Lasciate stare i credenti

SONY DSC

Frans de Waal

(Precisazione forse superflua, ma che nel dubbio è meglio fare: chi scrive è un agnostico con una forte propensione all’ateismo, ma questa posizione, ai fini di quanto contenuto nel post che segue, è del tutto irrilevante)

Ne ha parlato diffusamente Frans de Waal in un suo intervento su Salon.com (che poi in realtà intervento non era, si trattava di un breve estratto del suo libro Il bonobo e l’ateo), in cui, molto semplicemente, si era chiesto se alcune nuove forme di ateismo militante rischiassero di diventare religione a sé stante. Insomma, combattere i dogmatismi con un atteggiamento a sua volta dogmatico.

Ovviamente la polemica, tra commenti e risposte via blog, articoli e social network, non si è fatta attendere, soprattutto da parte di chi pensa che si debba abbracciare un atteggiamento bellicoso nei confronti della religione, forse in risposta a una presunta ostilità delle istituzioni ecclesiastiche nei confronti della comunità scientifica. Della gran parte delle risposte alla questione, tra l’altro, ben poche erano strettamente attinenti ai contenuti del pezzo, forse a testimoniare il fatto che molte persone si rapportano al dibattito scienza-religione con un atteggiamento decisamente aggressivo. Alla fine, per chiarire la situazione, de Waal ha dovuto fare un altro intervento in cui ha spiegato che in realtà il suo libro parla solo in minima parte di queste tematiche, mentre si dedica molto di più a domandarsi se la religiosità, e in termini anche più ampi la moralità, possa avere radici evoluzionistiche. Questo perché atteggiamenti di empatia, di solidarietà e di compassione si possono incontrare in molti animali, come le scimmie superiori o gli elefanti. Insomma, di “guerre di religione” tra atei e credenti non ne vuole sentir parlare.

E come dargli torto? Sebbene – parere personale – il libro in sé mi sia sembrato piuttosto noiosetto e anche ridondante in alcune parti (forse per troppe derive filosofiche), il succo della questione è ineccepibile: gli scienziati devono fare gli scienziati, occuparsi dei fatti, non perdersi in inutili zuffe con i credenti, soprattutto con quelli che ritengono che il loro lavoro sia una minaccia (ad esempio i Creazionisti). E questo non perché si debba essere convinti per forza che scienza e religione possano coesistere (anzi), ma per il semplice fatto che se si vogliono intavolare discussioni scientifiche i propri interlocutori devono ragionare in maniera ugualmente scientifica: per sostenere le proprie tesi devono utilizzare prove replicabili, verifiche a doppio e triplo cieco, metodo galileiano, revisione paritaria, quelle robe lì che tanti non conoscono o non capiscono quando provano a parlare di Scienza. Quindi, visto che, spesso e volentieri, si ragiona su due piani diversi, a cosa servono queste polemiche?

Ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole, in fondo. Qualche tempo fa la pagina facebook di Le Scienze ha rispolverato un vecchio e lunghissimo articolo che attaccava (a ragionissima, per carità) le convinzioni dei Creazionisti. In breve si è scatenato il pandemonio, con migliaia di commenti (alcuni particolarmente inviperiti) di chi vedeva questo come un attacco non all’antiscientificità di alcune posizioni, ma alla religione presa nel suo insieme. Testimonianza chiarissima di un nervo scoperto sull’argomento, perlomeno in una buona fetta di pubblico. E la cosa divertente, in questo caso, era che l’articolo in sé non era antireligioso, ma spiegava i fatti che ci sono alla base dell’evoluzionismo: erano semplici repliche a chi contesta i dati a sostegno della visione di Darwin.

Non mi sembra che ci sia bisogno di raccontare tutte le continue, pedanti, stucchevoli, superflue uscite di Richard Dawkins in attacco ai credenti: ormai
da un paio di decenni la sua attività (peraltro brillantissima) di biologo è passata in secondo piano rispetto al suo lavoro a supporto di questo Nuovo Ateismo, militante e gratuitamente attaccabrighe. Una sorta di scuola di pensiero che, invece di attaccare le pseudoscienze o le posizioni antiscientifiche in generale, punta il dito verso l’intero mondo della religione e dei credenti, nella speranza di, boh? Illuminarli su cose che non conoscono? Far loro abbandonare le loro convinzioni? Offenderli e basta?

