Danilo Mainardi: guida alla lettura

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Danilo Mainardi (1933-2017)

E così, anche il grande professor Mainardi (Dànilo, con l’accento sulla a) ci ha lasciato. I più giovani lo conoscono per le sue frequenti ospitate presso Piero Angela, quelli un po’ più datati come me anche per le brevi “pillole” di comportamento animale che regalava in televisione in prima serata, subito prima del telegiornale, raccontando brevi e affascinanti storie condite con i suoi bei disegni creati sul momento.

I più appassionati però lo conoscono per la sua lunga e importante carriera scientifica che lo portò a studiare e definire, tra le varie cose, il comportamento animale nelle sue applicazioni pratiche e sociali, ossia come gli animali affrontano e risolvono i problemi, come sviluppano elementi culturali da tramandare alle nuove generazioni e in che modo l’intelligenza contribuisce a creare e rafforzare legami. Si può definire, senza paura d’errore, uno dei padri della moderna etologia italiana. È stato anche un professore universitario molto amato e apprezzato da studenti e colleghi, sia per la competenza sia per la profonda umanità. Inoltre la sua sensibilità per il mondo naturale lo ha spinto a schierarsi apertamente in dibattiti spinosi come la sperimentazione animale o l’utilizzo di animali per intrattenimento (nelle corride, ad esempio). Simpatizzava per il vegetarianismo, che apprezzava dal punto di vista filosofico ma che non poteva mettere del tutto in pratica a causa di una lieve anemia. La sua pacatezza e umanità erano apprezzate da tutti quelli che avevano avuto a che fare con lui.

Ma, al di là del profilo umano e della lunga e proficua carriera scientifica, chi voglia avvicinarsi per la prima volta all’opera di Mainardi deve scontrarsi con un problema non indifferente: il professore milanese, negli anni, ha pubblicato tantissime opere. Come orientarsi e scegliere quelle con cui cominciare?

Partiamo da una premessa importante: Mainardi è stato un grande comunicatore, ma non ha scritto soltanto saggi divulgativi. Alternati a tanti testi generalisti, il professor Mainardi ha infatti scritto testi molto più specialistici e dal taglio non adatto al grande pubblico. Ad esempio, nel 1992 è stato curatore di un bellissimo dizionario di etologia, un monumentale lavoro di circa 600 pagine, che riassume buona parte degli studi sul comportamento animale fino all’anno della sua pubblicazione. Si tratta, chiaramente, di un testo che mi sentirei di consigliare solo agli appassionati. Così come “La scelta sessuale“, Bollati Boringhieri 1978, che è un trattato di zoologia vero e proprio.

Passiamo allora ai titoli divulgativi veri e propri. Uno dei suoi primi lavori, nonché uno dei più pregevoli in assoluto, è “L’animale culturale“, pubblicato da Rizzoli nel 1974. Di questo agile libricino ho scritto una recensione nel 2004 (l’ho ripubblicata su questo blog a questo indirizzo), ed è sostanzialmente una serie di brevi e illuminanti esempi di come il termine “cultura” possa essere applicato in moltissimi casi anche agli animali non umani. Ai tempi, un’affermazione che per alcuni poteva risultare controversa.

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Già da questo lavoro si delinea il grande talento di Mainardi come divulgatore: stile semplice ma al tempo stesso accattivante, capitoli brevi e non caricati dettagli superflui ad appesantire il tutto e soprattutto tanti, tantissimi esempi pratici. Uno dei più grandi talenti del professore è stata la sua capacità innata di prendere con mano il lettore e trasportarlo con la fantasia nei luoghi più disparati: in un battito di ciglia, tra le pagine dei suoi libri, si passa dal Madagascar alle Galapagos, dal Giappone alla foresta del Congo, per poi ritornare nel giardino di casa a osservare gli insetti o in centro città a capire le logiche sociali dei piccioni.

In questo senso tre titoli si distinguono in positivo: “Lo zoo aperto” (Rizzoli, 1981), “Dalla parte degli animali” (Longanesi, 1990) e “L’etologia caso per caso” (Mondadori, 1988). Quest’ultimo, in particolare, è una guida splendidamente illustrata ad alcuni dei più bei casi di studio del comportamento animale realizzati negli anni. Dal celebre spinarello ai fringuelli vampiri, dalle vespe scavatrici per arrivare ai leggendari varani di Komodo.

Mainardi ha scritto anche alcuni pregevoli testi dedicati agli animali domestici: due validi esempi sono “Del cane, del gatto e di altri animali” (Mondadori, 1996) e “Il cane secondo me” (Cairo, 2010). Molti suoi libri sono inoltre dedicati al complesso rapporto tra l’uomo e il resto del mondo animale: tra questi segnalo “La strategia dell’aquila” (Mondadori, 2000), “Arbitri e galline” (Mondadori, 2003) e il recente “L’uomo e altri animali” (Cairo, 2015).

Infine, non dimentichiamo che il professore amante degli animali aveva una certa vena artistica che forse aveva origine nella sua storia familiare, essendo figlio del pittore e poeta futurista Enzo Mainardi, o forse a causa della sua vicenda personale: durante la Seconda guerra mondiale, la sua famiglia si era allontanata da Milano per trasferirsi per un breve periodo nella campagna di Soresina, dove il piccolo Danilo aveva trascorso il tempo osservando e disegnando gli animali. Questa propensione per il mondo dell’arte lo ha portato ad arricchire molti suoi lavori dei suoi simpatici disegni e a pubblicare un testo interamente dedicato alle sue rappresentazioni grafiche del mondo naturale: “Novanta animali disegnati da Danilo Mainardi” (Bollati Boringhieri, 1989). Mainardi inoltre aveva una gran passione per i romanzi gialli, filone narrativo in cui si è cimentato lui stesso, con “Un innocente vampiro” (Mondadori, 1993) e “Il corno del rinoceronte” (Mondadori, 1996). Si tratta di romanzi piuttosto ingenui dal punto di vista strettamente tecnico, ma sicuramente un piacevole e insolito modo di veder raccontata la natura, non più tramite le classiche descrizioni scientifiche tipiche di un saggio, ma inserita in una storia di fantasia.

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Imitare, imparare, migliorare: il genio imprevisto di api e bombi

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Bombo (Bombus terrestris – Ivar Leidus/Wikimedia commons)

Karl von Frisch fu il primo a rendersene conto: gli insetti, in particolare le api, hanno un’intelligenza vivace, flessibile, adattabile. Questa capacità permette alle esploratrici di utilizzare un linguaggio astratto per comunicare alle loro compagne l’ubicazione del cibo che hanno appena individuato. Dando loro le indicazioni esatte su dove raccoglierlo, le compagne potranno dirigersi direttamente alla fonte di approvvigionamento, riducendo al minimo gli sforzi e gli sprechi di energia. Prima delle scoperte dell’etologo austriaco, pochissimi scienziati ritenevano gli insetti capaci di compiere ragionamenti complessi e distanti dal comportamento puramente istintivo. La danza delle api esploratrici, atta a comunicare l’ubicazione del cibo alle compagne nell’alveare, era però un’azione selezionata da milioni di anni di evoluzione. In definitiva, si trattava comunque di una dimostrazione di intelligenza strettamente legata alle necessità pratiche della colonia e, soprattutto, connessa con le loro attività abituali.

