

Le scienziate australiane hanno osservato e registrato la cova portata avanti da 61 differenti coppie di diamanti mandarini. Durante lo studio hanno registrato una serie di acuti vocalizzi rivolti alla progenie, apparentemente utilizzati per segnalare le alte temperature. Gli embrioni infatti, trovandosi a circa 37° C come effetto della cova, non sono in grado di percepire le variazioni di temperatura dell’ambiente esterno. Ma il fatto che i genitori emettessero questi suoni soltanto quando la temperatura ambientale superava i 26° C ha fatto dedurre alle scienziate che questo potrebbe essere un sistema per influenzare il futuro comportamento dei pulli.

Una volta emersi dall’uovo dopo la schiusa, nei piccoli è stato infatti osservato uno sviluppo ridotto quando questi erano stati esposti al canto dei genitori: richiedevano meno cibo e conseguentemente si accrescevano di meno. I canti, inoltre, comparivano soltanto nella fase finale del periodo di incubazione, forse perché prima gli embrioni non avevano ancora un udito sufficientemente funzionale.

L’interpretazione di questo comportamento potrebbe essere una risposta al cambiamento climatico: animali di dimensioni minori hanno più facilità a disperdere il calore in eccesso rispetto a quelli più corpulenti. Come afferma la regola di Bergmann, in una singola specie la massa corporea è direttamente proporzionale alla latitudine e inversamente proporzionale alla temperatura. Questo può portare un notevole vantaggio evolutivo per il raggiungimento della maturità sessuale e per la conseguente nascita di nuove generazioni.

Per verificare la correttezza di queste supposizioni, sono state così incubate artificialmente 166 uova alla temperatura standard che utilizzano gli animali in natura (37,7° C). Alla fine del periodo di cova, le uova sono state esposte sia alla registrazione del particolare vocalizzo delle alte temperature sia ai classici versi di riconoscimento dei genitori. I risultati hanno confermato quanto supposto dall’osservazione diretta del comportamento nei genitori: i piccoli che avevano ascoltato i richiami “del caldo” non solo cantavano di più, ma avevano già un peso inferiore rispetto ai pulli che non avevano ascoltato quei canti. Inoltre gli uccellini preparati al caldo sembravano propensi a scegliere luoghi di nidificazione più freschi.

La comunicazione tra genitori e uova non è una novità degli studi etologici sugli uccelli: alcuni anni fa si era osservato un comportamento simile nello scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens), un altro variopinto passeriforme australiano.

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Scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens) (Nevil Lazarus/Wikimedia Commons)

I genitori di questo splendido uccellino azzurro avevano infatti dimostrato di insegnare agli embrioni una sorta di “password” che li avrebbe aiutati, una volta nati, a chiedere il cibo in una maniera particolarmente efficace: quanto più fedele all’originale era il richiamo, tanto meglio sarebbero stati nutriti nel periodo di svezzamento.

Quindi, così come avviene nella specie umana, in cui i genitori parlano o cantano delle canzoncine ai bambini quando ancora sono nel pancione per farli abituare alle loro voci, così negli uccelli potrebbe esserci un comportamento analogo per favorire il corretto accrescimento dei nascituri. E gli sviluppi in questo campo di studi potrebbero portare nuovi interessanti elementi per capire in che modo gli animali stiano rispondendo al riscaldamento globale e a modifiche ambientali rapide e inaspettate.

Persone.

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Un paio di anni fa una storica sentenza in Argentina ha deciso che Sandra, una femmina di orangutan reclusa nello zoo di Buenos Aires, dovesse essere liberata in quanto “persona non umana”. Dopo un’intera esistenza condotta in cattività, alla scimmia di 29 anni sono stati garantiti i diritti propri di qualunque individuo libero. Sulla base di questo nuovo status giuridico, Sandra ha potuto essere liberata e condotta in un santuario in Brasile, dove trascorrere serenamente il resto della propria esistenza senza dover intrattenere il pubblico pagante da dietro le sbarre di una gabbia.

Nel 2016, una sentenza simile ha stabilito, appellandosi al principio giuridico del “habeas corpus”, che un gruppo di nove scimpanzé fossero liberati in quanto imprigionati senza giusta motivazione. Tra questi animali c’erano anche i celebri Hercules e Leo, detenuti per motivi di studio nel centro di ricerca New Iberia in Louisiana. Sorte simile per il loro conspecifico Tommy, recluso in un giardino zoologico a New York prima della sua misteriosa scomparsa, avvenuta pochi mesi fa.