(avete presente quei settantenni che cercano di fare i giovani a tutti i costi e finiscono col dire, fare e, in certi casi, indossare cose ridicole? Ecco.)

Di livello ancora più basso le uscite di Piergiorgio Odifreddi, il matematico cuneese che, senza neanche avere lo spessore scientifico e la carriera di Dawkins alle spalle, sembra aver preso di punta chiunque difenda anche solo in parte l’operato della Chiesa Cattolica, o delle religioni in generale. Il che è un problema mica da poco, visto che spesso tratta argomenti importantissimi come la laicità dello Stato o determinati temi di bioetica (che andrebbero difesi a spada tratta da tutti, mica solo dagli atei) per attaccare in blocco tutti i credenti, persino quelli che la pensano come lui. E in questa sua personalissima crociata contro qualche miliardo di persone, il nostro eroe non lesina toni frequentemente arroganti (e talvolta persino offensivi) verso i suoi oppositori. Trattandosi di una persona affetta da “Sindrome di Fonzie“, ovvero l’incapacità di ammettere di avere torto anche solo parzialmente (e in questo è in effetti molto simile a Dawkins), spesso finisce col produrre uscite di una crudezza e insensibilità tali che riesce a infastidire persino gli atei più convinti. Ad esempio, facendo elucubrazioni pseudofilosofiche sulla morte di una persona. Forse in certi casi non è neppure il buonsenso a rendersi necessario, ma proprio il buon gusto.

PIERGIORGIO ODIFREDDI MATEMATICO UNIVERSITA' DI TORINO CORNELL UNIVERSITY

dicevamo…

Beh, il punto è che si sta rischiando di utilizzare singoli elementi di discussione (talvolta importantissimi) per attaccare miliardi di persone solo per la loro religiosità. Un conto è prendersela con chi è convinto che l’evoluzione non esista, decisamente un altro offendere chi crede semplicemente “perché crede”. Esattamente che senso ha un atteggiamento del genere? Gli scienziati non dovrebbero solamente fornire dati certi e verificati con cui poi l’uomo comune potrà farsi la propria idea sul mondo? È necessario che gli insegnino anche come devono vederlo?
E questo è solo uno degli aspetti della questione. Un altro può essere, molto semplicemente, l’impossibilità di instaurare una discussione insultando i propri interlocutori: le persone si rispettano, casomai sono le idee che vanno attaccate. È una semplicissima regola della retorica, vecchia di migliaia di anni e che sarebbe il caso di ricordarsi sempre. E inoltre è controproducente: cosa si spera di ottenere? Le discussioni non si “vincono”, soprattutto su tematiche del genere. O, come avevo scritto sempre su questo blog, si è in malafede e si cerca solo la zuffa per ottenere notorietà spicciola, oppure si combatte una battaglia contro i mulini a vento. Se volete convincere il vostro pescivendolo a diventare un macellaio questo vi risponderà molto, ma molto male: è una questione  di invasione di spazi personali. Se invece fate un tranquillo, lento e pacifico lavoro di informazione sui vantaggi per cui vendere carne è più bello, proficuo e gratificante di vendere pesci, forse (ed è un forse bello grande), dopo anni e anni il vostro amico cambierà finalmente settore merceologico. Ma ne vale davvero la pena?

Annunci

The Lazarus syndrome, ovvero il ritorno dei mai-estinti

Una brulla, arida e frastagliata colonna di roccia alta oltre cinquecento metri si erge, imponente e solitaria, dalle acque del Pacifico, a circa seicento chilometri a est delle coste australiane. Questo isolato sperone di roccia prende il nome di Ball’s pyramid, la piramide di Ball. Si trova all’incirca a metà strada tra Australia e Nuova Zelanda, nel Mar di Tasman e, grazie ai suoi 562 metri di quota raggiunti dalla sua vetta, detiene il primato di faraglione più alto del mondo.