In questi giorni, invece, una ricerca pubblicata su Science ha dimostrato che i bombi (Bombus terrestris), parenti stretti delle api, sono in grado di fare ancora di più: possono apprendere comportamenti ben distanti dalla loro quotidianità. Nello specifico, agli imenotteri è stato insegnato a “fare gol”, ossia spingere dentro ad un buco una piccola pallina di legno per ottenere in cambio una ricompensa di acqua zuccherata. Già questo è un comportamento del tutto inedito tra gli insetti, ma la parte più sorprendente dell’esperimento riguarda proprio la loro fase di apprendimento. Gli autori dello studio, gli scienziati Olli Loukola e Clint Perry della Queen Mary University di Londra, hanno proceduto per fasi: prima hanno fatto scoprire agli insetti che al centro della piattaforma, ogni tanto, poteva apparire del nettare zuccherino; poi hanno fatto vedere che la sua comparsa era direttamente collegata alla caduta della pallina dentro al buco al centro del piano di studio; inizialmente, la pallina veniva spostata tramite un magnete posto sotto alla piattaforma o tramite un bombo di plastica che “insegnava” agli osservatori come ottenere la ricompensa; infine, dopo che alcuni insetti hanno imparato la procedura e hanno iniziato ad utilizzarla, altri bombi hanno osservato e appreso dai loro simili.

Anche il livello di apprendimento degli insetti ha rivelato quanto fossero importanti i metodi di insegnamento: quasi tutti i bombi (il 99%) sono riusciti a realizzare la procedura al primo tentativo dopo aver visto i loro simili effettuarla, circa tre quarti (78%) hanno imparato dopo aver visto in azione il magnete, mentre una percentuale molto più bassa (34 %) ci è riuscita dopo aver visto la pallina già nel buco. E non è tutto: i bombi hanno ottimizzato la procedura, prendendo l’abitudine di scegliere la pallina più vicina al foro per risparmiare fatica. E questo nonostante i ricercatori avessero obbligato alcuni bombi “istruttori” a scegliere la pallina più lontana, incollando le altre alla piattaforma. Gli allievi hanno comunque ottimizzato il lavoro, scegliendo la pallina più vicina al foro che, nel loro caso, non era incollata. Questo ha dimostrato che il problema era stato da loro elaborato e non si trattava di pedissequa imitazione. In un altro studio pubblicato recentemente, si erano viste delle api raccogliere del cibo legato ad un cordino tirandolo fino ad essere in grado di raccoglierlo, ma si trattava, tutto sommato, di un risultato meno sorprendente, dato che agli insetti venivano presentate condizioni che potevano in qualche modo essere incontrate in natura.

Il dover “fare gol” per ottenere una ricompensa, per contro, è qualcosa di assolutamente inedito nel mondo dei bombi e, più in generale, nella classe degli insetti (qui è possibile vedere il video dell’esperimento).

Gli scienziati sono tuttora in cerca delle spiegazioni per questo comportamento. La risposta più credibile è che i bombi, e più in generale questo tipo di insetti, abbia una capacità di elaborare le informazioni e di risolvere i problemi che potrebbe aiutarli in caso di ricerca del cibo e di risposte alle modifiche ambientali, ma quello che è certo è che si tratta di animali molto più intelligenti di quanto siamo abituati a pensare. Nel 2016 un altro studio, pubblicato da Andrew B. Barron e Colin Klein su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha scombussolato la nostra tradizionale visione degli insetti, ipotizzando che le api abbiano un certo grado di autoconsapevolezza. Anche se si tratta di pure ipotesi, si tratta comunque di una visione molto innovativa sulle capacità mentali degli insetti. Ora bisognerà riconsiderare gli studi in questo campo, per capire fino a che livello l’intelligenza degli animali a sei zampe si possa spingere. Difficile stabilirlo, finché non sarà ben chiaro che cosa intendiamo per “intelligenza”. Di certo, però, sarà ben difficile mantenere i nostri vecchi pregiudizi su questi animali e sulle loro capacità.

Un canto per le uova

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Diamante mandarino (Taeniopygia guttata) maschio (Peripitus/Wikimedia Commons)

Il diamante mandarino è un simpatico e variopinto passeriforme originario dell’Australia. Grazie alla sua resistenza e al suo temperamento tranquillo è allevato da secoli come animale domestico. Si tratta di un uccello monogamo, si riproduce facilmente ed ha un ciclo vitale piuttosto rapido. Queste caratteristiche ne facilitano l’allevamento in grandi numeri in un’unica voliera e lo rendono un animale perfettamente adatto per la ricerca scientifica (si parla, in questi casi, di organismo modello).

Ed è così che il nostro uccellino colorato è diventato il protagonista di uno studio, portato avanti da Mylene Mariette, una scienziata della Deakin University in Waurn Ponds, Australia, insieme con la collega Katherine Buchanan. Questa ricerca potrebbe fornirci nuovi elementi sulle cure parentali di questa specie, ma soprattutto sul farci capire come alcuni animali stiano rispondendo ai cambiamenti climatici, in particolare all’innalzamento delle temperature ambientali. I risultati sono stati pubblicati pochi mesi fa sulla rivista Science.

Le scienziate australiane hanno osservato e registrato la cova portata avanti da 61 differenti coppie di diamanti mandarini. Durante lo studio hanno registrato una serie di acuti vocalizzi rivolti alla progenie, apparentemente utilizzati per segnalare le alte temperature. Gli embrioni infatti, trovandosi a circa 37° C come effetto della cova, non sono in grado di percepire le variazioni di temperatura dell’ambiente esterno. Ma il fatto che i genitori emettessero questi suoni soltanto quando la temperatura ambientale superava i 26° C ha fatto dedurre alle scienziate che questo potrebbe essere un sistema per influenzare il futuro comportamento dei pulli.

Una volta emersi dall’uovo dopo la schiusa, nei piccoli è stato infatti osservato uno sviluppo ridotto quando questi erano stati esposti al canto dei genitori: richiedevano meno cibo e conseguentemente si accrescevano di meno. I canti, inoltre, comparivano soltanto nella fase finale del periodo di incubazione, forse perché prima gli embrioni non avevano ancora un udito sufficientemente funzionale.

L’interpretazione di questo comportamento potrebbe essere una risposta al cambiamento climatico: animali di dimensioni minori hanno più facilità a disperdere il calore in eccesso rispetto a quelli più corpulenti. Come afferma la regola di Bergmann, in una singola specie la massa corporea è direttamente proporzionale alla latitudine e inversamente proporzionale alla temperatura. Questo può portare un notevole vantaggio evolutivo per il raggiungimento della maturità sessuale e per la conseguente nascita di nuove generazioni.

Per verificare la correttezza di queste supposizioni, sono state così incubate artificialmente 166 uova alla temperatura standard che utilizzano gli animali in natura (37,7° C). Alla fine del periodo di cova, le uova sono state esposte sia alla registrazione del particolare vocalizzo delle alte temperature sia ai classici versi di riconoscimento dei genitori. I risultati hanno confermato quanto supposto dall’osservazione diretta del comportamento nei genitori: i piccoli che avevano ascoltato i richiami “del caldo” non solo cantavano di più, ma avevano già un peso inferiore rispetto ai pulli che non avevano ascoltato quei canti. Inoltre gli uccellini preparati al caldo sembravano propensi a scegliere luoghi di nidificazione più freschi.