Nel 2013 il Ministero dell’Ambiente e delle foreste indiano ha messo al bando la detenzione di cetacei per scopi di intrattenimento: mai più orche e delfini potranno essere utilizzati per esibizioni pubbliche a fini commerciali. Tale trattamento risulterebbe non compatibile con il loro status di esseri senzienti, dotati di sensibilità, coscienza di sé e intelligenza superiore. E, a quanto pare, l’India non è stata la prima nazione a prendere tale provvedimento in difesa dei mammiferi marini: a intraprendere tale strada, negli anni precedenti, ci sono stati Ungheria, Cile, Costa Rica.

Altre cause, promosse in giro per il mondo soprattutto da associazioni animaliste, hanno portato sul banco degli imputati zoo, delfinari, circhi e acquari accusandoli di trattamenti inumani, riduzione in schiavitù e reclusione illegittima di esseri viventi dotati di intelligenza e sensibilità. Ogni giorno, il discorso su cosa sia una “persona” dal punto di vista giuridico sembra portare alla conclusione che molti animali non umani debbano ambire a questo status e, con esso, ai sufficienti diritti in grado di garantire loro una dignità e un’esistenza soddisfacente.

La questione è intricata e di non semplice soluzione. Spesso i toni esasperati e militanti di alcune associazioni animaliste hanno tolto spessore e importanza a questa tematica, che è sicuramente importante affrontare nel modo giusto. Un caso come quello di Sandra non può e non deve passare inosservato: un orangutan è un essere vivente dotato di sensibilità e intelligenza indubbiamente paragonabile a quelle di un essere umano, e come tale non dovrebbe subire soprusi di alcun genere. Non dovrebbe essere imprigionato senza motivo o sfruttato per l’intrattenimento degli umani e, soprattutto, i suoi simili dovrebbero ricevere lo stesso riconoscimento. E qui la faccenda si complica: tutti gli orangutan sparsi negli zoo in giro per il mondo meriterebbero di essere liberati? E come dovremmo comportarci con le altre specie di primati? E di mammiferi? E di uccelli, pesci, molluschi e quant’altro?

Al momento attuale non abbiamo ben chiaro che cosa sia l’intelligenza e come si possa quantificare e, soprattutto, non abbiamo i metodi sufficienti per poterla valutare in specie differenti dalla nostra: ne parla bene Frans de Waal nel suo recente “Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?” in cui tra l’altro cita l’Umwelt, un principio ideato dal biologo tedesco Jakob von Uexküll, che si potrebbe tradurre come “mondo circostante”. Questo concetto è fondamentale: non siamo in grado neanche di immaginare come sia il mondo per uno scimpanzé o un gorilla, per un polpo o una salamandra. Hanno caratteristiche cerebrali proprie, diversi livelli di sensibilità e di percezione del mondo, altri scopi, altri comportamenti. Siamo sicuri di poter stabilire quale sia il loro livello di intelligenza? Io ne dubito fortemente. Ci sono animali con un cervello molto più sviluppato del nostro come gli elefanti, altri con vista, riflessi o altre capacità di gran lunga superiori a quelle umane (a tal proposito, qui trovate un’interessante carrellata di animali che surclassano l’uomo in varie specialità). Capire e identificare in che modo si possa garantire serenità e benessere a esseri viventi così diversi da noi è al momento praticamente impossibile.

Quindi sì, bisogna valutare le scelte ragionando anche in maniera orrendamente pratica: gli zoo, ad esempio, hanno una loro utilità (ne avevo già parlato qui); idem come sopra per i centri di ricerca, anche se qui gli antispecisti ribatteranno che si tratta di utilità solo per la specie umana, ma questo è un altro discorso, troppo ampio per essere affrontato in poche righe; inoltre animali che vivono in cattività non possono assolutamente essere liberati a cuor leggero se non hanno sviluppato le capacità per vivere in ambienti non artificiali. Quindi la questione è ben più complessa di quanto possa sembrare.

Quello che però è importante aver presente è che il termine “persona”, nel XXI secolo, non può e non deve essere assolutamente attribuito soltanto agli esseri umani. E creando un precedente come quello di Sandra, abbiamo – giustamente – ammesso che gli animali hanno personalità, intelligenza, coscienza di sé e sensibilità. Dovremo deciderci a trattarli di conseguenza.

