Leuser: il paradiso minacciato di Sumatra

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Tigre di Sumatra (Wikimedia Commons)

Esiste un piccolo angolo di paradiso, coperto in gran parte da foresta pluviale tropicale, che si arrampica sulle pendici di alcune maestose montagne di oltre tremila metri di altezza. Qui convivono in libertà il rinoceronte, l’elefante, la tigre e l’orangutan: non esiste altro luogo al mondo dove questi animali si possano incontrare, tutti insieme, allo stato selvatico.
È un territorio unico al mondo per livello di biodiversità ed è la casa anche di migliaia e migliaia di esseri umani, che dipendono dalla foresta per il proprio sostentamento.

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L’ecosistema di Leuser (Wikimedia Commons)

Siamo nell’area settentrionale dell’isola di Sumatra, in Indonesia, a cavallo tra le province di Aceh e Nord Sumatra. Il nostro paradiso in terra ha un nome, è l’ecosistema di Leuser. Il nome deriva da una delle vette principali dell’area, il monte Leuser (3119 metri) che, nonostante la fitta presenza di crateri in Indonesia e sulla stessa isola di Sumatra, non ha origine vulcanica.

Qui si possono incontrare circa il 45% delle circa 10.000 specie vegetali dell’ormai sempre più rara comunità vegetale Indo-Malese, almeno 130 specie di mammiferi (il che significa una su 32 di tutte le specie presenti sul globo), e 325 specie conosciute di uccelli, di cui otto endemiche dell’isola.

Questo territorio è tutelato dal Parco Nazionale Gunung Leuser, ma è gravemente minacciato dall’avanzamento di numerose attività antropiche. La principale di queste è la creazione di nuove piantagioni delle famigerate palme da olio, ma non solo: anche le estrazioni minerarie, la produzione di carta e la creazione di nuove strade in mezzo alla foresta pluviale sono minacce per il fragile ecosistema. E la corruzione è un altro fattore da non sottovalutare, dato che gran parte delle suddette attività non sono ufficialmente tollerate dalle autorità che gestiscono l’area.

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Palma da olio (Wikimedia Commons)

Ecco un breve video di esempio degli incontri che si possono fare nell’ecosistema di Leuser:

Il video è tratto dal canale Youtube Eyes on Leuser, creato dal giovane documentarista olandese Marten Slothouwer in collaborazione con con BPKEL, l’autorità di gestione dell’ecosistema Leuser. Il canale è costantemente aggiornato con nuovi video di fototrappole e telecamere nascoste che immortalano il passaggio di animali di ogni tipo. Ma lo scopo non è solamente estetico: il progetto nasce con l’intento di creare un database, il più completo possibile, dell’incredibile biodiversità presente nell’ecosistema di Leuser.

A favore della conservazione dell’ecosistema Leuser è stata lanciata una campagna dal RAN (Rainforest Alliance Network), intitolata “Last place on Earth a cui ha partecipato anche Leonardo DiCaprio, da sempre molto attivo sul fronte ambientalista. A questo indirizzo è possibile vedere alcune bellissime foto dell’ecosistema e un minisito con approfondimenti sull’argomento, diviso per tematiche, è visitabile sul portale del RAN.

A questo indirizzo, infine, si può scaricare un approfondito report in pdf dedicato a uno degli ecosistemi più incredibili (e preziosi) del nostro pianeta.

 

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COP21: ecco i risultati dell’accordo di Parigi

Le trattative di Parigi alla conferenza COP21 (fonte: Wikimedia Commons).

Le trattative di Parigi alla conferenza COP21 (fonte: Wikimedia Commons).

Come avevo già sottolineato nel post precedente, i dibattiti sul clima tenutisi a Parigi nei giorni scorsi hanno dato segnali sicuramente positivi per il futuro del nostro pianeta e per il raggiungimento di un obiettivo comune delle nazioni su come fronteggiare il riscaldamento globale. Detto questo, non bisogna farsi prendere da facili entusiasmi, per una semplice ragione: molti paesi hanno cercato di evitare impegni troppo – o anche solo in parte – vincolanti, per ragioni sia politiche (ad esempio gli Stati Uniti, dove la maggioranza repubblicana al Congresso avrebbe presumibilmente ostacolato la loro ratifica) sia economiche (con India e Cina interessate a non rallentare il loro progresso economico bloccando eccessivamente le emissioni di gas serra). Alla fine dell’incontro, però, risultati significativi si sono raggiunti, alla luce di premesse piuttosto complesse.

In generale l’impressione è quella che ormai ben poche nazioni, o anche semplici forze politiche, abbiano ancora la presunzione di negare l’evidenza dei cambiamenti climatici globali, anche alla luce del fatto che il 2015 sembra destinato a diventare l’anno più caldo mai registrato nella storia moderna. A più o meno tutti è chiaro che trovare una soluzione in tempi brevi è necessario, il punto è farlo tutelando le necessità delle nazioni in via di sviluppo, che ovviamente sono destinate, per motivi proprio strutturali, a inquinare di più degli altri. Il risultato finale dell’accordo si può riassumere in alcuni passaggi fondamentali:

  • Tutte le nazioni dovranno lavorare per contenere l’aumento di temperatura globale sotto i 2° C, e anzi cercare di mantenerlo sotto i 1,5° C, rendendo noti e chiari i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra;
  • Organizzare nuovi meeting internazionali per discutere del clima ogni 5 anni almeno, verificando i progressi compiuti ed eventualmente correggendo il tiro degli obiettivi;
  • Lavorare insieme per superare l’aumento globale di produzione di gas serra in modo da avere, nella seconda metà del secolo, una produzione sufficientemente limitata da poter essere riassorbita naturalmente;
  • Fornire ogni anno almeno 100 miliardi di dollari alle nazioni in via di sviluppo per sviluppare fonti di energia non inquinanti.