Ma non è per questo insolito record che Ball’s pyramid è conosciuta in tutto il mondo. Qui, nel febbraio 2001, i due scienziati australiani David Priddel e Nicholas Carlile, insieme ad altri due compagni di viaggio, si avventurarono sulle sue ripidissime pareti nella speranza di rinvenire un piccolo tesoro ritenuto ormai perduto da decenni.

L’obiettivo della ricerca non era ritrovare una gemma preziosa, bensì un organismo vivente: la cosiddetta “aragosta di terra”, in realtà un insetto dell’ordine dei Fasmidi, l’insetto stecco dell’isola di Lord Howe (Dryococelus australis), animale dalle dimensioni sorprendenti (fino a 25 grammi di peso e 15 centimetri di lunghezza), ritenuto estinto dal 1920. La sua scomparsa era stata causata dall’arrivo dei ratti neri sull’isola, che non avevano avuto difficoltà a predare l’insetto, lento e non abituato a questo tipo di predatori. L’arrivo dei roditori era indirettamente legato all’uomo: infestavano la nave da rifornimenti Makambo, e invasero rapidamente l’isola in seguito al suo arenaggio.

Questo insetto in effetti era una specie esclusiva dell’isola da cui prende il nome, un affascinante polo di straordinaria biodiversità, distante pochi chilometri dal desolato faraglione di Ball’s pyramid, dove, oltre all’insetto gigante, si possono tuttora incontrare molti altri endemismi, tra cui circa metà delle specie di piante presenti e un uccello incapace di volare (caratteristica tipica di molte specie insulari), il rallo di Lord Howe (Gallirallus sylvestris).

I due scienziati australiani si avventurarono sulle ripide pareti del faraglione, spinti dalla speranza di ritrovare ancora qualche esemplare vivente. Nel 1964 alcuni scalatori avevano trovato su Ball’s pyramid il resto di un esemplare ormai essiccato da tempo e cinque anni dopo ne erano stati rinvenuti altri due. Questi ritrovamenti casuali davano ancora una flebile speranza a Priddel e Carlile, sebbene fosse estremamente improbabile ipotizzare la presenza di un insetto vegetariano, tipico abitante del sottobosco, in un ambiente così arido e inospitale.

L’ascesa fu improduttiva, se non per il rinvenimento di un piccolo crepaccio nella roccia, a circa 70 metri di quota, popolato da una fitta vegetazione dove era presente un unico arbusto di Melaleuca, habitat ideale dell’animale; al ritorno al campo base un’intuizione di David Priddel fu però fondamentale: l’insetto stecco era un animale notturno, bisognava pertanto ritornare in quella piccola oasi nel pieno della notte. Così venne fatto, e il sorprendente rinvenimento di circa trenta esemplari, questa volta vivi, tutti assiepati sotto quell’unico arbusto, tramutò la spedizione in un autentico successo. In breve, grazie al grande clamore suscitato dalla scoperta, venne dato il via a un programma di conservazione e recupero della specie, definita “l’insetto più raro del mondo” dai media, che è tuttora in atto. Dopo anni di tentativi, a partire da pochissimi esemplari prelevati con la massima cura dal faraglione, gli insetti stecco giganti si sono ora riprodotti con successo in cattività sia in Australia (a Melbourne e Sydney), sia nello zoo di San Antonio in Texas, ed è ora in corso un programma di reintroduzione nella loro isola originaria in un ambiente controllato, insieme all’avanzamento di un programma di eradicazione del ratto nero.

Le sorprendenti vicissitudini del fasmide ci offrono lo spunto per scoprire quei rari casi in cui, secondo la cosiddetta Lazarus syndrome, alcune specie ritenute ormai estinte vengano riscoperte in natura. I casi sono pochi ma possono aiutarci a tenere accesa la fiammella della speranza, sia per quelle specie di cui ormai si è persa traccia, sia per quelle ancora esistenti, ma a un passo dall’estinzione.