Perché proprio il pangolino?

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Pangolino tricuspide (Valerius Tygart – Wikimedia Commons)

All’ordine dei mammiferi Folidoti appartengono esclusivamente le otto specie conosciute di pangolino. Per chi non li conoscesse, questi simpatici animaletti sono specializzati nella cattura di insetti e larve di vario genere, con una particolare predilezione per termiti e formiche. Le tante scaglie di cheratina, che in certi esemplari possono essere mille o anche di più, coprono la quasi totalità del corpo degli animali e donano loro un aspetto corazzato che li rende facilmente riconoscibili. A seconda della specie, i pangolini possono misurare da poche decine di centimetri fino ad arrivare al metro di lunghezza.

I pangolini, se escludiamo le loro piccole prede, sono animali sostanzialmente innocui. Sono per lo più notturni e per questo motivo quasi del tutto ciechi. Per difendersi da pericoli esterni non usano artigli o denti (che non hanno), ma si appallottolano un po’ come fanno i ricci, sfruttando così la loro protezione esterna. Grazie a un notevole esempio di convergenza evolutiva, dispongono di lunghi artigli per attaccare i termitai e una lunga lingua appiccicosa che serve a catturare gli insetti che li fa in questi aspetti assomigliare ai formichieri americani.

Le varie specie si possono trovare in buona parte del continente africano (dalle nazioni subsahariane fin giù al Sudafrica) e in Asia, in particolare in India, Cina e Indonesia. Sono inoltre difficilissimi da allevare: in cattività il loro tasso di mortalità è altissimo.

E fin qui, nulla di nuovo per chi è appassionato di natura e di animali esotici un po’ particolari. Il pangolino è sostanzialmente una creatura timida, insolita, bella. La novità del 2016 è che il pangolino è stato dichiarato ufficialmente “L’animale più trafficato al mondo“. La sua carne è ritenuta particolarmente prelibata e viene mangiata sia in Africa sia nel Sudest asiatico, le scaglie di cheratina vengono utilizzate per la creazione di gioielli e decorazioni di vario genere. Le scaglie sono inoltre sfruttate dalla famigerata medicina tradizionale cinese, che, quando si tratta di contribuire alla scomparsa di animali già in grave declino, non riesce proprio a mancare all’appello.

March of the Pangolins from WildAid on Vimeo.

Ma è soprattutto nel Sudest asiatico che il pangolino viene considerato una specie di status symbol. In Vietnam un chilogrammo di carne di pangolino può arrivare a costare 200 dollari sul mercato nero. Le quattro specie asiatiche sono quelle più a rischio di estinzione ma, data la grande richiesta, ora anche in Africa il bracconaggio sta crescendo in maniera esponenziale. E, conseguentemente, il traffico illecito che porta carne e scaglie di pangolino dal continente nero al Sudest asiatico è in costante aumento. Alcuni mesi fa sono state sequestrate 1,4 tonnellate di scaglie di pangolino, provenienti dalla Sierra Leone, nel porto vietnamita di Haiphong. Si è stimato che fossero state prelevate da circa diecimila animali. In un’altra occasione, ancora nel 2016, al porto di Hong Kong sono state sequestrate circa 4,4 tonnellate di scaglie: le casse riportavano l’indicazione “scaglie di plastica”. In un’altra occasione, sempre nel corso del 2016 e sempre a Hong Kong, le scaglie confiscate erano quasi 10 tonnellate ed erano dirette alle Filippine. Ad agosto, in un ristorante sull’isola di Giava, le autorità hanno confiscato 650 corpi di pangolino, conservati nel freezer di un ristorante.

Nonostante il lavoro incessante di tutela portato avanti sul territorio (decine di bracconieri vengono arrestati ogni anno, soprattutto in Africa), gli altissimi prezzi del mercato asiatico sembrano rendere il traffico illegale degli animali sempre più intenso e sempre più difficile da contrastare. Secondo la IUCN, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, oltre un milione di persone ha acquistato pangolini negli ultimi dieci anni. E non solo come cibo o come fonte di scaglie: si sta diffondendo sempre di più la moda di tenere i pangolini in casa come animali domestici, cosa che, come abbiamo visto, è del tutto incompatibile con la loro natura e che causa lA loro morte nella stragrande maggioranza dei casi.