La comunicazione tra genitori e uova non è una novità degli studi etologici sugli uccelli: alcuni anni fa si era osservato un comportamento simile nello scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens), un altro variopinto passeriforme australiano.

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Scricciolo azzurro splendente (Malurus splendens) (Nevil Lazarus/Wikimedia Commons)

I genitori di questo splendido uccellino azzurro avevano infatti dimostrato di insegnare agli embrioni una sorta di “password” che li avrebbe aiutati, una volta nati, a chiedere il cibo in una maniera particolarmente efficace: quanto più fedele all’originale era il richiamo, tanto meglio sarebbero stati nutriti nel periodo di svezzamento.

Quindi, così come avviene nella specie umana, in cui i genitori parlano o cantano delle canzoncine ai bambini quando ancora sono nel pancione per farli abituare alle loro voci, così negli uccelli potrebbe esserci un comportamento analogo per favorire il corretto accrescimento dei nascituri. E gli sviluppi in questo campo di studi potrebbero portare nuovi interessanti elementi per capire in che modo gli animali stiano rispondendo al riscaldamento globale e a modifiche ambientali rapide e inaspettate.

Parlare la stessa lingua

Indicatore golanera

Indicatore golanera (Wilferd Duckitt/Wikimedia commons)

Da millenni la popolazione degli Yao, in Mozambico, si dedica alla ricerca e alla raccolta del miele delle api selvatiche. Per trovare il dolce bottino, però, i raccoglitori si affidano al talento di un insolito aiutante, un uccellino. L’indicatore golanera (Indicator indicator), infatti, è ben più bravo dell’uomo nel trovare i nidi degli insetti e nel condurlo fino alla loro ubicazione. Spesso, infatti, gli alveari sono costruiti sui rami più alti degli alberi e trovarli non è così facile per chi non è in grado di volare. Gli uomini, per contro, sono molto più abili nel recupero del bottino: staccano l’alveare dal ramo su cui è costruito e lo affumicano per far scappare le api.

E così, seguendo una tradizione che si perpetua ormai da tantissime generazioni, i cercatori si affidano alle indicazioni del volatile, che dalla collaborazione potrà ottenere il vantaggio di nutrirsi, grazie a dei potenti enzimi digestivi, della cera dell’alveare (di scarso interesse per gli umani) una volta che questo sarà abbandonato dalle sue abitanti. Questo rapporto di collaborazione non è però esclusivo: anche i tassi del miele sfruttano le indicazioni degli uccellini per recuperare il prezioso bottino.

Questo tipo di interazione tra specie viene chiamato mutualismo: entrambe le parti in gioco ottengono un vantaggio dalla reciproca collaborazione, senza entrare in competizione diretta per le risorse (agli uomini interessa il miele, agli indicatori la cera). Questa collaborazione tra uomini e uccelli per trovare il miele è comunque conosciuta da secoli. Tra l’altro, lo stesso sistema di raccolta del miele è stato osservato in altre popolazioni africane, in Kenya e Tanzania, mentre è risaputo che i delfini sono in grado di aiutare i pescatori nella loro ricerca di pesce, ben consci che potranno trarre un vantaggio da questa collaborazione.

La novità assoluta riguardante questo comportamento è stata presentata in un articolo pubblicato su Science pochi giorni fa: i cercatori di miele Yao e gli uccellini, nella riserva nazionale di Niassa in Mozambico, comunicano tra di loro utilizzando un linguaggio comune. Nello specifico, il richiamo emesso e interpretato allo stesso modo da uomini e volatili è un particolare tipo di fischio vagamente tremolante, indicato dai ricercatori come “brrr-hm”. Il segnale sembra, dati alla mano, una sorta di comando che gli uomini impartiscono agli uccellini, qualcosa del tipo: “sono qui, dimmi dove si trova l’alveare e al resto penso io”. Per i più curiosi, qui potete ascoltare il particolare richiamo:

Ma cosa ci sarà mai di nuovo in tutto ciò, direte voi: c’è chi dirà che ogni mattina qualcuno fa un fischio al cane e questo viene dal padrone e magari gli porta pure le pantofole. In questo caso, però, la grande novità consiste nel fatto che il richiamo emesso è lo stesso per uomini e uccelli e che, soprattutto, questi ultimi sono animali selvatici. Fino ad ora, infatti, non si avevano prove di un livello di comunicazione condiviso tra uomini e animali selvatici.

Queste osservazioni personalmente mi spingono a riflettere su un argomento ben più ampio: è davvero così necessario imporre tutte queste distinzioni tra i comportamenti degli animali in natura e in cattività? Mi spiego meglio. È vero, indubbiamente, che lo stato di prigionia influisca sul modo in cui gli animali si relazionano con l’uomo e con l’ambiente circostante; nondimeno è stato fondamentale, per la conoscenza del comportamento animale, il passaggio allo studio dell’etologia degli animali in libertà, a cominciare soprattutto da Konrad Lorenz e dai suoi contemporanei: un conto è se un animale in uno zoo, per vincere un premio in cibo, impara a utilizzare un attrezzo, un’altra cosa è osservare l’utilizzo di questo utensile in natura. Detto questo, però, se osserviamo un animale comunicare con l’uomo con un linguaggio comune, come abbiamo visto per tanti primati in cattività, non dovrebbe venirci il dubbio che, almeno potenzialmente, questi possano avere questo talento anche in natura? Ovviamente ci vogliono anni e anni di insegnamento per raggiungere i livelli di Koko o Kanzi, però se guardiamo a come opera l’evoluzione, e quindi su più generazioni, una scoperta come quella che riguarda i cercatori di miele mozambicani non dovrebbe stupirci più di tanto. Ora però, come giustamente spiegato in questo articolo di National Geographic, bisogna affrettarsi a studiare a fondo il fenomeno: sempre meno africani si dedicano alla tradizionali ricerca degli alveari, e i segreti di questa antica pratica e della parlata comune di uomini e uccelli rischiano di andare perduti per sempre.

98%

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Se vi è capitato di sentir parlare di scimpanzé o bonobo, magari in documentari televisivi o su articoli di riviste che parlano di natura, molto probabilmente avrete letto o sentito citare una cifra, o meglio una percentuale: 98%. Questo numero altro non è che la percentuale di patrimonio genetico che l’essere umano condivide con i suoi parenti più prossimi, le scimmie del genere Pan: lo scimpanzé Pan troglodytes e il bonobo Pan paniscus. Una percentuale altissima, a ben sottolineare come questi animali siano vicini, anzi vicinissimi a noi. Una sorta di “cugini”, filogeneticamente parlando. In effetti, si stima che la linea evolutiva che porta a bonobo e scimpanzé (che tra loro sono ancora più vicini) si sia “staccata” da quella dell’essere umano in un periodo compreso tra i 7 e i 4,5 milioni di anni fa, quindi in tempi recenti, paleontologicamente parlando. In tempi ancora più recenti, tra 2 e 1,5 milioni di anni fa, sarebbe avvenuta la differenziazione tra le due specie, presumibilmente grazie alla separazione geografica data dal fiume Congo.