Un altro esempio recente è dato dal “ferreret” o rospo delle Baleari (Alytes muletensis), descritto e identificato sulla base di resti fossili nel 1977, e ritenuto estinto fino a due anni dopo, quando alcuni animali vivi vennero riscoperti in aree particolarmente impervie di Maiorca, isola di cui è endemico. Anche in questo caso, un programma di recupero in cattività e reintroduzione sull’isola ha condotto al recupero della specie, ora considerata come “vulnerabile” dalla Lista Rossa IUCN, elenco che raccoglie le informazioni sullo stato di conservazione di animali e vegetali di tutto il mondo.

Da non dimenticare il petrello di Madera (o petrello di Zino, Pterodroma madeira), ritenuto uno degli uccelli più rari d’Europa, endemico dell’isola portoghese di Madera e riscoperto nel 1969 dopo che per quasi trent’anni se ne erano perse quasi totalmente le tracce e che ora è rigidamente protetto e costantemente monitorato, e la wollemia (Wollemia nobilis), una conifera della famiglia Araucariacee, di cui si conoscevano solamente esemplari fossili e che fu riscoperta nel 1994 in un remoto canyon del Wollemi National Park, nel Nuovo Galles del Sud in Australia, dal guardaparco David Noble, da cui prese il nome. Prima di allora, le uniche tracce conosciute di questa pianta erano resti fossili risalenti a circa novanta milioni di anni fa. Un sorprendente programma di commercializzazione e distribuzione dei semi, con lo scopo di finanziare autonomamente il recupero della specie in natura, ha condotto al salvataggio di una pianta che era sull’orlo dell’estinzione con soltanto un centinaio di esemplari, e che rappresentava, e rappresenta tuttora, un incredibile esempio di fossile vivente, ossia di specie rimasta immutata (o quasi) per milioni di anni.

Ma il caso più conosciuto di specie ritornata dal mondo dei “non-estinti” è, senz’ombra di dubbio, il celacanto, ultimo rappresentante della più antica linea evolutiva di pesci conosciuta, risalente addirittura al Devoniano, circa 390 milioni di anni fa.

L’animale venne scoperto nel 1938 dalla curatrice del museo di East London in Sudafrica Marjorie Courtenay-Latimer, in mezzo al raccolto di alcuni pescatori locali. Non ritenendola ascrivibile a nessuna specie conosciuta, mostrò l’esemplare ormai imbalsamato al professor James Leonard Brierley Smith, che lo identificò come il celacanto, una specie conosciuta soltanto in forma fossile, ritenuta estinta dal Cretaceo. Dalla sua scopritrice e dal luogo del ritrovamento (la foce del fiume Chalumna, nell’Oceano Indiano) prese il nome scientifico, essendo chiamato Latimeria chalumnae. Oggi nella sala centrale del Museo di Storia Naturale di Londra fanno bella mostra di sé due esemplari di celacanto, uno fossile e vecchio di milioni di anni, l’altro pescato nel 1960.

In realtà sarebbe più corretto parlare di “celacanti” al plurale, dato che in tempi recenti (1999) è stata identificata una seconda specie, chiamata Latimeria menadoensis, il celacanto indonesiano, distinta dalla prima specie, il celacanto delle Comore.

Nonostante i severi regolamenti di conservazione e l’incredibile notorietà portata dalla sua riscoperta, il celacanto, essendo spesso vittima di battute di pesca che hanno come obiettivo ben altre specie, è tuttora in grave rischio: Latimeria chalumnae è gravemente minacciato, mentre Latimeria menadoensis è ritenuto vulnerabile dall’IUCN. Il motivo è presto detto: l’impoverimento dei mari e il conseguente spingersi delle reti dei pescatori verso acque sempre più profonde, mai raggiunte in passato, colpisce in pieno l’habitat del celacanto, pesce che vive abitualmente oltre i cento metri di profondità.

Una testimonianza viva e profonda di come sia possibile modificare la natura fino a colpire gravemente anche specie note al grande pubblico e fortemente tutelate, ma anche di come sia sempre necessario tenere duro fino all’ultimo: per recuperare una specie dal baratro dell’estinzione bastano a volte pochissimi esemplari, persino, in certi rari casi, quando è stato persino superato il confine della stimata MVP (Popolazione Minima Vitale), sotto la quale, teoricamente, nessuna specie può sopravvivere. Un promemoria da tenere sempre a mente, per ricordarci che gli sforzi per conservare le specie che popolano il nostro pianeta non sono mai inutili.