E così nel settembre scorso, al meeting di Johannesburg, i rappresentanti del CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione) hanno votato all’unanimità un bando totale sul commercio internazionale dei pangolini. Gli animali sono stati inseriti nell’Appendice 1 della convenzione, che garantisce loro la massima protezione possibile. Le otto specie sono oggi tutte classificate tra “vulnerabile” e “a rischio di estinzione” nella Lista rossa dell’IUCN. Ulteriori informazioni sull’attuale status dei pangolini si possono trovare in un lungo articolo in italiano sul sito naturalistico Mongabay.

Personalmente mi ritengo piuttosto scettico su quanto questo tipo di tutela possa influire su un mercato nero immenso, che coinvolge decine di nazioni su due continenti (e non solo: pare che anche in Europa e in America si stia diffondendo un certo interesse per l’animaletto corazzato). Tra l’altro, il commercio di pangolini genera un giro di affari nell’ordine di decine di milioni di euro ogni anno (e forse anche di più): difficile contrastare un mercato di tale portata. Ciononostante, la dichiarazione del Cites ha dato una tenue speranza in più al nostro timido raccoglitore di termiti. Speriamo bene.

Nel frattempo, pur cercando di conservare una visione il più possibile ottimistica sul futuro del nostro pianeta, non posso esimermi dal ricordare che ogni anno decine, forse centinaia o migliaia di specie scompaiono dalla faccia della Terra. Ecco un breve riassunto di alcune specie a cui abbiamo definitivamente dato l’addio nel 2016. Sperando che l’anno a venire non sia ancora peggiore.

La città che non doveva esistere

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Un panorama della Valbisagno. Sulla destra lo stadio Luigi Ferraris.

Genova è la mia città. Non sono nato qui, ma vivendoci da quasi trentacinque anni credo sia lecito dichiararmi, a tutti gli effetti, un genovese. Vivo a Castelletto, un quartiere che, quando arrivano quelle drammatiche alluvioni che ormai ci colpiscono con frequenza, di solito non subisce danni gravi. Ma non di rado mi capita di passare da Marassi, uno dei quartieri più popolosi di Genova, oltre che il più colpito dalla furia delle acque durante questi eventi.

Via Fereggiano tramutata in un fiume in piena, con le macchine trascinate via dalla corrente, è un’immagine che non riusciremo più a rimuovere dalla nostra memoria. Ma anche i bambini travolti dalle acque mentre uscivano da scuola, le voragini sulla schiena dei negozi in via Tolemaide, quell’uomo investito dall’ondata di piena mentre usciva “a vedere il fiume” a Sant’Agata. Tante, troppe tragedie si sono accumulate tra i ricordi recenti della nostra bella città.

Ormai ci sono zone di Genova dove le persone anziane non si arrischiano ad uscire di casa all’arrivo di un temporale, ed è impossibile dar loro torto. Ogni giornata di pioggia troppo intensa ormai fa paura a tante persone che hanno già visto la loro casa o la loro attività danneggiata o distrutta dall’acqua assassina. Le cause le conosciamo già: troppo cemento, troppo poco spazio lasciato al verde, un Bisagno a cui è stato costantemente ristretto l’alveo. Ma anche la natura ci ha messo di suo, soprattutto in quei casi in cui è venuto giù l’equivalente di mesi di pioggia in poche ore. Anche Sestri Ponente e la Valpolcevera sono state vittime di alluvioni, ma la frequenza con cui questi eventi ha segnato la popolazione di Marassi è qualcosa di ineguagliato sul territorio genovese.

La caccia ai responsabili è iniziata da anni, le condanne a questa o quell’altra amministrazione si sono succedute senza sosta da parte di gente onesta che voleva giustizia, ma anche da parte di tanti forcaioli. I lavori volti a mitigare il rischio di future alluvioni sono iniziati tardi, tardissimo. E anche la creazione di quello scolmatore del Fereggiano che per alcuni rappresenta la salvezza, per altri poco più di un palliativo, è comunque arrivata in ritardo di anni.

Ma come siamo arrivati a una situazione del genere? Cos’è che ci ha spinto a seppellire di cemento l’alveo del fiume e quelle poche colline? E come mai nessuno ha previsto che potessero verificarsi i disastri di questi ultimi anni?

