Francine Patterson, Eugene Linden – L’educazione di Koko (1981)

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Sempre meno sono le certezze rimaste all’essere umano dopo tante scoperte scientifiche che gli hanno tolto molte di quelle che fino a poco tempo fa erano considerate sue prerogative esclusive, come la creazione e l’utilizzo di utensili, oppure la divulgazione di scoperte e tradizioni di padre in figlio, ormai comprovate capacità di numerose specie animali.

Tra queste poche certezze vi era sicuramente la conoscenza del linguaggio; ci stiamo riferendo ovviamente non a un metodo di comunicazione semplice e immediato, come quello di abbaiare, pigolare, emettere gesti o marcare il territorio, tipico degli animali, ma a un linguaggio articolato, complesso e in grado di definire concetti e situazioni complesse e addirittura astratte. Anche questa certezza negli ultimi decenni è venuta meno, a causa dei colpi inflittigli dalle ricerche nel campo del linguaggio effettuate da psicologi e antropologi sugli animali più vicini a noi, ovvero le scimmie antropomorfe.

Celebre è il caso di Washoe, scimpanzè femmina allevato dai coniugi Gardner, studiosi di psicologia comparata, a cui fu insegnato nel corso di pochi anni a esprimersi con un linguaggio a gesti utilizzato dai sordomuti, l’Ameslan (Linguaggio Americano a Segni). La scelta di utilizzare una forma di espressione differente da quella vocale ha rappresentato un’autentica svolta nello sviluppo di tali ricerche, sia perchè le differenze fisiche tra uomini e scimmie rendevano assolutamente improbabile la possibilità di dialogo tramite questo tipo di comunicazione, sia perchè tutti i tentativi effettuati in passato di insegnare il linguaggio parlato agli animali avevano dato risultati sconfortanti, qualora non si fosse trattato di comportamenti indotti dagli allevatori o pedissequa imitazione. Celebre è infatti il caso degli ‘animali sapienti’, come cani e cavalli che soprattutto verso la fine del XIX secolo venivano indicati come capaci di effettuare operazioni matematiche o ragionamenti estremamente complessi e di comunicarli abbaiando o battendo gli zoccoli a terra, quando in realtà essi si comportavano basandosi su piccole reazioni innate dei loro allevatori.

Ed è proprio dall’esempio dei Gardner e da una loro conferenza a cui l’autrice assistette nei primi anni ‘70, che prende spunto l’esperimento della dottoressa Patterson, giovane psicologa di Stanford, sul gorilla femmina Koko, allevato ed educato sin da un anno di vita a utilizzare un linguaggio con cui comunicare con i suoi tutori.

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Koko e Francine Patterson in un’immagine recente

Il libro è una narrazione passo passo dei progressi compiuti da Koko nel corso degli anni, della sua incredibile versatilità e intelligenza e dei suoi straordinari miglioramenti compiuti negli anni nell’utilizzare il linguaggio dei sordomuti. Sbalorditive sono la sua fantasia e la sua ironia, così come la sua capacità di esprimere con pochi gesti concetti complessi e profondi, i propri sentimenti e le proprie paure.

Sono oltretutto estremamente spassosi alcuni dialoghi, sia per la fantasia del gorilla nell’esprimere concetti coloriti, sia per l’effettiva allegria caratteriale e la sua ironia. Eccone un esempio, tra Koko e l’assistente Cindy:

KOKO: Tempo unghie noce. (A quanto pare, Koko dà a Cyndy della noce [nuts in inglese, ossia pazza], uno dei suoi insulti preferiti, e la minaccia di graffiarla con le unghie, una delle sue minacce preferite, se non accondiscende).

KOKO: Frutto…chiave chiave tempo. (Koko vuol dire che è arrivato il momento, per Cindy, di servirsi della chiave per aprire il frigorifero).

CINDY: No, non adesso tempo chiave.

KOKO: sì tempo andiamo tempo, noce.

CINDY: No, non tempo!

KOKO: Sì tempo.

CINDY: No tempo.

KOKO: Unghie.

CINDY: Perchè?

KOKO: Tempo.

CINDY: Oh, insomma.

Allo stesso modo, sono assolutamente spassosi gli insulti utilizzati da Koko, principalmente nei confronti di un altro gorilla allevato insieme a lei, ossia Michael:

PENNY: Ti piace Mike?