Le sfortunate vicende di Gideon Mantell, “papà” dei dinosauri

ATTENZIONE: questo post riprende parte del quarto capitolo del mio nuovo libro “Alla scoperta della vita – le grandi rivoluzioni delle scienze naturali”. Per ulteriori informazioni, clicca qui.

image

Chi più chi meno, tutti gli appassionati di paleontologia conoscono a menadito la storia geologica delle più grandi (in tutti i sensi) mascotte della loro disciplina, i dinosauri: dalle specie più celebri agli stili di vita, dai ritrovamenti più belli alle teorie sulla loro estinzione. Quello che invece in pochi hanno avuto modo di approfondire è la loro storia su scala umana, ovvero tutte quelle vicissitudini che condussero alcuni scienziati e collezionisti, nei primi decenni del XIX secolo, a identificare per primi questi organismi tra i giacimenti fossili, con tutte le implicazioni connesse. Gli eventi legati a questo periodo della storia della paleontologia sono fondamentali per il successivo sviluppo delle scienze della vita, perché hanno scosso alle fondamenta il pensiero e le convinzioni di gran parte dei naturalisti e geologi dell’epoca.

image

Gideon Algernon Mantell (1790-1852)

Lo sfortunato protagonista di questi eventi fu Gideon Algernon Mantell che, nonostante il suo ruolo fondamentale nell’identificazione di questo nuovo gruppo tassonomico, a causa del suo “dilettantismo” e soprattutto della sua ingenuità fu vittima di soprusi e per lungo tempo non ricevette il giusto credito da parte della comunità scientifica. Ma andiamo per ordine. Mantell nacque a Lewes, Sussex, nel 1790, figlio di un calzolaio discendente da una nobile famiglia inglese decaduta. Sin da giovane ebbe una grande passione per la geologia e lo studio dei fossili, in particolare trilobiti, che cercava regolarmente tra le cave e le formazioni geologiche dell’Inghilterra meridionale. dopo la morte del padre, avvenuta nel 1807, grazie a una piccola somma messa da parte poté dedicarsi agli studi in medicina a Londra, per poi dedicarsi ad una brillante carriera di medico di campagna nella sua natia Lewes. Sebbene le sue competenze mediche fossero vaste, la sua specialità era l’ostetricia: in un periodo storico in cui, mediamente, morivano 14 donne ogni 1000 parti, Mantell perse soltanto due pazienti nel corso di tutta la sua carriera, in cui aiutò oltre 2400 madri a partorire. Grazie ai guadagni provenienti dalla sua professione, riuscì ad acquistare una villa in cui realizzò un piccolo museo dedicato alla sua collezione di fossili, che continuava ad accrescersi. Il poco tempo lasciato libero dal suo lavoro, principalmente le ore notturne, veniva dedicato agli studi di geologia e paleontologia. Grazie all’influenza di James Parkinson (scopritore dell’omonimo morbo), Mantell mise in dubbio le stime sull’età della terra, al tempo ritenuta di poche migliaia di anni. Inoltre, nei primi decenni dell’Ottocento, tutti i fossili provenienti da giacimenti del Cretaceo inglese erano marini: l’unico rettile fossile di grandi dimensioni conosciuto al tempo era l’ittiosauro, scoperto nel 1811 a Lyme Regis in Dorset dalla collezionista Mary Anning. Mantell prese accordi con la cava di Whiteman’s Green, vicino a Cuckfield nel West Sussex, risalente al Cretaceo Inferiore, per farsi inviare tutti i fossili scoperti accidentalmente negli scavi. E tra questi vi era l’indubbia presenza di ambienti terrestri e d’acqua dolce, che ribattezzò gli strati della Foresta di Tilgate.