La copertura del Bisagno prima e il boom economico dopo, certo, ma non solo. Anche la forte immigrazione dal Sud negli anni ’50 e ’60. La comparsa di edifici ovunque, per ovviare all’esplosione demografica. E così, a seguire, la creazione del Biscione e la colonizzazione selvaggia della Valbisagno, con palazzi e palazzine di dubbio gusto appiccicati l’uno sulla schiena dell’altro. Quezzi che da ridente sobborgo quasi di campagna si tramuta in un assurdo dedalo di case e palazzi sempre più invivibile per i suoi abitanti, sempre più soffocato dal traffico compresso su un’unica direttrice che si dipana in mille viuzze, senza alcun accenno di pianificazione urbanistica. Si eliminano parchi e giardini praticamente da ovunque. Il Fereggiano, uno dei principali affluenti del Bisagno, viene ridotto a una specie di canalina di scolo, per di più ricoperta da erbacce e vegetazione. Ma il verde serve in mezzo alle case, non nel letto del fiume: se l’acqua si gonfia, il trasporto solido si unisce a rami e foglie trascinati dalla corrente, si accumula e fa da tappo nelle strettoie. In questo modo avviene un’esondazione ogni volta che piove troppo forte.

In mezzo alle case è l’esatto opposto: la pioggia che cade sul terreno viene assorbita e rallentata; se cade sull’asfalto o sul cemento schizza via, scappa e corre sempre più forte. E l’ondata di piena, quando arriva alla foce, diventa sempre più grande e pericolosa.

Mi ricordo bene di un concetto che avevo studiato all’università al corso di geologia ambientale, il tempo di corrivazione: questo è il lasso di tempo che una goccia di pioggia, caduta nel punto più lontano dal mare del bacino idrografico di un fiume, impiega per arrivare alla sua foce. Calcolavamo questo valore per capire in che modo il fondo su cui si muove l’acqua potesse influire sull’ondata di piena di un’alluvione. Era ben chiaro come il tempo di corrivazione fosse molto più breve per quei fiumi sulle cui sponde si era edificato senza criterio, come era stato fatto sul Bisagno dagli anni Trenta in poi. E spontaneo mi era sorto un dubbio: se invece la storia di Genova fosse stata diversa? Se a Marassi, Quezzi, San Fruttuoso e più su lungo tutta la Valbisagno si fosse costruito con buonsenso, mantenendo ampi spazi verdi, con sistemi di drenaggio efficienti e il giusto spazio lasciato al letto dei suoi corsi d’acqua?

Per togliermi il dubbio, ho chiesto chiarimenti al mio amico Pietro Balbi: un mio coetaneo geologo, consigliere dell’Ordine dei Geologi della Liguria, genovese e per giunta esperto in tematiche come il dissesto idrogeologico. Tra le altre cose, ha partecipato all’interessante progetto Dissesto Italia (www.dissestoitalia.it il sito ufficiale), nato da una collaborazione tra geologi, Legambiente e l’ANCE, l’Associazione Nazionale costruttori Edili. Gli ho chiesto come sarebbe potuta essere la vita della Genova che si affaccia sulle sponde di Levante se quella folle città del cemento non fosse mai esistita. Ecco cosa mi ha risposto:

In realtà non bisogna concentrarsi soltanto sulla Valbisagno: quando iniziarono a edificare intorno alle rive del fiume, tra fine Ottocento e inizio Novecento, la Foce era ancora libera e il fiume non era stato ancora coperto. Quindi le ondate di piena riuscivano ad arrivare in mare con più facilità, le esondazioni erano più difficili. Poi, con la copertura della foce del Bisagno degli anni ’30, tutto è peggiorato. Pensiamo ad esempio a Borgo Incrociati: è sopravvissuto per secoli senza finire mai sott’acqua. Poi, con la copertura del fiume, ogni esondazione ha colpito proprio a quell’altezza, subito dopo il ponte di Sant’Agata, dove il fiume va a immergersi sotto una copertura evidentemente sottodimensionata.

Se c’è un “tappo” formato dal trasporto solido e flottante, le conseguenze dell’alluvione sono ancora più drammatiche. Il trasporto solido, quell’”acqua nera” che vediamo quando ci sono le alluvioni, è uno dei principali fattori di innalzamento del volume dell’acqua e quindi causa di alluvionamenti, fattore troppo spesso sottovalutato anche nel recente passato da chi si è occupato di dimensionamento dei fenomeni alluvionali. Per prevenire queste ondate cariche di terra e detriti occorrerebbe un monitoraggio costante di tutti i versanti. E questo è un lavoro costoso e con pochi ritorni di immagine: nessun politico diventerà mai noto per aver “tagliato il nastro” di un’opera di semplice controllo.