KOKO: Diavolo marcio.

PENNY: Vuoi che Mike entri? Che pensi?

KOKO: Penso stupido diavolo.

PENNY: Dì cattivo

KOKO: Gabinetto marcio.

PENNY: Sei gelosa di Mike?

KOKO: Mike noce.

Lo stesso Mike, a cui è stato ugualmente insegnato l’Ameslan, ha avuto un ruolo importante nel fornire ulteriori elementi chiarificatori sugli studi effettuati su Koko: l’età difatti ha un ruolo importantissimo sull’apprendimento, e non è difatti un caso che Koko, a cui si è incominciato a insegnare il linguaggio per sordomuti in età molto più giovane, abbia un vocabolario di espressioni e delle capacità comunicative decisamente superiori rispetto al suo amico.

Resta di fatto che anche Mike ha evidenziato un intelligenza e un’ironia notevoli, soprattutto nel caso di domande che lui ritiene stupide:

ESTHER: Puoi dirmi una lunga frase per carne?

MICHAEL: Carne carne carne carne carne carne carne carne carne carne.

ESTHER: Sì, è lunga ma è sciocca. Puoi fare meglio?

MICHAEL: Dai forza gorilla piace piace.

ESTHER: Che cosa a te piace?

MICHAEL: Dai carne.

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Mamma gatto, protagonista della fiaba, sgrida i gattini. ‘Cattiva’ è la personale opinione di Koko.

Di certo la notorietà che Koko ha avuto negli anni, soprattutto grazie a una copertina e un articolo di National Geographic, e, in seguito, anche di Time, hanno avuto un peso notevole negli studi della Patterson, che proseguono tuttora; Koko ormai utilizza un vocabolario di oltre 1000 gesti Ameslan, un’associazione per la tutela delle grandi scimmie antropomorfe (in particolare i gorilla di montagna come lei) prende il suo nome e ottiene fondi e sponsorizzazioni soprattutto grazie alla sua grande celebrità, e il suo sito (http://www.koko.org, da cui oltretutto il libro è scaricabile per intero) conta migliaia di visitatori e di nuovi iscritti ogni anno.

Il futuro, insomma, sembra roseo per l’ormai ultratrentenne Koko, che sembra non solo avere coscienza della morte, ma dà anche l’impressione di averne una visione molto pacifica e filosofica: ‘…Maureen le ha chiesto di indicare uno scheletro di gorilla tra le immagini di quattro tipi di scheletri animali, e, quand’ebbe scelto quello giusto, Maureen le chiese se il gorilla era vivo o morto.

KOKO: Morti panni. [‘panni’ è un’espressione usata fequentemente da Koko]

MAUREEN: Vediamo se questo gorilla è vivo o morto.

KOKO: Morto addio.

MAUREEN Cosa provano i gorilla quando muoiono? Felici, tristi, spaventati?

KOKO: Sonno.

MAUREEN: Dove vanno gorilla quando morire?

KOKO: Comodo buco addio.

MAUREEN: Quando gorilla muoiono?

KOKO: Guaio vecchi.’

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La celebre copertina del National Geographic avente Koko per protagonista. Il titolo principale riporta ‘conversazioni con un gorilla’.

Insomma, questo libro offre molte occasioni per riflettere, proprio perchè permette al lettore di rendersi conto che i nostri parenti più prossimi non solo hanno capacità comunicative, di pensiero e di astrazione assolutamente impensabili fino a qualche decennio fa, ma che sono dotati di sentimenti, di sensibilità, di capacità che più di ogni altre venivano considerate in passato prettamente ‘umane’; è anche uno spunto per riflettere su quanto l’uomo sta compiendo sui simili di Koko, e sulla necessità di tutelare l’ambiente e la natura che ospitano i nostri ‘cugini’, anche perchè, grazie a lei, ci siamo ulteriormente resi conto di quanto essi ci assomiglino.

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Koko fa il gesto ‘amore’ alla vista di un gattino. Il gorilla ha avuto numerosi animali domestici, che ha sempre curato con grande affetto; il suo preferito era All Ball, un gattino. Quando questo morì, investito da una macchina, Koko rimase estremamente addolorata.

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2 pensieri su “Francine Patterson, Eugene Linden – L’educazione di Koko (1981)

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