image

I denti di iguanodonte scoperti da Mantell

Iniziò a collezionare ossa di grandi animali. Tra queste vi fu il suo più grande contributo alla storia della paleontologia: un dente di grandi dimensioni appartenuto a un gigantesco rettile erbivoro, qualcosa di assolutamente sconosciuto all’epoca. Mantell nel 1822 pubblicò il suo primo libro,The Fossils of South Downs or Illustrations of the Geology of Sussex, dedicato a queste scoperte, che ottenne un discreto successo (quattro copie vennero anche ordinate dal Re Giorgio IV). Il trattato, così come tutte le sue prime opere, venne realizzato in un’edizione particolarmente lussuosa e costosa (l’equivalente di 1000 dollari attuali a volume). Mantell intuì che se voleva aumentare sensibilmente le vendite doveva puntare a un pubblico un po’ meno d’élite. Più avanti nella sua carriera realizzò così libri dal costo ben più limitato. In ogni caso, incoraggiato dal successo iniziale della sua opera e dall’aiuto del suo amico geologo Charles Lyell, Mantell fece esaminare il dente fossile dal grande anatomista francese Georges Cuvier, la massima autorità a quell’epoca nel campo, che però lo attribuì erroneamente a un rinoceronte.

image

Georges Cuvier (1769-1832)

A tarpare le ali dell’entusiasmo del medico-paleontologo fu poi la Geological Society di Londra, i cui membri non furono convinti della sua interpretazione del reperto. Forse anche la formazione scientifica da autodidatta di Mantell, che quindi godeva di scarso prestigio negli ambienti accademici, fu la causa di questo disinteresse. Nonostante la fatica, le grandi spese sostenute e le delusioni subite, la forza delle sue convinzioni superò le avversità: Mantell ripropose un paio di anni dopo, nel 1824, nuovi reperti provenienti dallo stesso strato roccioso a Cuvier, che a questo punto ammise di buon grado il proprio errore, confermando che si trattava indubitabilmente di parti di un rettile. Nello stesso anno, Mantell si prese la rivincita anche sulla Geological Society, presentando la lettera in cui il luminare francese ammetteva pubblicamente il suo sbaglio.

image

Una ricostruzione dello scheletro dell’iguanodonte realizzata da Mantell

Mantell diede al rettile il nome di Iguanodonte (“dente d’iguana”), e, non appena ebbe sufficienti evidenze fossili, ipotizzò una sua struttura del corpo che oggi sappiamo essere corretta, con gli arti anteriori molto più corti dei posteriori. Nello stesso anno il teologo e paleontologo William Buckland identificò e descrisse scientificamente il Megalosauro, a cui fu lo stesso Mantell a dare il nome scientifico, dedicato al suo scopritore, nel 1827: Megalosaurus bucklandii.

image

Ricostruzione ottocentesca di Megalosaurus

Con il riconoscimento delle sue scoperte, arrivò anche un discreto successo: Notice on the Iguanodon, a Newly Discovered Fossil Reptile, from the Sandstone of Tilgate Forest, in Sussex, pubblicato nel 1825, fu letto pubblicamente in una riunione della Royal Society, di cui Mantell fu eletto Fellow. Nel 1833 Mantell decise di trasferirsi da Lewes a Brighton per trovarsi “nel cuore dell’azione”. Mai scelta fu più sbagliata. Il lavoro di medico gli aveva assicurato una vita più che dignitosa, che gli consentiva anche di pagare gli operai che di volta in volta gli procuravano i fossili. Con il trasferimento, Mantell avrebbe dovuto procurarsi nuovi clienti, ma, nella sua prima conferenza pubblica, commise due gravi errori: prima assicurò i medici locali che non sarebbe stato un loro concorrente, poi affermò, di fronte a potenziali nuovi pazienti, che le sue ricerche non lo avrebbero distolto dal suo lavoro di dottore. In breve le sue finanze andarono in grave crisi e, per pagare i propri debiti, la sua villa venne trasformata in un museo pubblico, con biglietto di ingresso di uno scellino, cifra altissima per l’epoca. Anche la situazione familiare precipitò: prima Mantell fu lasciato dalla moglie Mary Ann nel 1839, stesso anno in cui il figlio Walter emigrò in Nuova Zelanda, dalla quale in seguito gli avrebbe inviato fossili di grande valore. L’anno dopo morì la figlia Hannah. A tutto questo si sommarono gravi problemi di salute. Nel 1841 infatti Mantell cadde dalla propria carrozza, rimanendo intrappolato nelle redini e venendo trascinato al suolo. Come risultato, ebbe una grave lesione alla spina dorsale, che gli causò dolori costanti per il resto della sua vita. Ciononostante, Mantell proseguì nei suoi studi con la caparbietà che aveva contraddistinto tutta la sua carriera.