Questo però non vuol dire che edificare per tutta la lunghezza della Valbisagno sia stata una grande idea. Alcune fonti storiche fanno intuire che ai tempi dei Romani una parte dei monti fosse coperta di boschi, tagliati poi nel Medioevo. E il taglio degli alberi, utilizzati per il fasciame delle navi e per le impalcature di sostegno, avrebbe causato un ulteriore indebolimento dei versanti. Senza il sostegno dato dalle radici, alla prima pioggia dai versanti sarebbero arrivate a valle grandi masse di detriti.

Ricordiamoci inoltre che la Valbisagno, come tutti i rilievi montuosi, tra l’altro piuttosto acclivi in questo caso, già naturalmente sarebbe soggetta a frane; i lavori portati avanti nell’ultimo secolo hanno però peggiorato non poco la situazione. L’interazione tra strutture, necessarie allo sviluppo di una città, e un territorio già fragile è delicata: è possibile costruire, ma è necessario farlo prestando la massima attenzione alle necessità e alle caratteristiche del territorio, senza forzare la mano laddove si andrebbe incontro a rischi inutili.

Lavori come la messa in sicurezza dell’alveo del Bisagno o lo scolmatore del Fereggiano possono risolvere, almeno in parte, gli effetti del problema, ma di sicuro non le cause. Per quelle dobbiamo risalire indietro alla storia di Genova nel Novecento e istituire un complesso e approfondito sistema di controllo, monitoraggio e risistemazione dei versanti di oggi.

Quindi, questo è. Una città, almeno in parte, costruita senza criterio, senza coscienza del rischio, sfruttando ogni centimetro disponibile per addossare case su case là dove non si poteva e non si doveva edificare. E ora non è possibile tornare indietro, e forse neanche i lavori di messa in sicurezza del torrente o lo scolmatore potranno salvarci da nuove tragedie. Col clima impazzito di questi anni, le piogge sempre più forti e imprevedibili, quei “temporali autorigeneranti”, che potrebbero sembrare un argomento affascinante per chi è appassionato di documentari scientifici ma che sono diventati un dramma per chiunque viva a ridosso del Bisagno, la minaccia è sempre in agguato. E ora viene da chiedersi se quella parte di città, la città del cemento e dell’asfalto, della fretta di costruire e della scomparsa del verde, avrebbe fatto meglio a non essere mai stata costruita. Ma la risposta la sappiamo già.

In arrivo la Notte Europea dei Ricercatori il 30 settembre

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Torna anche quest’anno, per la sua undicesima  edizione, la Notte Europea dei Ricercatori: un evento, organizzato da Frascati Scienza e finanziato dalla Commissione Europea, per celebrare la scienza e il lavoro dei ricercatori. L’evento si terrà il prossimo venerdì 30 settembre dalle ore 15 fino all’una di notte, e sarà ospitato in oltre venti città differenti: Ancona, Roma, Frascati, Firenze, Sesto Fiorentino, Milano, Trieste, Genova, Modena, Ferrara, Napoli, Caserta, Palermo, Bari, Cagliari, Monserrato, Catania, Lecce,  Parma, Pavia, Reggio Emilia, Sassari, Carbonia, Cassino, Gorga, Grottaferrata, Monte Porzio Catone, Colleferro, Rocca di Papa e Santa Maria di Galeria.

Il tema dell’edizione di quest’anno sarà Made in Science, un argomento di stretta attualità visto un sempre più ampio contributo di scienza e tecnologia al rilancio economico del paese. Un contatto diretto tra ricercatori e grande pubblico è quindi fondamentale per comunicare l’importanza del lavoro dello scienziato e per sensibilizzare chi è esterno a questo mondo su quanto sia fondamentale per il futuro del pianeta.

E così, tra laboratori, giochi, interventi pubblici, il pubblico dell’evento potrà toccare con mano, vedere, sperimentare e capire su cosa stanno lavorando gli scienziati del XXI secolo e perché il loro lavoro è così fondamentale per il nostro futuro. Tra i tanti eventi della serata, segnaliamo la conferenza “La dinamica interna del nostro pianeta: dagli eventi alle catastrofi naturali” all’Università degli Studi Roma Tre, ISPRA, INFN Sezione Roma Tre, la conferenza/spettacolo “Ma che scienza c’è al cinema?” alla Casa del Cinema di Roma, un collegamento in diretta con la Missione Rosetta alle Mura del Valadier in via del Castello a Frascati e il laboratorio “Crash! Non far crollare l’Ecosistema! Il gioco degli equilibri ambientali” nella medesima location, dalle 17:30 alle 19.