Anche se efficace nel rappresentare quanto minima sia la differenza, però, una fredda percentuale non è sufficiente a farci capire la nostra vicinanza con questi animali. Una somiglianza che è sia morfologica sia comportamentale. Nonostante le affinità con l’uomo, bonobo e scimpanzé nel sentimento comune diffuso tra il grande pubblico vengono visti come semplici “animali”, come se noi stessi non lo fossimo. In quest’ottica è quindi accettabile recluderli in gabbie anguste nei giardini zoologici, vederli come semplici beni commerciali, sfruttarli per intrattenimento nei circhi o ucciderli in caso di necessità (senza tornare sulle polemiche riguardanti la morte di un’altra scimmia antropomorfa, il gorilla Harambe, di cui ho già ampiamente parlato qui). Tutte le considerazioni etologiche sugli animali, comprese la coscienza di sé e la comprensione del concetto di morte (presenti, ad esempio, nella celebre gorilla “parlante” Koko) o la presenza di una personalità complessa molto simile all’uomo vengono del tutto ignorate. E si tratta di un grave errore, visto che tante interessanti scoperte sui nostri parenti più prossimi sono state fatte in tempi recenti e ci hanno aiutato a capire come le scimmie antropomorfe (e non solo loro, a dirla tutta) meriterebbero un trattamento ben migliore.

Gli scimpanzé, ad esempio, sono in grado di comunicare con gli umani tramite il linguaggio dei segni: la femmina Washoe, studiata dagli scienziati americani Allen e Beatrice Gardner, fu una delle prime a impararlo. In tempi più recenti lo stesso talento è stato dimostrato da Koko e dal “bonobo-superstar” Kanzi e già questo dovrebbe aiutarci a comprendere come le interazioni sociali in natura siano piuttosto complesse per questi animali. Scimpanzé e bonobo, tra gli altri, sanno utilizzare e addirittura creare vari tipi di strumenti, e non parliamo solo di animali in cattività: Jane Goodall fu la prima a vederli in azione, a Gombe in Tanzania, mentre catturavano termiti con l’utilizzo di rametti appositamente preparati per essere infilati nelle aperture dei loro nidi.

Ma avere in comune con l’uomo così tante somiglianze non ha solo aspetti positivi. E infatti, udite udite, scimpanzé e bonobo possono avere anche i nostri difetti: sono in grado di imbrogliare e mentire, ad esempio per competizione sessuale o per altri motivi pratici come la ricerca del cibo. Gli scimpanzé possono anche avere il vizio del fumo, e non si tratta soltanto di esemplari appositamente addestrati al circo: in questo video vediamo Charlie, morto ormai una decina di anni fa, che nel suo Mangaung zoo in Sudafrica era diventato una piccola celebrità proprio per questa abitudine, nata casualmente dopo che qualche visitatore gli aveva lanciato nel recinto delle sigarette accese (comportamento a mio avviso decisamente criminale).

Come abbiamo già raccontato su queste pagine, gli scimpanzé sono abili cacciatori e tra le loro vittime preferite ci sono altri primati, in particolare i colobi rossi. Ebbene, da uno studio su una popolazione di scimpanzé a Ngogo nel parco nazionale di Kibale in Uganda è emerso che, nonostante la carne dei colobi non sia certo la principale fonte di sostentamento delle scimmie antropomorfe, l’efficacia delle loro battute di caccia abbia portato un gravissimo declino delle popolazioni delle scimmie più piccole: dal 1975 al 2007 si è osservato un crollo dell’89% nella popolazione locale di colobi rossi dovuto alla predazione, a un passo dall’estinzione sul territorio. La facilità con cui i predatori riuscivano a catturare i colobi era tale da aver causato, verso la fine degli anni ’90, un’eliminazione di circa metà popolazione ogni anno. Alla fine la pressione venatoria è stata tale da non permettere alle prede di recuperare i numeri persi, e ora c’è il serio rischio di veder scomparire per sempre i colobi rossi da Ngogo. In questo caso si potrebbe imputare agli scimpanzé una mancanza di lungimiranza nel gestire le risorse offerte loro dalla natura, ma più verosimilmente il loro difetto è quello di non disporre di una visione a lungo termine che li aiuti a effettuare scelte ponderate sul futuro remoto. Difficile stabilirlo, in ogni caso è un qualcosa su cui riflettere: se tante sono le somiglianze tra noi e i nostri parenti più stretti, scoprire che questi non sanno gestire le risorse a loro disposizione non è certo un buon segno. Tutte cose che peraltro già sappiamo. Cerchiamo però di non utilizzare questa scoperta per giustificare i nostri comportamenti: la mancanza di buon senso, anche se si può osservare sporadicamente in altri animali, non va comunque giustificata in quanto “naturale” (termine che, peraltro, a mio avviso ha sempre meno senso).

Ma anche nelle somiglianze non mancano sorprese in positivo: quel comportamento che in certi casi identifichiamo con “umanità” si può trovare qua e là anche nei primati. La compassione e l’empatia di cui spesso si occupa Frans de Waal ad esempio, ma non solo. In certi casi sembrano anche le classiche “leggi della natura” a venir meno. In tempi recenti è stata infatti pubblicata una notizia che ha destato molto scalpore, riguardante una madre scimpanzé del Mahale Mountains National Park in Tanzania che ha portato con sé e avuto cura un cucciolo con gravi disabilità. In natura, di solito, i piccoli malati in moltissime specie animali vengono abbandonati al loro destino. Invece in questo caso il cucciolo, una femmina identificata con la sigla XT11, è stata curata e accudita dalla madre per tutti i 23 mesi della sua breve vita, molto più di quanto sarebbe stato lecito prevedere per un piccolo in quelle condizioni. XT11 infatti aveva una grave malformazione fisica, oltre ai sintomi di una malattia simile alla sindrome di Down. Ciononostante l’amore materno non è mai venuto a mancare.

Conoscendo quante sono le somiglianze tra noi e questi parenti prossimi, a questo punto penso sia normle domandarsi che cosa sia particolare, tipico, esclusivo dell’uomo. A livello fisico possiamo facilmente identificare le differenze, mentre a livello di comportamenti è molto più difficile, visto che con cadenza regolare i primatologi scoprono nuovi punti in comune tra umani e altre scimmie antropomorfe. E allora ci viene naturale tornare a quella percentuale di cui sopra, quel freddo 98% che poco ci rappresenta, se non per farci capire il concetto di somiglianza. Per questo vi segnalo una voce di Wikipedia molto ben fatta, basata in gran parte sull’articolo “Che cosa ci rende umani?” di Katherine S. Pollard, pubblicato su Le Scienze di agosto 2009. Qui potete trovare alcuni interessanti approfondimenti. Io mi accontento di mettervi la pulce nell’orecchio, e di farvi ragionare sul fatto che i punti in comune tra uomo e altri animali (in particolare i primati) sono molti di più che le differenze,. Tra l’altro, questa conoscenza potrebbe tornarci abbondantemente utile in futuro, se sapremo sfruttarla come si deve: ad esempio, su questo articolo sul Guardian potrete scoprire come oggi si stiano studiando gli scimpanzé, o meglio i loro giacigli, al fine di sviluppare il “letto perfetto” per gli esseri umani. E non è certo roba di poco conto.

Anche gli scimpanzé hanno una religione?