Il testo integrale dell’accordo si può leggere a questo indirizzo. Il Guardian ha parlato di un accordo storico, riassumendo il lavoro di trattative che ha portato alla firma definitiva, mentre il New York Times ha raccolto una serie di interessanti opinioni di alcuni giornalisti scientifici sulla reale importanza e validità di quanto sottoscritto nella capitale francese. Vedremo negli anni prossimi in che modo le singole nazioni recepiranno quanto stipulato in questi giorni, sperando in una maggiore decisione nel ratificare gli accordi e nel mantenere le promesse prese: il passato (Kyoto ad esempio, ma anche Copenhagen) ci ha insegnato che queste conferenze sul clima sono soltanto il primo passo, ma sta poi alle singole nazioni andare avanti col lavoro. Incrociamo le dita, c’è il nostro futuro in gioco.

COP21 a Parigi: piccoli segnali positivi

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Chiunque in questi giorni abbia seguito le vicende legate alla COP21, ossia la conferenza annuale delle parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) che si sta tenendo in questi giorni a Parigi, avrà probabilmente letto notizie, soprattutto da parte dei giornali generalisti, particolarmente entusiaste. Si parla di calo della produzione di gas serra su scala globale, abbandono progressivo dei combustibili fossili, utilizzo su larga o larghissima scala delle fonti rinnovabili. Per alcuni giornali queste prese di posizione sarebbero state favorite dalle imponenti adesioni alla marcia globale per il clima che ha avuto luogo in centinaia di città in giro per il mondo il 29 novembre.

Tutto molto bello, ma decisamente impreciso in più aspetti. Intanto perché la conferenza non è ancora terminata e tantissimi dibattiti, fondamentali per la riuscita di un accordo su scala mondiale, devono ancora avere luogo. Inoltre le incertezze, riguardanti alcune nazioni come l’India, un attore fondamentale nel futuro delle emissioni di gas serra, sembrano non essersi dissipate prima dell’inizio della conferenza. E il ricordo del totale fallimento della conferenza di Copenhagen del 2009, dovuto all’opposizione di soltanto alcuni paesi, è ancora vivido. Inoltre su scala mondiale le emissioni di gas serra cambieranno a seconda delle scelte delle varie nazioni, lasciando quindi un amplissimo margine di incertezza quantomeno fino al termine delle trattative.

E allora da dove viene questo atteggiamento così entusiasta da parte dei media generalisti? Innanzitutto da un dato molto importante: nel 2015, per la prima volta dall’inizio della Rivoluzione Industriale, le emissioni globali di CO2 nell’atmosfera sembrano destinate a non aumentare. E la causa di questa apparente inversione di tendenza è un’unica nazione, la Cina, che negli ultimi mesi ha ridotto drasticamente il proprio consumo di carbone. Due articoli molto chiari sull’argomento sono stati pubblicati da Nature e da ThinkProgress. Ma, ancora una volta, stiamo parlando di un’unica nazione, anche se con un ruolo assolutamente basilare nel perseguire un’efficace lotta al riscaldamento globale.

Il punto fondamentale affinché la conferenza di Parigi si trasformi in un evento costruttivo è che tutte le nazioni che si sono impegnate nel ridurre sensibilmente le proprie emissioni rispettino le promesse fatte prima del meeting. A questo indirizzo è possibile vedere un riassunto degli impegni presi da alcuni dei paesi che influiscono maggiormente nell’apporto di gas serra a livello mondiale. Spesso, però, si tratta di proposte eccessivamente timide e non abbastanza drastiche per influire in modo efficace sul trend a livello mondiale. Gran parte delle trattative in corso sono volte a convincere alcune nazioni a prendere impegni più concreti, in particolare sul breve termine.

Visto il limitato contributo di molti governi, un primo importante passo nella direzione giusta potrebbe essere mosso da alcune grandi aziende: Google, ad esempio, ma anche IKEA, o Nike, che si stanno progressivamente impegnando a utilizzare unicamente fonti di energia rinnovabile per le loro produzioni, aderendo così al programma RE100. Chissà che un accresciuto impegno da parte delle aziende private, influenzando l’opinione pubblica, non possa spingere anche i governanti a percorrere la stessa via.

Staremo a vedere. Per ora non possiamo fare altro che attendere il termine dei lavori per capire cosa realmente è stato fatto e come sarà il trend futuro. Per monitorare in tempo reale i lavori della conferenza suggerisco di seguire l’account Twitter ufficiale dell’evento, mentre per chi volesse farsi un’idea più approfondita su quali siano i punti fondamentali dei negoziati, segnalo un ottimo articolo in italiano, pubblicato su Gli Stati Generali.