Ma gli eventi saranno tantissimi, anche perché distribuiti su più di venti città. Nondimeno, saranno adatti a ogni genere di pubblico, compresi i bambini. Saranno inoltre distribuiti lungo tutto l’arco temporale della giornata del 30, fino a tarda serata. Per conoscere a fondo il programma, che è davvero ricco, conviene visitare la pagina dedicata.

Mentre per ulteriori informazioni si può consultare la pagina ufficiale dell’evento, ospitata sul sito di Frascati Scienza, a questo indirizzo.

Notte Europea dei Ricercatori: in arrivo l’undicesima edizione

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Il 30 settembre 2016 ritorna, per la sua undicesima edizione, la Notte Europea dei Ricercatori, organizzata da Frascati Scienza e finanziato dalla Commissione Europea, per mettere ancora una volta in contatto il mondo della ricerca scientifica con il grande pubblico.

La parola chiave di quest’anno sarà “Made in Science”, ossia la visione della scienza come un qualcosa di legato alla nostra quotidianità, in grado di migliorare la nostra vita di tutti i giorni e un marchio di prestigio per il nostro paese. Insomma, un Made in Italy tutto all’insegna della ricerca scientifica.

Tra le novità dell’edizione 2016 ci sarà la partecipazione di un numero raddoppiato di Comuni: se nel 2014/15 la Notte aveva illuminato le piazze e le vie di 10 città italiane, quest’anno le protagoniste dell’evento saranno oltre 20: Bari, Cagliari, Carbonia, Cassino, Catania, Ferrara, Firenze, Frascati, Genova, Gorga, Grottaferrata, Lecce, Milano, Modena, Monte Porzio Catone, Napoli, Palermo, Parma, Pavia, Reggio Emilia, Roma, Sassari, Trieste saranno ravvivate da eventi, conferenze, spettacoli e animazioni scientifiche di ogni genere. Inoltre, grazie alla collaborazione di molte scuole della Capitale e al progetto Alternanza Scuola/Lavoro della Regione Lazio, permetterà agli studenti dai 16 ai 18 anni di partecipare attivamente alla creazione degli eventi, per conoscere da subito le realtà legate al mondo della ricerca e della comunicazione scientifica.

Grazie al concorso “Made in Ideas”, il logo della Notte Europea dei Ricercatori è stato realizzato dal vincitore del contest che, oltre al premio in denaro, avrà anche la soddisfazione di vedere la propria creazione utilizzata come simbolo dell’evento per i prossimi due anni.

Gli enti partecipanti al progetto, come sempre, sono numerosi: la Notte Europea dei Ricercatori è un progetto promosso dalla Commissione Europea, coordinato da Frascati Scienza e realizzato in collaborazione con la Regione Lazio, il Comune di Frascati, ASI, CNR, ENEA, ESA-ESRIN, INAF, INFN, INGV, ISS, CINECA, GARR, ISPRA, CREA, Sardegna Ricerche, con Sapienza Università di Roma, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e Università degli Studi Roma Tre, Università LUMSA di Roma e Palermo, Università di Cagliari, Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale, Università di Parma, Università Politecnica delle Marche, Università di Sassari, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

L’evento vedrà inoltre la partecipazione di G.Eco, Associazione Tuscolana di Astronomia (ATA), Accatagliato, Associazione Arte e Scienza, Gruppo Astrofili Monti Lepini (Osservatorio di Gorga), Associazione Culturale Chi Sarà di Scena, RES Castelli Romani, Associazione Eta Carinae, Associazione Tuscolana Amici di Frascati, Astronomitaly – La Rete del Turismo Astronomico, Explora il Museo dei Bambini di Roma, L.U.D.I.S, Museo Tuscolano delle Scuderie Aldobrandini, Native, Sotacarbo, STS Multiservizi, Science4Biz, Dinosauri in Carne e Ossa.

Per consultare il programma aggiornato: www.frascatiscienza.it

Pagina dedicata all’edizione 2016: link