Uno scimpanzé intento a compiere l'insolito "rituale"

Uno scimpanzé intento a compiere l’insolito “rituale”

È stato recentemente pubblicato un articolo firmato da una lunga lista di primatologi sulla rivista Scientific reports che descrive un comportamento insolito da parte di alcuni gruppi di scimpanzé dell’Africa occidentale: gli animali lanciano o battono con forza delle pietre contro i tronchi di alcuni alberi, al punto da creare accumuli di sassi alla loro base o all’interno di quelli cavi. Questo comportamento sembra legato soltanto ad alcune piante appositamente scelte dalle scimmie. Inoltre, per ora è stato visto soltanto in specifiche popolazioni di animali: ad esempio i celebri scimpanzé di Gombe in Tanzania, studiati originariamente da Jane Goodall, non sembrano conoscerlo.

Il comportamento è stato osservato nei filmati raccolti da una serie di fototrappole posizionate in zone boscose della Repubblica di Guinea. A realizzare le riprese il team di ricercatori autori dello studio, tra cui Laura Kehoe dell’Università di Berlino, che ha parlato della scoperta anche in un articolo su The conversation. I suoi contenuti sono poi stati ripresi da molte testate, tra cui New Scientist e persino il Daily Mail, non esattamente un giornale scientifico.  Gli accumuli di pietre in certi casi sono anche molto ben riconoscibili e il comportamento degli animali, filmato in più occasioni, non sembra essere riconducibile a interessi pratici come la ricerca di cibo.

Un’ipotesi suggerisce che questo modo di agire sia una sorta di esibizione da parte dei maschi come segno di dominanza sugli altri maschi, o anche come metodo per attrarre le femmine. Dal punto di vista puramente pratico l’interpretazione potrebbe essere credibile: un tronco cavo rimbomba bene se colpito con un oggetto di peso adeguato, e produce anche frequenze particolarmente basse e capaci di propagarsi a distanza. L’accumulo di pietre sarebbe in tal caso dovuto al fatto che alcuni alberi si presterebbero meglio all’uso e quindi verrebbero utilizzati con più frequenza. Il comportamento però, sebbene sia stato principalmente osservato in maschi adulti, è stato registrato anche in femmine e giovani, e questo rende tale ipotesi poco plausibile. Inoltre, l’accumulo delle pietre all’interno delle cavità non sarebbe spiegato in maniera esaustiva.

Una raccolta di video di scimpanzé coinvolti nello studio, catturati su pellicola dalle fototrappole.

Un’altra ipotesi afferma che si tratti di un comportamento che anche per la storia umana ha segnato una svolta importante: la creazione di segnali di riferimento per stabilire i confini territoriali e favorire l’orientamento all’interno del bosco. Di certo un accumulo di pietre alla base di un albero costituirebbe un segnale inconfondibile, ma non spiegherebbe il comportamento associato alla sua creazione: basterebbe appoggiare le rocce, senza bisogno di lanciarle contro i tronchi, soprattutto con la notevole forza impiegata dalle scimmie nei filmati studiati.

E a questo punto l’ipotesi più fantasiosa, ma anche la più affascinante, si fa strada: e se si trattasse di comportamenti irrazionali? Potrebbe essere una sorta di atto rituale, simbolico o, perché no, religioso? E se gli alberi cavi fossero una sorta di luogo sacro creato dalle scimmie per motivi a noi non chiari? Un punto di riferimento a cui approcciarsi per comunicare con la natura e chiederle favori di vario genere? In fondo, sappiamo già che gli scimpanzé hanno comportamenti quantomeno insoliti e affascinanti (come le incredibili danze della pioggia osservate per la prima volta da Jane Goodall in Tanzania).

Di certo si tratta di un’interpretazione molto fantasiosa di un comportamento che per ora è soltanto di difficile comprensione e potrebbe avere una spiegazione molto più razionale. Gli stessi ricercatori sembrano comunque voler lasciare aperta la “finestrella” che ci fa vedere gli scimpanzé come animali irrazionali e interessati all’ultraterreno. Ed è facile capire perché: se dimostrata, una teoria del genere rappresenterebbe una sorta di rivoluzione nel modo con cui noi ci approcciamo al mondo animale. Le implicazioni, anche per l’interpretazione antropologica della religione, sarebbero enormi: forse il credere in qualche sorta di realtà spirituale o ultraterrena sono una necessità non solo di gran parte delle popolazioni umane ma anche di altri animali particolarmente complessi come le scimmie antropomorfe?

Si tratta di teorie affascinanti e ancora ben lontane dall’essere dimostrate o dimostrabili. Il caso degli scimpanzé della repubblica di Guinea si rivela comunque un evento di estremo interesse e di cui sarà bene seguire gli sviluppi anche in futuro. Anche perché nella letteratura scientifica possiamo trovare un piccolo precedente che ci dimostra che anche del mondo animale un po’ di irrazionalità esiste: in un celebre esperimento del 1947 infatti, lo psicologo americano Burrhus Frederic Skinner dimostrò che anche i piccioni sono superstiziosi e compiono riti scaramantici. E forse presto scopriremo che non sono gli unici.

Ma come parli? – Festival della Scienza 2013

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Ma come parli?

Comunicazione bestiale: come gli animali parlano, ascoltano e si fanno belli
Cosa canta una megattera quando vuole sedurre una papabile compagna? Che passo di danza esegue l’uccello del paradiso che vuole farsi bello per la femmina che ha scelto? E come mai le piante sembrano agghindarsi civettuole di fiori così belli? Come la specie umana comunica in ogni modo per poter sedurre l’altro sesso e perpetrare i propri geni, anche animali e piante possono darci qualche consiglio su come essere seducenti quando cerchiamo la nostra dolce metà. Impariamo come animali e piante non si limitino a usare suoni e colori per mettersi in mostra, ma sfruttino per fare colpo anche movenze e odori. Attraverso quiz e giochi scopriamo un messaggio preciso da dover comunicare, ma senza parlare: sfidiamoci a spiegarlo imitando animali e piante, per poter comprendere meglio quanto la comunicazione tra specie viventi sia essenziale nella costruzione di rapporti personali e di società complesse e funzionanti. Una capacità senza la quale non vi sarebbe ne evoluzione ne prosecuzione della specie e che accomuna tanto le metropoli delle formiche quanto quelle degli uomini.

A cura di

Chiara Segré, Debora Serra, Paolo Degiovanni, Alfonso Lucifredi
Acquario di Genova – Galleria Atlantide, dal 24 ottobre al 3 novembre 2013.
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Pennuti sapienti

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In alcune regioni della Cina, per secoli, i pescatori hanno addestrato i cormorani a tuffarsi, pescare e ritornare alla barca per riconsegnare il pesce al loro padrone. Un anello al collo sufficientemente stretto impediva loro di ingoiare le prede, ma ogni otto pesci uno era concesso agli uccelli tuffatori, a cui veniva allentato il blocco. Quando questo non accadeva, non era raro che i cormorani si ribellassero, rifiutando di tuffarsi e schiamazzando fino a ottenere la loro meritata ricompensa. Questo dimostra due cose: che i cormorani sanno contare fino a otto, e che soprattutto sono sufficientemente intelligenti da comprendere un concetto complesso come giustizia o ingiustizia.

Tra scimpanzé e gorilla che comunicano con il linguaggio dei segni, scimmie cappuccine che hanno scoperto l’utilizzo di attrezzi, delfini, cani e specie domestiche dotate di talenti di ogni genere, la classe dei Mammiferi, a cui noi stessi apparteniamo, sembra detenere senza dubbio lo scettro di gruppo animale più intelligente. Eppure non siamo gli unici in grado di risolvere enigmi complessi e dimostrare pura capacità discernitiva e una fervida immaginazione: di sicuro ci fanno compagnia almeno alcune specie dei nostri cugini alati.