image

Richard Owen (1804-1892)

È fondamentale a questo punto introdurre un’altra figura cruciale nella paleontologia inglese di quegli anni: Richard Owen. Egocentrico e ambizioso, Owen era un brillante paleontologo (è lui l’ideatore del termine “dinosauro”), ma era anche visto come un personaggio odioso e ampiamente controverso, ad esempio per la violenza con cui si oppose alle teorie di Darwin. Owen tenne sempre un atteggiamento ostile nei confronti di Mantell, opponendosi a gran parte delle sue teorie e cercando di sminuire le sue scoperte. Non perdeva mai occasione di sottolineare la scarsa formazione scientifica, da autodidatta, del medico di campagna. Owen aveva gioco facile in tal senso: a differenza del suo rivale, era benestante e aveva una brillante carriera accademica in corso, grazie anche al matrimonio con la figlia di un suo professore. Oltre ad aver litigato pubblicamente con Mantell sui dinosauri ma anche su molti altri fossili, attribuì a se stesso e a Cuvier la scoperta dell’iguanodonte, cercò di impedire alla Royal Society di conferirgli la Royal Medal e di pubblicare molte sue ricerche, in modo tale da attribuirsene il merito. Nel 1851 arrivò al punto di visionare di nascosto i disegni di un nuovo dinosauro che Mantell avrebbe dovuto presentare alla Geological Society e, sfruttando un rinvio della conferenza, pubblicò la scoperta, attribuendosene il merito, su un’altra rivista. Alla fine, Owen venne allontanato dalla Royal Society con l’accusa di plagio, ma ormai il danno era fatto. Per Mantell la morte arrivò nel 1852, in seguito a un sovradosaggio di oppiacei, che prendeva regolarmente per lenire i dolori alla schiena. Ma l’accanimento di Owen non si placò neppure in seguito alla scomparsa del suo rivale: la grande collezione di oltre 20000 fossili, costata decenni di sacrifici, venne acquistata dallo stesso Owen, che la smembrò tra donazioni e scambi con altri musei. Acquistò anche la spina deformata di Mantell, in modo che venisse esposta al Royal College of Surgeons. Fu addirittura accusato di essere l’autore di un necrologio in cui Mantell veniva descritto come uno scienziato mediocre che nella vita non aveva conseguito nessun successo significativo. Per fortuna, nonostante la malvagità e l’accanimento del suo rivale, la memoria di Gideon Mantell è rimasta intatta, così come l’eredità lasciata dal suo monumentale lavoro di ricerca. All’epoca della sua morte era accreditato della scoperta di quattro degli allora cinque generi conosciuti di Dinosauri, e, oltre all’iguanodonte, identificò per primo anche il brachiosauro, insieme a innumerevoli altre specie di vertebrati e invertebrati. Fu anche il primo a teorizzare, a ragione, l’esistenza di forme di vita su antichissime rocce risalenti al Precambriano, ai suoi tempi ritenute troppo antiche per portarne traccia. Per chi volesse ripercorrere nel dettaglio la drammatica epopea di Mantell, Owen e degli altri pionieri dello studio dei dinosauri, due opere imperdibili sono il libro di Deborah Cadbury “Cacciatori di dinosauri. L’acerrima rivalità scientifica che portò alla scoperta del mondo preistorico”, pubblicato da Sironi editore nel 2004 e un film per la tv realizzato da National Geographic nel 2002, intitolato sempre The dinosaur hunters.

image