In effetti gli esempi non sono pochi. E la cosa non dovrebbe stupire: ai tempi dell’università, studiando anatomia e fisiologia animale, mi era stato fatto notare da più di un professore come gli uccelli avessero mediamente un cervello di dimensioni ampiamente superiori alla media dei vertebrati, mammiferi esclusi. Certo, la coordinazione necessaria per dedicarsi a un’attività impegnativa come il volo ha favorito lo sviluppo di determinate aree encefaliche come il cervelletto, che difatti negli uccelli è molto accresciuto, ma è possibile che il particolare stile di vita che essi conducono abbia portato allo sviluppo dell’intelligenza e di un sistema di ragionamento complesso?

Non è facile stabilirlo, per vari motivi. In primis perché il termine “intelligenza” non è considerato da tutti gli studiosi allo stesso modo: per alcuni è la semplice predisposizione a risolvere enigmi, anche di tipo pratico, per altri è una caratteristica molto più vicina alla fantasia e all’immaginazione, e per altri ancora corrisponde alla capacità di fare propri concetti complessi come la coscienza di sé, l’empatia e la comprensione. Insomma, è difficile trovare un punto di vista comune su cosa sia e su come si possa definire più o meno “intelligente” un essere vivente.

In secondo luogo non va dimenticata la difficoltà pratica di studiare il comportamento degli animali selvatici nel loro ambiente, ancora di più quando questi possono involarsi al primo sospetto di essere osservati. Prima di cominciare a intuire anche piccole parti del comportamento di una specie occorrono migliaia e migliaia di ore di osservazione diretta sul campo e i risultati non sono mai garantiti, né tantomeno certi o definitivi.

Eppure alcuni esempi indubitabili ci fanno vedere come il detto comune bird’s brain, utilizzato dagli anglosassoni in termini dispregiativi, sia decisamente campato in aria; gli uccelli sono sicuramente molto più intelligenti di quanto venga loro dato credito. Vediamo alcuni esempi.

Nella cultura popolare corvi e gazze sono notoriamente riconosciuti come gli uccelli più astuti. Lo stesso Konrad Lorenz, nel suo celeberrimo L’anello di Re Salomone, ha parlato diffusamente delle taccole, descrivendole come animali curiosi, oltreché estremamente sensibili ed empatici. E in generale molti rappresentanti della famiglia dei corvidi, a cui corvi, gazze e taccole appartengono, dimostrano una spiccata intelligenza.

In certi casi per osservare queste dimostrazioni di perspicacia non bisogna avventurarsi nei boschi. Ecco un esempio celebre: un corvo comprende come utilizzare le automobili passanti come schiaccianoci, scoprendo anche il modo più adatto per non rischiare la pellaccia scendendo in strada.

Gli studi compiuti dagli scienziati Bernd Heinrich e Thomas Bugnyar sul corvo imperiale hanno dimostrato come questo animale sia in grado di compiere scelte consapevoli tra più alternative possibili, utilizzando la logica e l’esperienza pregressa: ad esempio, tirando e tenendo ferma una corda a cui era legata una ricompensa, o nascondendo il cibo alla vista dei rivali, allontanando solo quei rivali che conoscevano il nascondiglio e ignorando gli altri. Talvolta il livello di complessità di ragionamento era paragonabile a quello delle scimmie antropomorfe.

I corvi sono inoltre tra i pochi uccelli in cui è stato osservato in natura l’utilizzo di strumenti. L’esempio più lampante è dato da quello che per molti è il volatile più intelligente in assoluto, il corvo della Nuova Caledonia, di cui ha parlato anche National Geographic.

L’utilizzo di rametti per raccogliere il cibo dall’interno dei tronchi non è però esclusivo dei corvidi ma si può incontrare in altre specie come il fringuello picchio delle Galapagos (Camarhynchus pallidus), uno dei celebri Darwin’s finches che, con la loro incredibile varietà di soluzioni adattative, hanno aiutato lo scienziato inglese a dare vita alla sua teoria dell’evoluzione.

Molte di queste specie dotate di spiccata intelligenza vivono sulle isole, dove la pressione adattativa data da un ambiente particolarmente esigente e con poche risorse le spinge a trovare soluzioni immediate per procurarsi il cibo e in cui caratteristiche come fantasia e curiosità possono rivelarsi un’arma in più nella lotta per la sopravvivenza.

Tra le specie di uccelli particolarmente sapienti non si può dimenticare il neozelandese kea, degno rappresentante di un altro gruppo di uccelli dalla spiccata intelligenza come i pappagalli. In questo documentario della BBC, la voce di sir David Attenborough ci guida alla scoperta delle straordinarie capacità di questo pennuto, ormai diventato una sorta di mascotte nazionale.

E infine, per i più curiosi, ecco un simpatico confronto “testa a testa” nel risolvere alcuni rompicapi, in cui i contendenti sono il kea e il corvo della Nuova Caledonia, forse i due più meritevoli di ambire al titolo di “uccello più intelligente”. A voi stabilire il vincitore, a me basta la meraviglia nell’osservare cosa sono in grado di fare questi due splendidi animali.

Konrad Lorenz – Evoluzione e modificazione del comportamento (1965)

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Lo studio del comportamento animale o etologia ha avuto una storia estremamente complessa e travagliata, con innumerevoli correnti e sottocorrenti di pensiero che hanno sfaccettato l’interpretazione delle conoscenze preesistenti e delle osservazioni sperimentali fornite dalla zoologia nel campo dello studio del comportamento animale.

In poco più di un secolo, da quando cioè l’etologia ha potuto definire i propri campi di indagine approfonditamente, distaccandosi dalle altre discipline naturalistiche per diventare scienza a sé stante, il dibattito sul comportamento animale ha cercato di stabilire quali siano le componenti fondamentali che danno origine al comportamento stesso.

Gli elementi basilari sono due: da un lato c’è un patrimonio genetico, ereditato da millenni di evoluzione e perciò selezionato e adattato all’ambiente, che dovrebbe fornire la matrice ‘innata’ del comportamento, dall’altra vi è l’influenza, tutt’altro che trascurabile, dell’ambiente stesso sulla crescita e la formazione dell’animale stesso e del suo comportamento (‘appreso’).

Konrad Lorenz, considerato il padre della moderna etologia (‘moderna’ in quanto una scuola di pensiero già piuttosto evoluta aveva posto le radici alla cosiddetta ‘psicologia comparata’ a cavallo tra XIX e XX secolo, e tra gli scienziati che la componevano vi era lo stesso maestro di Lorenz, Oskar Heinroth), al tempo della pubblicazione di questo libro cercò di fare il punto sulla situazione della disciplina, chiarendo gli aspetti fondamentali del suo pensiero e criticando la visione di alcune nuove scuole di pensiero.

Va detto difatti che ai tempi era ancora imperante tra gli etologi di scuola americana la corrente del ‘Behaviorismo’, che eliminava completamente dal piano comportamentale degli animali la sua componente innata, sottolineando il peso delle influenze ambientali nell’ontogenesi (sviluppo dell’individuo) dell’animale adulto, ponendo oltretutto l’accento sul fatto che una componente genetica, qualora presente, non fosse identificabile sperimentalmente e quindi dimostrabile, e su come in certi casi lo stesso sviluppo prenatale potesse influire sul comportamento dell’individuo.

Per molti altri etologi di lingua inglese invece il concetto di ‘innato’ non solo era inutile, ma anche sbagliato, poichè essi ritenevano che il comportamento fosse determinato in qualunque sua forma da due componenti, quella appresa e quella ereditata filogeneticamente e geneticamente, in livelli differenti a seconda dei casi, ma che comunque né l’una né l’altra parte fossero distinguibili e identificabili sperimentalmente in ogni singolo comportamento.

La primissima scuola di etologi europei, a cui faceva capo Heinroth e a cui si ascrive lo stesso Lorenz, aveva invece il difetto di ritenere che i due concetti di innato e appreso si escludessero a vicenda, e che ciascun comportamento potesse essere identificabile sperimentalmente come appartenente all’una o all’altra categoria. In questo senso lo stesso Lorenz confessa il proprio errore.

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Konrad Lorenz (1903-1989)

Lo scopo principale del presente volume è quello di evitare che sia screditato un concetto che, anche se a volte è stato utilizzato in modo impreciso, è tuttavia indispensabile per affrontare in modo etologico lo studio degli animali. Il concetto è quello di “innato”, scrive Lorenz. Per perseguire questo scopo lo scienziato austriaco controbatte punto per punto le posizioni delle scuole sopraccitate, sottolineando come uno studio etologico debba essere compiuto, senza dimenticare una componente come quella dell’osservazione diretta in natura delle specie e l’approfondita conoscenza di tutti gli schemi di comportamento prefissati e preesistenti in esse (etogramma), e come, specie nella scuola Behavioristica, fosse stato dato un peso addirittura eccessivo allo studio sperimentale in laboratorio, che comunque forniva una fotografia deformata del comportamento reale dell’animale in natura, e spesso eccessivamente condizionato (ai limiti del patologico) per far sì che una componente innata fosse identificabile in esso. Lorenz inoltre sottolinea come sia fondamentale la funzione dei processi selettivi ereditati geneticamente, e già preformati per rispondere alle esigenze ambientali a cui la specie è adattata; l’influenza ambientale è sì importante, ma in molti casi fa da ‘fattore scatenante’ a determinati comportamenti ereditati geneticamente e quindi istintivi.

Infine, Lorenz sottolinea quelli che devono essere gli aspetti fondamentali del cosiddetto ‘esperimento di privazione’, ovvero verificare se l’animale, in assenza del fenomeno scatenante presente in natura, presenti ugualmente un determinato comportamento che in tal caso sarebbe innato, nel caso contrario appreso; l’esempio più classico è dato dal maschio di Spinarello Gasterosteus aculeatus, che in fase riproduttiva assume una colorazione rossastra sul ventre. Uno spinarello nel periodo degli amori attaccherà qualunque altro maschio rosso se invaderà il suo territorio, pur non avendone mai visto un altro nel corso della propria esistenza.

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Maschio di spinarello (Gasterosteus aculeatus) nel periodo degli amori

Lorenz identifica gli aspetti fondamentali dell’esperimento di privazione in 5 punti fondamentali:

1)Un esperimento di privazione può dare informazioni certe solo sulla componente innata di un comportamento, non su quella appresa;

2)Chi compie questo tipo di studi deve conoscere nei minimi dettagli ogni singolo aspetto di tutta la catena di comportamenti che caratterizza la specie (ad es. tutta la fase di corteggiamento-riproduzione dello Spinarello) in modo da avere un buon ‘occhio clinico’ e verificare ogni minimo cambiamento in essa;

3)Ogni animale deve essere utilizzato per un solo esperimento, oppure per ogni soggetto deve essere stabilita una determinata sequenza di studi, in modo che in ciascuno di essi l’acquisizione di dati sia sotto controllo e permetta la verifica in esperimenti successivi; inoltre bisogna compiere un’approfondita distinzione tra i meccanismi motori e attivatori, e tra le sperimentazioni volte a identificarli;

4)L’ambiente artificiale in cui viene effettuato l’esperimento deve contenere anche l’azione-stimolo necessaria a scatenare lo schema di comportamento studiato;

5)I risultati di tali esperimenti potranno dare uno schema comportamentale affidabile solo se effettuati su animali con patrimonio genetico estremamente simile.

Per quanto ovvi, tali presupposti sperimentali non erano stati quasi mai rispettati in passato, e Lorenz fornisce a tal proposito numerosi esempi, sottolineando l’approssimazione e l’incertezza data da studi etologici ancora acerbi e incompleti. Un esempio su tutti viene esposto da Lorenz in conclusione del suo saggio, ovvero delle ‘confutazioni’ sperimentali effettuate su studi compiuti del suo allievo Tinbergen su tacchini, fagiani e oche selvatiche, effettuati in laboratorio su galline bianche livornesi(!).

In conclusione mi sento di sottolineare l’importanza di questo trattato, sia perché riassume il ‘Lorenz-pensiero’ su tutte le principali tematiche storiche dell’etologia, sia per l’appassionata ed estremamente interessante difesa alla componente istintiva del comportamento, spesso trascurata o di scarso interesse per gli studiosi del comportamento ‘in erba’, nonostante la sua fondamentale importanza. Ovviamente non bisogna aspettarsi una narrazione leggera e scorrevole come quella di un’opera divulgativa come può essere ad esempio L’anello di Re Salomone, anche se Lorenz si dimostra un eccellente narratore anche impegnandosi nel rigido e formale trattato scientifico, che risulta comunque ‘digeribile’ anche da chi non è solitamente abituato a questo tipo di lettura; ciononostante mi sento comunque di consigliarne la lettura a tutti gli appassionati di psicologia ed etologia, data la sua importanza storica e i temi trattati, tuttora fonte di dibattito presso la comunità scientifica.

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Biografia di Konrad Lorenz

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Konrad Lorenz nasce a Vienna il 7 novembre 1903, secondogenito di una famiglia di medici, figlio di Adolf Lorenz, celebre ortopedico, e Emma Lechter, presidente di una società letteraria. Il fratello Albert, maggiore di ben 18 anni rispetto a Konrad, segue la vocazione medica di famiglia, e si dimostra molto affettuoso e protettivo, così come tutta la famiglia, nei confronti dell’ultimo arrivato, nato da una gravidanza tardiva e, sostanzialmente, inaspettata. Konrad Lorenz dimostra notevole vivacità e intelligenza sin dai primi anni di vita, oltre a un grande amore per la natura sviluppatosi soprattutto nelle frequenti visite alla tenuta estiva della famiglia, ad Altenberg in Austria. Viene mandato nelle migliori scuole private della città, dove si rivela un eccellente allievo, rivelando grandi capacità comunicative e un’intelligenza vivace e curiosa. Il padre Adolf, figura affettuosa ma anche autoritaria e patriarcale, impone al figlio Konrad gli studi universitari in Medicina, sebbene l’interesse principale del giovane Lorenz sia già il mondo animale.

Nel 1922 parte per un tirocinio presso la Columbia University a New York, a cui però rinuncia quasi subito, ritornando presto in Austria e stupendo la propria famiglia per tale decisione. Ricomincia comunque gli studi in Medicina, e consegue la laurea in tale disciplina nel 1928, per diventare poi assistente del professore di Anatomia dell’Ateneo. L’anno precedente aveva sposato l’amica dei tempi d’infanzia Margarethe “Gretl” Gebhardt, medico ginecologo, più grande di lui di un anno, da cui avrà le due figlie Agnes e Dagmar e un figlio maschio, Thomas.

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Konrad Lorenz e la moglie Margarethe in una foto d’epoca

Nonostante gli studi in Medicina, Konrad dedica gran parte del suo tempo libero all’osservazione degli animali in natura; fra i suoi primi studi è celebre un diario sulle osservazioni a Jock, un uccellino di cui lo scienziato studia e descrive minuziosamente il comportamento e le abitudini di vita. Un giornale di ornitologia pubblica le osservazioni del diario, dando a Lorenz una discreta notorietà nel campo che lo aiuterà in futuro. Un’altra passione che lo coinvolge fortemente è la motoristica: in questo periodo partecipa a numerose competizioni motociclistiche. Libero finalmente dalle imposizioni familiari, Lorenz può dedicarsi a tempo pieno alla sua vera passione; si iscrive alla facoltà di Zoologia di Vienna, scienza in cui si laureerà nel 1933. Nel periodo immediatamente successivo svilupperà gran parte degli studi sperimentali per i quali è celebre, in particolare lo studio sulle oche selvatiche ad Altenberg, e le taccole; unitamente a questi svilupperà e approfondirà le sue teorie sul comportamento animale, rivalutando in particolare la componente “innata” di questo, in contrapposizione con quanto sostenuto dalla scuola americana dei Behavioristi, secondo la quale tutti i suoi aspetti principali sono riconducibili a conoscenze apprese nel corso dell’esistenza dell’animale, e quindi tralasciando in gran parte quanto ereditato geneticamente. Buona parte di questa “rivalutazione” dell’innato è riassunta da Lorenz in Evoluzione e modificazione del comportamento, che pubblicherà molto più in là.

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In particolare, dallo studio sulle oche selvatiche, Lorenz approfondisce minuziosamente il comportamento dell’imprinting, il fenomeno che determina un attaccamento affettivo profondo del pulcino al primo vivente che vede dopo la schiusa dell’uovo, anche se non appartenente alla propria specie, che da quel momento viene riconosciuto come propria madre. Lo stesso Lorenz viene riconosciuto come genitore naturale da svariate oche, che lo seguono fino al completo svezzamento. A dare ulteriore celebrità allo studioso austriaco sono numerose sue immagini che lo immortalano in compagnia di schiere di giovani oche che lo segono in fila indiana, o nuotano con la propria ‘madre’ umana. Questi studi riguardano direttamente anche la celebre oca Martina, protagonista del suo saggio sul comportamento Io sono qui, tu dove sei?. Lorenz sviluppa inoltre la teoria secondo la quale per determinati comportamenti animali occorre un ‘evento scatenante’ che renda questi attivi per la prima volta nel corso dell’esistenza dell’animale.

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Questa teoria viene sviluppata in collaborazione con l’amico e collega Nikolas Tinbergen, che verrà in seguito insignito del premio Nobel proprio insieme a Lorenz. Dal 1937 in poi Lorenz insegna psicologia animale e anatomia comparativa all’Università di Vienna, e nel 1940 diventa anche professore di psicologia all’Università di Konigsberg. Nel 1941, in piena II Guerra Mondiale, Lorenz si arruola nell’esercito della Germania nazista, viene fatto prigioniero dall’esercito russo nel 1944, e tenuto in un campo di prigionia a Everan, in prossimità del monte Ararat (dove, secondo la tradizione, attraccò l’Arca di Noè) fino al 1948; durante questo periodo esercita la professione di medico e si fa ben volere da tutti, grazie alla sua simpatia irrefrenabile e a un carattere allegro e gioviale. Una volta liberato e ritornato ad Altenberg, torna all’Università di Vienna e inizia a collaborare con la Max Planck Society for the Advancement of Science. Nel 1949 viene pubblicato il suo libro più celebre, l’Anello di Re Salomone, conosciuto e rinomato dagli appassionati di tutto il mondo, in cui Lorenz, utilizzando un linguaggio schietto e distante dal rigore accademico tipico dei trattati scientifici, racconta e trasmette tutto il suo amore per il mondo animale e la propria esperienza personale di un ambiente familiare ormai tramutatosi in un autentico zoo popolato da cani, gatti, oche, acquari e mille altre specie, il tutto immerso nel piccolo paradiso naturale di Altenberg. Il libro è celeberrimo tuttora, ed è una delle opere letterarie trattanti tematiche naturalistiche più lette e diffuse nel mondo.

Nel 1955, grazie alla collaborazione della Max Planck Society, Lorenz fonda e dirige l’Istituto di fisiologia comportamentale di Seewiesen in Baviera, insieme all’etologo Gustav Kramer e al fisiologo Erich von Holst. Dopo la morte di questi, Lorenz resterà l’unico direttore dell’istituto. Durante questo periodo Lorenz evolve le sue teorie, approfondisce gli studi sulle analogie tra comportamento umano e animale, e sviluppa un’attenta analisi della storia e dell’evoluzione dell’Umanità. Parte di queste riflessioni verranno riassunte in altri bestsellers, come Il cosiddetto male e Il declino dell’uomo. Altra opera fondamentale per la definizione delle sue teorie sul comportamento è L’altra faccia dello specchio, in parte sviluppata da alcuni suoi manoscritti del periodo di prigionia in Russia.

Altri studi di Lorenz riguardano alcune particolari forme comportamentali come l’aggressività, a cui verrà dedicato un altro saggio di successo, e il cui studio verrà in parte applicato anche alla storia dell’uomo in un parallelismo con le guerre proprio ne Il cosiddetto male. Nel 1973, insieme ai colleghi e amici Nikolas Tinbergen e Karl Von Frisch, Konrad Lorenz viene insignito del premio Nobel per la Medicina per gli studi e le scoperte sul compotamento animale. Lo stesso anno Lorenz si ritira dal Seewiesen Institute e ritorna nella sua Altenberg, dove continua a scrivere e dirige il dipartimento di sociologia animale all’Accademia Austriaca delle Scienze. La Max Planck Society inoltre costruisce un laboratorio per le sue ricerche scientifiche nella sua stessa abitazione. Negli ultimi anni di vita Lorenz continua la sua opera di divulgatore e si schiera in numerose campagne per la tutela dell’ambiente e degli animali. In particolare è celebre la sua partecipazione a una contestazione nei confronti di un progetto di centrale idroelettrica sul suo amato Danubio. Un anno dopo la dolorosa scomparsa della moglie Gretl, Konrad Lorenz muore il 27 febbraio 1989, all’età di 85 anni, ormai unanimemente considerato come il padre dell’etologia moderna.

Gli approfondimenti disponibili in rete sulla figura di Konrad Lorenz sono innumerevoli. Tra i tanti, segnalo il sito ufficiale del Konrad Lorenz Institute for Evolution & Cognition Research (KLI):

http://www.kli.ac.at/

Un’altra associazione direttamente legata alla figura di Lorenz è il Konrad Lorenz Institute for Ethology, il cui sito ufficiale è raggiungibile all’URL:

http://www.oeaw.ac.at/klivv/